mercoledì 9 aprile 2008

Il Papa: "Per San Benedetto la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto che deve poi tradursi nell’azione concreta"


VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE A CASSINO E MONTECASSINO (24 MAGGIO 2009): LO SPECIALE DEL BLOG

JOSEPH RATZINGER E SAN BENEDETTO DA NORCIA: LO SPECIALE DEL BLOG

I PADRI DELLA CHIESA NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE DEDICATA A SAN BENEDETTO: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

Le radici cristiane dell'Europa nella catechesi del Papa su San Benedetto

Il Papa parla di San Benedetto e afferma: "Senza riconoscere le sue radici cristiane, l'Europa non può riscoprire la sua vera identità" (Radio Vaticana)

Il Papa: "L'Europa riscopra le sue radici cristiane sull'esempio di San Benedetto"

BENEDETTO XVI: UDIENZA, SENZA LE “RADICI CRISTIANE” L’EUROPA PERDE LA SUA “IDENTITÀ”

UDIENZA GENERALE, 09.04.2008

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi sui Padri Apostolici, si è soffermato sulla figura di San Benedetto da Norcia.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

San Benedetto da Norcia

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato.

Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina(Dial. II, 36).

Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato.

San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea.

La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico.

Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi.

Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158).

Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna.

Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1).

Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco.

Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione.

Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno.

E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino.

Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8).

In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita.

Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio.

Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti.

Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3).

Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7).

In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36).

L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12).

Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3).


Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi.

Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa.

Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto le Suore Figlie della Croce e i laici che ne condividono il carisma, qui convenuti nel ricordo di suor Maria Laura Minetti che, fedele al dono totale di sé, ha sacrificato la sua vita pregando per chi la colpiva. Saluto i fedeli di Trivento, accompagnati dal loro Vescovo Mons. Domenico Scotti e li esorto ad una sempre più generosa adesione a Cristo ad imitazione della Vergine Maria da loro tanto venerata con il titolo di “Incoronata”. Saluto i Fratelli delle Scuole Cristiane, gli insegnanti e gli alunni dell’Istituto Pio XII di Roma, voluto da questo mio venerato Predecessore cinquant’anni fa in uno dei quartieri più poveri della città. Saluto gli atleti che partecipano ai campionati Europei di Taekwondo, incoraggiandoli a promuovere anche attraverso questa disciplina sportiva il rispetto per il prossimo e la lealtà. Saluto i rappresentanti dell’Istituto per Ispettori della Polizia di Stato, di Nettuno e gli esponenti dell’Aeronautica Militare, di Pratica di Mare.

Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli, esortando ciascuno a vivere intensamente questo tempo pasquale, testimoniando la gioia che Cristo morto e risorto dona a quanti a Lui si affidano.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

LA REGOLA DI SAN BENEDETTO

II° Libro dei Dialoghi di San Gregorio Magno: - La vita di San Benedetto

San Benedetto da Norcia in "Monastero virtuale"

martedì 8 aprile 2008

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AI CATTOLICI E AL POPOLO DEGLI STATI UNITI IN OCCASIONE DELL’IMMINENTE VIAGGIO APOSTOLICO


VIAGGIO APOSTOLICO DEL PAPA NEGLI USA (15-21 APRILE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

MESSAGGIO DEL PAPA AGLI USA: IL VIDEO INTEGRALE

Guarda una parte del videomessaggio

Vedi anche:

IL PAPA NEGLI USA - Il bisogno del mondo. Un videomessaggio e i “dettagli” del programma (Sir)

BENEDETTO XVI: VIDEOMESSAGGIO VIAGGIO IN USA, “IL MONDO HA BISOGNO DI SPERANZA”

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AI CATTOLICI E AL POPOLO DEGLI STATI UNITI IN OCCASIONE DELL’IMMINENTE VIAGGIO APOSTOLICO, 08.04.2008

Pubblichiamo di seguito il testo del video-messaggio che il Santo Padre indirizza ai cattolici e al popolo degli Stati Uniti d’America in occasione del Suo imminente Viaggio Apostolico:

TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle degli Stati Uniti d’America!

La grazia e la pace di Dio nostro Padre e del Signore Gesù Cristo siano con tutti voi! Mancano ormai pochi giorni al mio viaggio apostolico nel vostro amato Paese, e prima di partire desidero farvi giungere un cordiale saluto e un invito alla preghiera.
Come sapete, la mia visita toccherà due sole città: Washington e New York; ma essa intende spiritualmente abbracciare tutti i cattolici che vivono negli Stati Uniti.

Al tempo stesso, auspico vivamente che la mia venuta in mezzo a voi sia accolta come espressione di fraternità verso ogni Comunità ecclesiale e come testimonianza di amicizia verso tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà. Il Signore risorto ha affidato agli Apostoli e alla Chiesa il suo Vangelo d’amore e di pace, e lo ha affidato perché fosse recato a tutti i popoli.

Sento in questo momento il bisogno di ringraziare, perché so bene che tante persone già da tempo stanno lavorando, sia nell’ambito ecclesiale sia in quello civile, per preparare il mio viaggio. Il mio pensiero va innanzitutto a voi, che mi state aprendo la strada con la preghiera, cioè nel modo più importante! Cari amici, vi sono profondamente riconoscente, perché sono convinto – ce lo insegna la fede – che senza la forza della preghiera, senza l’intima unione con il Signore, a ben poco varrebbero le nostre umane iniziative. E’ Dio che salva noi, il mondo e la storia, è Lui il Pastore del suo popolo, e io vengo, inviato da Gesù Cristo, a portare la sua Parola di vita.

Insieme con i vostri Vescovi, ho scelto come tema del mio viaggio tre semplici ma essenziali parole: "Cristo nostra speranza". Sulle orme dei miei venerati predecessori, Paolo VI e Giovanni Paolo II, per la prima volta verrò da Pontefice negli Stati Uniti d’America, portando con me questa grande verità: Gesù Cristo è la speranza per gli uomini e le donne di ogni lingua, razza, cultura e condizione sociale. Sì, Cristo è il volto di Dio apparso tra noi. Grazie a Lui la nostra vita trova la sua pienezza ed insieme possiamo formare una famiglia di persone e di popoli che vivono in fraternità, secondo il perenne disegno di Dio Padre. So bene quanto nel vostro Paese questo messaggio evangelico sia radicato! Vengo a condividerlo con voi, nelle celebrazioni e negli incontri. Porterò il messaggio della speranza cristiana anche nella grande Assemblea delle Nazioni Unite, ai Rappresentanti dei popoli del mondo. Il mondo infatti ha più che mai bisogno di speranza: speranza di pace, di giustizia, di libertà, ma non potrà realizzare questa speranza senza obbedire alla legge di Dio, che Cristo ha portato a compimento nel comandamento di amarci gli uni gli altri. Fate agli altri ciò che volete facciano a voi, non fate ciò che non volete che essi vi facciano. Questa "regola d’oro" si trova nella Bibbia ma vale per tutti, anche per i non credenti. E’ la legge scritta nella coscienza umana, e su questa possiamo tutti ritrovarci, così che l’incontro delle differenze sia positivo e costruttivo per l’intera comunità umana.

(spagnolo) Rivolgo un cordiale saluto ai cattolici di lingua spagnola e manifesto loro la mia vicinanza spirituale, in special modo ai giovani, ai malati, agli anziani e a quelli che attraversano difficoltà o si sentono più provati. Vi esprimo il mio vivo desiderio di potermi trovare presto con voi in codesta amata Nazione. Nel frattempo, vi esorto a pregare intensamente per i frutti pastorali del mio imminente Viaggio apostolico e a tener alta la fiamma della speranza in Cristo risorto.

(inglese) Cari fratelli e sorelle, amici tutti che vivete negli Stati Uniti. Desidero tanto venire in mezzo a voi! Sappiate che, anche se il mio itinerario sarà breve e limitato nei suoi spostamenti, il mio cuore sarà vicino a tutti, specialmente ai malati, ai piccoli, agli abbandonati. Vi ringrazio ancora per il vostro sostegno spirituale alla mia missione. Con affetto vi abbraccio, mentre invoco su di voi la materna protezione della Beata Vergine Maria,

(spagnolo) Che la Vergine Maria vi accompagni e vi protegga. Che Dio vi benedica!

(inglese) Che Dio vi benedica tutti!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

TESTO ORIGINALE

lunedì 7 aprile 2008

"Quando i Cristiani sono veramente lievito,luce e sale della terra,diventano,come Gesù,oggetto di persecuzioni; come Lui sono segno di contraddizione"


VISITE PASTORALI DEL SANTO PADRE NELLA DIOCESI DI ROMA

Vedi anche:

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

Benedetto XVI nella basilica romana affidata alla Comunità di Sant’Egidio (Sir)

L'omaggio del Papa ai testimoni delle fede: «Un affresco delle Beatitudini» (Avvenire)

Il Papa in visita all'isola Tiberina. A Sant'Egidio: «L'esempio dei martiri guidi i vostri passi» (Corriere e Libero)

«Tribolazione» per la fede. Il mondo non faccia finta di niente

Benedetto XVI in visita alla comunità di Sant'Egidio, tra preghiere e canti festosi: «La testimonianza cristiana è non violenta» (Libertà)

Il Papa all´isola Tiberina per Sant´Egidio: "Un museo per i martiri cristiani" (Mambelli)

Martiri, una ricchezza della Chiesa universale: lo speciale di "Avvenire"

Il Papa: "Gesù risorto illumina la testimonianza dei martiri della fede, solo apparentemente sconfitti dalla violenza e dai totalitarismi" (Radio Vaticana)

BENEDETTO XVI: “UN PELLEGRINAGGIO ALLA MEMORIA DEI MARTIRI DEL XX SECOLO”

Isola Tiberina: Benedetto XVI celebra i martiri del Novecento (Libertà)

La visita del Papa alla Basilica di San Bartolomeo per onorare i martiri del XX secolo (Radio Vaticana)

Ratzinger e Wojtyla secondo Andrea Riccardi (Rodari)

Benedetto XVI celebra oggi all’Isola Tiberina i martiri del ’900 (Paglialunga e Gasparroni)

CELEBRAZIONE DELLA PAROLA PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON LA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO, NELLA BASILICA DI SAN BARTOLOMEO ALL’ISOLA TIBERINA, 07.04.2008

Questo pomeriggio, alle ore 17.20, il Santo Padre Benedetto XVI si reca in visita alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, nel 40° anniversario della Comunità di Sant’Egidio, e vi presiede una Celebrazione della Parola in memoria dei Testimoni della Fede del XX e XXI secolo.
Nel corso della Celebrazione della Parola, che ha inizio alle ore 17.45, dopo il saluto del Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, il Papa pronuncia l’omelia. Al termine dell’incontro di preghiera, al di fuori della Basilica di San Bartolomeo, il Santo Padre rivolge un saluto a coloro che hanno seguito la liturgia sulla piazza.
Pubblichiamo di seguito l’omelia e le parole del Papa al termine della Celebrazione:

Cari fratelli e sorelle,

questo nostro incontro nell’antica basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina possiamo considerarlo come un pellegrinaggio alla memoria dei martiri del XX secolo, innumerevoli uomini e donne, noti e ignoti che, nell’arco del Novecento, hanno versato il loro sangue per il Signore.

