lunedì 8 ottobre 2012

Lettera apostolica per la proclamazione a Dottore della Chiesa di San Giovanni d’Ávila, sacerdote diocesano

SINODO DEI VESCOVI SULLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE PER LA TRASMISSIONE DELLA FEDE CRISTIANA (7-28 OTTOBRE 2012): LO SPECIALE DEL BLOG

ANNO DELLA FEDE (11 OTTOBRE 2012 - 24 NOVEMBRE 2013): LO SPECIALE DEL BLOG


DISCORSI, OMELIE E MESSAGGI DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DEL SINODO SULLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE


LETTERA APOSTOLICA



San Giovanni d’Ávila, sacerdote diocesano, è proclamato Dottore della Chiesa universale.

A perpetua memoria

1. Caritas Christi urget nos (2 Cor 5, 14).  L’amore di Dio, manifestato in Gesù Cristo, è la chiave dell’esperienza personale e della dottrina del Santo Maestro di Ávila, un «predicatore evangelico» sempre ancorato  alla Sacra Scrittura, appassionato della verità e referente qualificato per la «Nuova Evangelizzazione».
Il primato della grazia che spinge a operare il bene, la promozione  di una spiritualità della fiducia e la chiamata universale alla santità vissuta come risposta all’amore di Dio, sono punti centrali dell’insegnamento di questo presbitero diocesano che dedicò la sua vita all’esercizio del suo ministero sacerdotale.
Il 4 marzo 1538, Papa Paolo III emise la Bolla  Altitudo Divinae Providentiae, diretta a Giovanni d’Ávila,  autorizzandolo a fondare l’Università di Baeza (Jaén), nella quale lo definì come “praedicatorem insignem Verbi Dei”. Il 14 marzo 1565 Pio iv emetteva una Bolla confermatoria delle facoltà concesse a tale Università nel 1538, nella quale lo designava come “Magistrum in theologia et verbi Dei praedicatorem insignem” (cfr. Biatiensis Universitas, 1968). I suoi contemporanei non esitarono a chiamarlo “Maestro”, titolo con cui figura fin dal 1538, e Papa Paolo VI, nell’omelia della sua canonizzazione, il 31 maggio 1970, esaltò la sua figura e la sua dottrina sacerdotale eccelsa, lo propose come modello di predicazione e di direzione delle anime, lo definì paladino della riforma ecclesiastica e sottolineò la sua costante influenza storica fino al momento presente. 

2. Giovanni d’Ávila visse nella prima ampia metà del XVI secolo. Nacque il 6 gennaio 1499 o 1500, ad Almodóvar del Campo (Ciudad Real, diocesi di Toledo), figlio unico di Alonso Ávila e di Catalina Gijón, genitori molto cristiani e con un’alta posizione economica e sociale. A 14 anni lo portarono a studiare Legge nella prestigiosa Università di Salamanca; ma abbandonò questi studi al termine del quarto corso perché, in seguito di un’esperienza molto profonda di conversione, decise di ritornare nella dimora familiare per dedicarsi a riflettere e a pregare. 
Con il proposito di diventare sacerdote, nel 1520 andò a studiare Arti e Teologia nell’Università di Alcalá de Henares, aperta alle grandi scuole teologiche del tempo e alla corrente dell’umanesimo rinascimentale. Nel 1526, ricevette l’ordinazione sacerdotale e celebrò la prima Messa solenne nella parrocchia del suo paese e, con il proposito di recarsi come missionario nelle Indie, decise di ripartire la sua consistente eredità tra i più bisognosi. Quindi, in accordo con colui che doveva essere primo Vescovo di Talxcala, in Nueva España (Messico),  si recò a Siviglia in attesa d’imbarcarsi per il Nuovo Mondo. 
Mentre preparava il viaggio, si dedicò a predicare nella città e nelle località vicine. Lì incontrò il venerabile Servo di Dio Fernando de Contreras,  dottore ad Alcalá e prestigioso catechista. Questi, entusiasmato dalla testimonianza di vita e dall’oratoria del giovane sacerdote Giovanni,  riuscì a far sì che l’arcivescovo  sivigliano lo facesse desistere dalla sua idea di andare in America per restare in Andalusia; rimase a Siviglia condividendo casa, povertà e vita di preghiera con Contreras e, mentre si dedicava alla predicazione e alla direzione spirituale, continuò gli studi di Teologia nel Collegio di San Tommaso, dove forse ottenne il titolo di Maestro.
Tuttavia nel 1531, a causa di una sua predicazione mal interpretata,  fu mandato in carcere. Nella prigione cominciò a scrivere la prima  versione dell’Audi, filia. In quegli anni  ricevette la grazia di penetrare con singolare profondità nel mistero  dell’amore di Dio e del grande  beneficio fatto all’umanità da Gesù Cristo, nostro Redentore. Da allora in poi sarà quello l’asse portante della sua vita spirituale e il tema centrale della sua predicazione.
Una volta emessa la sentenza assolutoria nel 1533, continuò a predicare con notevole successo tra il popolo e dinanzi alle autorità, ma preferì trasferirsi a Cordova, incardinandosi in questa diocesi. Poco dopo,  nel 1536, lo chiamò per ricevere un suo consiglio l’arcivescovo di Granada dove, oltre a continuare la sua opera di evangelizzazione, completò gli studi in quella Università. 
Buon conoscitore del suo tempo e con un’ottima formazione accademica, Giovanni d’Ávila fu un eminente teologo e un autentico umanista. Propose la creazione di un Tribunale Internazionale di arbitrato per evitare le guerre e fu persino capace d’inventare e di brevettare alcune opere d’ingegneria.  Vivendo però molto poveramente, incentrò la sua attività sulla promozione della vita cristiana di quanti ascoltavano compiaciuti i suoi sermoni e lo seguivano ovunque.   Particolarmente preoccupato dell’educazione e dell’istruzione dei bambini e dei giovani, soprattutto di quanti si preparavano al sacerdozio, fondò vari Collegi minori e maggiori che, dopo il concilio di Trento, sarebbero diventati Seminari conciliari. Fondò altresì l’Università di Baeza (Jaén), per secoli  importante punto di riferimento per la qualificata formazione di chierici e secolari.
Dopo aver percorso l’Andalusia e altre regioni del centro e dell’ovest della Spagna predicando e pregando,  ormai malato, nel 1554 si ritirò definitivamente in una semplice casa a Montilla (Cordova), dove esercitò il suo apostolato delineando alcune delle sue opere attraverso un’abbondante corrispondenza.  L’Arcivescovo di Granada  voleva portarlo come consultore teologo alle ultime due sessioni del  concilio di Trento; non  potendo viaggiare per problemi di salute, redasse i Memoriales che esercitarono grande influenza in quella assemblea ecclesiale.
Accompagnato dai suoi discepoli e amici e afflitto da fortissimi dolori, con un Crocifisso tra le mani, rese la sua anima al Signore nella sua umile casa di Montilla la mattina del 10 maggio 1569. 

3. Giovanni d’Ávila fu contemporaneo, amico e consigliere di grandi santi e uno dei maestri spirituali più prestigiosi e consultati del suo tempo.
Sant’Ignazio di Loyola, che lo stimava molto, desiderò vivamente che entrasse nella nascente Compagnia di Gesù; ciò non avvenne ma il Maestro orientò verso di essa una trentina dei suoi migliori alunni.  Giovanni Ciudad, poi san Giovanni di Dio, fondatore dell’Ordine Ospedaliero,  si convertì ascoltando il Santo Maestro e da allora si affidò alla sua guida spirituale. Il nobilissimo san Francesco Borgia, un altro grande convertito grazie alla mediazione di Padre Ávila, divenne addirittura   preposito generale della Compagnia di Gesù. San Tommaso da Villanova, arcivescovo di Valencia, diffuse nelle sue diocesi e in tutto il Levante spagnolo il suo metodo catechetico. Suoi amici furono pure san Pietro de Alcántara, provinciale dei Francescani e riformatore dell’Ordine; san Giovanni de Ribera, vescovo di Badajoz, che gli chiese dei predicatori per rinnovare la sua diocesi, e poi arcivescovo di Valencia, aveva nella sua biblioteca un manoscritto con 82 suoi sermoni; Teresa di Gesù, oggi Dottore della Chiesa, che patì grandi travagli prima che potesse far arrivare al Maestro il manoscritto della sua Vida; San Giovanni della Croce, anch’egli Dottore della Chiesa, che si mise in contatto con i suoi discepoli di Baeza che lo aiutarono nella riforma del Carmelo; il Beato Bartolomeo dei Martiri, che, grazie ad amici comuni, venne a conoscenza della sua vita e della sua santità, e altri ancora che riconobbero l’autorità morale e spirituale del Maestro.

4. Sebbene il «Padre Maestro Ávila» fu, prima di tutto, un predicatore, non trascurò di fare un uso magistrale della sua penna per esporre i suoi insegnamenti. Di fatto la sua influenza  e la sua memoria postuma, fino ai nostri giorni, sono strettamente legate non solo alla testimonianza della sua persona e della sua vita, ma anche ai suoi scritti, tanto diversi tra di loro. 
La sua opera principale, l’Audi, filia, un classico della spiritualità, è il suo trattato più sistematico, ampio e completo, la cui edizione definitiva fu preparata dal suo autore negli ultimi anni di vita. Il Catechismo o Dottrina cristiana, unica opera che fece stampare in vita (1554), è una sintesi pedagogica, per bambini e adulti, dei contenuti della fede. Il Trattato dell’amore di Dio, un tesoro letterario e per il contenuto, riflette con quale profondità gli fu concesso penetrare nel mistero di Cristo, il Verbo incarnato e redentore. Il Trattato sul sacerdozio è un breve compendio che si completa con le conversazioni, i sermoni e le lettere. Ci sono anche  altri scritti minori, che consistono in orientamenti o Avvisi per la vita spirituale. I  Trattati di Riforma sono legati al concilio di Trento e ai sinodi provinciali che lo applicarono e si riferiscono molto opportunamente  al rinnovamento personale ed ecclesiale.   I Sermoni e le Conversazioni, come l’Epistolario, sono scritti che abbracciano tutto l’arco liturgico e l’ampia cronologia del suo ministero sacerdotale. I commenti biblici — dalla Lettera ai Galati alla Prima Lettera di Giovanni e altri —  sono esposizioni sistematiche di notevole profondità biblica e di grande valore pastorale.
Tutte queste opere offrono contenuti molto profondi, presentano un’evidente impostazione pedagogica nell’uso di immagine e di esempi e lasciano intuire le circostanze sociologiche ed ecclesiali dell’epoca. Il tono è di somma fiducia nell’amore di Dio, invitando la persona alla perfezione della carità. Il suo linguaggio è il castigliano classico e sobrio della sua terra d’origine La Mancha,  mescolato a volte con l’immaginazione  e il calore del meridione, ambiente in cui trascorse la maggior parte della sua vita apostolica.
Attento a cogliere quello che lo Spirito ispirava alla Chiesa in un’epoca complessa e agitata da cambiamenti culturali, da varie correnti umanistiche, dalla ricerca di nuove vie di spiritualità, chiarì criteri e concetti.

