lunedì 8 dicembre 2008

Il Papa: "L’esistenza di quello che la Chiesa chiama "peccato originale" è purtroppo di un’evidenza schiacciante..."


SOLENNITA' DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE: LO SPECIALE DEL BLOG

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2009: LO SPECIALE DEL BLOG

ANGELUS DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Il Papa: "Come si suol dire, non c'è rosa senza spine. Alla Madre si presentano le gioie, ma si confidano anche le preoccupazioni, sicuri di trovare in lei conforto per non abbattersi e sostegno per andare avanti" (Atto di Venerazione all'Immacolata, Piazza di Spagna, 8 dicembre 2008)

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 08.12.2008

Alle ore 12 di oggi, Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Il mistero dell’Immacolata Concezione di Maria, che oggi solennemente celebriamo, ci ricorda due verità fondamentali della nostra fede: il peccato originale innanzitutto, e poi la vittoria su di esso della grazia di Cristo, vittoria che risplende in modo sublime in Maria Santissima.
L’esistenza di quello che la Chiesa chiama "peccato originale" è purtroppo di un’evidenza schiacciante, se solo guardiamo intorno a noi e prima di tutto dentro di noi. L’esperienza del male è infatti così consistente, da imporsi da sé e da suscitare in noi la domanda: da dove proviene? Specialmente per un credente, l’interrogativo è ancora più profondo: se Dio, che è Bontà assoluta, ha creato tutto, da dove viene il male? Le prime pagine della Bibbia (Gn 1-3) rispondono proprio a questa domanda fondamentale, che interpella ogni generazione umana, con il racconto della creazione e della caduta dei progenitori: Dio ha creato tutto per l’esistenza, in particolare ha creato l’essere umano a propria immagine; non ha creato la morte, ma questa è entrata nel mondo per invidia del diavolo (cfr Sap 1,13-14; 2,23-24) il quale, ribellatosi a Dio, ha attirato nell’inganno anche gli uomini, inducendoli alla ribellione. E’ il dramma della libertà, che Dio accetta fino in fondo per amore, promettendo però che ci sarà un figlio di donna che schiaccerà la testa all’antico serpente (Gn 3,15).

Fin dal principio, dunque, "l’eterno consiglio" – come direbbe Dante – ha un "termine fisso" (Paradiso, XXXIII, 3): la Donna predestinata a diventare madre del Redentore, madre di Colui che si è umiliato fino all’estremo per ricondurre noi alla nostra originaria dignità. Questa Donna, agli occhi di Dio, ha da sempre un volto e un nome: "piena di grazia" (Lc 1,28), come la chiamò l’Angelo visitandola a Nazareth.
E’ la nuova Eva, sposa del nuovo Adamo, destinata ad essere madre di tutti i redenti. Così scriveva sant’Andrea di Creta: "La Theotókos Maria, il comune rifugio di tutti i cristiani, è stata la prima ad essere liberata dalla primitiva caduta dei nostri progenitori" (Omelia IV sulla Natività, PG 97, 880 A). E la liturgia odierna afferma che Dio ha "preparato una degna dimora per il suo Figlio e, in previsione della morte di Lui, l’ha preservata da ogni macchia di peccato" (Orazione Colletta).

Carissimi, in Maria Immacolata, noi contempliamo il riflesso della Bellezza che salva il mondo: la bellezza di Dio che risplende sul volto di Cristo. In Maria questa bellezza è totalmente pura, umile, libera da ogni superbia e presunzione. Così la Vergine si è mostrata a santa Bernadette, 150 anni or sono, a Lourdes, e così è venerata in tanti santuari. Oggi pomeriggio, secondo la tradizione, anch’io Le renderò omaggio presso il monumento a Lei dedicato in Piazza di Spagna. Invochiamo ora con fiducia la Vergine Immacolata, riprendendo con l’Angelus le parole del Vangelo, che l’odierna liturgia propone alla nostra meditazione.

DOPO L’ANGELUS

Sono lieto di salutare la Pontificia Accademia dell’Immacolata e il suo Presidente, il Cardinale Andrea Maria Deskur. Cari amici, a 20 anni dall’approvazione del nuovo Statuto dell’Accademia, invoco la Vergine Santa perché vegli sempre su di voi e sulla vostra attività.

Je suis heureux de vous saluer chers francophones présents pour la prière de l’Angélus, ici à Rome ou par la radio et la télévision. En la fête de l’Immaculée Conception de la Vierge Marie, nous sommes en union avec les pèlerins rassemblés dans les sanctuaires mariaux, et tout spécialement à Lourdes pour la clôture de l’Année Jubilaire des Apparitions, mais également avec les fidèles réunis à Ars pour l’ouverture de l’Année Jubilaire du cent cinquantième anniversaire de la mort de saint Jean-Marie Vianney. Que Notre-Dame de l’Avent, nous aide à dire oui au Seigneur qui saura combler notre vie ! Nous pourrons, ainsi, vivre à son exemple dans la confiance. Avec ma Bénédiction Apostolique.

I greet all the English-speaking visitors and pilgrims who are present today. The feast of the Immaculate Conception of the Blessed Virgin Mary is an occasion for us all to rejoice in the radiant purity of the Mother of our Redeemer. She was chosen from among all women to be our pattern of holiness, a sign of favour to the Church at its beginning and the promise of its perfection as the spotless bride of Christ. May God bless you, your families and all those you love.

Herzlich grüße ich alle deutschsprachigen Brüder und Schwestern am Hochfest der Unbefleckten Empfängnis Mariens. Das Vorrecht Marias, vor jeder Sünde bewahrt zu sein, ist ein Geschenk der unbedingten Güte Gottes. Zugleich sehen wir an Maria, daß Gott die Mitwirkung des Menschen erwartet. Je bereitwilliger wir zu Gottes Heilsplan ja sagen, desto mehr können wir unserer Berufung als getaufte Christen gerecht werden; denn wir alle sind in Christus dazu erwählt, heilig und untadelig vor Gott zu leben, zum Lob seiner herrlichen Gnade. Euch allen wünsche ich einen gesegneten Festtag!