Un pellegrinaggio guidato dalla Parola di Dio che, come lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino (cfr Ps 119,105), rischiara con la sua luce la vita di ogni credente. Dal mio amato Predecessore Giovanni Paolo II questo tempio fu appositamente destinato ad essere luogo della memoria dei martiri del 900 e da lui affidato alla Comunità di Sant’Egidio, che quest’anno rende grazie al Signore per il quarantesimo anniversario dei suoi inizi. Saluto con affetto i Signori Cardinali e i Vescovi che hanno voluto partecipare a questa liturgia. Saluto il Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto; saluto il Prof. Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità, l’Assistente, Mons. Matteo Zuppi, nonché Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni-Narni-Amelia.

In questo luogo carico di memorie ci chiediamo: perché questi nostri fratelli martiri non hanno cercato di salvare a tutti i costi il bene insostituibile della vita? Perché hanno continuato a servire la Chiesa, nonostante gravi minacce e intimidazioni?

In questa basilica, dove sono custodite le reliquie dell’apostolo Bartolomeo e dove si venerano le spoglie di S. Adalberto, sentiamo risuonare l’eloquente testimonianza di quanti, non soltanto lungo il 900, ma dagli inizi della Chiesa vivendo l’amore hanno offerto nel martirio la loro vita a Cristo.

Nell’icona posta sull’altare maggiore, che rappresenta alcuni di questi testimoni della fede, campeggiano le parole dell’Apocalisse: "Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione" (Ap 7,13).

Al vegliardo che chiede chi siano e donde vengano coloro che sono vestiti di bianco, viene risposto che sono quanti "hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello" (Ap 7,14). E’ una risposta a prima vista strana.

Ma nel linguaggio cifrato del Veggente di Patmos ciò contiene un riferimento preciso alla candida fiamma dell’amore, che ha spinto Cristo a versare il suo sangue per noi. In virtù di quel sangue, siamo stati purificati. Sorretti da quella fiamma anche i martiri hanno versato il loro sangue e si sono purificati nell’amore: nell’amore di Cristo che li ha resi capaci di sacrificarsi a loro volta per amore. Gesù ha detto: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).

Ogni testimone della fede vive questo amore "più grande" e, sull’esempio del divino Maestro, è pronto a sacrificare la vita per il Regno. In questo modo si diventa amici di Cristo; così ci si conforma a Lui, accettando il sacrificio fino all’estremo, senza porre limiti al dono dell’amore e al servizio della fede.

Facendo sosta presso i sei altari, che ricordano i cristiani caduti sotto la violenza totalitaria del comunismo, del nazismo, quelli uccisi in America, in Asia e Oceania, in Spagna e Messico, in Africa, ripercorriamo idealmente molte dolorose vicende del secolo passato. Tanti sono caduti mentre compivano la missione evangelizzatrice della Chiesa: il loro sangue si è mescolato con quello di cristiani autoctoni a cui era stata comunicata la fede.

Altri, spesso in condizione di minoranza, sono stati uccisi in odio alla fede. Infine non pochi si sono immolati per non abbandonare i bisognosi, i poveri, i fedeli loro affidati, non temendo minacce e pericoli. Sono Vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, fedeli laici. Sono tanti! Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nella celebrazione ecumenica giubilare per i nuovi martiri, tenutasi il 7 maggio del 2000 presso il Colosseo, ebbe a dire che questi nostri fratelli e sorelle nella fede costituiscono come un grande affresco dell’umanità cristiana del ventesimo secolo, un affresco delle Beatitudini, vissuto sino allo spargimento di sangue. Ed era solito ripetere che la testimonianza di Cristo sino all’effusione del sangue parla con voce più forte delle divisioni del passato.

E’ vero: apparentemente sembra che la violenza, i totalitarismi, la persecuzione, la brutalità cieca si rivelino più forti, mettendo a tacere la voce dei testimoni della fede, che possono umanamente apparire come sconfitti della storia. Ma Gesù risorto illumina la loro testimonianza e comprendiamo così il senso del martirio.

Afferma in proposito Tertulliano: "Plures efficimur quoties metimur a vobis: sanguis martyrum semen christianorum – Noi ci moltiplichiamo ogni volta che siamo mietuti da voi: il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani" (Apol., 50,13: CCL 1,171). Nella sconfitta, nell’umiliazione di quanti soffrono a causa del Vangelo, agisce una forza che il mondo non conosce: "Quando sono debole – esclama l’apostolo Paolo -, è allora che sono forte" (2 Cor 12,10).

E’ la forza dell’amore, inerme e vittorioso anche nell’apparente sconfitta. E’ la forza che sfida e vince la morte.

Anche questo XXI secolo si è aperto nel segno del martirio. Quando i cristiani sono veramente lievito, luce e sale della terra, diventano anche loro, come avvenne per Gesù, oggetto di persecuzioni; come Lui sono "segno di contraddizione".

La convivenza fraterna, l’amore, la fede, le scelte in favore dei più piccoli e poveri, che segnano l’esistenza della Comunità cristiana, suscitano talvolta un’avversione violenta.

Quanto utile è allora guardare alla luminosa testimonianza di chi ci ha preceduto nel segno di una fedeltà eroica sino al martirio! E in questa antica basilica, grazie alla cura della Comunità di Sant’Egidio, è custodita e venerata la memoria di tanti testimoni della fede, caduti in tempi recenti.

Cari amici della Comunità di Sant’Egidio, guardando a questi eroi della fede, sforzatevi anche voi di imitarne il coraggio e la perseveranza nel servire il Vangelo, specialmente tra i poveri. Siate costruttori di pace e di riconciliazione fra quanti sono nemici o si combattono. Nutrite la vostra fede con l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, con la preghiera quotidiana, con l’attiva partecipazione alla Santa Messa. L’autentica amicizia con Cristo sarà la fonte del vostro amore scambievole.

Sostenuti dal suo Spirito, potrete contribuire a costruire un mondo più fraterno. La Vergine Santa, Regina dei Martiri, vi sostenga ed aiuti ad essere autentici testimoni di Cristo. Amen!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

SALUTO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AL TERMINE DELLA LITURGIA DELLA PAROLA

Basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina
Lunedì, 7 aprile 2008


Al termine dell’incontro di preghiera in memoria dei testimoni della fede dei tempi recenti, volentieri rivolgo un saluto a voi tutti, soprattutto a voi che avete seguito la liturgia sulla piazza o in collegamento radiotelevisivo. Nel venticinquesimo anniversario della Comunità, venendo a Santa Maria in Trastevere il Servo di Dio Giovanni Paolo II affidò alla Comunità di Sant’Egidio questa basilica di San Bartolomeo e nel 2000 stabilì che in essa si alimentasse il ricordo dei nuovi martiri.

Cari amici della Comunità di Sant'Egidio, voi avete mosso i primi passi proprio qui a Roma negli anni difficili dopo il ‘68. Figli di questa Chiesa che presiede nella carità, avete poi diffuso il vostro carisma in tante parti del mondo. La Parola di Dio, l’amore per la Chiesa, la predilezione per i poveri, la comunicazione del Vangelo sono state le stelle che vi hanno guidato testimoniando, sotto cieli diversi, l’unico messaggio di Cristo.

Vi ringrazio per questa vostra opera apostolica; vi ringrazio per l’attenzione agli ultimi e per la ricerca della pace, che contraddistinguono la vostra Comunità. L'esempio dei martiri, che abbiamo ricordato, continui a guidare i vostri passi, perché siate veri amici di Dio e autentici amici dell’umanità. E non temete le difficoltà e le sofferenze che questa azione missionaria comporta: rientrano nella "logica" della coraggiosa testimonianza dell’amore cristiano.