5. Nei suoi insegnamenti il Maestro Giovanni d’Ávila alludeva costantemente al battesimo e alla redenzione per dare impulso alla santità, e spiegava che la vita spirituale cristiana, che è partecipazione alla vita trinitaria, parte dalla fede in Dio Amore, si basa sulla bontà e sulla misericordia divina espressa nei meriti di Cristo ed è interamente mossa dallo Spirito; cioè, dall’amore a Dio  e ai fratelli.  «Allarghi la vostra misericordia il suo piccolo cuore in quell’immensità di amore con cui il Padre ci ha dato suo Figlio, e con Lui ci ha dato se stesso,  e lo Spirito Santo e tutte le cose» (Lettera 160), scrive. E ancora: «Il vostro prossimo è cosa che riguarda Gesù Cristo» (Ibidem 62), perciò «la prova del perfetto amor di nostro Signore è il perfetto amore del prossimo» (Ibidem 103).  Dimostra anche grande apprezzamento per le cose create, ordinandole nella prospettiva dell’amore.
Essendo templi della Trinità,  incoraggia in noi  la stessa vita di Dio e il cuore pian piano si unifica, come processo di unione con Dio e con i fratelli. Il cammino del cuore è cammino di semplicità, di bontà, di amore, di atteggiamento filiale. Questa vita secondo lo Spirito è fortemente ecclesiale, nel senso di esprimere l’amore sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, tema centrale dell’Audi, filia. Ed è anche mariana: la configurazione con Cristo, sotto l’azione dello Spirito Santo, è un processo di virtù e doni che guarda a Maria come modello e come madre. La dimensione missionaria della spiritualità, come derivazione della dimensione ecclesiale e mariana, è evidente negli scritti del Maestro Ávila, che invita allo zelo apostolico a partire dalla contemplazione e da un maggiore impegno nella santità.  Consiglia di nutrire devozione per i santi, perché  mostrano a tutti noi «un grande Amico, che è Dio, il quale tiene i cuori prigionieri nel suo amore […] ed Egli  ci ordina di avere molti altri amici, che sono i suoi santi» (Lettera 222). 

6. Se il Maestro Ávila è pioniere nell’affermare la chiamata universale alla santità, risulta anche un anello imprescindibile nel processo storico di sistematizzazione della dottrina sul sacerdozio. Nel corso dei secoli i suoi scritti sono stati fonte d’ispirazione per la spiritualità sacerdotale  e può essere considerato come il promotore del movimento mistico  tra i presbiteri secolari. La sua influenza è evidente in molti autori spirituali successivi. 
L’affermazione centrale del Maestro Ávila è che i sacerdoti «nella messa ci poniamo sull’altare nella persona  di Cristo a fare l’ufficio dello stesso Rendentore» (Lettera 157), e che agire in persona Christi comporta l’incarnare, con umiltà, l’amore paterno e materno di Dio. Tutto ciò richiede alcune condizioni di vita, come il frequentare la Parola e l’Eucaristia, l’avere spirito  di povertà, l’andare sul pulpito «con misurazione», cioè, essendosi preparati con lo studio e con la preghiera,  e l’amare  la Chiesa, perché è la sposa di Gesù Cristo. 
La ricerca e la creazione di mezzi per formare meglio gli aspiranti al sacerdozio, l’esigenza di maggiore santità del clero e la necessaria riforma nella vita ecclesiale costituiscono la preoccupazione più profonda e costante del Santo Maestro.  La santità del clero è imprescindibile per riformare la Chiesa. S’imponevano quindi la selezione e l’adeguata formazione di quanti aspiravano al sacerdozio.  Come soluzione propose di creare seminari e giunse a suggerire l’opportunità di un collegio speciale affinché si preparassero nello studio della Sacra Scrittura. Queste proposte raggiunsero tutta la Chiesa. 
Da parte sua la fondazione dell’Università di Baeza, nella quale riversò tutto il suo interesse e il suo entusiasmo, costituì una delle sue aspirazioni più riuscite, perché riuscì a offrire un’ottima formazione iniziale e permanente ai chierici, tenendo particolarmente presente lo studio della cosiddetta «teologia positiva» con orientamento pastorale, e diede origine a una scuola sacerdotale che prosperò per secoli.

7. Data la sua indubbia e crescente fama di santità, la Causa di beatificazione e canonizzazione del Maestro Giovanni d’Ávila fu avviata nell’arcidiocesi di Toledo, nel 1623. S’interrogarono subito i testimoni di Almodóvar del Campo e Montilla, luoghi di nascita e di morte del Servo di Dio e a Cordova, Granada, Jaén, Baeza e Andújar. Ma, per diversi problemi, la Causa rimase interrotta fino al 1731, anno in cui l’arcivescovo di Toledo inviò a Roma i processi informativi già realizzati.  Con decreto del  3 aprile 1742 Papa Benedetto XIV approvò gli scritti  ed elogiò la dottrina del Maestro Ávila, e l’8 febbraio 1759 Clemente XIII dichiarò che aveva esercitato le virtù in grado eroico. La beatificazione ebbe luogo, per opera di Papa Leone XIII, il 6 aprile 1894 e la canonizzazione, per opera di Papa Paolo VI, il 31 maggio 1970. Data l’importanza della sua  figura sacerdotale, nel 1946 Pio XII lo nominò Patrono del clero secolare in Spagna.
Il titolo di «Maestro» con il quale per tutta la sua vita e nel corso dei secoli, è stato conosciuto Giovanni d’Ávila ha motivato la eventualità, dopo la sua canonizzazione,  la possibilità di  nominarlo Dottore. Così, su richiesta del cardinale Don Benjamín  de Arriba y Castro, arcivescovo di Tarragona, la XII Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (luglio 1970) decise di chiedere alla Santa Sede di dichiararlo Dottore della Chiesa Universale. Seguirono numerose istanze, particolarmente in occasione del XXV anniversario della sua Canonizzazione (1995) e del v centenario della sua nascita (1999). 
La dichiarazione di Dottore della Chiesa Universale  di un santo presuppone il riconoscimento di un carisma di sapienza conferito dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa e dimostrato dall’influenza benefica del suo insegnamento sul popolo di Dio, fatti ben evidenti nella persona  e nell’opera di Giovanni d’Ávila. Questi fu richiesto molto spesso dai suoi contemporanei come Maestro di teologia, discernitore di spiriti e direttore spirituale. A lui si rivolsero alla ricerca di aiuto e di orientamento grandi santi e riconosciuti peccatori, sapienti e ignoranti, poveri e ricchi, e alla sua fama di consigliere si unì sia il suo attivo intervento in importanti conversioni sia la sua quotidiana azione per migliorare la vita di fede e la comprensione del messaggio cristiano di quanti si recavano solleciti ad ascoltare i suoi insegnamenti.  Anche i vescovi e i religiosi dotti e ben preparati si rivolgevano a lui come consigliere, predicatore e teologo, esercitando una notevole influenza su quanti entravano in contatto  con lui e sugli ambienti che frequentava. 

8. Il Maestro Ávila non esercitò come professore nelle Università, anche se fu  organizzatore e primo Rettore dell’Università di Baeza. Non spiegò la teologia da una cattedra,  ma impartì lezioni di Sacra Scrittura a laici, religiosi e chierici. 
Non elaborò mai una sintesi sistematica del suo insegnamento teologico, ma la sua teologia è orante e sapienziale. Nel Memoriale ii al concilio di Trento dà due motivi per vincolare la teologia e la preghiera: la santità della scienza teologica e il bene e l’edificazione della Chiesa. Come  autentico umanista e buon conoscitore della realtà, la sua è anche una teologia vicina alla vita, che risponde alle questioni poste in quel momento e lo fa in modo didattico e comprensibile.
L’insegnamento di  Giovanni d’Ávila si evidenzia per la sua eccellenza e precisione  e per la sua estensione e profondità, frutto di uno studio metodico, di contemplazione e per mezzo di una profonda esperienza delle realtà soprannaturali. Inoltre il suo ricco epistolario poté ben presto contare su traduzioni italiane, francesi e inglesi. 
Spicca la sua profonda conoscenza della Bibbia, che lui desiderava vedere nelle mani di tutti, per cui non dubitò a spiegarla tanto nella sua predicazione quotidiana come offrendo lezioni su determinati Libri sacri. Era solito confrontare le versioni e analizzare i sensi letterari e  spirituali; conosceva i commenti patristici più importanti ed era convinto che per ricevere adeguatamente la rivelazione erano necessario lo studio e la preghiera, e che si poteva penetrarne il suo senso con l’aiuto della tradizione e del magistero.  Dell’Antico Testamento cita soprattutto i Salmi, Isaia e il Cantico dei cantici. Del Nuovo l’apostolo Giovanni e San Paolo che è, indubbiamente, il più citato. «Copia fedele di San Paolo», lo chiamò Papa Paolo VI nella bolla della sua canonizzazione.

9. La dottrina del Maestro Giovanni d’Ávila possiede, senza dubbio, un messaggio sicuro e duraturo, ed è capace di contribuire a confermare e ad approfondire il deposito della fede, mettendo persino in luce nuove prospettive dottrinali e di vita. Attenendosi al magistero pontificio, risulta evidente la sua attualità, il che prova che la sua eminens doctrina costituisce un autentico carisma, dono dello Spirito Santo alla Chiesa di ieri e di oggi.
Il primato di Cristo e della grazia che, in termini di amore di Dio, attraversa tutto l’insegnamento del Maestro Ávila, è una delle dimensioni sottolineate tanto dalla teologia come dalla spiritualità attuale, da cui derivano conseguenze anche per la pastorale, come Noi abbiamo sottolineato nell’enciclica Deus caritas est. La fiducia, basata sull’affermazione e sull’esperienza dell’amore di Dio e della bontà e misericordia divine,  è stata proposta anche nel recente magistero pontificio, come nell’enciclica Dives in misericordia e nell’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, che è una vera proclamazione del Vangelo della speranza, come abbiamo anche voluto fosse nell’enciclica Spe salvi.  E quando nella lettera apostolica Ubicumque et semper con la quale abbiamo istituito il Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, abbiamo detto: «Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto di fare una profonda esperienza di Dio», emerge  la figura serena e umile di questo «predicatore evangelico», la cui eminente dottrina è di grande attualità.  