Saludo a los peregrinos de lengua española en esta solemnidad de la Inmaculada Concepción, tan hondamente arraigada en España y en los países latinoamericanos. Confío a la Santísima Virgen María, la llena de gracia, los gozos y las preocupaciones de todos los discípulos de su divino Hijo, para que, acogiendo la Palabra de Dios con un corazón generoso y humilde, la pongan en práctica con constancia y sean fieles testigos y misioneros de Jesucristo en todos los ámbitos de la vida. Muchas gracias.

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Dziś wielbimy Boga, który zachował Maryję od zmazy grzechu pierworodnego i uświęcił łaską, aby Ją przygotować na godną Matkę swego Syna (por. Prefacja). Ona pierwsza dostąpiła tego daru, który wszyscy otrzymaliśmy przez Chrzest. Niech nas wspomaga przykład i opieka Niepokalanej, abyśmy wolni od grzechu żyli w łasce świętości. Niech Bóg wam błogosławi.

[Saluto cordialmente i polacchi. Oggi rendiamo gloria a Dio che ha preservato Maria dalla macchia del peccato originale e L’ha santificata con la grazia, per prepararLa ad essere degna Madre del suo Figlio (cf. Prefazio). Lei per prima ha raggiunto il dono che noi tutti abbiamo ricevuto nel Battesimo. L’esempio e la protezione dell’Immacolata ci sostengano, affinché, liberi dal peccato, viviamo nella grazia della santità. Dio vi benedica.]

Rivolgo un saluto a tutti i soci dell’Azione Cattolica Italiana, che in questa ricorrenza rinnovano l’adesione all’associazione. Sostenuti dalla materna protezione di Maria Santissima, possano esprimere al meglio il loro servizio ecclesiale e specialmente l’impegno educativo, per il quale l’Azione Cattolica può contare su una lunga e consolidata tradizione. Saluto inoltre le famiglie del Movimento "Tra Noi". Buona festa a tutti!

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domenica 7 dicembre 2008

Il Papa: "Questo vuole fare il Signore in Avvento: parlare al cuore del suo Popolo e, per suo tramite, all’umanità intera, per annunciare la salvezza"


(Lorenzo Lotto, "Natività")

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2009: LO SPECIALE DEL BLOG

IL RIAVVICINAMENTO FRA CATTOLICI E ORTODOSSI

ANGELUS DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

ANGELUS: VIDEO

Il Papa agli universitari romani: "Vi aspetto giovedì!". Impressionante la folla in Piazza San Pietro per l'Angelus :-)

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 07.12.2008

Alle ore 12 di oggi, II Domenica di Avvento, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro per il consueto appuntamento domenicale.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Da una settimana stiamo vivendo il tempo liturgico dell’Avvento: tempo di apertura al futuro di Dio, tempo di preparazione al santo Natale, quando Lui, il Signore, che è la novità assoluta, è venuto ad abitare in mezzo a questa umanità decaduta per rinnovarla dall’interno. Nella liturgia dell’Avvento risuona un messaggio pieno di speranza, che invita ad alzare lo sguardo all’orizzonte ultimo, ma al tempo stesso a riconoscere nel presente i segni del Dio-con-noi. In questa seconda Domenica di Avvento la Parola di Dio assume gli accenti commoventi del cosiddetto Secondo Isaia, che agli Israeliti, provati da decenni di amaro esilio in Babilonia, annunciò finalmente la liberazione: "Consolate, consolate il mio popolo – dice il profeta a nome di Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e ditele che la sua tribolazione è compiuta" (Is 40,1-2).
Questo vuole fare il Signore in Avvento: parlare al cuore del suo Popolo e, per suo tramite, all’umanità intera, per annunciare la salvezza. Anche oggi si leva la voce della Chiesa: "Nel deserto preparate la via del Signore" (Is 40, 3). Per le popolazioni sfinite dalla miseria e dalla fame, per le schiere dei profughi, per quanti patiscono gravi e sistematiche violazioni dei loro diritti, la Chiesa si pone come sentinella sul monte alto della fede e annuncia: "Ecco il vostro Dio! Ecco il Signore Dio viene con potenza" (Is 40,11).

Questo annuncio profetico si è realizzato in Gesù Cristo. Egli, con la sua predicazione e poi con la sua morte e risurrezione, ha portato a compimento le antiche promesse, rivelando una prospettiva più profonda e universale. Ha inaugurato un esodo non più solo terreno, storico, e come tale provvisorio, ma radicale e definitivo: il passaggio dal regno del male al regno di Dio, dal dominio del peccato e della morte a quello dell’amore e della vita. Pertanto, la speranza cristiana va oltre la legittima attesa di una liberazione sociale e politica, perché ciò che Gesù ha iniziato è un’umanità nuova, che viene "da Dio", ma al tempo stesso germoglia in questa nostra terra, nella misura in cui essa si lascia fecondare dallo Spirito del Signore. Si tratta perciò di entrare pienamente nella logica della fede: credere in Dio, nel suo disegno di salvezza, ed al tempo stesso impegnarsi per la costruzione del suo Regno. La giustizia e la pace, infatti, sono dono di Dio, ma richiedono uomini e donne che siano "terra buona", pronta ad accogliere il buon seme della sua Parola.

Primizia di questa nuova umanità è Gesù, Figlio di Dio e figlio di Maria. Lei, la Vergine Madre, è la "via" che Dio stesso si è preparata per venire nel mondo. Con tutta la sua umiltà, Maria cammina alla testa del nuovo Israele nell’esodo da ogni esilio, da ogni oppressione, da ogni schiavitù morale e materiale, verso "i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali abita la giustizia" (2 Pt 3,13). Alla sua materna intercessione affidiamo l’attesa di pace e di salvezza degli uomini del nostro tempo.

DOPO L’ANGELUS

Nei giorni scorsi è morto il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Sua Santità Alessio II. Ci uniamo nella preghiera ai nostri fratelli ortodossi per raccomandare la sua anima alla bontà del Signore, affinché lo accolga nel suo Regno di luce e di pace.