Desidero, infine, rivolgere a voi e, tramite voi, a tutte le vostre Comunità sparse per il mondo il mio più cordiale augurio nel quarantesimo anniversario della vostra nascita. Estendo il mio saluto agli ammalati, al personale sanitario, ai religiosi e ai volontari dell’attiguo Ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina. Per tutti e per ciascuno assicuro un ricordo nella preghiera, mentre, invocando la materna protezione della Vergine Santa, imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana


IL SALUTO DEL PROFESSOR ANDREA RICCARDI:

Beatissimo Padre,

con grande gioia La accogliamo nella basilica dell'Apostolo Bartolomeo, oggi luogo memoriale dei “Nuovi Martiri” del XX secolo. Così lo volle il Servo di Dio, Giovanni Paolo II, che aveva affidato la basilica alla Comunità nel venticinquesimo anniversario con quella fiducia affettuosa che ci ha fatto crescere.
La accogliamo, Padre Santo, come Successore di Pietro. Sant'Ambrogio afferma: Gesù ci ha lasciato Pietro come “vicario del suo amore”. Pietro e i suoi successori ci radunano con amore e sulla via dell'amore. E' vero! Lei ci ha insegnato, dalla prima enciclica, che l'amore vero libera dalla filautia, dall'amore per sé. Oggi Vostra Santità onora la memoria dei martiri, le cui esistenze parlano di un amore forte come la morte. Uomini e donne che non hanno vissuto per sé: scandalo per il mondo del Novecento, che ha fatto sua suprema legge il “salva te stesso”, gridato a Gesù sotto la croce. Tale è ancora il mondo del nostro secolo. E purtroppo tanti cristiani sono ancora uccisi in varie parti del mondo!

Siamo toccati dal fatto che la Sua visita avvenga nel quarantesimo anno di Sant'Egidio, come un dono prezioso. Nati a Roma sentiamo un affetto filiale per Vostra Santità, Vescovo di Roma e, dov'è Sant'Egidio nel mondo, c'è sempre un po' di Roma.
Quarant'anni fa, dopo il '68, quel grande sconvolgimento occidentale, muovemmo i primi passi. Uno slancio vitalistico animava le giovani generazioni per fare un mondo migliore: è rifluito invece in un pesante ripiegamento, come Lei ha scritto. Rutilio Namaziano con spirito romano ha insegnato: « Ordo renascendi est crescere posse malis (all'essenza del rinnovamento appartiene la capacità di crescere attraverso i mali) ».
In quella temperie, sentimmo di non farci guidare da noi stessi. Perché il mondo fosse migliore, dovevamo cambiare noi stessi. Ci guidò l'amore per la Parola di Dio, anima della preghiera di ciascuno, accolta nelle nostre preghiere di ogni sera in tutte le Comunità, da Roma, all'Africa, all'Asia, all'America Latina… La Parola di Dio cresce in noi, come dice il Grande Gregorio. Ci ha guidato l'amore per la liturgia e il Triduo Pasquale, vissuto come cuore della nostra Comunità.
Cercavamo un mondo nuovo, comprendemmo di doverci rinnovare personalmente e sempre. Siamo sempre figli più grati di questa Madre antica, la Santa Chiesa Cattolica, con gli apostoli, i santi, i martiri. Siamo contenti di essere figli di questa Madre!

Siamo stati preservati dal freddo delle ideologie di quegli anni, dal calore bruciante del vivere per sé. Siamo stati guidati sulla via dell'amore. Verso gli altri. Soprattutto i più poveri, di Roma, poi del mondo, con i loro dolori, le loro malattie –l'AIDS-, le loro guerre. I poveri ci hanno dato tanto. Lei sa, Padre Santo, che tra tante terre che amiamo (siamo in circa settanta paesi del mondo), l'Africa è nel nostro cuore con le sue grandi risorse umane: ma è anche una terra dove il materialismo umilia l'uomo con la violenza, la povertà, il culto del denaro, sfigurando l'immagine di Dio. Dall'Africa al mondo intero, nel nostro piccolo, vediamo in opera la forza umanizzante, liberatrice e pacificatrice della gratuità della vita cristiana.

Abbiamo scoperto il dono gioioso e responsabile di un carisma. E' quel che siamo felici di dire allaSantità Vostra: siamo contenti di essere cristiani e figli della Chiesa! Lo diciamo con un grido di gioia più forte delle grida di dolore che pur sentiamo nel mondo. Sì, contenti di essere cristiani!
Così, la nostra umile vita si raccoglie grata questa sera attorno a Lei, Padre Santo, attorno alla testimonianza dei “Nuovi Martiri”, in questo tempo di Pasqua. Ora la Resurrezione di Gesù ci illumina dal profondo e ci proietta, da Roma al mondo intero, in un senso rinnovato della missione dei discepoli di Gesù, mandati a comunicare il Vangelo e a guarire le malattie.La Sua Presenza in mezzo a noi ci commuove e ci tocca. Possa il Signore sostenerLa sempre con ogni dono e proteggerLa, mentre si incammina verso il quarto anno del Suo Pontificato. Grazie!


Davanti agli altari che ricordano i testimoni della fede

Nella basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina il Papa ha compiuto, nel pomeriggio di lunedì 7 aprile, un pellegrinaggio alla memoria dei martiri noti e sconosciuti, cristiani di ogni denominazione, perseguitati e uccisi nel Novecento e in questo primo scorcio del ventunesimo secolo.
La millenaria chiesa - costruita per ospitare le reliquie dell'apostolo Bartolomeo e di sant'Adalberto, entrambi martiri - è stata destinata da Giovanni Paolo II a essere luogo della memoria dei testimoni della fede e affidata alla Comunità di Sant'Egidio che sta festeggiando i quarant'anni della sua attività, in settanta Paesi, contro la povertà e per la pace.
Quello di San Bartolomeo è un memoriale che vede crescere ogni giorno la sua documentazione, aggiornata con le notizie di cronaca: anche agli inizi del nuovo secolo i cristiani suscitano un'avversione violenta in tante aree del mondo.
Alle 17.30 il Papa è arrivato sull'Isola Tiberina salutato da un grande entusiasmo tra canti, bandiere e campane a festa. Ad accoglierlo il cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, con il vescovo ausiliare Ernesto Mandara e i responsabili di Sant'Egidio: il fondatore Andrea Riccardi, il presidente Marco Impagliazzo, l'assistente monsignor Matteo Zuppi e il suo predecessore, monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni-Narni-Amelia.
Nell'atrio della basilica il Papa ha baciato una reliquia della Croce e ha salutato alcuni vescovi amici della Comunità. Dopo l'adorazione del Santissimo, Benedetto XVI ha venerato le reliquie di san Bartolomeo.
La pittrice Renata Sciachì gli ha poi illustrato la grande icona ecumenica, posta dietro l'altare, che identifica il lager con una chiesa di filo spinato: si riconoscono, tra gli altri, i volti di monsignor Romero e Bonhoeffer, di Martin Luther King e don Puglisi. Il dono di Sant'Egidio al Papa è stata un'icona raffigurante il beato austriaco Franz Jägerstätter che si oppose a Hitler.
Benedetto XVI ha quindi presieduto la celebrazione della Parola. I martiri - ha detto Riccardi nel suo saluto - sono "scandalo per il mondo del Novecento che ha fatto sua suprema legge il salva te stesso gridato a Gesù sotto la croce". E, ritornando alle origini della Comunità, ha affermato che "quarant'anni fa, dopo il '68, quel grande sconvolgimento occidentale, muovemmo i primi passi. In quella temperie sentimmo di non farci guidare da noi stessi. Ci guidò l'amore per la Parola di Dio. Siamo sempre figli più grati di questa Madre antica, la Santa Chiesa Cattolica".
Intronizzato il Vangelo, è stato letto un brano dell'Apocalisse ("Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione..."), il salmo 115 e un passo del Vangelo di Giovanni: "Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me".
Dopo l'omelia il Papa si è raccolto in preghiera davanti a ciascuno dei sei altari che ricordano (con reliquie e significativi oggetti) la persecuzione nelle diverse regioni del mondo e sotto il nazismo e il comunismo. Davanti a ogni altare Benedetto XVI ha acceso un cero. A porgergli una delle fiammelle è stata Maddalena Santoro, sorella di don Andrea ucciso due anni fa in Turchia: a San Bartolomeo si conserva il suo calice e la sua stola.
Nella preghiera dei fedeli sono stati ricordati quanti oggi sono perseguitati in Medio Oriente e in Iraq. Il canto del Padre nostro ha concluso la celebrazione. Poi nell'atrio il Papa ha scoperto una lapide in ricordo della visita e ha impartito una benedizione particolare ai ricoverati e al personale dell'ospedale Fatebenefratelli che si trova proprio davanti alla chiesa.
Poco prima delle 19 il Papa ha fatto rientro in Vaticano dopo aver salutato alcuni responsabili, anziani e disabili assistiti dalla Comunità.
Ad accompagnare Benedetto XVI in questo pellegrinaggio gli arcivescovi Fernando Filoni, sostituto della Segreteria di Stato, e James Michael Harvey, prefetto della Casa pontificia, con i monsignori Paolo De Nicolò, reggente, e Georg Gänswein, segretario particolare del Papa.
Hanno partecipato alla celebrazione undici cardinali e numerosi arcivescovi e vescovi: tra loro l'arcivescovo Giuseppe Bertello, nunzio apostolico in Italia. Tra i presenti il nostro direttore, Giovanni Maria Vian.

(©L'Osservatore Romano - 9 aprile 2008)

Il Papa ai vescovi delle Antille: "Combattere le conseguenze dello sfruttamento e dei traffici illegali"



Vedi anche:

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

Benedetto XVI ai vescovi delle Antille ricevuti in visita "ad limina Apostolorum"

Combattere le conseguenze dello sfruttamento e dei traffici illegali

"A vari gradi, le vostre spiagge sono state battute da aspetti negativi dell'industria dell'intrattenimento... Questi influssi non solo minano la famiglia e le fondamenta dei tradizionali valori culturali, ma tendono anche a colpire negativamente la politica locale". Lo ha sottolineato Benedetto XVI rivolgendosi ai vescovi delle Antille, ricevuti in udienza lunedì mattina, 7 aprile, in occasione della visita "ad limina Apostolorum".
Il Papa ha pronunciato il suo discorso parte in lingua inglese e parte in francese.