10. Nel 2002 la Conferenza Episcopale Spagnola è venuta a conoscenza del fatto che lo Studio riassuntivo sull’eminente dottrina ravvisata nelle opere di San Giovanni d’Ávila, della Congregazione per la Dottrina della Fede, si concludeva in modo nettamente affermativo, e nel 2003 un consistente numero di Signori Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, Presidenti di Conferenze Episcopali, Superiori Generali d’Istituti di vita consacrata, Responsabili di Associazioni e Movimenti ecclesiali, Università e altre istituzioni, e singoli personaggi di spicco, si unirono alla supplica della Conferenza Episcopale Spagnola attraverso Lettere Postulatorie che esprimevano a Papa Giovanni Paolo II l’interesse e l’opportunità del Dottorato di San Giovanni d’Ávila.  
Ritornato il dossier alla Congregazione delle cause dei Santi e nominato un Relatore per questa Causa, è stato  necessario elaborare la corrispondente Positio. Fatto ciò, il Presidente e il Segretario della Conferenza Episcopale Spagnola, insieme al Presidente della Giunta Pro Dottorato e alla Postulatrice della Causa hanno firmato, il 10 dicembre 2009, la definitiva Supplica (Supplex libellus) del Dottorato per il Maestro Giovanni d’Ávila. Il 18 dicembre 2010 si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologici di detta Congregazione, relativo  al Dottorato del Santo Maestro.  I voti sono stati affermativi. Il 3 maggio 2011, la Sessione Plenaria di Cardinali e Vescovi membri della Congregazione ha deciso, con voto ancora una volta all’unanimità affermativo, di proporrci la dichiarazione di San Giovanni d’Ávila, se così lo desideriamo, come Dottore della Chiesa universale. Il 20 agosto 2011, a Madrid, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, abbiamo annunciato al Popolo di Dio: «dichiarerò prossimamente San Giovanni d’Ávila, presbitero, Dottore della Chiesa universale». Il 27 maggio 2012, domenica di Pentecoste, abbiamo avuto la gioia di dire a Piazza san Pietro, alla moltitudine di pellegrini di tutto il mondo lì riuniti: «Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, con i doni della sapienza e della scienza continua a ispirare donne e uomini che si impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell’uomo e del mondo. In questo contesto, sono lieto di annunciare che il prossimo 7 ottobre, all’inizio dell’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, proclamerò san Giovanni d’Ávila e santa Ildegarda di Bingen dottori della Chiesa universale […] La santità della vita e la profondità della dottrina li rendono perennemente attuali: la grazia dello Spirito Santo, infatti, li proiettò in quell’esperienza di penetrante comprensione della rivelazione divina e di intelligente dialogo con il mondo che costituiscono l’orizzonte permanente della vita e dell’azione della Chiesa. Soprattutto alla luce del progetto di una nuova evangelizzazione alla quale sarà dedicata la menzionata Assemblea del Sinodo dei Vescovi, e alla vigilia dell’Anno della Fede, queste due figure di santi e dottori saranno di grande importanza e attualità».
Oggi, dunque, con l’aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. In Piazza San Pietro, alla presenza di molti Cardinali e Presuli della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole: 
«Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell’Episcopato e di molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza dell’autorità apostolica dichiariamo  San Giovanni d’Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell’Ordine di San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore, 
il 7 ottobre 2012, anno ottavo 
del Nostro Pontificato.

BENEDICTUS PP. XVI

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana


(Traduzione Osservatore Romano)

Lettera apostolica per la proclamazione a Dottore della Chiesa di Santa Ildegarda di Bingen, Monaca Professa dell’ordine di San Benedetto


SINODO DEI VESCOVI SULLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE PER LA TRASMISSIONE DELLA FEDE CRISTIANA (7-28 OTTOBRE 2012): LO SPECIALE DEL BLOG

ANNO DELLA FEDE (11 OTTOBRE 2012 - 24 NOVEMBRE 2013): LO SPECIALE DEL BLOG


DISCORSI, OMELIE E MESSAGGI DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DEL SINODO SULLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE


LETTERA APOSTOLICA

Santa Ildegarda di Bingen, Monaca Professa dell’ordine di San Benedetto,
è proclamata Dottore della Chiesa universale

A perpetua memoria.

1. «Luce del suo popolo e del suo tempo»: con queste parole il Beato Giovanni Paolo II, Nostro venerato Predecessore, definì Santa Ildegarda di Bingen nel 1979, in occasione dell’800° anniversario della morte della Mistica tedesca. E veramente, sull’orizzonte della storia, questa grande figura di donna si staglia con limpida chiarezza per santità di vita e originalità di dottrina. Anzi, come per ogni autentica esperienza umana e teologale, la sua autorevolezza supera decisamente i confini di un’epoca e di una società e, nonostante la distanza cronologica e culturale, il suo pensiero si manifesta di perenne attualità. 
In Santa Ildegarda di Bingen si rileva una straordinaria armonia tra la dottrina e la vita quotidiana. In lei la ricerca della volontà di Dio nell’imitazione di Cristo si esprime come un costante esercizio delle virtù, che ella esercita con somma generosità e che alimenta alle radici bibliche, liturgiche e patristiche alla luce della Regola di San Benedetto: rifulge in lei in modo particolare la pratica perseverante dell’obbedienza, della semplicità, della carità e dell’ospitalità. In questa volontà di totale appartenenza al Signore, la badessa benedettina sa coinvolgere le sue non comuni doti umane, la sua acuta intelligenza e la sua capacità di penetrazione delle realtà celesti.

2. Ildegarda nacque nel 1089 a Bermersheim, presso Alzey, da genitori di nobile lignaggio e ricchi possidenti terrieri. All’età di otto anni fu accettata come oblata presso la badia benedettina di Disibodenberg, ove nel 1115 emise la professione religiosa. Alla morte di Jutta di Sponheim, intorno al 1136, Ildegarda fu chiamata a succederle in qualità di magistra. Malferma nella salute fisica, ma vigorosa nello spirito, si impegnò a fondo per un adeguato rinnovamento della vita religiosa. Fondamento della sua spiritualità fu la regola benedettina, che pone l’equilibrio spirituale e la moderazione ascetica come vie alla santità. In seguito all’aumento numerico delle monache, dovuto soprattutto alla grande considerazione della sua persona, intorno al 1150 fondò un monastero sul colle chiamato Rupertsberg, nei pressi di Bingen, dove si trasferì insieme a venti consorelle. Nel 1165, ne istituì un altro a Eibingen, sulla riva opposta del Reno. Fu badessa di entrambi.
All’interno delle mura claustrali curò il bene spirituale e materiale delle Consorelle, favorendo in modo particolare la vita comunitaria, la cultura e la liturgia. All’esterno s’impegnò attivamente a rinvigorire la fede cristiana e a rafforzare la pratica religiosa, contrastando le tendenze ereticali dei catari, promuovendo la riforma della Chiesa con gli scritti e la predicazione, contribuendo a migliorare la disciplina e la vita del clero. Su invito prima di Adriano iv e poi di Alessandro III, Ildegarda esercitò un fecondo apostolato — allora non molto frequente per una donna — effettuando alcuni viaggi non privi di disagi e difficoltà, per predicare perfino nelle pubbliche piazze e in varie chiese cattedrali, come avvenne tra l’altro a Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz, Bamberga e Würzburg. La profonda spiritualità presente nei suoi scritti esercita un rilevante influsso sia sui fedeli, sia su grandi personalità del suo tempo, coinvolgendo in un incisivo rinnovamento la teologia, la liturgia, le scienze naturali e la musica.
Colpita da malattia nell’estate del 1179, Ildegarda, circondata dalle Consorelle, si spense in fama di santità nel monastero del Rupertsberg, presso Bingen, il 17 settembre 1179.

3.  Nei suoi numerosi scritti Ildegarda si dedicò esclusivamente a esporre la divina rivelazione e far conoscere Dio nella limpidezza del suo amore. La dottrina ildegardiana è ritenuta eminente sia per la profondità e la correttezza delle sue interpretazioni, sia per l’originalità delle sue visioni. I testi da lei composti appaiono animati da un’autentica «carità intellettuale» ed evidenziano densità e freschezza nella contemplazione del mistero della Santissima Trinità, dell’Incarnazione, della Chiesa, dell’umanità, della natura come creatura di Dio da apprezzare e rispettare.
Queste opere nascono da un’intima esperienza mistica e propongono una incisiva riflessione sul mistero di Dio. Il Signore l’aveva resa partecipe, fin da bambina, di una serie di visioni, il cui contenuto ella dettò al monaco Volmar, suo segretario e consigliere spirituale, e a Richardis di Strade, una consorella monaca. Ma è particolarmente illuminante il giudizio dato da San Bernardo di Chiaravalle, che la incoraggiò, e soprattutto da papa Eugenio III, che nel 1147 la autorizzò a scrivere e a parlare in pubblico. La riflessione teologica consente ad Ildegarda di tematizzare e comprendere, almeno in parte, il contenuto delle sue visioni. Ella, oltre a libri di teologia e di mistica, compose anche opere di medicina e di scienze naturali. Numerose sono anche le lettere — circa quattrocento — che indirizzò a persone semplici, a comunità religiose, a papi, vescovi e autorità civili del suo tempo. Fu anche compositrice di musica sacra. Il corpus dei suoi scritti, per quantità, qualità e varietà di interessi, non ha paragoni con alcun’altra autrice del Medio Evo. 
Le opere principali sono lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber divinorum operum. Tutte narrano le sue visioni e l’incarico ricevuto dal Signore di trascriverle. Le Lettere, nella consapevolezza delle stessa autrice, non rivestono una minore importanza e testimoniano l’attenzione di Ildegarda alle vicende del suo tempo, che ella interpreta alla luce del mistero di Dio. A queste vanno aggiunti 58 sermoni, diretti esclusivamente alle sue Consorelle. Si tratta delle Expositiones Evangeliorum, contenenti un commento letterale e morale a brani evangelici legati alle principali celebrazioni dell’anno liturgico. I lavori a carattere artistico e scientifico si concentrano in modo specifico sulla musica con la Symphonia armoniae caelestium revelationum; sulla medicina con il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum e il Causae et curae; sulle scienze naturali con la Physica. Infine si notano anche scritti di carattere linguistico, come la Lingua ignota e le Litterae ignotae, nei quali compaiono parole in una lingua sconosciuta di sua invenzione, ma composta prevalentemente di fonemi presenti nella lingua tedesca.
Il linguaggio di Ildegarda, caratterizzato da uno stile originale ed efficace, ricorre volentieri ad espressioni poetiche dalla forte carica simbolica, con folgoranti intuizioni, incisive analogie e suggestive metafore.