Nel pomeriggio di giovedì prossimo, 11 dicembre, incontrerò nella Basilica di San Pietro gli universitari degli Atenei romani, al termine della Santa Messa che sarà presieduta dal Cardinale Agostino Vallini. In occasione dell’Anno Paolino, consegnerò ai giovani studenti la Lettera ai Romani dell’apostolo Paolo, e sarò lieto di salutarli, insieme con i Rettori, i docenti e il personale tecnico e amministrativo, in questo tradizionale appuntamento che prepara al Santo Natale.

Sono lieto di rivolgere un particolare saluto ai Chierici Mariani dell’Immacolata Concezione, che domani inizieranno il giubileo centenario della rinascita e della riforma della loro Congregazione. Cari Fratelli, la Vergine Maria vi ottenga abbondanti grazie e vi aiuti a rimanere sempre fedeli al vostro carisma.

Chers pèlerins francophones, je vous accueille ce matin avec joie. À la suite de Jean-Baptiste, nous sommes invités à préparer les chemins du Seigneur, car voici venir notre Dieu. Avec impatience nous voulons l’accueillir, lui qui se fait homme pour chacun de nous. Que dans notre monde blessé par de multiples violences, cette période d’attente soit un moment de renouvellement des cœurs afin de vivre dans la justice et dans la paix, dans la solidarité et l’entraide, ce temps de la Miséricorde de Dieu qui nous est promis ! Avec ma Bénédiction Apostolique.

I greet the English-speaking visitors and pilgrims who are gathered here today. The Church puts before us, on this second Sunday of Advent, the figure of John the Baptist, the voice crying in the wilderness: "Prepare a way for the Lord". During this Advent season, as we wait in joyful hope for the coming of Christ, let us prepare a place for him in our hearts. I invoke God’s abundant blessings upon all of you, and upon your families and loved ones at home.

Mit frohem Herzen grüße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache. Die Botschaft des Advents ruft uns auf, dem Herrn den Weg zu bereiten. Fangen wir damit bei uns an, indem wir das Neue zulassen, das Christus in uns wirken will. Seine Wahrheit leuchtet den Suchenden, seine Kraft stärkt die Schwachen und seine Heiligkeit bringt den Sündern Vergebung. Öffnen wir dem Herrn die Türen unseres Herzens und tun wir Gutes denen, die unsere Hilfe brauchen. Der Heilige Geist geleite euch auf Wegen der Gnade.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española presentes en esta oración mariana y a aquellos que se unen a ella a través de la radio y la televisión. En este tiempo de Adviento, la Palabra de Dios nos invita a esperar la venida gloriosa de nuestro Salvador con una conducta santa y religiosa, procurando vivir en paz con Dios, limpios e irreprensibles ante Él. Feliz domingo.

Saúdo agora os peregrinos de língua portuguesa e todos aqueles que estão unidos a nós através desta oração à Virgem Maria. De modo particular, desejo reiterar meus sentimentos de comoção pela catástrofe ambiental ocorrida há poucos dias no Estado de Santa Catarina, causando numerosas vítimas e deixando desabrigados milhares de pessoas. Para todos invoco a proteção do Altíssimo, para que possa recompensar o povo brasileiro e as autoridades nacionais e estrangeiras, pela ajuda prestada aos flagelados nesta hora de viva consternação. A todos e às vossas famílias dou de coração a minha Bênção Apostólica.

Z radością pozdrawiam wszystkich Polaków, a szczególnie uczestników Konwentu Generalnego Księży Marianów, którzy jutro inicjują Jubileuszowy Rok 100-lecia odnowy Zgromadzenia, dokonanej przez błogosławionego Jerzego Matulewicza. Życzę wam mocy ducha w wypełnianiu rad ewangelicznych, a wszystkim dobrego przeżywania Adwentu. Dobrej niedzieli!

[Sono lieto di salutare tutti i Polacchi, in modo particolare i partecipanti al Convegno Generale dei Chierici Mariani, i quali domani iniziano l’Anno Giubilare centenario della riforma della Congregazione operata dal beato Jerzy Matulewicz. Auguro loro forza spirituale nella pratica dei consigli evangelici e a tutti un buon itinerario di Avvento. Buona domenica!]

Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Pian Camuno, Castro e Salerno, e i giovani dell’Oratorio San Giuseppe di Vittoria. Un saluto speciale rivolgo anche alla Banda Sociale di Dro e al Coro "Costalta" di Baselga di Piné, in Diocesi di Trento. A tutti auguro una buona domenica e una felice festa dell’Immacolata.

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sabato 6 dicembre 2008

I sacerdoti di Roma chiedono, il Papa risponde...


IL PAPA, INTERROGATO, RISPONDE "A BRACCIO"

INCONTRO CON IL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Aula della Benedizione
Giovedì, 2 marzo 2006


Parlo subito, altrimenti il mio monologo diventa troppo lungo, se aspetto che si concludano tutti gli interventi. Vorrei innanzitutto esprimere la mia gioia di essere qui con voi, cari Sacerdoti di Roma. È una gioia reale: quella di vedere tanti buoni pastori a servizio del "Buon Pastore" qui, nella prima Sede della Cristianità, nella Chiesa che "presiede alla carità" e che deve essere modello delle altre Chiese locali. Grazie per il vostro servizio!

Abbiamo il luminoso esempio di Don Andrea, che ci mostra l'"essere" sacerdote sino in fondo: morire per Cristo nel momento della preghiera e così testimoniare, da una parte, l'interiorità della propria vita con Cristo e, dall'altra, la propria testimonianza per gli uomini in un punto realmente "panperiferico" del mondo, circondato dall'odio e dal fanatismo di altri. È una testimonianza che ispira tutti a seguire Cristo, a dare la vita per gli altri e a trovare proprio così la Vita.

Riguardo al primo intervento, rivolgo, innanzitutto un grande grazie per questa meravigliosa poesia! Ci sono anche poeti ed artisti nella Chiesa di Roma, nel presbiterio di Roma, e avrò ancora la possibilità di meditare, di interiorizzare queste belle parole e di tener presente che questa "finestra" è sempre "aperta". Forse è questa l'occasione per ricordare l'eredità fondamentale del grande Papa Giovanni Paolo II, per continuare ad assimilare sempre più questa eredità.