Ecco una nostra traduzione del discorso del Papa:

Cari Fratelli Vescovi,

"Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori" (2 Cor 4, 5). Con queste parole entusiasmanti di san Paolo vi porgo di tutto cuore il benvenuto, Vescovi delle Antille. Ringrazio l'Arcivescovo Burke per i cordiali sentimenti espressi a vostro nome e li ricambio con affetto, assicurandovi delle mie preghiere per voi e per quanti sono affidati alla vostra sollecitudine pastorale. La vostra visita ad limina Apostolorum è un'occasione per rafforzare il vostro impegno per rendere il volto di Gesù sempre più visibile nella Chiesa e nella società attraverso una testimonianza coerente del Vangelo.
Il grande "dramma" della Settimana Santa e il gioioso tempo liturgico della Pasqua esprimono l'essenza autentica della speranza che ci definisce come cristiani. Gesù, che ci indica la vita oltre la morte, è colui che ci mostra in che modo superare prove e paure. È il vero maestro di vita (cfr Spe salvi, n. 6).
Infatti, colmi della luce di Cristo anche noi illuminiamo la via che elimina tutto il male, bandisce l'odio, ci reca la pace e rende umile l'orgoglio terreno (cfr Exsultet).

Ho fiducia nel fatto che l'immagine della luce pasquale, cari Fratelli, vi spronerà mentre vi impegnate nelle sfide importanti che dovete affrontare. I vostri resoconti descrivono con sincerità sia le luci sia le ombre delle vostre Diocesi.

Senza dubbio, l'anima religiosa dei popoli della vostra regione è capace di grandi cose! La generosità di cuore e l'apertura di mente attestano uno spirito desideroso di essere plasmato dalla verità e dall'amore di nostro Signore. Tuttavia, ancora molto cerca di spegnere uno stoppino dalla fiamma smorta (cfr Is 42, 3).

A vari gradi, le vostre spiagge sono state battute da aspetti negativi dell'industria dell'intrattenimento, dal turismo basato sullo sfruttamento e dalla piaga del traffico di armi e di droga. Questi influssi non solo minano la famiglia e le fondamenta dei tradizionali valori culturali, ma tendono anche a colpire negativamente la politica locale.

Fratelli, contro questo sfondo inquietante, siate fieri araldi di speranza!

Siate testimoni audaci della luce di Cristo, che dona alle famiglie orientamento e scopo! Siate predicatori orgogliosi della forza del Vangelo, che deve permeare il loro modo di pensare, i loro criteri di giudizio e le norme di comportamento! Confido nel fatto che la vostra testimonianza viva dello straordinario "sì" di Dio all'umanità (cfr 2 Cor 1, 20) incoraggerà i vostri popoli a rifiutare le tendenze sociali distruttive e a cercare la "fede in azione", accogliendo tutto ciò che genera la nuova vita di Pentecoste!
Il rinnovamento pastorale è un compito indispensabile per ognuna delle vostre Diocesi. Esistono già esempi di accoglimento entusiasta di questa sfida. Deve includere i sacerdoti, i religiosi e i laici. Di vitale importanza è la promozione instancabile delle vocazioni insieme alla guida e alla formazione permanente dei sacerdoti. Siete i primi formatori dei vostri sacerdoti e, sostenuti dai laici, avete la responsabilità di incoraggiare in modo assiduo e prudente le vocazioni. La vostra sollecitudine per la formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale dei vostri seminaristi e sacerdoti è un'espressione certa della vostra preoccupazione per il costante approfondimento del loro impegno pastorale (cfr Pastores dabo vobis, n. 2). Vi esorto a sostenere attivamente il Seminario San Giovanni Vianney e Martiri Ugandesi, a vigilare in modo paterno sui vostri giovani sacerdoti e a offrire programmi regolari di formazione permanente, necessaria per edificare l'identità sacerdotale (cfr ibidem n. 71). A loro volta, i sacerdoti alimenteranno sicuramente le loro comunità parrocchiali con crescente maturità e saggezza spirituale. La creazione di un seminario francofono nella regione è un segno positivo di speranza. Vi prego di trasmettere ai membri del suo personale e ai seminaristi l'assicurazione delle mie preghiere.
Il contributo dei religiosi, dei sacerdoti e delle suore alla missione della Chiesa e all'edificazione di una società civile ha avuto un valore inestimabile nei vostri Paesi. Innumerevoli ragazzi, ragazze e famiglie hanno beneficiato dell'impegno abnegato dei religiosi nella guida spirituale, nell'educazione e nell'opera sociale e sanitaria. Di particolare valore e bellezza è la vita di preghiera delle comunità contemplative della regione. La vostra sollecitudine pastorale per il calo delle vocazioni religiose esemplifica il vostro profondo apprezzamento della vita consacrata. Anche io mi rivolgo alle comunità religiose, incoraggiandole a riaffermare la propria vocazione con fiducia e, guidate dallo Spirito Santo, a proporre di nuovo ai giovani l'ideale di consacrazione e di missione. I tesori spirituali dei loro rispettivi carismi illuminano splendidamente i modi in cui il Signore chiama i giovani a intraprendere la vita di amore per Gesù e, in Lui, per ogni componente della famiglia umana (cfr Vita consecrata, n. 3).
Cari fratelli, ognuno di voi sente la grande responsabilità di fare tutto il possibile per sostenere il matrimonio e la vita familiare, fonte primaria di coesione all'interno delle comunità e dunque di un'importanza capitale agli occhi delle autorità civili. A tale proposito, l'ampia rete di scuole cattoliche in tutta la vostra regione apporta un grande contributo. I valori radicati nel cammino di verità offerto da Cristo illuminano la mente e il cuore dei giovani e li portano a seguire la via della fedeltà, della responsabilità e della libertà vera. Buoni giovani cristiani costituiscono buoni cittadini! Sono certo che sarà fatto tutto il possibile per incoraggiare la specificità cattolica delle vostre scuole che, nel corso delle generazioni passate, hanno reso importanti servizi ai vostri popoli.

Pertanto non dubito che i giovani adulti delle vostre diocesi sapranno discernere che spetta loro, in modo urgente, contribuire allo sviluppo economico e sociale della regione, poiché si tratta di una dimensione essenziale della loro testimonianza cristiana.

Con affetto fraterno offro queste riflessioni, volendo confermarvi nel vostro desiderio di intensificare gli appelli alla testimonianza e all'evangelizzazione che scaturiscono dall'incontro con Cristo. Uniti nella proclamazione della Buona Novella di Gesù Cristo, andate avanti nella speranza! Vi prego di assicurare tutti i vostri seminaristi e sacerdoti, religiosi e laici, incluse in particolare le considerevoli comunità di immigrati, delle mie preghiere e della mia comunione spirituale.
A voi tutti, imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 7-8 aprile 2008)


L'indirizzo d'omaggio del presidente della Conferenza episcopale

Durante l'udienza, il presidente della Conferenza episcopale delle Antille, monsignor Lawrence A. Burke, arcivescovo di Kingston in Jamaica, ha rivolto a Benedetto XVI l'indirizzo d'omaggio che pubblichiamo in una nostra traduzione italiana:

Santissimo Padre,

è un privilegio per noi, vescovi della Conferenza episcopale delle Antille, incontrare lei, il successore di Pietro. La ringraziamo per averci ricevuto e per il suo ministero di ispirazione per la Chiesa universale. Siamo lieti di esprimere la nostra fedeltà a lei, nostro sommo Pastore, e al magistero della Chiesa.
Rappresento uno straordinario gruppo di vescovi, uomini che sono vicini al nostro popolo e che fanno sì che la luce del Vangelo e la nostra tradizione cattolica abbiano un influsso sulle realtà e le sfide che impegnano il nostro popolo caraibico.
Il nostro popolo ama la Parola. Siamo quindi lieti del fatto che il Sinodo dei Vescovi di quest'anno rifletterà sulla Parola di Dio nella vita della Chiesa. Speriamo che la preparazione e i risultati di questo evento produrranno uno zelo rinnovato per proclamare e vivere la Parola di Dio, che è un dono alla Chiesa e un segno potente dell'amore di Dio per noi, il suo Popolo.
Il nostro popolo è anche un popolo dalla fede salda, che sempre loda e rende grazie a Dio, anche quando vive nel bisogno e nella estrema povertà. È paziente, amorevole e caritatevole pur sperando oltre ogni speranza.
Tuttavia, al di sotto della superficie, la memoria collettiva e la psiche del nostro popolo sono molto segnate. La colonizzazione della regione iniziò con lo sterminio di quasi tutta l'originaria popolazione indigena ad eccezione di piccoli gruppi nel Belize, in Guyana, nel Suriname e in Dominica.
La stragrande maggioranza del nostro popolo possiede antenati che furono brutalmente costretti a lasciare le proprie famiglie in Africa, soffrirono i trattamenti indegni e le umiliazioni legati al passaggio intermedio e furono deportati come schiavi nelle piantagioni della regione.
Questa storia ha avuto effetti profondamente negativi sull'idea e sull'accettazione di sé con conseguenze devastanti sulla vita familiare e sulle vocazioni. Al giorno d'oggi ciò è peggiorato da tutta la dilagante cultura di promiscuità e piacere senza limiti.
È in una società come questa, immersa nel secolarismo, nel materialismo, nel consumismo e nell'individualismo che noi vescovi continuiamo a promuovere con fiducia i valori del Vangelo di Gesù Cristo quale fonte autentica di verità, vita, speranza, gioia e libertà per il nostro popolo.
Nel nostro incontro plenario annuale abbiamo deciso di:
rinvigorire la presenza cattolica e i valori nelle nostre scuole;
introdurre, come parte del mandato della missione continentale di Aparecida, un programma triennale per evidenziare la sequela e la missione quale parte integrale della vocazione cristiana;
procurarci tutti gli strumenti necessari a soddisfare le necessità del nostro seminario regionale e ad elaborare nuove strategie per incrementare le vocazioni sacerdotali.
Abbiamo anche approvato la pubblicazione di una lettera pastorale, On the gift of life, in cui proclamiamo, celebriamo e serviamo il dono di vita e affermiamo l'insegnamento della Chiesa a proposito della dignità intrinseca di ogni essere umano. Lo abbiamo fatto in risposta all'aumento della criminalità violenta e alla richiesta di legalizzare l'aborto e di reintrodurre o applicare la pena di morte.
Proseguendo il cammino con il nostro popolo affidiamo quest'ultimo e le nostre iniziative pastorali alla Santissima Trinità attraverso l'intercessione della nostra beatissima Madre Maria che credette nelle parole che le furono dette: "Nulla è impossibile a Dio".