4.  Con acuta sensibilità sapienziale e profetica, Ildegarda fissa lo guardo sull’evento della rivelazione. La sua indagine si sviluppa a partire dalla pagina biblica, alla quale, nelle successive fasi, resta saldamente ancorata. Lo sguardo della Mistica di Bingen non si limita ad affrontare singole questioni, ma vuole offrire una sintesi di tutta la fede cristiana. Nelle sue visioni e nella successiva riflessione, pertanto, ella compendia la storia della salvezza, dall’inizio dell’universo alla consumazione escatologica. La decisione di Dio di compiere l’opera della creazione è la prima tappa di questo immenso percorso, che, alla luce della Sacra Scrittura, si snoda dalla costituzione della gerarchia celeste fino alla caduta degli angeli ribelli e al peccato dei progenitori. A questo quadro iniziale fa seguito l’incarnazione redentrice del Figlio di Dio, l’azione della Chiesa che continua nel tempo il mistero dell’incarnazione e la lotta contro satana. L’avvento definitivo del regno di Dio e il giudizio universale saranno il coronamento di questa opera.
Ildegarda pone a se stessa e a noi la questione fondamentale se sia possibile conoscere Dio: è questo il compito fondamentale della teologia. La sua risposta è pienamente positiva: mediante la fede, come attraverso una porta, l’uomo è in grado di avvicinarsi a questa conoscenza. Tuttavia Dio conserva sempre il suo alone di mistero e di incomprensibilità. Egli si rende intelligibile nel creato, ma questo, a sua volta, non viene compreso pienamente se viene distaccato da Dio. Infatti, la natura considerata in sé fornisce solo delle informazioni parziali, che non di rado diventano occasioni di errori e di abusi. Perciò anche nella dinamica conoscitiva naturale occorre la fede, altrimenti la conoscenza resta limitata, insoddisfacente e fuorviante.
La creazione è un atto di amore, grazie al quale il mondo può emergere dal nulla: dunque tutta la scala delle creature è attraversata, come la corrente di un fiume, dalla carità divina. Fra tutte le creature, Dio ama in modo particolare l’uomo e gli conferisce una straordinaria dignità, donandogli quella gloria che gli angeli ribelli hanno perduto. L’umanità, così, può essere considerata come il decimo coro della gerarchia angelica. Ebbene, l’uomo è in grado di conoscere Dio in se stesso, cioè la sua individua natura nella trinità delle persone. Ildegarda si accosta al mistero della Santissima Trinità nella linea già proposta da Sant’Agostino: per analogia con la propria struttura di essere razionale, l’uomo è in grado di avere almeno un’immagine della intima realtà di Dio. Ma è solo nell’economia dell’incarnazione e della vicenda umana del Figlio di Dio che questo mistero diventa accessibile alla fede e alla consapevolezza dell’uomo. La santa ed ineffabile Trinità nella somma unità era nascosta ai servitori della legge antica. Ma nella nuova grazia veniva rivelata ai liberati dalla servitù. La Trinità si è rivelata in modo particolare nella croce del Figlio.
Un secondo «luogo» in cui Dio si rende conoscibile è la sua parola contenuta nei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento. Proprio perché Dio «parla», l’uomo è chiamato all’ascolto. Questo concetto offre a Ildegarda l’occasione di esporre la sua dottrina sul canto, in modo particolare quello liturgico. Il suono della parola di Dio crea vita e si manifesta nelle creature. Anche gli esseri privi di razionalità, grazie alla parola creatrice vengono coinvolti nel dinamismo creaturale. Ma, naturalmente, è l’uomo quella creatura che, con la sua voce, può rispondere alla voce del Creatore. E può farlo in due modi principali: in voce oris, cioè nella celebrazione della liturgia, e in voce cordis, cioè con una vita virtuosa e santa. L’intera vita umana, pertanto, può essere interpretata come un’armonia e una sinfonia: mentre l’armonia significa la restaurazione della relazione e la piena esperienza della redenzione, l’attuale esistenza umana con i suoi pericoli, contraddizioni e peccati, corrisponde a una sinfonia, a un insieme di suoni e di accordi allo stesso modo armoniosi e dissonanti. In questa sinfonia Dio fa ascoltare soprattutto la sua misericordia.

5. L’antropologia di Ildegarda prende inizio dalla pagina biblica della creazione dell’uomo (Gen 1, 26), fatto a immagine e somiglianza di Dio. L’uomo, secondo la cosmologia ildegardiana fondata sulla Bibbia, racchiude tutti gli elementi del mondo, perché l’universo intero si riassume in lui, che è formato della materia stessa della creazione. Perciò egli può in modo consapevole entrare in rapporto con Dio. Ciò accade non per una visione diretta, ma, seguendo la celebre espressione paolina, «come in uno specchio» (1 Cor 13, 12). L’immagine divina nell’uomo consiste nella sua razionalità, strutturata in intelletto e volontà. Grazie all’intelletto l’uomo è capace di distinguere il bene e il male, grazie alla volontà egli è spinto all’azione.
L’uomo è visto come unità di corpo e di anima. Si nota nella Mistica tedesca un apprezzamento positivo della corporeità e, anche negli aspetti di fragilità che il corpo manifesta, ella è capace di cogliere un valore provvidenziale: il corpo non è un peso di cui liberarsi e, perfino quando è debole e fragile, «educa» l’uomo al senso della creaturalità e dell’umiltà, proteggendolo dalla superbia e dall’arroganza. In una visione Ildegarda contempla le anime dei beati del paradiso, che sono in attesa di ricongiungersi ai loro corpi. Infatti, come per il corpo di Cristo, anche i nostri corpi sono orientati verso la risurrezione gloriosa, per una profonda trasformazione per la vita eterna. La stessa visione di Dio, nella quale consiste la vita eterna, non si può conseguire in modo definitivo senza il corpo.
L’uomo esiste nella forma maschile e femminile. Ildegarda riconosce che in questa struttura ontologica della condizione umana si radica una relazione di reciprocità e una sostanziale uguaglianza tra uomo e donna. Nell’umanità, però, abita anche il mistero del peccato ed esso si manifesta per la prima volta nella storia proprio in questo rapporto tra Adamo ed Eva. A differenza di altri autori medievali, che vedevano la causa della caduta nella debolezza di Eva, Ildegarda la coglie soprattutto nella smodata passione di Adamo verso di lei.
Anche nella sua condizione di peccatore, l’uomo continua ad essere destinatario dell’amore di Dio, perché questo amore è incondizionato e, dopo la caduta, assume il volto della misericordia. Perfino la punizione che Dio infligge all’uomo e alla donna fa emergere l’amore misericordioso del Creatore. In tal senso, la più precisa descrizione della creatura umana è quella di un essere in cammino, homo viator. In questo pellegrinaggio verso la patria, l’uomo è chiamato ad una lotta per poter scegliere costantemente il bene ed evitare il male.
La scelta costante del bene produce un’esistenza virtuosa. Il Figlio di Dio fatto uomo è il soggetto di tutte le virtù, perciò l’imitazione di Cristo consiste proprio in un’esistenza virtuosa nella comunione con Cristo. La forza delle virtù deriva dallo Spirito Santo, infuso nei cuori dei credenti, che rende possibile un comportamento costantemente virtuoso: questo è lo scopo dell’umana esistenza. L’uomo, in tal modo, sperimenta la sua perfezione cristiforme.

6.  Per poter raggiungere questo scopo, il Signore ha donato i sacramenti alla sua Chiesa. La salvezza e la perfezione dell’uomo, infatti, non si compiono solo mediante uno sforzo della volontà, bensì attraverso i doni della grazia che Dio concede nella Chiesa.
La Chiesa stessa è il primo sacramento che Dio pone nel mondo perché comunichi agli uomini la salvezza. Essa, che è la «costruzione delle anime viventi», può essere giustamente considerata come vergine, sposa e madre e, dunque, è strettamente assimilata alla figura storica e mistica della Madre di Dio. La Chiesa comunica la salvezza anzitutto custodendo e annunziando i due grandi misteri della Trinità e dell’Incarnazione, che sono come i due «sacramenti primari», poi mediante l’amministrazione degli altri sacramenti. Il vertice della sacramentalità della Chiesa è l’eucaristia. I sacramenti producono la santificazione dei credenti, la salvezza e la purificazione dei peccati, la redenzione, la carità e tutte le altre virtù. Ma, ancora una volta, la Chiesa vive perché Dio in essa manifesta il suo amore intratrinitario, che si è rivelato in Cristo. Il Signore Gesù è il mediatore per eccellenza. Dal grembo trinitario egli viene incontro all’uomo e dal grembo di Maria egli va incontro a Dio: come Figlio di Dio è l’amore incarnato, come Figlio di Maria è il rappresentante dell’umanità davanti al trono di Dio.
L’uomo può giungere perfino a sperimentare Dio. Il rapporto con lui, infatti, non si consuma nella sola sfera della razionalità, ma coinvolge in modo totale la persona. Tutti i sensi esterni e interni dell’uomo sono interessati nell’esperienza di Dio: «Homo autem ad imaginem et similitudinem Dei factus est, ut quinque sensibus corporis sui operetur; per quos etiam divisus non est, sed per eos est sapiens et sciens et intellegens opera sua adimplere. [...] Sed et per hoc, quod homo sapiens, sciens et intellegens est, creaturas conosci; itaque per creaturas et per magna opera sua, quae etiam quinque sensibus suis vix comprehendit, Deum cognoscit, quem nisi in fide videre non valet» (Explanatio Symboli Sancti Athanasii: pl 197, 1066). Questa via esperienziale, ancora una volta, trova la sua pienezza nella partecipazione ai sacramenti.
Ildegarda vede anche le contraddizioni presenti nella vita dei singoli fedeli e denunzia le situazioni più deplorevoli. In modo particolare, ella sottolinea come l’individualismo nella dottrina e nella prassi da parte tanto dei laici quanto dei ministri ordinati sia un’espressione di superbia e costituisca il principale ostacolo alla missione evangelizzatrice della Chiesa verso i non cristiani.
Una delle vette del magistero di Ildegarda è l’accorata esortazione a una vita virtuosa che ella rivolge a chi si impegna in uno stato di consacrazione. La sua comprensione della vita consacrata è una vera «metafisica teologica», perché fermamente radicata nella virtù teologale della fede, che è la fonte e la costante motivazione per impegnarsi a fondo nell’obbedienza, nella povertà e nella castità. Nel realizzare i consigli evangelici la persona consacrata condivide l’esperienza di Cristo povero, casto e obbediente e ne segue le orme nell’esistenza quotidiana. Questo è l’essenziale della vita consacrata.