Ieri abbiamo dato inizio alla Quaresima. La Liturgia di oggi ci offre una profonda indicazione del significato essenziale della Quaresima: è un indicatore di strada per la nostra vita. Perciò mi sembra - parlo riferendomi a Papa Giovanni Paolo II - che dobbiamo insistere un po' sulla prima Lettura della giornata di oggi. Il grande discorso di Mosè sulla soglia della Terra Santa, dopo i quarant'anni del pellegrinaggio nel deserto, è un riassunto di tutta la Torah, di tutta la Legge. Troviamo qui l'essenziale non solo per il popolo ebraico ma anche per noi. Questo essenziale è la parola di Dio: "Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita" (Dt 30, 19). Questa parola fondamentale della Quaresima è anche la parola fondamentale dell'eredità del nostro grande Papa Giovanni Paolo II: scegliere la vita. Questa è la nostra vocazione sacerdotale: scegliere noi stessi la vita e aiutare gli altri a scegliere la vita. Si tratta di rinnovare nella Quaresima la nostra, per così dire, "opzione fondamentale", l'opzione per la vita.

Ma, nasce subito la questione: come si sceglie la vita? come si fa? Riflettendo, mi è venuto in mente che la grande defezione dal Cristianesimo realizzatasi nell'Occidente negli ultimi cento anni, è stata attuata proprio in nome dell'opzione per la vita. È stato detto - penso a Nietzsche ma anche a tanti altri - che il Cristianesimo è una opzione contro la vita. Con la Croce, con tutti i Comandamenti, con tutti i "No" che ci propone, ci chiude la porta della vita. Ma noi, vogliamo avere la vita, e scegliamo, optiamo, finalmente, per la vita liberandoci dalla Croce, liberandoci da tutti questi Comandamenti e da tutti questi "No". Vogliamo avere la vita in abbondanza, nient'altro che la vita. Qui subito viene in mente la parola del Vangelo di oggi: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà" (Lc 9, 24). Questo è il paradosso che dobbiamo innanzitutto tener presente nell'opzione per la vita. Non arrogandoci la vita per noi ma solo dando la vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo trovarla. Questo è il senso ultimo della Croce: non prendere per sé ma dare la vita.

Così, Nuovo e Vecchio Testamento vanno insieme. Nella prima Lettura del Deuteronomio la risposta di Dio è: "Io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva" (30, 16). Questo, a prima vista non ci piace, ma è la strada: l'opzione per la vita e l'opzione per Dio sono identiche. Il Signore lo dice nel Vangelo di san Giovanni: "Questa è la vita eterna: che conoscano te" (Gv 17, 3). La vita umana è una relazione. Solo in relazione, non chiusi in noi stessi, possiamo avere la vita. E la relazione fondamentale è la relazione col Creatore, altrimenti le altre relazioni sono fragili. Scegliere Dio, quindi: questo è essenziale. Un mondo vuoto di Dio, un mondo che ha dimenticato Dio, perde la vita e cade in una cultura di morte. Scegliere la vita, fare l'opzione per la vita, quindi, è, innanzitutto, scegliere l'opzione-relazione con Dio. Ma, subito nasce la questione: con quale Dio? Qui, di nuovo, ci aiuta il Vangelo: con quel Dio che ci ha mostrato il suo volto in Cristo, con quel Dio che ha vinto l'odio sulla Croce, cioè nell'amore sino alla fine. Così, scegliendo questo Dio, scegliamo la vita.

Il Papa Giovanni Paolo II ci ha donato la grande Enciclica Evangelium vitae. In essa - è quasi un ritratto dei problemi della cultura odierna, delle speranze e dei pericoli - diviene visibile che una società che dimentica Dio, che esclude Dio e, proprio per avere la vita, cade in una cultura di morte. Proprio volendo avere la vita si dice "No" al bambino, perché mi toglie qualche parte della mia vita; si dice "No" al futuro, per avere tutto il presente; si dice "No" sia alla vita che nasce sia alla vita sofferente, che va verso la morte. Questa apparente cultura della vita diventa l'anti-cultura della morte, dove Dio è assente, dove è assente quel Dio che non ordina l'odio ma vince l'odio. Qui facciamo la vera opzione per la vita. Tutto, allora, è connesso: la più profonda opzione per Cristo Crocifisso con la più completa opzione per la vita, dal primo momento fino all'ultimo momento.

Questo, mi sembra, in qualche modo, anche il nucleo della nostra pastorale: aiutare a fare una vera opzione per la vita, rinnovare la relazione con Dio come la relazione che ci dà vita e ci mostra la strada per la vita. E così amare di nuovo Cristo, che dall'Essere più ignoto, al quale non arrivavamo e che rimaneva enigmatico, si è reso un Dio noto, un Dio dal volto umano, un Dio che è amore. Teniamo presente proprio questo punto fondamentale per la vita e consideriamo che in questo programma è presente tutto il Vangelo, dall'Antico al Nuovo Testamento, che ha come centro Cristo. La Quaresima, per noi stessi, dovrebbe essere il tempo per rinnovare la nostra conoscenza di Dio, la nostra amicizia con Gesù, per essere così capaci di guidare gli altri in modo convincente alla opzione per la vita, che è innanzitutto opzione per Dio. A noi stessi deve risultare chiaro che scegliendo Cristo non abbiamo scelto la negazione della vita, ma abbiamo scelto realmente la vita in abbondanza.

L'opzione cristiana è, in fondo, molto semplice: è l'opzione del "Sì" alla vita. Ma questo "Sì", si realizza solo con un Dio non ignoto, con un Dio dal volto umano. Si realizza seguendo questo Dio nella comunione dell'amore. Quanto ho fin qui detto vuol essere un modo di rinnovare il nostro ricordo nei riguardi del grande Papa Giovanni Paolo II.