(©L'Osservatore Romano - 7-8 aprile 2008)

domenica 6 aprile 2008

Il Papa: "Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza"


(Caravaggio, "Cena di Emmaus")

PAROLE DEL SANTO PADRE E REGINA COELI: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

Benedetto XVI: "Emmaus è ogni luogo" (Fabio Zavattaro commenta il Regina Coeli del Santo Padre)

Il Papa al Regina Caeli:come per i discepoli di Emmaus, la fede va irrobustita ogni giorno non con parole umane ma con la Parola di Dio e l’Eucaristia

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DEL REGINA COELI, 06.04.2008

Alle ore 12 di oggi, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare il Regina Coeli con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana del tempo pasquale:

PRIMA DEL REGINA COELI

Cari fratelli e sorelle,

il Vangelo di questa domenica – la terza di Pasqua – è il celebre racconto detto dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35).
Vi si narra di due seguaci di Cristo i quali, nel giorno dopo il sabato, cioè il terzo dalla sua morte, tristi e abbattuti lasciarono Gerusalemme diretti ad un villaggio poco distante chiamato, appunto, Emmaus.

Lungo la strada si affiancò ad essi Gesù risorto, ma loro non lo riconobbero. Sentendoli sconfortati, egli spiegò, sulla base delle Scritture, che il Messia doveva patire e morire per giungere alla sua gloria. Entrato poi con loro in casa, sedette a mensa, benedisse il pane e lo spezzò, e a quel punto essi lo riconobbero, ma lui sparì dalla loro vista, lasciandoli pieni di meraviglia dinanzi a quel pane spezzato, nuovo segno della sua presenza. E subito i due tornarono a Gerusalemme e raccontarono l’accaduto agli altri discepoli.

La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo: la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna.

Nel colloquio dei discepoli con l’ignoto viandante colpisce l’espressione che l’evangelista Luca pone sulle labbra di uno di loro: "Noi speravamo…" (24,21).

Questo verbo al passato dice tutto: Abbiamo creduto, abbiamo seguito, abbiamo sperato…, ma ormai tutto è finito. Anche Gesù di Nazaret, che si era dimostrato profeta potente in opere e in parole, ha fallito, e noi siamo rimasti delusi.

Questo dramma dei discepoli di Emmaus appare come uno specchio della situazione di molti cristiani del nostro tempo. Sembra che la speranza della fede sia fallita. La stessa fede entra in crisi a causa di esperienze negative che ci fanno sentire abbandonati dal Signore. Ma questa strada per Emmaus, sulla quale camminiamo, può divenire via di una purificazione e maturazione del nostro credere in Dio. Anche oggi possiamo entrare in colloquio con Gesù ascoltando la Sua Parola.

Anche oggi, Egli spezza il pane per noi e dà Se stesso come il nostro Pane. E così l’incontro con Cristo Risorto, che è possibile anche oggi, ci dona una fede più profonda e autentica, temprata, per così dire, attraverso il fuoco dell’evento pasquale; una fede robusta perché si nutre non di idee umane, ma della Parola di Dio e della sua presenza reale nell’Eucaristia.

Questo stupendo testo evangelico contiene già la struttura della Santa Messa: nella prima parte l’ascolto della Parola attraverso le Sacre Scritture; nella seconda la liturgia eucaristica e la comunione con Cristo presente nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Nutrendosi a questa duplice mensa, la Chiesa si edifica incessantemente e si rinnova di giorno in giorno nella fede, nella speranza e nella carità.

Per intercessione di Maria Santissima, preghiamo affinché ogni cristiano ed ogni comunità, rivivendo l’esperienza dei discepoli di Emmaus, riscopra la grazia dell’incontro trasformante con il Signore risorto.

DOPO IL REGINA COELI

Si è concluso stamani, con la Celebrazione eucaristica nella Basilica di San Pietro, il primo Congresso mondiale sulla Divina Misericordia. Ringrazio gli organizzatori, in particolare il Vicariato di Roma, e a tutti i partecipanti rivolgo il mio cordiale saluto, che diventa ora una consegna: andate e siate testimoni della misericordia di Dio, sorgente di speranza per ogni uomo e per il mondo intero. Il Signore risorto sia sempre con voi!

Si celebra oggi la Giornata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nel ricordo della Serva di Dio Armida Barelli, co-fondatrice dell’Ateneo insieme con Padre Gemelli e grande animatrice della gioventù femminile di Azione Cattolica nella prima metà del secolo scorso. Auspico che l’odierna ricorrenza contribuisca a rinnovare l’impegno di questa importante istituzione per una cultura popolare cattolica.

Saluto i numerosi membri del Movimento dei Focolari impegnati come catechisti nelle parrocchie, venuti da molti Paesi del mondo, ed auguro ogni bene per il servizio che rendono alla diffusione e all’accoglienza della Parola di Dio.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 5 aprile 2008

Il Papa: "I nonni ritornino ad essere presenza viva nella famiglia, nella Chiesa e nella società"


Vedi anche:

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

Testimonianze dai vari continenti a conclusione dei lavori nell'Aula del Sinodo: "In tutte le società i nonni educano ai valori" (Osservatore)

Il Papa: "Aiutare chi ha divorziato o abortito" (Libero e Il Messaggero)

Il Papa: "Divorzio e aborto colpe gravi ma la Chiesa aiuti le persone": i commenti di Galeazzi e Bartoloni

Il Papa: "Ripartire dai nonni, presenza viva nella famiglia, per rispondere alla mentalità individualistica". Intervista al card. Hummes (Radio V.)

Il Papa: "Vicini a chi soffre per aborto e divorzio" (Paglialunga)

Il Papa parla di aborto (e non è un’ingerenza). Benedetto vola più in alto di certi politici ed intellettuali ottocenteschi...(Brambilla)

Divorzio e aborto colpe gravi. Ma le persone vanno aiutate (Bobbio)

"Imbarazzo" dei giornaloni per le parole del Papa su divorzio e aborto...eppure quando Tettamanzi parlò di accoglienza ottenne plausi e prime pagine

UDIENZA AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA PLENARIA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, 05.04.2008

A fine mattinata, nella Sala Clementina, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia che ha avuto per tema: "I nonni: la loro testimonianza e presenza nella famiglia" e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!


Sono lieto di incontrarvi al termine della XVIII Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che ha avuto per tema: "I nonni: la loro testimonianza e presenza nella famiglia".
Vi ringrazio per aver accolto la mia proposta di Valencia, dove dissi: "Mai, per nessuna ragione, i nonni siano esclusi dall’ambito familiare. Essi sono un tesoro che non possiamo strappare alle nuove generazioni, soprattutto quando danno testimonianza di fede".
Saluto in particolare il Cardinale Ricardo Vidal, Arcivescovo di Cebu, membro del Comitato di Presidenza, che si è fatto interprete dei sentimenti di tutti voi, e rivolgo un affettuoso pensiero al caro Cardinale Alfonso López Trujillo, che da 18 anni guida il Dicastero con passione e competenza. Sentiamo la sua mancanza in mezzo a noi. A lui il nostro augurio di pronta guarigione e la nostra preghiera.

Il tema che avete affrontato è a tutti molto familiare. Chi non ricorda i suoi nonni? Chi può dimenticare la loro presenza e la loro testimonianza nel focolare domestico? Quanti tra di noi ne portano il nome in segno di continuità e di riconoscenza!

E’ consuetudine nelle famiglie, dopo la loro dipartita, ricordarne l’anniversario con la celebrazione della Messa in loro suffragio e, se possibile, con una visita al cimitero. Questi ed altri gesti di amore e di fede sono la manifestazione della nostra gratitudine nei loro confronti. Essi per noi si sono donati, si sono sacrificati, in certi casi si sono anche immolati.

La Chiesa ha sempre avuto nei riguardi dei nonni un’attenzione particolare, riconoscendo loro una grande ricchezza sotto il profilo umano e sociale, come pure sotto quello religioso e spirituale.

I miei venerati Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II – di quest’ultimo abbiamo appena celebrato il terzo anniversario della morte – sono intervenuti più volte sottolineando la considerazione che la comunità ecclesiale ha per gli anziani, per la loro dedizione e la loro spiritualità. In particolare, Giovanni Paolo II, durante il Giubileo dell’Anno 2000, convocò nel settembre in Piazza San Pietro il mondo della "terza età" e in quella circostanza ebbe a dire: "Nonostante le limitazioni sopraggiunte con l’età, conservo il gusto della vita. Ne ringrazio il Signore. E’ bello potersi spendere fino alla fine per la causa del Regno di Dio".
Sono parole contenute nel messaggio che circa un anno prima, nell’ottobre del 1999, egli aveva indirizzato agli anziani e che conserva intatta la sua attualità umana, sociale e culturale.

La vostra Assemblea Plenaria ha affrontato il tema della presenza dei nonni nella famiglia, nella Chiesa e nella società, con uno sguardo capace di comprendere il passato, il presente e il futuro. Analizziamo brevemente questi tre momenti. In passato i nonni avevano un ruolo importante nella vita e nella crescita della famiglia.

Anche quando l’età avanzava, essi continuavano ad essere presenti con i loro figli, con i nipoti e magari i pronipoti, dando viva testimonianza di premura, di sacrificio e di un quotidiano donarsi senza riserve. Erano testimoni di una storia personale e comunitaria che continuava a vivere nei loro ricordi e nella loro saggezza.