7. L’eminente dottrina di Ildegarda riecheggia l’insegnamento degli apostoli, la letteratura patristica e gli autori contemporanei, mentre trova nella Regola di San Benedetto da Norcia un costante punto di riferimento. La liturgia monastica e l’interiorizzazione della Sacra Scrittura costituiscono le linee-guida del suo pensiero, che, concentrandosi nel mistero dell’Incarnazione, si esprime in una profonda unità stilistica e contenutistica che percorre intimamente tutti i suoi scritti.
L’insegnamento della santa monaca benedettina si pone come una guida per l’homo viator. Il suo messaggio appare straordinariamente attuale nel mondo contemporaneo, particolarmente sensibile all’insieme dei valori proposti e vissuti da lei. Pensiamo, ad esempio, alla capacità carismatica e speculativa di Ildegarda, che si presenta come un vivace incentivo alla ricerca teologica; alla sua riflessione sul mistero di Cristo, considerato nella sua bellezza; al dialogo della Chiesa e della teologia con la cultura, la scienza e l’arte contemporanea; all’ideale di vita consacrata, come possibilità di umana realizzazione; alla valorizzazione della liturgia, come celebrazione della vita; all’idea di riforma della Chiesa, non come sterile cambiamento delle strutture, ma come conversione del cuore; alla sua sensibilità per la natura, le cui leggi sono da tutelare non da violare.
Perciò l’attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa universale a Ildegarda di Bingen ha un grande significato per il mondo di oggi e una straordinaria importanza per le donne. In Ildegarda risultano espressi i più nobili valori della femminilità: perciò anche la presenza della donna nella Chiesa e nella società viene illuminata dalla sua figura, sia nell’ottica della ricerca scientifica sia in quella dell’azione pastorale. La sua capacità di parlare a coloro che sono lontani dalla fede e dalla Chiesa rendono Ildegarda una testimone credibile della nuova evangelizzazione.
In virtù della fama di santità e della sua eminente dottrina, il 6 marzo 1979 il Signor Cardinale Joseph Höffner, Arcivescovo di Colonia e Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, insieme con i Cardinali, Arcivescovi e Vescovi della medesima Conferenza, tra i quali eravamo anche Noi quale Cardinale Arcivescovo di Monaco e Frisinga, sottopose al Beato Giovanni Paolo II la Supplica, affinché Ildegarda di Bingen fosse dichiarata Dottore della Chiesa universale. Nella Supplica, l’Em.mo Porporato metteva in evidenza l’ortodossia della dottrina di Ildegarda, riconosciuta nel XII secolo da Papa Eugenio III, la sua santità costantemente avvertita e celebrata dal popolo, l’autorevolezza dei suoi trattati. A tale Supplica della Conferenza Episcopale Tedesca, negli anni se ne sono aggiunte altre, prima fra tutte quella delle Monache del monastero di Eibingen, a lei intitolato. Al desiderio comune del Popolo di Dio che Ildegarda fosse ufficialmente proclamata santa, dunque, si è aggiunta la richiesta che sia anche dichiarata «Dottore della Chiesa universale».
Con il nostro consenso, pertanto, la Congregazione delle Cause dei Santi diligentemente preparò una Positio super Canonizatione et Concessione tituli Doctoris Ecclesiae universalis per la Mistica di Bingen. Trattandosi di una rinomata maestra di teologia, che è stata oggetto di molti e autorevoli studi, abbiamo concesso la dispensa da quanto disposto dall’art. 73 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus. Il caso fu quindi esaminato con esito unanimemente positivo dai Padri Cardinali e Vescovi radunati nella Sessione Plenaria del 20 marzo 2012, essendo Ponente della Causa l’Em.mo Card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nell’Udienza del 10 maggio 2012 lo stesso Cardinale Amato Ci ha dettagliatamente informati sullo status quaestionis e sui voti concordi dei Padri della menzionata Sessione Plenaria della Congregazione delle Cause dei Santi. Il 27 maggio 2012, Domenica di Pentecoste, avemmo la gioia di comunicare in Piazza San Pietro alla moltitudine dei pellegrini convenuti da tutto il mondo la notizia del conferimento del titolo di Dottore della Chiesa universale a Santa Ildegarda di Bingen e san Giovanni d’Ávila all’inizio dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi e alla vigilia dell’Anno della Fede.
Oggi, dunque, con l’aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. In Piazza San Pietro, alla presenza di molti Cardinali e Presuli della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole: 
«Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell’Episcopato e di molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza dell’autorità apostolica dichiariamo  San Giovanni d’Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell’Ordine di San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Queste cose decretiamo e ordiniamo, stabilendo che questa lettera sia e rimanga sempre certa, valida ed efficace, e che sortisca e ottenga i suoi effetti pieni e integri; e così convenientemente si giudichi e si definisca; e sia vano e senza fondamento quanto diversamente intorno a ciò possa essere tentato da chiunque con qualsivoglia autorità, scientemente o per ignoranza. 

Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore, 
il 7 ottobre 2012, anno ottavo 
del Nostro Pontificato.

BENEDICTUS PP. XVI

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana


(Traduzione Osservatore Romano)

domenica 7 ottobre 2012

Il Papa: vorrei proporre a tutti di valorizzare la preghiera del Rosario nel prossimo Anno della fede. Con il Rosario, infatti, ci lasciamo guidare da Maria, modello di fede, nella meditazione dei misteri di Cristo, e giorno dopo giorno siamo aiutati ad assimilare il Vangelo, così che dia forma a tutta la nostra vita



ANNO DELLA FEDE (11 OTTOBRE 2012 - 24 NOVEMBRE 2013): LO SPECIALE DEL BLOG 

ANGELUS: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 07.10.2012


Al termine della Santa Messa celebrata in Piazza San Pietro per la proclamazione a "Dottori della Chiesa" dei Santi Giovanni d’Avila e Ildegarda di Bingen; e per l’Apertura della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, prima di recitare l’Angelus il Santo Padre Benedetto XVI rivolge ai presenti le seguenti parole:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

ci rivolgiamo ora in preghiera a Maria Santissima, che oggi veneriamo quale Regina del Santo Rosario. In questo momento, nel Santuario di Pompei, viene elevata la tradizionale «Supplica», a cui si uniscono innumerevoli persone nel mondo intero. Mentre anche noi ci associamo spiritualmente a tale corale invocazione, vorrei proporre a tutti di valorizzare la preghiera del Rosario nel prossimo Anno della fede. Con il Rosario, infatti, ci lasciamo guidare da Maria, modello di fede, nella meditazione dei misteri di Cristo, e giorno dopo giorno siamo aiutati ad assimilare il Vangelo, così che dia forma a tutta la nostra vita. Pertanto, nella scia dei miei Predecessori, in particolare del Beato Giovanni Paolo II che dieci anni fa ci diede la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, invito a pregare il Rosario personalmente, in famiglia e in comunità, ponendoci alla scuola di Maria, che ci conduce a Cristo, centro vivo della nostra fede.

Je salue cordialement les pèlerins francophones. Alors que s’ouvre le Synode pour la Nouvelle Evangélisation, je vous invite à prier plus particulièrement l’Esprit Saint, le protagoniste de l’évangélisation depuis la naissance de l’Église. Les participants venus du monde entier manifestent l’universalité de l’Évangile qui s’adresse, aujourd’hui comme hier, à chaque personne rachetée et sauvée par Jésus Christ. Puisse chaque chrétien être renouvelé dans sa responsabilité de faire connaître le Sauveur et son message d’amour et de paix ! Confions à la Vierge Marie, l’Etoile de l’évangélisation, les travaux de cette Assemblée. Bon dimanche à tous et que Dieu vous bénisse !

I greet the English-speaking pilgrims here today! I ask all of you to pray for the work of the Synod on the New Evangelization, beginning today. Later this week, on the fiftieth anniversary of the opening of the Second Vatican Council, the Year of Faith begins. May these events confirm us in the beauty and joy of our faith in Jesus Christ which comes to us through the Church! Entrusting these intentions to our Lady of the Rosary, I invoke upon all of you God’s abundant blessings!

Einen frohen Gruß richte ich an die vielen Gäste aus den Ländern deutscher Sprache. Mit der heiligen Messe heute morgen habe ich die 13. Ordentliche Generalversammlung der Bischofssynode mit dem Thema „Die neue Evangelisierung für die Weitergabe des christlichen Glaubens" eröffnet. Als Vorbilder für die Weitergabe des Glaubens begleiten uns die beiden neuen Kirchenlehrer: Johannes von Avila und Hildegard von Bingen. Johannes beschreibt die Nachfolge Christi als ein inneres Voranschreiten, das sich auf das persönliche Gebet und die Einübung in die Tugenden stützt. Hildegard ist eine Patronin des guten Rates. Sie setzt ihr großes Wissen ein, um Menschen zu helfen, mehr im Einklang mit Gott, mit unserem Schöpfer und Erlöser, zu leben. Begleiten auch wir mit unserem Gebet diese Synodenversammlung und bitten wir, daß der Heilige Geist uns auf allen unsern Wegen führe.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española. Invito a todos a orar por los trabajos del Sínodo de los Obispos, que en los próximos días reflexionará sobre "La nueva evangelización para la transmisión de la fe cristiana". Hoy he declarado Doctores de la Iglesia al sacerdote español san Juan de Ávila y a la religiosa alemana santa Hildegarda de Bingen. Que sus figuras y obras sigan siendo faros luminosos y seguros en el anuncio del Reino de Dios, y nos ayuden a todos a crecer cada día en la auténtica vida de fe. Que la Santísima Virgen María nos acompañe en estos propósitos.

Dirijo agora uma calorosa saudação aos peregrinos de língua portuguesa! Convido a todos a rezarem pelos trabalhos do Sínodo dos Bispos, hoje inaugurado, cujo tema é «A Nova Evangelização para a transmissão da Fé Cristã». Peçamos a Santa Maria, Estrela da Nova Evangelização, que nos ajude a caminhar com mais convicção e alegria no caminho da fé para assim podermos ser autênticas testemunhas de Jesus Cristo no mundo! Um Feliz domingo para todos!