Veniamo al secondo intervento, così simpatico, a proposito delle mamme. Direi che adesso non posso comunicare grandi programmi, parole che potrete dire alle mamme. Dite semplicemente: il Papa vi ringrazia! Vi ringrazia perché avete donato la vita, perché volete aiutare questa vita che cresce e volete così costruire un mondo umano, contribuendo ad un futuro umano. E lo fate non dando solo la vita biologica, ma comunicando il centro della vita, facendo conoscere Gesù, introducendo i vostri bambini alla conoscenza di Gesù, all'amicizia con Gesù. Questo è il fondamento di ogni catechesi. Quindi bisogna ringraziare le mamme soprattutto perché hanno avuto il coraggio di dare la vita. E bisogna pregare le mamme perché completino questo loro dare la vita dando l'amicizia con Gesù.

Il terzo intervento era del Rettore della chiesa di sant'Anastasia. Qui, forse, posso dire, tra parentesi, che la chiesa di sant'Anastasia mi era già cara prima di averla vista, perché era la chiesa titolare del nostro Cardinale de Faulhaber. Egli ci ha sempre fatto sapere che a Roma aveva una sua chiesa, quella di sant'Anastasia. Con questa comunità ci siamo sempre incontrati in occasione della seconda Messa di Natale, dedicata alla "stazione" di sant'Anastasia. Gli storici dicono che là, il Papa, doveva visitare il Governatore bizantino, che lì aveva la sede. La chiesa ci fa pensare anche a quella santa e così anche all'"Anastasis": a Natale pensiamo anche alla Risurrezione. Non sapevo, e sono grato di esserne stato informato, che adesso la chiesa è sede dell'"Adorazione perpetua"; è quindi un punto focale della vita di fede a Roma. Questa proposta di creare nei cinque Settori della Diocesi di Roma, cinque luoghi di Adorazione perpetua, la pongo fiduciosamente nelle mani del Cardinale Vicario. Vorrei soltanto dire: grazie a Dio, perché dopo il Concilio, dopo un periodo in cui mancava un po' il senso dell'adorazione eucaristica, è rinata la gioia di questa adorazione dappertutto nella Chiesa, come abbiamo visto e sentito nel Sinodo sull'Eucaristia. Certo, con la Costituzione conciliare sulla Liturgia, è stata riscoperta soprattutto tutta la ricchezza dell'Eucaristia celebrata, dove si realizza il testamento del Signore: Egli si dà a noi e noi rispondiamo dandoci a Lui. Ma, adesso, abbiamo riscoperto che questo centro che ci ha donato il Signore nel poter celebrare il suo sacrificio e così entrare in comunione sacramentale, quasi corporale, con Lui perde la sua profondità e anche la sua ricchezza umana se manca l'Adorazione, come atto conseguente alla comunione ricevuta: l'adorazione è un entrare con la profondità del nostro cuore in comunione con il Signore che si fa presente corporalmente nell'Eucaristia. Nell'Ostensorio si dà sempre nelle nostre mani e ci invita ad unirci alla sua Presenza, al suo Corpo risorto.

Adesso, veniamo alla quarta domanda. Se ho capito bene, ma non ne sono sicuro, era: "Come arrivare ad una fede viva, ad una fede realmente cattolica, ad una fede concreta, vivace, efficiente?". La fede, in ultima istanza, è un dono. Quindi la prima condizione è lasciarsi donare qualcosa, non essere autosufficienti, non fare tutto da noi, perché non lo possiamo, ma aprirci nella consapevolezza che il Signore dona realmente. Mi sembra che questo gesto di apertura sia anche il primo gesto della preghiera: essere aperto alla presenza del Signore e al suo dono. È questo anche il primo passo nel ricevere una cosa che noi non facciamo e che non possiamo avere, nell'intento di farla da noi stessi. Questo gesto di apertura, di preghiera - donami la fede, Signore! - deve essere realizzato con tutto il nostro essere. Noi dobbiamo entrare in questa disponibilità di accettare il dono e di lasciarci permeare dal dono nel nostro pensiero, nel nostro affetto, nella nostra volontà. Qui, mi sembra molto importante sottolineare un punto essenziale: nessuno crede solo da se stesso. Noi crediamo sempre in e con la Chiesa. Il credo è sempre un atto condiviso, un lasciarsi inserire in una comunione di cammino, di vita, di parola, di pensiero. Noi non "facciamo" la fede, nel senso che è anzitutto Dio che la dà. Ma, non la "facciamo" anche nel senso che essa non dev'essere inventata da noi. Dobbiamo lasciarci cadere, per così dire, nella comunione della fede, della Chiesa. Credere è un atto cattolico in sé. È partecipazione a questa grande certezza, che è presente nel soggetto vivente della Chiesa. Solo così possiamo anche capire la Sacra Scrittura nella diversità di una lettura che si sviluppa per mille anni. È una Scrittura, perché è elemento, espressione dell'unico soggetto - il Popolo di Dio - che nel suo pellegrinaggio è sempre lo stesso soggetto. Naturalmente, è un soggetto che non parla da sé, ma è un soggetto creato da Dio - l'espressione classica è "ispirato" -, un soggetto che riceve, poi traduce e comunica questa parola. Questa sinergia è molto importante. Sappiamo che il Corano, secondo la fede islamica, è parola verbalmente data da Dio, senza mediazione umana. Il Profeta non c'entra. Egli solo l'ha scritta e comunicata. È pura parola di Dio. Mentre per noi, Dio entra in comunione con noi, ci fa cooperare, crea questo soggetto e in questo soggetto cresce e si sviluppa la sua parola. Questa parte umana è essenziale, e ci dà anche la possibilità di vedere come le singole parole diventano realmente Parola di Dio solo nell'unità di tutta la Scrittura nel soggetto vivente del popolo di Dio. Quindi, il primo elemento è il dono di Dio; il secondo è la compartecipazione nella fede del popolo pellegrinante, la comunicazione nella Santa Chiesa, la quale, da parte sua, riceve il Verbo di Dio, che è il Corpo di Cristo, animato dalla Parola vivente, dal Logos divino. Dobbiamo approfondire, giorno dopo giorno, questa nostra comunione con la Santa Chiesa e così con la Parola di Dio. Non sono due cose opposte, così che io possa dire: sono più per la Chiesa o sono più per la Parola di Dio. Solo unitamente si è nella Chiesa, si fa parte della Chiesa, si diventa membri della Chiesa, si vive della Parola di Dio, che è la forza di vita della Chiesa. E chi vive della Parola di Dio può viverla solo perché è viva e vitale nella Chiesa vivente.