Oggi, l’evoluzione economica e sociale ha portato profonde trasformazioni nella vita delle famiglie. Gli anziani, tra cui molti nonni, si sono trovati in una sorta di "zona di parcheggio": alcuni si accorgono di essere un peso in famiglia e preferiscono vivere soli o in case di riposo, con tutte le conseguenze che queste scelte comportano.

Da più parti poi sembra purtroppo avanzare la "cultura della morte", che insidia anche la stagione della terza età. Con crescente insistenza si giunge persino a proporre l’eutanasia come soluzione per risolvere certe situazioni difficili. La vecchiaia, con i suoi problemi legati anche ai nuovi contesti familiari e sociali a causa dello sviluppo moderno, va valutata con attenzione e sempre alla luce della verità sull’uomo, sulla famiglia e sulla comunità. Occorre sempre reagire con forza a ciò che disumanizza la società.

Le comunità parrocchiali e diocesane sono fortemente interpellate da queste problematiche e stanno cercando di venire incontro alle moderne esigenze degli anziani. Ci sono associazioni e movimenti ecclesiali che hanno abbracciato questa causa importante e urgente. Occorre unirsi per sconfiggere insieme ogni emarginazione, perché ad essere travolti dalla mentalità individualistica non sono solo loro – i nonni, le nonne, gli anziani – ma tutti. Se i nonni, come spesso e da più parti si dice, costituiscono una preziosa risorsa, occorre mettere in atto scelte coerenti che permettano di valorizzarla al meglio.

Ritornino i nonni ad essere presenza viva nella famiglia, nella Chiesa e nella società. Per quanto riguarda la famiglia, i nonni continuino ad essere testimoni di unità, di valori fondati sulla fedeltà ad un unico amore che genera la fede e la gioia di vivere. I cosiddetti nuovi modelli di famiglia ed il relativismo dilagante hanno indebolito questi valori fondamentali del nucleo familiare.

I mali della nostra società – come giustamente avete osservato nel corso dei vostri lavori – hanno bisogno di urgenti rimedi. Di fronte alla crisi della famiglia non si potrebbe forse proprio ripartire dalla presenza e dalla testimonianza di coloro – i nonni – che hanno una maggiore robustezza di valori e di progetti? Non si può, infatti, progettare il futuro senza rifarsi ad un passato carico di esperienze significative e di punti di riferimento spirituale e morale.

Pensando ai nonni, alla loro testimonianza di amore e di fedeltà alla vita, vengono in mente le figure bibliche di Abramo e Sara, di Elisabetta e Zaccaria, di Gioacchino e Anna, come pure gli anziani Simeone e Anna, o anche Nicodemo: tutti costoro ci ricordano come in ogni età il Signore chiede a ciascuno l’apporto dei propri talenti.

Rivolgiamo ora lo sguardo verso il VI Incontro Mondiale delle Famiglie, che si celebrerà in Messico nel gennaio del 2009. Saluto e ringrazio il Cardinale Norberto Rivera Carrera, Arcivescovo di México, qui presente, per quanto ha già realizzato in questi mesi di preparazione insieme con i suoi collaboratori. Tutte le famiglie cristiane del mondo guardano a questa nazione "sempre fedele" alla Chiesa, che aprirà le porte a tutte le famiglie del mondo. Invito le comunità ecclesiali, specialmente i gruppi familiari, i movimenti e le associazioni di famiglie, a preparasi spiritualmente a questo evento di grazia. Venerati e cari Fratelli, vi ringrazio di nuovo per la vostra visita e per il lavoro svolto in questi giorni; vi assicuro il mio ricordo nella preghiera e di cuore imparto a voi e ai vostri cari la Benedizione Apostolica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana


L'indirizzo d'omaggio del cardinale Vidal

All'inizio dell'udienza, il cardinale Ricardo J. Vidal, arcivescovo di Cebu, membro del Comitato di Presidenza del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha rivolto al Papa il seguente indirizzo d'omaggio:

Santo Padre,

proviamo grande gioia nell'essere ricevuti da Vostra Santità e vi siamo molto grati per il tema scelto per la nostra plenaria: "I nonni: la loro testimonianza e presenza nella famiglia".
Cardinali, arcivescovi, vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e tutti i partecipanti all'assemblea plenaria porgono alla Santità Vostra i più deferenti ossequi.
Padre Santo, il saluto più fraterno e sincero lo invia il cardinale Alfonso López Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Egli desiderava tanto essere presente ed esprimere personalmente a Vostra Santità parole di profonda gratitudine. Purtroppo, problemi di salute gli hanno impedito di prendere parte a questo momento così significativo per lui, per il Pontificio Consiglio per la Famiglia e per tutti noi. Preghiamo per il nostro Cardinale affinché possa al più presto recuperare le forze. É stato lui architetto e anima della nostra plenaria.
Il tema dell'assemblea ci sembrava così importante che abbiamo invitato al nostro incontro i rappresentanti di vari movimenti che lavorano in favore della famiglia e della vita. La problematica dei nonni non è sconosciuta a nessuno.
Vostra Santità ci ha illuminati per mezzo delle parole pronunciate a Valencia durante il quinto Incontro mondiale delle famiglie, quando ha detto: "Desidero rivolgermi ai nonni, così importanti nelle famiglie. Essi possono essere - e a volte sono - i garanti dell'affetto e della tenerezza che ogni essere umano ha bisogno di dare e di ricevere. Essi offrono ai piccoli la prospettiva del tempo, sono memoria e ricchezza delle famiglie...".
Dalle nostre riflessioni, dalle discussioni e dalle proposte sono emersi sentimenti di gratitudine nei riguardi dei nonni, persone cariche di affetto, di delicatezza, di autorevolezza e di bontà, che trasmettono amorevolmente valori religiosi e morali.
Durante il nostro lavoro, ci siamo anche occupati della crisi della famiglia e delle possibilità per superarla, come anche delle problematiche trattate nell'enciclica Humanae vitae, nel quarantesimo anniversario della pubblicazione. Non poteva mancare un'informazione sullo stato dei preparativi al sesto Incontro mondiale delle famiglie, che si svolgerà in Messico nel gennaio 2009.
Santo Padre, siamo venuti qui oggi per riascoltare la vostra sapiente parola, è amore per la verità, annunciata con passione e con fedeltà alla Parola rivelata, alla Chiesa e al mondo contemporaneo.
Le chiediamo umilmente la benedizione apostolica.

(©L'Osservatore Romano - 6 aprile 2008)

Divorzio e aborto sono colpe gravi, ma la Chiesa ha il dovere primario di accostarsi con amore e delicatezza alle persone che ne portano le ferite...


Vedi anche:

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

Il Papa tende la mano e invita la Chiesa a una maggiore comprensione verso chi ha divorziato o abortito (De Carli)

I sì della Chiesa alle persone ferite del nostro tempo: D'Agostino commenta il discorso del Papa su aborto e divorzio (Avvenire)

Il Papa: "Aiutare chi ha divorziato o abortito" (Libero e Il Messaggero)

Il Papa: "Divorzio e aborto colpe gravi ma la Chiesa aiuti le persone": i commenti di Galeazzi e Bartoloni

Benedetto XVI: aborto e il divorzio sono “colpe gravi”, ma nei confronti di chi le compie la Chiesa deve “accostarsi con amore e delicatezza" (R.V.)

Il Papa: "Vicini a chi soffre per aborto e divorzio" (Paglialunga)

Il Papa parla di aborto (e non è un’ingerenza). Benedetto vola più in alto di certi politici ed intellettuali ottocenteschi...(Brambilla)

Divorzio e aborto colpe gravi. Ma le persone vanno aiutate (Bobbio)

"Imbarazzo" dei giornaloni per le parole del Papa su divorzio e aborto...eppure quando Tettamanzi parlò di accoglienza ottenne plausi e prime pagine

IL PAPA: AIUTARE CHI SOFFRE PER L'ABORTO ED IL DIVORZIO

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO INTERNAZIONALE PROMOSSO DAL PONTIFICIO ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II PER STUDI SU MATRIMONIO E FAMIGLIA, DELLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ LATERANENSE, 05.04.2008

Alle 11 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i partecipanti al Congresso Internazionale promosso dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su matrimonio e famiglia, della Pontificia Università Lateranense, in collaborazione con i Knights of Columbus, sul tema: "L’olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe dell’aborto e del divorzio".
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha loro rivolto:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!


E’ con grande gioia che mi incontro con voi in occasione del Congresso Internazionale "L’olio sulle ferite". Una risposta alle piaghe dell’aborto e del divorzio, promosso dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, in collaborazione con i Knights of Columbus. Mi compiaccio con voi per la tematica che è oggetto delle vostre riflessioni di questi giorni, quanto mai attuale e complessa, e in particolare per il riferimento alla parabola del buon samaritano (Lc 10, 25-37), che avete scelto come chiave per accostarvi alle piaghe dell’aborto e del divorzio, le quali tanta sofferenza comportano nella vita delle persone, delle famiglie e della società. Sì, davvero gli uomini e le donne dei nostri giorni si trovano talvolta spogliati e feriti, ai margini delle strade che percorriamo, spesso senza che nessuno ascolti il loro grido di aiuto e si accosti alla loro pena, per alleviarla e curarla.

Nel dibattito, spesso puramente ideologico, si crea nei loro confronti una specie di congiura del silenzio. Solo nell’atteggiamento dell’amore misericordioso ci si può avvicinare per portare soccorso e permettere alle vittime di rialzarsi e di riprendere il cammino dell’esistenza.

In un contesto culturale segnato da un crescente individualismo, dall’edonismo e, troppo spesso, anche da mancanza di solidarietà e di adeguato sostegno sociale, la libertà umana, di fronte alle difficoltà della vita, è portata nella sua fragilità a decisioni in contrasto con l’indissolubilità del patto coniugale o con il rispetto dovuto alla vita umana appena concepita ed ancora custodita nel seno materno.