Pozdrawiam serdecznie Polaków, uczestników liturgii otwarcia Synodu Biskupów. Proszę was o modlitewne wsparcie prac synodalnych, których przedmiotem będzie nowa ewangelizacja. Jej protagonistami i pionierami są święci. Ich wzorem ukazujmy innym piękno Ewangelii, głębię wiary i moc sakramentów, a szczególnie Eucharystii. Zawierzając dzieło Synodu Dziewicy Maryi, Królowej Różańca Świętego, z serca wam błogosławię.

[Saluto cordialmente i Polacchi partecipanti a questa liturgia di apertura del Sinodo dei Vescovi. Vi chiedo il sostegno orante per i lavori sinodali, il cui oggetto sarà la nuova evangelizzazione. I protagonisti e i pionieri di essa sono i santi. Come loro cerchiamo di far vedere ad altri la bellezza del Vangelo, la profondità della fede e la forza dei sacramenti, in modo particolare dell’Eucaristia. Affidando l’opera del Sinodo alla Vergine Maria, Regina del Santo Rosario, vi benedico di cuore.]

Angelus Domini…

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

Il Papa apre il Sinodo: Non si può parlare della nuova evangelizzazione senza una disposizione sincera di conversione. Lasciarsi riconciliare con Dio e con il prossimo è la via maestra della nuova evangelizzazione. Solamente purificati, i cristiani possono ritrovare il legittimo orgoglio della loro dignità di figli di Dio, creati a sua immagine e redenti con il sangue prezioso di Gesù Cristo, e possono sperimentare la sua gioia per condividerla con tutti, con i vicini e con i lontani

SINODO DEI VESCOVI SULLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE PER LA TRASMISSIONE DELLA FEDE CRISTIANA (7-28 OTTOBRE 2012): LO SPECIALE DEL BLOG

ANNO DELLA FEDE (11 OTTOBRE 2012 - 24 NOVEMBRE 2013): LO SPECIALE DEL BLOG


DISCORSI, OMELIE E MESSAGGI DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DEL SINODO SULLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

SANTA MESSA: VIDEO INTEGRALE

OMELIA DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA



CAPPELLA PAPALE PER LA PROCLAMAZIONE A "DOTTORI DELLA CHIESA" DEI SANTI GIOVANNI D’AVILA E ILDEGARDA DI BINGEN E PER L’APERTURA DELLA XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI, 07.10.2012

Alle ore 9.30 di questa mattina, XXVII Domenica del Tempo Ordinario, sul Sagrato della Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI proclama "Dottori della Chiesa" San Giovanni d’Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell’Ordine di San Benedetto; e presiede la Celebrazione Eucaristica in occasione dell’Apertura della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: "La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana". Concelebrano con il Santo Padre i Padri Sinodali e i Vescovi delle Conferenze episcopali spagnola e tedesca.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Santo Padre pronuncia dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

OMELIA DEL SANTO PADRE


Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

Con questa solenne concelebrazione inauguriamo la XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che ha per tema: La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Questa tematica risponde ad un orientamento programmatico per la vita della Chiesa, di tutti i suoi membri, delle famiglie, delle comunità, delle sue istituzioni. E tale prospettiva viene rafforzata dalla coincidenza con l’inizio dell’Anno della fede, che avverrà giovedì prossimo 11 ottobre, nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. 
Rivolgo il mio cordiale e riconoscente benvenuto a voi, che siete venuti a formare questa Assemblea sinodale, in particolare al Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi e ai suoi collaboratori. Estendo il mio saluto ai Delegati fraterni delle altre Chiese e Comunità Ecclesiali e a tutti i presenti, invitandoli ad accompagnare nella preghiera quotidiana i lavori che svolgeremo nelle prossime tre settimane.
Le Letture bibliche che formano la Liturgia della Parola di questa domenica ci offrono due principali spunti di riflessione: il primo sul matrimonio, che vorrei toccare più avanti; il secondo su Gesù Cristo, che riprendo subito. Non abbiamo il tempo per commentare questo passo della Lettera agli Ebrei, ma dobbiamo, all’inizio di questa Assemblea sinodale, accogliere l’invito a fissare lo sguardo sul Signore Gesù, «coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto» (Eb 2,9). La Parola di Dio ci pone dinanzi al Crocifisso glorioso, così che tutta la nostra vita, e in particolare l’impegno di questa Assise sinodale, si svolgano al cospetto di Lui e nella luce del suo mistero. L’evangelizzazione, in ogni tempo e luogo, ha sempre come punto centrale e terminale Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1); e il Crocifisso è per eccellenza il segno distintivo di chi annuncia il Vangelo: segno di amore e di pace, appello alla conversione e alla riconciliazione. Noi per primi, venerati Fratelli, teniamo rivolto a Lui lo sguardo del cuore e lasciamoci purificare dalla sua grazia.
Ora vorrei brevemente riflettere sulla «nuova evangelizzazione», rapportandola con l’evangelizzazione ordinaria e con la missione ad gentes. La Chiesa esiste per evangelizzare. Fedeli al comando del Signore Gesù Cristo, i suoi discepoli sono andati nel mondo intero per annunciare la Buona Notizia, fondando dappertutto le comunità cristiane. Col tempo, esse sono diventate Chiese ben organizzate con numerosi fedeli. In determinati periodi storici, la divina Provvidenza ha suscitato un rinnovato dinamismo dell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Basti pensare all’evangelizzazione dei popoli anglosassoni e di quelli slavi, o alla trasmissione del Vangelo nel continente americano, e poi alle stagioni missionarie verso i popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania. Su questo sfondo dinamico mi piace anche guardare alle due luminose figure che poc’anzi ho proclamato Dottori della Chiesa: San Giovanni d’Avila e Santa Ildegarda di Bingen. 
Anche nei nostri tempi lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa un nuovo slancio per annunciare la Buona Notizia, un dinamismo spirituale e pastorale che ha trovato la sua espressione più universale e il suo impulso più autorevole nel Concilio Ecumenico Vaticano II. Tale rinnovato dinamismo dell’evangelizzazione produce un benefico influsso sui due «rami» specifici che da essa si sviluppano, vale a dire, da una parte, la missio ad gentes, cioè l’annuncio del Vangelo a coloro che ancora non conoscono Gesù Cristo e il suo messaggio di salvezza; e, dall’altra parte, la nuova evangelizzazione, orientata principalmente alle persone che, pur essendo battezzate, si sono allontanate dalla Chiesa, e vivono senza fare riferimento alla prassi cristiana. L’Assemblea sinodale che oggi si apre è dedicata a questa nuova evangelizzazione, per favorire in queste persone un nuovo incontro con il Signore, che solo riempie di significato profondo e di pace l’esistenza; per favorire la riscoperta della fede, sorgente di Grazia che porta gioia e speranza nella vita personale, familiare e sociale. Ovviamente, tale orientamento particolare non deve diminuire né lo slancio missionario in senso proprio, né l’attività ordinaria di evangelizzazione nelle nostre comunità cristiane. In effetti, i tre aspetti dell’unica realtà di evangelizzazione si completano e fecondano a vicenda.
Il tema del matrimonio, propostoci dal Vangelo e dalla prima Lettura, merita a questo proposito un’attenzione speciale. Il messaggio della Parola di Dio si può riassumere nell’espressione contenuta nel Libro della Genesi e ripresa da Gesù stesso: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne» (Gen 2,24; Mc 10,7-8). Che cosa dice oggi a noi questa Parola? Mi sembra che ci inviti a renderci più consapevoli di una realtà già nota ma forse non pienamente valorizzata: che cioè il matrimonio, costituisce in se stesso un Vangelo, una Buona Notizia per il mondo di oggi, in particolare per il mondo scristianizzato. L’unione dell’uomo e della donna, il loro diventare «un’unica carne» nella carità, nell’amore fecondo e indissolubile, è segno che parla di Dio con forza, con una eloquenza che ai nostri giorni è diventata maggiore, perché purtroppo, per diverse cause, il matrimonio, proprio nelle regioni di antica evangelizzazione, sta attraversando una crisi profonda. E non è un caso. Il matrimonio è legato alla fede, non in senso generico. 
Il matrimonio, come unione d’amore fedele e indissolubile, si fonda sulla grazia che viene dal Dio Uno e Trino, che in Cristo ci ha amati d’amore fedele fino alla Croce. Oggi siamo in grado di cogliere tutta la verità di questa affermazione, per contrasto con la dolorosa realtà di tanti matrimoni che purtroppo finiscono male. C’è un’evidente corrispondenza tra la crisi della fede e la crisi del matrimonio. E, come la Chiesa afferma e testimonia da tempo, il matrimonio è chiamato ad essere non solo oggetto, ma soggetto della nuova evangelizzazione. Questo si verifica già in molte esperienze, legate a comunità e movimenti, ma si sta realizzando sempre più anche nel tessuto delle diocesi e delle parrocchie, come ha dimostrato il recente Incontro Mondiale delle Famiglie.
Una delle idee portanti del rinnovato impulso che il Concilio Vaticano II ha dato all’evangelizzazione è quella della chiamata universale alla santità, che in quanto tale riguarda tutti i cristiani (cfr Cost. Lumen gentium, 39-42). I santi sono i veri protagonisti dell’evangelizzazione in tutte le sue espressioni. Essi sono, in particolare, anche i pionieri e i trascinatori della nuova evangelizzazione: con la loro intercessione e con l’esempio della loro vita, attenta alla fantasia dello Spirito Santo, essi mostrano alle persone indifferenti o addirittura ostili la bellezza del Vangelo e della comunione in Cristo, e invitano i credenti, per così dire, tiepidi, a vivere con gioia di fede, speranza e carità, a riscoprire il «gusto» della Parola di Dio e dei Sacramenti, in particolare del Pane di vita, l’Eucaristia. Santi e sante fioriscono tra i generosi missionari che annunciano la Buona Notizia ai non cristiani, tradizionalmente nei paesi di missione e attualmente in tutti i luoghi dove vivono persone non cristiane. La santità non conosce barriere culturali, sociali, politiche, religiose. Il suo linguaggio – quello dell’amore e della verità – è comprensibile per tutti gli uomini di buona volontà e li avvicina a Gesù Cristo, fonte inesauribile di vita nuova.
A questo punto, soffermiamoci un momento ad ammirare i due Santi che oggi sono stati aggregati alla eletta schiera dei Dottori della Chiesa. San Giovanni di Avila visse nel secolo XVI. Profondo conoscitore delle Sacre Scritture, era dotato di ardente spirito missionario. Seppe penetrare con singolare profondità i misteri della Redenzione operata da Cristo per l’umanità. Uomo di Dio, univa la preghiera costante all’azione apostolica. Si dedicò alla predicazione e all’incremento della pratica dei Sacramenti, concentrando il suo impegno nel migliorare la formazione dei candidati al sacerdozio, dei religiosi e dei laici, in vista di una feconda riforma della Chiesa.
Santa Ildegarda di Bingen, importante figura femminile del secolo XII, ha offerto il suo prezioso contributo per la crescita della Chiesa del suo tempo, valorizzando i doni ricevuti da Dio e mostrandosi donna di vivace intelligenza, profonda sensibilità e riconosciuta autorità spirituale. Il Signore la dotò di spirito profetico e di fervida capacità di discernere i segni dei tempi. Ildegarda nutrì uno spiccato amore per il creato, coltivò la medicina, la poesia e la musica. Soprattutto conservò sempre un grande e fedele amore per Cristo e per la Chiesa.
Lo sguardo sull’ideale della vita cristiana, espresso nella chiamata alla santità, ci spinge a guardare con umiltà la fragilità di tanti cristiani, anzi il loro peccato, personale e comunitario, che rappresenta un grande ostacolo all’evangelizzazione, e a riconoscere la forza di Dio che, nella fede, incontra la debolezza umana. Pertanto, non si può parlare della nuova evangelizzazione senza una disposizione sincera di conversione. Lasciarsi riconciliare con Dio e con il prossimo (cfr 2 Cor 5,20) è la via maestra della nuova evangelizzazione. Solamente purificati, i cristiani possono ritrovare il legittimo orgoglio della loro dignità di figli di Dio, creati a sua immagine e redenti con il sangue prezioso di Gesù Cristo, e possono sperimentare la sua gioia per condividerla con tutti, con i vicini e con i lontani.
Cari fratelli e sorelle, affidiamo a Dio i lavori dell’Assise sinodale nel sentimento vivo della comunione dei Santi, invocando in particolare l’intercessione dei grandi evangelizzatori, tra i quali vogliamo con grande affetto annoverare il Beato Papa Giovanni Paolo II, il cui lungo pontificato è stato anche esempio di nuova evangelizzazione. Ci poniamo sotto la protezione della Beata Vergine Maria, Stella della nuova evangelizzazione. Con lei invochiamo una speciale effusione dello Spirito Santo, che illumini dall’alto l’Assemblea sinodale e la renda fruttuosa per il cammino della Chiesa oggi nel nostro tempo . Amen.