Il quinto intervento era su Pio XII. Grazie per questo intervento. Era il Papa della mia gioventù. Lo abbiamo venerato tutti. Come è stato detto giustamente, egli ha molto amato il popolo tedesco, lo ha difeso anche nella grande catastrofe dopo la guerra. E devo aggiungere che prima di essere Nunzio a Berlino era Nunzio a Monaco, perché inizialmente a Berlino non aveva ancora la Rappresentanza Pontificia. Era proprio anche vicino a noi. Mi sembra, questa, l'occasione per esprimere gratitudine a tutti i grandi Papi del secolo scorso. Si è aperto il secolo con il santo Pio X, poi Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II. Mi sembra che questo sia un dono speciale in un secolo così difficile, con due guerre mondiali, con due ideologie distruttive: fascismo-nazismo e comunismo. Proprio in questo secolo, che si è opposto alla fede della Chiesa, il Signore ci ha dato una catena di grandi Papi, e così un'eredità spirituale che ha confermato, direi, storicamente, la verità del Primato del Successore di Pietro.

Il successivo intervento dedicato alla famiglia, era del parroco di santa Silvia. Qui posso soltanto essere totalmente d'accordo. Anche nelle visite "ad limina" parlo sempre con i Vescovi della famiglia, minacciata, in diversi modi, nel mondo. È minacciata in Africa, perché si trova difficilmente il passaggio dal "mariage coutumier" al "mariage religieux", perché si teme la definitività.

Mentre in Occidente la paura del bambino è motivata dal timore di perdere qualcosa della vita, lì è il contrario: finché non consta che la moglie avrà anche bambini, non si può osare il matrimonio definitivo. Perciò il numero dei matrimoni religiosi rimane relativamente piccolo e molti anche "buoni" cristiani, anche con un'ottima volontà di essere cristiani, non compiono quest'ultimo passo. Il matrimonio è minacciato anche in America Latina, per altri motivi, ed è minacciato fortemente, come sappiamo, in Occidente. Tanto più dobbiamo, noi come Chiesa, aiutare le famiglie che sono la cellula fondamentale di ogni società sana. Solo così nella famiglia può crearsi una comunione delle generazioni, nella quale la memoria del passato vive nel presente e si apre al futuro. Così, realmente, continua e si sviluppa la vita e va avanti. Un vero progresso non è possibile senza questa continuità di vita e, di nuovo, non è possibile senza l'elemento religioso. Senza la fiducia in Dio, senza la fiducia in Cristo che ci dona anche la capacità della fede e della vita, la famiglia non può sopravvivere. Lo vediamo oggi. Solo la fede in Cristo e solo la compartecipazione della fede della Chiesa salva la famiglia e, d'altra parte, solo se viene salvata la famiglia anche la Chiesa può vivere. Io adesso non ho la ricetta di come fare questo. Ma, mi sembra, che dobbiamo sempre tenerlo presente. Perciò dobbiamo fare tutto ciò che favorisce la famiglia: circoli familiari, catechesi familiari, insegnare la preghiera in famiglia. Questo mi sembra molto importante: dove si prega insieme, si rende presente il Signore, si rende presente questa forza che può anche rompere la "sclerocardia", quella durezza del cuore che, secondo il Signore, è il vero motivo del divorzio. Nient'altro, solo la presenza del Signore ci aiuta a vivere realmente quanto era dall'inizio voluto dal Creatore e rinnovato dal Redentore. Insegnare la preghiera familiare e così invitare alla preghiera con la Chiesa. E trovare poi tutti gli altri modi.

Rispondo ora al vice Parroco di san Girolamo - vedo che è anche molto giovane - che ci parla di quanto fanno le donne nella Chiesa, anche proprio per i sacerdoti. Posso solo sottolineare che mi fa sempre grande impressione, nel primo Canone, quello Romano, la speciale preghiera per i sacerdoti: "Nobis quoque peccatoribus". Ecco, in questa umiltà realistica dei sacerdoti noi, proprio come peccatori, preghiamo il Signore perché ci aiuti ad essere suoi servi. In questa preghiera per il sacerdote, proprio solo in questa, appaiono sette donne che circondano il sacerdote. Esse si mostrano proprio come le donne credenti che ci aiutano nel nostro cammino. Ognuno ha certamente questa esperienza. E così la Chiesa ha un grande debito di ringraziamento per le donne. E giustamente Lei ha sottolineato che, a livello carismatico, le donne fanno tanto, oserei dire, per il governo della Chiesa, cominciando dalle suore, dalle sorelle dei grandi Padri della Chiesa, come sant'Ambrogio, fino alle grandi donne del medioevo - santa Ildegarda, santa Caterina da Siena, poi santa Teresa d'Avila - e fino a Madre Teresa. Direi che questo settore carismatico certamente si distingue dal settore ministeriale nel senso stretto della parola, ma è una vera e profonda partecipazione al governo della Chiesa. Come si potrebbe immaginare il governo della Chiesa senza questo contributo, che talvolta diventa molto visibile, come quando santa Ildegarda critica i Vescovi, o come quando santa Brigida e santa Caterina da Siena ammoniscono e ottengono il ritorno dei Papi a Roma? Sempre è un fattore determinante, senza il quale la Chiesa non può vivere. Tuttavia, giustamente Lei dice: vogliamo vedere anche più visibilmente in modo ministeriale le donne nel governo della Chiesa. Diciamo che la questione è questa. Il ministero sacerdotale dal Signore è, come sappiamo, riservato agli uomini, in quanto il ministero sacerdotale è governo nel senso profondo che, in definitiva, è il Sacramento che governa la Chiesa. Questo è il punto decisivo. Non è l'uomo che fa qualcosa, ma il sacerdote fedele alla sua missione governa, nel senso che è il Sacramento, cioè mediante il Sacramento è Cristo stesso che governa, sia tramite l'Eucaristia che negli altri Sacramenti, e così sempre Cristo presiede. Tuttavia, è giusto chiedersi se anche nel servizio ministeriale - nonostante il fatto che qui Sacramento e carisma siano il binario unico nel quale si realizza la Chiesa - non si possa offrire più spazio, più posizioni di responsabilità alle donne.