Divorzio e aborto sono scelte di natura certo differente, talvolta maturate in circostanze difficili e drammatiche, che comportano spesso traumi e sono fonte di profonde sofferenze per chi le compie. Esse colpiscono anche vittime innocenti: il bambino appena concepito e non ancora nato, i figli coinvolti nella rottura dei legami familiari. In tutti lasciano ferite che segnano la vita indelebilmente.

Il giudizio etico della Chiesa a riguardo del divorzio e dell’aborto procurato è chiaro e a tutti noto: si tratta di colpe gravi che, in misura diversa e fatta salva la valutazione delle responsabilità soggettive, ledono la dignità della persona umana, implicano una profonda ingiustizia nei rapporti umani e sociali e offendono Dio stesso, garante del patto coniugale ed autore della vita.

E tuttavia la Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha sempre di fronte le persone concrete, soprattutto quelle più deboli e innocenti, che sono vittime delle ingiustizie e dei peccati, ed anche quegli altri uomini e donne, che avendo compiuto tali atti si sono macchiati di colpe e ne portano le ferite interiori, cercando la pace e la possibilità di una ripresa.

A queste persone la Chiesa ha il dovere primario di accostarsi con amore e delicatezza, con premura e attenzione materna, per annunciare la vicinanza misericordiosa di Dio in Gesù Cristo.

E’ lui infatti, come insegnano i Padri, il vero Buon Samaritano, che si è fatto nostro prossimo, che versa l’olio e il vino sulle nostre piaghe e che ci conduce nella locanda, la Chiesa, in cui ci fa curare, affidandoci ai suoi ministri e pagando di persona in anticipo per la nostra guarigione.

Sì, il vangelo dell’amore e della vita è anche sempre vangelo della misericordia, che si rivolge all’uomo concreto e peccatore che noi siamo, per risollevarlo da qualsiasi caduta, per ristabilirlo da qualsiasi ferita.

Il mio amato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, di cui abbiamo appena celebrato il terzo anniversario della morte, inaugurando il nuovo santuario della Divina Misericordia a Cracovia ebbe a dire: «Non esiste per l’uomo altra fonte di speranza, al di fuori della misericordia di Dio» (17 agosto 2002). A partire da questa misericordia la Chiesa coltiva un’indomabile fiducia nell’uomo e nella sua capacità di riprendersi.

Essa sa che, con l’aiuto della grazia, la libertà umana è capace del dono di sé definitivo e fedele, che rende possibile il matrimonio di un uomo e una donna come patto indissolubile, che la libertà umana anche nelle circostanze più difficili è capace di straordinari gesti di sacrificio e di solidarietà per accogliere la vita di un nuovo essere umano.

Così si può vedere che i "no" che la Chiesa pronuncia nelle sue indicazioni morali e sui quali talvolta si ferma in modo unilaterale l’attenzione dell’opinione pubblica, sono in realtà dei grandi "sì" alla dignità della persona umana, alla sua vita e alla sua capacità di amare. Sono l’espressione della fiducia costante che, nonostante le loro debolezze, gli esseri umani sono in grado di corrispondere alla altissima vocazione per cui sono stati creati: quella di amare.

In quella stessa occasione, Giovanni Paolo II proseguiva: «Bisogna trasmettere al mondo questo fuoco della misericordia. Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace». Si innesta qui il grande compito dei discepoli del Signore Gesù, che si trovano compagni di cammino con tanti fratelli, uomini e donne di buona volontà. Il loro programma, il programma del buon samaritano, è «un cuore che vede. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente» (Enc. Deus caritas est, 31). In questi giorni di riflessione e di dialogo vi siete chinati sulle vittime colpite dalle ferite del divorzio e dell’aborto.

Avete innanzitutto constatato le sofferenze, talvolta traumatiche, che colpiscono i cosiddetti "figli del divorzio", segnando la loro vita fino a renderne molto più difficile il cammino. E’ infatti inevitabile che quando si spezza il patto coniugale ne soffrano soprattutto i figli, che sono il segno vivente della sua indissolubilità.

L’attenzione solidale e pastorale dovrà quindi mirare a far sì che i figli non siano vittime innocenti dei conflitti tra i genitori che divorziano, che sia per quanto possibile assicurata la continuità del legame con i loro genitori ed anche quel rapporto con le proprie origini familiari e sociali che è indispensabile per una equilibrata crescita psicologica e umana.

Avete anche volto la vostra attenzione al dramma dell’aborto procurato, che lascia segni profondi, talvolta indelebili nella donna che lo compie e nelle persone che la circondano, e che produce conseguenze devastanti sulla famiglia e sulla società, anche per la mentalità materialistica di disprezzo della vita, che favorisce. Quante egoistiche complicità stanno spesso alla radice di una decisione sofferta che tante donne hanno dovute affrontare da sole e di cui portano nell’animo una ferita non ancora rimarginata! Benché quanto compiuto rimanga una grave ingiustizia e non sia in sé rimediabile, faccio mia l’esortazione rivolta, nell’Enciclica Evangelium vitae, alle donne che hanno fatto ricorso all’aborto: "Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare con speranza il vostro bambino" (n. 99).

Esprimo profondo apprezzamento a tutte quelle iniziative sociali e pastorali che sono rivolte alla riconciliazione e alla cura delle persone ferite dal dramma dell’aborto e del divorzio. Esse costituiscono, insieme con tante altre forme di impegno, elementi essenziali per la costruzione di quella civiltà dell’amore, di cui mai come oggi l’umanità ha bisogno.

Nell’implorare dal Signore Dio misericordioso che vi assimili sempre più a Gesù, Buon Samaritano, perché il suo Spirito vi insegni a guardare con occhi nuovi la realtà dei fratelli che soffrono, vi aiuti a pensare con criteri nuovi e vi spinga ad agire con slancio generoso nella prospettiva di un’autentica civiltà dell’amore e della vita, a tutti imparto una speciale Benedizione Apostolica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana


L'indirizzo d'omaggio di monsignor Melina

All'inizio dell'udienza, il preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, monsignor Livio Melina, ha rivolto a Benedetto XVI il seguente saluto:

Santo Padre,

sono lieto di presentarle i partecipanti al Congresso internazionale "L'olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe dell'aborto e del divorzio", che si sta svolgendo in questi giorni a Roma, organizzato dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, in collaborazione con i Knights of Columbus.
È stato il professor Carl Anderson, Supremo Cavaliere dei Knights of Columbus ma anche vice preside della sezione di Washington del nostro Istituto, durante un recente corso a Roma a suggerire l'idea di promuovere l'ascolto e la riflessione sulle sofferenze di coloro che hanno vissuto il trauma di un aborto procurato o del divorzio dei propri genitori.
Il nostro Congresso sta meditando la parabola del buon samaritano, ispirato da un passaggio della sua enciclica Deus caritas est, dove si dice che "il programma del cristiano, il programma del buon samaritano, il programma di Gesù è "un cuore che vede". Questo cuore vede dove c'è bisogno di amore e agisce in maniera conseguente" (n. 31). L'analisi delle diverse dimensioni di queste due problematiche vuole spingere ad un'azione pastorale mossa dalla carità, che tenga in considerazione le persone concrete, al di là di ogni ideologia.
Santità le siamo infinitamente grati per il suo magistero e la paternità con cui ci accoglie oggi e le chiediamo di illuminarci con la sua parola e di benedire il nostro impegno a servizio della vita e dell'amore, e in particolare di coloro che portano in sé le piaghe profonde provocate da aborto e divorzio.

(©L'Osservatore Romano - 6 aprile 2008)

venerdì 4 aprile 2008

Benedetto XVI alla Papal Foundation: "La fede nel Risorto è la fonte dell'amore della Chiesa per i poveri"


Vedi anche:

Benedetto XVI: la risurrezione, fonte del servizio d'amore della Chiesa. Udienza ai membri della Papal Foundation (Zenit, Radio Vaticana)

Il discorso del Pontefice ai membri della Papal Foundation

La fede nel Risorto è la fonte dell'amore della Chiesa per i poveri

La vittoria di Cristo sulla morte e sul peccato è la fonte autentica del servizio che la Chiesa rende ai poveri e ai sofferenti nel mondo. Lo ha ricordato Benedetto XVI rivolgendosi, venerdì mattina 4 aprile, ai membri della Papal Foundation, ricevuti in udienza nella Sala Clementina. Il Papa ha ringraziato per l'impegno della fondazione nel sostenere questa missione della Chiesa.

Pubblichiamo qui di seguito una nostra traduzione in italiano del discorso pronunciato dal Papa.

Cari Fratelli Vescovi,
Cari amici in Cristo
,

porgo un caloroso benvenuto a voi, rappresentanti della Papal Foundation, nel periodo in cui continuate a celebrare la gloriosa resurrezione di nostro Signore in questo benedetto tempo pasquale.
"Il Signore è risorto!".