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giovedì 4 ottobre 2012

Il Papa a Loreto: Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna

VISITA DEL SANTO PADRE A LORETO (4 OTTOBRE 2012): LO SPECIALE DEL BLOG

ANNO DELLA FEDE (11 OTTOBRE 2012 - 24 NOVEMBRE 2013): LO SPECIALE DEL BLOG 

SINODO DEI VESCOVI SULLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE PER LA TRASMISSIONE DELLA FEDE CRISTIANA (7-28 OTTOBRE 2012): LO SPECIALE DEL BLOG    


SANTA MESSA: VIDEO INTEGRALE 


VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A LORETO NELL’ANNIVERSARIO DEI 50 ANNI DEL VIAGGIO DI GIOVANNI XXIII NELLA CITTÀ MARIANA , 04.10.2012


CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA PIAZZA DELLA MADONNA A LORETO

Alle ore 10.30, nella piazza antistante il Santuario, il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Celebrazione Eucaristica in onore della Beata Vergine Maria di Loreto. Concelebrano con il Papa: l’Em.mo Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, S.E. Mons. Giovanni Tonucci, Arcivescovo Prelato di Loreto, S.E. Mons. Salvatore Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, e S.E. Mons. Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi.
Dopo la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:

OMELIA DEL SANTO PADRE


Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’episcopato,
cari fratelli e sorelle!

Il 4 ottobre del 1962, il Beato Giovanni XXIII venne in pellegrinaggio a questo Santuario per affidare alla Vergine Maria il Concilio Ecumenico Vaticano II, che si sarebbe inaugurato una settimana dopo. In quella occasione, egli, che nutriva una filiale e profonda devozione alla Madonna, si rivolse a lei con queste parole: «Oggi, ancora una volta, ed in nome di tutto l’episcopato, a Voi, dolcissima Madre, che siete salutata Auxilium Episcoporum, chiediamo per Noi, Vescovo di Roma e per tutti i Vescovi dell’universo di ottenerci la grazia di entrare nell’aula conciliare della Basilica di San Pietro come entrarono nel Cenacolo gli Apostoli e i primi discepoli di Gesù: un cuor solo, un palpito solo di amore a Cristo e alle anime, un proposito solo di vivere e di immolarci per la salvezza dei singoli e dei popoli. Così, per la vostra materna intercessione, negli anni e nei secoli futuri, si possa dire che la grazia di Dio ha prevenuto, accompagnato e coronato il ventunesimo Concilio Ecumenico, infondendo nei figli tutti della Santa Chiesa nuovo fervore, slancio di generosità, fermezza di propositi» (AAS 54 [1962], 727). Così Papa Giovanni XXIII in quel giorni.
A distanza di cinquant’anni, dopo essere stato chiamato dalla divina Provvidenza a succedere sulla cattedra di Pietro a quel Papa indimenticabile, anch’io sono venuto qui pellegrino per affidare alla Madre di Dio due importanti iniziative ecclesiali: l’Anno della fede, che avrà inizio tra una settimana, l’11 ottobre, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, da me convocata nel mese di ottobre sul tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana»
Cari amici! A voi tutti porgo il mio più cordiale saluto. Ringrazio l’Arcivescovo di Loreto, Mons. Giovanni Tonucci, per le calorose espressioni di benvenuto. Saluto gli altri Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Padri Cappuccini, ai quali è affidata la cura pastorale del santuario, e le Religiose. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Dott. Paolo Niccoletti, che pure ringrazio per le sue cortesi parole, al Rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e militari presenti. E la mia riconoscenza va a tutti coloro che hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questo mio Pellegrinaggio.
Come ricordavo nella Lettera Apostolica di indizione, attraverso l’Anno della fede «intendo invitare i Confratelli Vescovi di tutto l’orbe perché si uniscano al Successore di Pietro, nel tempo di grazia spirituale che il Signore ci offre, per fare memoria del dono prezioso della fede» (Porta fidei, 8). E proprio qui a Loreto abbiamo l’opportunità di metterci alla scuola di Maria, di lei che è stata proclamata «beata» perché «ha creduto» (Lc 1,45). Questo Santuario, costruito attorno alla sua casa terrena, custodisce la memoria del momento in cui l’Angelo del Signore venne da Maria con il grande annuncio dell’Incarnazione, ed ella diede la sua risposta. Questa umile abitazione è una testimonianza concreta e tangibile dell’avvenimento più grande della nostra storia: l’Incarnazione; il Verbo si è fatto carne, e Maria, la serva del Signore, è il canale privilegiato attraverso il quale Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14). Maria ha offerto la propria carne, ha messo tutta se stessa a disposizione della volontà di Dio, diventando «luogo» della sua presenza, «luogo» in cui dimora il Figlio di Dio. Qui possiamo richiamare le parole del Salmo con le quali, secondo la Lettera agli Ebrei, Cristo ha iniziato la sua vita terrena dicendo al Padre: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato…Allora ho detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”» (10,5.7). Maria dice parole simili di fronte all’Angelo che le rivela il piano di Dio su di lei: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). La volontà di Maria coincide con la volontà del Figlio nell’unico progetto di amore del Padre e in lei si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa «casa vivente» del Signore, tempio dove abita l’Altissimo. Il Beato Giovanni XXIII cinquant’anni fa, qui a Loreto, invitava a contemplare questo mistero, a «riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo dell’Incarnazione e della Redenzione», e continuava affermando che lo stesso Concilio aveva come scopo di estendere sempre più il raggio benefico dell’Incarnazione e Redenzione di Cristo in tutte le forme della vita sociale (cfr AAS 54 [1962], 724). E’ un invito che risuona oggi con particolare forza. 
Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna.
Ma il dimorare del Figlio di Dio nella «casa vivente», nel tempio, che è Maria, ci porta ad un altro pensiero: dove abita Dio, dobbiamo riconoscere che tutti siamo «a casa»; dove abita Cristo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sono più stranieri. Maria, che è madre di Cristo è anche nostra madre, ci apre la porta della sua Casa, ci guida ad entrare nella volontà del suo Figlio. 
È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riunisce in un’unica famiglia e che ci rende tutti fratelli e sorelle. Contemplando Maria, dobbiamo domandarci se anche noi vogliamo essere aperti al Signore, se vogliamo offrirgli la nostra vita perché sia una dimora per Lui; oppure se abbiamo paura che la presenza del Signore possa essere un limite alla nostra libertà, e se vogliamo riservarci una parte della nostra vita, in modo che possa appartenere soltanto a noi. Ma è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio, e la rende capace di aprirsi alla dimensione che la realizza in senso pieno: quella del dono di sé, dell’amore, che si fa servizio e condivisione.
La fede ci fa abitare, dimorare, ma ci fa anche camminare nella via della vita. Anche a questo proposito, la Santa Casa di Loreto conserva un insegnamento importante. Come sappiamo, essa fu collocata sopra una strada. La cosa potrebbe apparire piuttosto strana: dal nostro punto di vista, infatti, la casa e la strada sembrano escludersi. In realtà, proprio in questo particolare aspetto, è custodito un messaggio singolare di questa Casa. Essa non è una casa privata, non appartiene a una persona o a una famiglia, ma è un’abitazione aperta a tutti, che sta, per così dire, sulla strada di tutti noi. Allora, qui a Loreto, troviamo una casa che ci fa rimanere, abitare, e che nello stesso tempo ci fa camminare, ci ricorda che siamo tutti pellegrini, che dobbiamo essere sempre in cammino verso un’altra abitazione, verso la casa definitiva, verso la Città eterna, la dimora di Dio con l’umanità redenta (cfr Ap 21,3).
C’è ancora un punto importante del racconto evangelico dell’Annunciazione che vorrei sottolineare, un aspetto che non finisce mai di stupirci: Dio domanda il «sì» dell’uomo, ha creato un interlocutore libero, chiede che la sua creatura Gli risponda con piena libertà. San Bernardo di Chiaravalle, in uno dei suoi Sermoni più celebri, quasi «rappresenta» l’attesa da parte di Dio e dell’umanità del «sì» di Maria, rivolgendosi a lei con una supplica: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato… O Signora, da’ quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa… Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!» (In laudibus Virginis Matris, Hom. IV, 8: Opera omnia, Edit. Cisterc. 4, 1966, p. 53s). Dio chiede la libera adesione di Maria per diventare uomo. Certo, il «sì» della Vergine è frutto della Grazia divina. Ma la grazia non elimina la libertà, al contrario, la crea e la sostiene. La fede non toglie nulla alla creatura umana, ma ne permette la piena e definitiva realizzazione.
Cari fratelli e sorelle, in questo pellegrinaggio che ripercorre quello del Beato Giovanni XXIII - e che avviene, provvidenzialmente, nel giorno in cui si fa memoria di san Francesco di Assisi, vero «Vangelo vivente» - vorrei affidare alla Santissima Madre di Dio tutte le difficoltà che vive il nostro mondo alla ricerca di serenità e di pace, i problemi di tante famiglie che guardano al futuro con preoccupazione, i desideri dei giovani che si aprono alla vita, le sofferenze di chi attende gesti e scelte di solidarietà e di amore. Vorrei affidare alla Madre di Dio anche questo speciale tempo di grazia per la Chiesa, che si apre davanti a noi. Tu, Madre del «sì», che hai ascoltato Gesù, parlaci di Lui, raccontaci il tuo cammino per seguirlo sulla via della fede, aiutaci ad annunciarlo perché ogni uomo possa accoglierlo e diventare dimora di Dio. Amen!