Questa è stata la risposta degli Undici ai discepoli provenienti da Emmaus, che avevano riconosciuto Gesù nella frazione del pane ed erano corsi a unirsi a loro a Gerusalemme (cfr Lc 24, 33-40). L'incontro con il Signore risorto trasformò la loro tristezza in gioia, la loro delusione in speranza. La loro testimonianza di fede instilla in noi la ferma convinzione che Cristo vive fra noi, concedendoci doni che ci permettono di essere messaggeri di speranza nel mondo di oggi. La fonte autentica del servizio di amore della Chiesa, mentre lotta per alleviare la sofferenza dei poveri e dei deboli, si può trovare nella sua fede incrollabile nel fatto che il Signore abbia definitivamente vinto il peccato e la morte e che essa, nel servire i suoi fratelli e le sue sorelle, serva il Signore stesso fino al suo ritorno nella gloria (cfr Mt 25, 31-46; Deus caritas est, n. 19).
Cari amici, sono lieto di avere l'occasione di esprimere gratitudine per il generoso sostegno che la Papal Foundation offre mediante progetti di aiuto e borse di studio che mi assistono nello svolgimento del mio ministero apostolico per la Chiesa universale. Chiedo le vostre preghiere e vi assicuro delle mie. Che le vostre buone opere continuino a moltiplicarsi, riempiendo i nostri fratelli e le nostre sorelle della certa speranza che Gesù non cessa mai di donare la sua vita per noi nei Sacramenti cosicché possiamo provvedere ai bisogni spirituali e materiali di tutta la famiglia umana (cfr Deus caritas est, n. 25)!
Affidando voi e i vostri cari alla protezione della Beata Vergine Maria, imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica quale pegno di gioia e di pace nel Salvatore risorto.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 5 aprile 2008\)

mercoledì 2 aprile 2008

Il "non abbiate paura" di Papa Wojtyla non era fondato sulle forze umane ma solamente sulla Parola di Dio, sulla Croce e sulla Risurrezione di Cristo


Vedi anche:

Santa Messa di Benedetto XVI nel secondo anniversario della morte di Giovanni Paolo II, 2 aprile 2007

Benedetto XVI rende omaggio a Giovanni Paolo II nel primo anniversario della morte (2 e 3 aprile 2006)

Card. Ratzinger: "Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice" (Omelia della Santa Messa esequiale per il defunto Pontefice, Giovanni Paolo II, 8 aprile 2005)

TERZO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIOVANNI PAOLO II: RASSEGNA STAMPA

OMELIA DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

CAPPELLA PAPALE NEL TERZO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II, 02.04.2008

Questa mattina, alle ore 10.30, il Santo Padre Benedetto XVI presiede, sul sagrato della Basilica Vaticana, la celebrazione della Santa Messa con i Cardinali nel III anniversario della morte del Servo di Dio il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della Celebrazione Eucaristica:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

La data del 2 aprile è rimasta impressa nella memoria della Chiesa come il giorno della partenza da questo mondo del servo di Dio Papa Giovanni Paolo II. Riviviamo con emozione le ore di quel sabato sera, quando la notizia della morte fu accolta da una grande folla in preghiera che gremiva Piazza San Pietro. Per diversi giorni la Basilica Vaticana e questa Piazza sono state davvero il cuore del mondo. Un fiume ininterrotto di pellegrini rese omaggio alla salma del venerato Pontefice e i suoi funerali segnarono un’ulteriore testimonianza della stima e dell’affetto, che egli aveva conquistato nell’animo di tantissimi credenti e di persone d’ogni parte della terra.

Come tre anni fa, anche oggi non è passato molto tempo dalla Pasqua. Il cuore della Chiesa è ancora profondamente immerso nel mistero della Risurrezione del Signore. In verità, possiamo leggere tutta la vita del mio amato Predecessore, in particolare il suo ministero petrino, nel segno del Cristo Risorto. Egli nutriva una fede straordinaria in Lui, e con Lui intratteneva una conversazione intima, singolare e ininterrotta. Tra le tante qualità umane e soprannaturali, aveva infatti anche quella di un’eccezionale sensibilità spirituale e mistica.

Bastava osservarlo quando pregava: si immergeva letteralmente in Dio e sembrava che tutto il resto in quei momenti gli fosse estraneo. Le celebrazioni liturgiche lo vedevano attento al mistero-in-atto, con una spiccata capacità di cogliere l’eloquenza della Parola di Dio nel divenire della storia, al livello profondo del disegno di Dio. La Santa Messa, come spesso ha ripetuto, era per lui il centro di ogni giornata e dell’intera esistenza. La realtà "viva e santa" dell’Eucaristia gli dava l’energia spirituale per guidare il Popolo di Dio nel cammino della storia.

Giovanni Paolo II si è spento alla vigilia della seconda Domenica di Pasqua; al compiersi del "giorno che ha fatto il Signore". La sua agonia si è svolta tutta entro questo "giorno", in questo spazio-tempo nuovo che è l’"ottavo giorno", voluto dalla Santissima Trinità mediante l’opera del Verbo incarnato, morto e risorto. In questa dimensione spirituale il Papa Giovanni Paolo II più volte ha dato prova di trovarsi in qualche modo immerso già prima, durante la sua vita, e specialmente nell’adempimento della missione di Sommo Pontefice.

Il suo pontificato, nel suo insieme e in tanti momenti specifici, ci appare infatti come un segno e una testimonianza della Risurrezione di Cristo. Il dinamismo pasquale, che ha reso l’esistenza di Giovanni Paolo II una risposta totale alla chiamata del Signore, non poteva esprimersi senza partecipazione alle sofferenze e alla morte del divino Maestro e Redentore.

"Certa è questa parola – afferma l’apostolo Paolo – se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo" (2 Tm 2,11-12).

Fin da bambino, Karol Wojtyła aveva sperimentato la verità di queste parole, incontrando sul suo cammino la croce, nella sua famiglia e nel suo popolo. Egli decise ben presto di portarla insieme con Gesù, seguendo le sue orme. Volle essere suo fedele servitore fino ad accogliere la chiamata al sacerdozio come dono ed impegno di tutta la vita. Con Lui visse e con Lui volle anche morire. E tutto ciò attraverso la singolare mediazione di Maria Santissima, Madre della Chiesa, Madre del Redentore intimamente e fattivamente associata al suo mistero salvifico di morte e risurrezione.

Ci guidano in questa riflessione rievocativa le Letture bibliche appena proclamate: "Non abbiate paura, voi!" (Mt 28,5). Le parole dell’angelo della risurrezione, rivolte alle donne presso il sepolcro vuoto, che ora abbiamo ascoltato, sono diventate una specie di motto sulle labbra del Papa Giovanni Paolo II, fin dal solenne inizio del suo ministero petrino.

Le ha ripetute più volte alla Chiesa e all’umanità in cammino verso il 2000, e poi attraverso quello storico traguardo e ancora oltre, all’alba del terzo millennio.

Le ha pronunciate sempre con inflessibile fermezza, dapprima brandendo il bastone pastorale culminante nella Croce e poi, quando le energie fisiche andavano scemando, quasi aggrappandosi ad esso, fino a quell’ultimo Venerdì Santo, in cui partecipò alla Via Crucis dalla Cappella privata stringendo tra le braccia la Croce. Non possiamo dimenticare quella sua ultima e silenziosa testimonianza di amore a Gesù.

Anche quella eloquente scena di umana sofferenza e di fede, in quell’ultimo Venerdì Santo, indicava ai credenti e al mondo il segreto di tutta la vita cristiana. Il suo "Non abbiate paura" non era fondato sulle forze umane, né sui successi ottenuti, ma solamente sulla Parola di Dio, sulla Croce e sulla Risurrezione di Cristo. Via via che egli veniva spogliato di tutto, da ultimo anche della stessa parola, questo affidamento a Cristo è apparso con crescente evidenza. Come accadde a Gesù, pure per Giovanni Paolo II alla fine le parole hanno lasciato il posto all’estremo sacrificio, al dono di sé. E la morte è stata il sigillo di un’esistenza tutta donata a Cristo, a Lui conformata anche fisicamente nei tratti della sofferenza e dell’abbandono fiducioso nella braccia del Padre celeste. "Lasciate che vada al Padre", queste – testimonia chi gli fu vicino – furono le sue ultime parole, a compimento di una vita totalmente protesa a conoscere e contemplare il volto del Signore.

Venerati e cari fratelli, vi ringrazio tutti per esservi uniti a me in questa santa Messa di suffragio per l’amato Giovanni Paolo II. Un pensiero particolare rivolgo ai partecipanti al primo Congresso mondiale sulla Divina Misericordia, che inizia proprio oggi, e che intende approfondire il suo ricco magistero su questo tema. La misericordia di Dio – lo disse egli stesso – è una chiave di lettura privilegiata del suo pontificato. Egli voleva che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio raggiungesse tutti gli uomini ed esortava i fedeli ad esserne testimoni (cfr Omelia a Cracovia-Łagiewniki, 18.8.2002). Per questo volle elevare all’onore degli altari suor Faustina Kowalska, umile Suora divenuta per un misterioso disegno divino messaggera profetica della Divina Misericordia. Il servo di Dio Giovanni Paolo II aveva conosciuto e vissuto personalmente le immani tragedie del XX secolo, e per molto tempo si domandò che cosa potesse arginare la marea del male. La risposta non poteva trovarsi che nell’amore di Dio. Solo la Divina Misericordia è infatti in grado di porre un limite al male; solo l’amore onnipotente di Dio può sconfiggere la prepotenza dei malvagi e il potere distruttivo dell’egoismo e dell’odio. Per questo, durante l’ultima visita in Polonia, tornando nella sua terra natale ebbe a dire: "Non c’è altra fonte di speranza per l’uomo che la misericordia di Dio" (ibid.).

Rendiamo grazie al Signore per aver donato alla Chiesa questo suo fedele e coraggioso servitore. Lodiamo e benediciamo la Beata Vergine Maria per avere vegliato incessantemente sulla sua persona e sul suo ministero, a beneficio del Popolo cristiano e dell’intera umanità. E mentre offriamo per la sua anima eletta il Sacrificio redentore, lo preghiamo di continuare a intercedere dal Cielo per ciascuno di noi, per me in modo speciale, che la Provvidenza ha chiamato a raccogliere la sua inestimabile eredità spirituale.

Possa la Chiesa, seguendone gli insegnamenti e gli esempi, proseguire fedelmente e senza compromessi la sua missione evangelizzatrice, diffondendo senza stancarsi l’amore misericordioso di Cristo, sorgente di vera pace per il mondo intero.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

SALUTI DEL SANTO PADRE AL TERMINE DELLA SANTA MESSA DI SUFFRAGIO PER IL PAPA GIOVANNI PAOLO II, 02.04.2008