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mercoledì 3 ottobre 2012

Il Papa: La liturgia non è il ricordo di eventi passati, ma è la presenza viva del Mistero Pasquale di Cristo che trascende e unisce i tempi e gli spazi. Se nella celebrazione non emerge la centralità di Cristo non avremo la liturgia cristiana, totalmente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice. Dio agisce per mezzo di Cristo e noi non possiamo agire che per mezzo suo e in Lui





L’UDIENZA GENERALE,  03.10.2012

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana il Papa ha incentrato la sua meditazione sulla natura ecclesiale della preghiera liturgica. Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. Quindi ha rivolto un appello alla preghiera per l’Anno della fede e per il Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione, alla vigilia del Suo pellegrinaggio al Santuario di Loreto. 
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA 

La natura ecclesiale della preghiera liturgica

Cari fratelli e sorelle,



nella scorsa catechesi ho iniziato a parlare di una delle fonti privilegiate della preghiera cristiana: la sacra liturgia, che - come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica - è «partecipazione alla preghiera di Cristo, rivolta al Padre nello Spirito Santo. Nella liturgia ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo termine» (n. 1073). 

Oggi vorrei che ci chiedessimo: nella mia vita, riservo uno spazio sufficiente alla preghiera e, soprattutto, che posto ha nel mio rapporto con Dio la preghiera liturgica, specie la Santa Messa, come partecipazione alla preghiera comune del Corpo di Cristo che è la Chiesa?

Nel rispondere a questa domanda dobbiamo ricordare anzitutto che la preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo (cfr ibid., 2565). Quindi la vita di preghiera consiste nell’essere abitualmente alla presenza di Dio e averne coscienza, nel vivere in relazione con Dio come si vivono i rapporti abituali della nostra vita, quelli con i familiari più cari, con i veri amici; anzi quella con il Signore è la relazione che dona luce a tutte le altre nostre relazioni. Questa comunione di vita con Dio, Uno e Trino, è possibile perché per mezzo del Battesimo siamo stati inseriti in Cristo, abbiamo iniziato ad essere una sola cosa con Lui (cfr Rm 6,5).

In effetti, solo in Cristo possiamo dialogare con Dio Padre come figli, altrimenti non è possibile, ma in comunione col Figlio possiamo anche dire noi come ha detto Lui: «Abbà». In comunione con Cristo possiamo conoscere Dio come Padre vero (cfr Mt 11,27). Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui. Il cristiano riscopre la sua vera identità in Cristo, «primogenito di ogni creatura», nel quale sussistono tutte le cose (cfr Col 1,15ss). Nell’identificarmi con Lui, nell’essere una cosa sola con Lui, riscopro la mia identità personale, quella di vero figlio che guarda a Dio come a un Padre pieno di amore.

Ma non dimentichiamo: Cristo lo scopriamo, lo conosciamo come Persona vivente, nella Chiesa. Essa è il «suo Corpo». Tale corporeità può essere compresa a partire dalle parole bibliche sull’uomo e sulla donna: i due saranno una carne sola (cfr Gn 2,24; Ef 5,30ss.; 1 Cor 6,16s). Il legame inscindibile tra Cristo e la Chiesa, attraverso la forza unificante dell’amore, non annulla il «tu» e l’«io», bensì li innalza alla loro unità più profonda. Trovare la propria identità in Cristo significa giungere a una comunione con Lui, che non mi annulla, ma mi eleva alla dignità più alta, quella di figlio di Dio in Cristo: «la storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più» (Enc. Deus caritas est, 17). Pregare significa elevarsi all’altezza di Dio, mediante una necessaria graduale trasformazione del nostro essere.

Così, partecipando alla liturgia, facciamo nostra la lingua della madre Chiesa, apprendiamo a parlare in essa e per essa. Naturalmente, come ho già detto, questo avviene in modo graduale, poco a poco. Devo immergermi progressivamente nelle parole della Chiesa, con la mia preghiera, con la mia vita, con la mia sofferenza, con la mia gioia, con il mio pensiero. E’ un cammino che ci trasforma.
Penso allora che queste riflessioni ci permettano di rispondere alla domanda che ci siamo fatti all’inizio: come imparo a pregare, come cresco nella mia preghiera? Guardando al modello che ci ha insegnato Gesù, il Padre nostro, noi vediamo che la prima parola è «Padre» e la seconda è «nostro». 
La risposta, quindi, è chiara: apprendo a pregare, alimento la mia preghiera, rivolgendomi a Dio come Padre e pregando-con-altri, pregando con la Chiesa, accettando il dono delle sue parole, che mi diventano poco a poco familiari e ricche di senso. Il dialogo che Dio stabilisce con ciascuno di noi, e noi con Lui, nella preghiera include sempre un «con»; non si può pregare Dio in modo individualista. Nella preghiera liturgica, soprattutto l’Eucaristia, e - formati dalla liturgia - in ogni preghiera, non parliamo solo come singole persone, bensì entriamo nel «noi» della Chiesa che prega. E dobbiamo trasformare il nostro «io» entrando in questo «noi».
Vorrei richiamare un altro aspetto importante. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo: «Nella liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa» (n. 1097); quindi è il «Cristo totale», tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo che celebra.
La liturgia allora non è una specie di «auto-manifestazione» di una comunità, ma è invece l’uscire dal semplice «essere-se-stessi», essere chiusi in se stessi, e l’accedere al grande banchetto, l’entrare nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre. La liturgia implica universalità e questo carattere universale deve entrare sempre di nuovo nella consapevolezza di tutti. La liturgia cristiana è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto. 
Non è mai solamente l’evento di una comunità singola, con una sua collocazione nel tempo e nello spazio. E’ importante che ogni cristiano si senta e sia realmente inserito in questo «noi» universale, che fornisce il fondamento e il rifugio all’«io», nel Corpo di Cristo che è la Chiesa.
In questo dobbiamo tenere presente e accettare la logica dell’incarnazione di Dio: Egli si è fatto vicino, presente, entrando nella storia e nella natura umana, facendosi uno di noi. E questa presenza continua nella Chiesa, suo Corpo. 
La liturgia allora non è il ricordo di eventi passati, ma è la presenza viva del Mistero Pasquale di Cristo che trascende e unisce i tempi e gli spazi. Se nella celebrazione non emerge la centralità di Cristo non avremo liturgia cristiana, totalmente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice. Dio agisce per mezzo di Cristo e noi non possiamo agire che per mezzo suo e in Lui. Ogni giorno deve crescere in noi la convinzione che la liturgia non è un nostro, un mio «fare», ma è azione di Dio in noi e con noi.
Quindi, non è il singolo - sacerdote o fedele - o il gruppo che celebra la liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. Questa universalità ed apertura fondamentale, che è propria di tutta la liturgia, è una delle ragioni per cui essa non può essere ideata o modificata dalla singola comunità o dagli esperti, ma deve essere fedele alle forme della Chiesa universale.
Anche nella liturgia della più piccola comunità è sempre presente la Chiesa intera. Per questo non esistono «stranieri» nella comunità liturgica. In ogni celebrazione liturgica partecipa assieme tutta la Chiesa, cielo e terra, Dio e gli uomini. La liturgia cristiana, anche se si celebra in un luogo e uno spazio concreto ed esprime il «sì» di una determinata comunità, è per sua natura cattolica, proviene dal tutto e conduce al tutto, in unità con il Papa, con i Vescovi, con i credenti di tutte le epoche e di tutti i luoghi. Quanto più una celebrazione è animata da questa coscienza, tanto più fruttuosamente in essa si realizza il senso autentico della liturgia.
Cari amici, la Chiesa si rende visibile in molti modi: nell’azione caritativa, nei progetti di missione, nell’apostolato personale che ogni cristiano deve realizzare nel proprio ambiente. Però il luogo in cui la si sperimenta pienamente come Chiesa è nella liturgia: essa è l’atto nel quale crediamo che Dio entra nella nostra realtà e noi lo possiamo incontrare, lo possiamo toccare. È l’atto nel quale entriamo in contatto con Dio: Egli viene a noi, e noi siamo illuminati da Lui. Per questo, quando nelle riflessioni sulla liturgia noi centriamo la nostra attenzione soltanto su come renderla attraente, interessante bella, rischiamo di dimenticare l’essenziale: la liturgia si celebra per Dio e non per noi stessi; è opera sua; è Lui il soggetto; e noi dobbiamo aprirci a Lui e lasciarci guidare da Lui e dal suo Corpo che è la Chiesa.
Chiediamo al Signore di imparare ogni giorno a vivere la sacra liturgia, specialmente la Celebrazione eucaristica, pregando nel «noi» della Chiesa, che dirige il suo sguardo non a se stessa, ma a Dio, e sentendoci parte della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Grazie.

APPELLO DEL SANTO PADRE  



Cari fratelli e sorelle, domani mi recherò in visita al Santuario di Loreto, nel 50° anniversario del celebre pellegrinaggio del Beato Papa Giovanni XXIII in quella località mariana, avvenuto una settimana prima dell’apertura del Concilio Vaticano II.

Vi chiedo di unirvi alla mia preghiera nel raccomandare alla Madre di Dio i principali eventi ecclesiali che ci apprestiamo a vivere: l’Anno della fede e il Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione. Possa la Vergine Santa accompagnare la Chiesa nella sua missione di annunciare il Vangelo agli uomini e alle donne del nostro tempo.

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