Non ho del tutto capito le parole dell'ottavo intervento. Sostanzialmente ho capito che oggi l'umanità camminando da Gerusalemme a Gerico incontra sul cammino i ladri. Il Buon Samaritano l'aiuta con la misericordia del Signore. Possiamo solo sottolineare che, alla fine, è l'uomo che è caduto e cade sempre di nuovo tra i ladri, ed è Cristo che ci guarisce. Noi dobbiamo e possiamo aiutarlo, sia nel servizio dell'amore sia nel servizio della fede che è anche un ministero di amore.

Poi i Martiri dell'Uganda. Grazie per questo contributo. Ci fa pensare al Continente africano, che è la grande speranza della Chiesa. Ho ricevuto negli ultimi mesi gran parte dei Vescovi africani in visita "ad limina". E per me è stato molto edificante, ed anche consolante, vedere Vescovi di alto livello teologico e culturale, Vescovi zelanti, che realmente sono animati dalla gioia della fede. Sappiamo che è in buone mani questa Chiesa, ma che tuttavia soffre perché le Nazioni ancora non si sono formate. In Europa era proprio tramite il Cristianesimo che, oltre le etnie che esistevano, si sono formati i grandi corpi delle Nazioni, le grandi lingue, e così comunioni di culture e spazi di pace, benché poi questi grandi spazi di pace opposti tra di loro abbiano creato anche una nuova specie di guerra che prima non esisteva. Tuttavia, in Africa, abbiamo ancora in molte parti questa situazione, dove ci sono soprattutto le etnie dominanti. Il potere coloniale poi ha imposto frontiere nelle quali adesso devono formarsi Nazioni. Ma ancora c'è questa difficoltà di ritrovarsi in un grande insieme e di trovare, oltre le etnie, l'unità del governo democratico e anche la possibilità di opporsi agli abusi coloniali che continuano. Ancora, sempre da parte delle grandi potenze, l'Africa continua ad essere oggetto di abuso e molti conflitti non avrebbero assunto questa forma se non ci fossero dietro gli interessi delle grandi potenze. Così ho visto anche come la Chiesa, in tutta questa confusione, con la sua unità cattolica, è il grande fattore che unisce nella dispersione. In molte situazioni, adesso soprattutto dopo la grande guerra nella Repubblica Democratica del Congo, la Chiesa è rimasta l'unica realtà che funziona e che fa continuare la vita, dà l'assistenza necessaria, garantisce la convivenza e aiuta a trovare la possibilità di realizzare un grande insieme. In tal senso, in queste situazioni, la Chiesa svolge anche un servizio sostitutivo del livello politico, dando la possibilità di vivere insieme, e di ricostruire, dopo le distruzioni, la comunione, così come di ricostruire, dopo lo scoppio dell'odio, lo spirito di riconciliazione. Molti mi hanno detto che proprio in queste situazioni il Sacramento della Penitenza è di grande importanza come forza di riconciliazione e deve essere anche amministrato in questo senso. Volevo, con una parola, dire che l'Africa è un Continente di grande speranza, di grande fede, di realtà ecclesiali commoventi, di sacerdoti e di Vescovi zelanti. Ma è sempre anche un Continente che ha bisogno - dopo le distruzioni che vi abbiamo portato dall'Europa - del nostro fraterno aiuto. Ed esso non può non nascere dalla fede, che crea anche la carità universale oltre le divisioni umane. Questa è la nostra grande responsabilità in questo tempo. L'Europa ha importato le sue ideologie, i suoi interessi, ma ha anche importato con la missione il fattore della guarigione. Ancor più, oggi, abbiamo la responsabilità di avere anche noi una fede zelante, che si comunica, che vuole aiutare gli altri, che è ben consapevole che dare la fede non è introdurre una forza di alienazione ma è dare il vero dono del quale ha bisogno l'uomo proprio per essere anche creatura dell'amore.

Ultimo punto era quello toccato dal vice Parroco carmelitano di santa Teresa d'Avila, che ci ha rivelato giustamente le sue preoccupazioni. Sarebbe certamente sbagliato un semplice e superficiale ottimismo, che non si accorge delle grandi minacce nei confronti della gioventù di oggi, i bambini, le famiglie. Dobbiamo percepire con grande realismo queste minacce, che nascono dove Dio è assente. Dobbiamo sentire sempre più la nostra responsabilità, affinché Dio sia presente, e così la speranza e la capacità di andare con fiducia verso il futuro.

* * *

Dopo gli interventi di cinque presbiteri, il Santo Padre ha aggiunto:

Riprendo ora la parola, cominciando con la Pontificia Accademia. Quanto Lei ha detto sul problema degli adolescenti, sulla loro solitudine e sull'incomprensione da parte degli adulti, lo tocchiamo con mano, oggi. È interessante che questa gioventù, che cerca nelle discoteche di essere vicinissima, soffra in realtà di una grande solitudine, e naturalmente anche di incomprensione. Mi sembra questo, in un certo senso, espressione del fatto che i padri, come è stato detto, in gran parte sono assenti dalla formazione della famiglia. Ma anche le madri devono lavorare fuori casa. La comunione tra loro è molto fragile. Ognuno vive il suo mondo: sono isole del pensiero, del sentimento, che non si uniscono. Il grande problema proprio di questo tempo - nel quale ognuno, volendo avere la vita per sé, la perde perché si isola e isola l'altro da sé - è di ritrovare la profonda comunione che alla fine può venire soltanto da un fondo comune a tutte le anime, dalla presenza divina che ci unisce tutti. Mi sembra che la condizione sia di superare la solitudine e anche di superare l'incomprensione, perché anche quest'ultima è il risultato del fatto che il pensiero oggi è frammentato. Ognuno cerca il suo modo di pensare, di vivere, e non c'è una comunicazione in una profonda visione della vita. La gioventù si sente esposta a nuovi orizzonti non partecipati dalla generazione precedente perché manca la continuità della visione del mondo, preso in una sequela sempre più rapida di nuove invenzioni. In dieci anni si sono realizzati cambiamenti che in passato neppure in cento anni si erano verificati. Così si separano realmente mondi. Penso alla mia gioventù e all'ingenuità, se così posso dire, nella quale abbiamo vissuto, in una società del tutto agraria in confronto con la società di oggi. Vediamo come il mondo cambia sempre più rapidamente, cosicché si frammenta anche con questi cambiamenti. Perciò, in un momento di rinnovamento e di cambiamento, l'elemento del permanente diventa più importante. Mi ricordo quando è stata discussa la Costituzione conciliare "Gaudium et spes". Da una parte, c'era il riconoscimento del nuovo, della novità, il "Sì" della Chiesa all'epoca nuova con le sue innovazioni, il "No" al romanticismo del passato, un "No" giusto e necessario. Ma poi i Padri - se ne trova la prova anche nel testo - hanno detto anche che nonostante questo, nonostante la necessaria disponibilità ad andare avanti, a lasciar cadere anche altre cose che ci erano care, c'è qualcosa che non cambia, perché è l'umano stesso, la creaturalità. L'uomo non è del tutto storico. L'assolutizzazione dello storicismo, nel senso che l'uomo sarebbe solo e sempre creatura frutto di un certo periodo, non è vera. C'è la creaturalità e proprio essa ci dà la possibilità anche di vivere nel cambiamento e di rimanere identici a noi stessi. Questa non è una risposta immediata a quello che dobbiamo fare, ma, mi sembra, che il primo passo sia quello di avere la diagnosi. Perché questa solitudine in una società che d'altra parte appare come una società di massa? Perché questa incomprensione in una società nella quale tutti cercano di capirsi, dove la comunicazione è tutto e dove la trasparenza di tutto a tutti è la suprema legge? La risposta sta nel fatto che vediamo il cambiamento nel nostro proprio mondo e non viviamo sufficientemente quell'elemento che ci collega tutti, l'elemento creaturale, che diventa accessibile e diventa realtà in una certa storia: la storia di Cristo, che non sta contro la creaturalità ma restituisce quanto era voluto dal Creatore, come dice il Signore circa il matrimonio. Il cristianesimo, proprio sottolineando la storia e la religione come un dato storico, dato in una storia, a cominciare da Abramo, e quindi come una fede storica, avendo aperto proprio la porta alla modernità con il suo senso del progresso, dell'andare permanentemente avanti, è anche, nello stesso momento, una fede che si basa sul Creatore, che si rivela e si rende presente in una storia alla quale dà la sua continuità, quindi la comunicabilità tra le anime. Penso quindi, anche qui, che una fede vissuta in profondità e con tutta l'apertura verso l'oggi, ma anche con tutta l'apertura verso Dio, unisce le due cose: il rispetto della alterità e della novità, e la continuità del nostro essere, la comunicabilità tra le persone e tra i tempi.

L'altro punto era: come possiamo noi vivere la vita come dono? È una questione che poniamo soprattutto adesso, in Quaresima. Vogliamo rinnovare l'opzione per la vita che è, come ho detto, opzione non per possedere se stessi ma per donare se stessi. Mi sembra che possiamo farlo solo grazie ad un permanente colloquio col Signore e al colloquio tra di noi. Anche con la "correctio fraterna" è necessario maturare sempre più di fronte ad una sempre insufficiente capacità di vivere il dono di se stessi. Ma, mi sembra, che dobbiamo anche qui unire le due cose. Da una parte, dobbiamo accettare la nostra insufficienza con umiltà, accettare questo "Io" che non è mai perfetto ma si protende sempre verso il Signore per arrivare alla comunione col Signore e con tutti.

Questa umiltà di accettare anche i propri limiti è molto importante. Solo così, d'altra parte, possiamo anche crescere, maturare e pregare il Signore perché ci aiuti a non stancarci nel cammino, pur accettando con umiltà che mai saremo perfetti, accettando anche l'imperfezione, soprattutto dell'altro. Accettando la propria possiamo accettare più facilmente quella dell'altro, lasciandoci formare e riformare sempre di nuovo, dal Signore.

Ora gli ospedali. Grazie per il saluto che viene dagli ospedali. Non conoscevo la mentalità secondo la quale un sacerdote si trova a svolgere il suo ministero in ospedale perché ha compiuto qualcosa di male... Ho sempre pensato che è servizio primario del sacerdote quello di servire i malati, i sofferenti, perché il Signore è venuto soprattutto per stare con i malati. È venuto per condividere le nostre sofferenze e per guarirci. In occasione delle visite "ad limina" ai Vescovi africani dico sempre che le due colonne del nostro lavoro sono l'educazione - cioè la formazione dell'uomo, che implica tante dimensioni come l'educazione per imparare, la professionalità, l'educazione nell'intimità della persona - e la guarigione. Il servizio fondamentale, essenziale della Chiesa è dunque quello di guarire. E proprio nei Paesi africani si realizza tutto questo: la Chiesa offre la guarigione. Presenta le persone che aiutano i malati, aiutano a guarire nel corpo e nell'anima. Mi sembra, quindi, che dobbiamo vedere proprio nel Signore il nostro modello di sacerdote per guarire, per aiutare, per assistere, per accompagnare verso la guarigione. Ciò è fondamentale per l'impegno della Chiesa; è forma fondamentale dell'amore e quindi, è espressione fondamentale della fede. Di conseguenza anche nel sacerdozio è il punto centrale.

Poi, rispondo al Vice parroco dei santi Patroni d'Italia che ci ha parlato del dialogo con gli Ortodossi e del dialogo ecumenico in generale. Nella situazione mondiale di oggi, vediamo come il dialogo a tutti i livelli sia fondamentale. Ancor di più è importante che i cristiani non siano chiusi tra di loro ma aperti, e proprio nei rapporti con gli Ortodossi vedo come le relazioni personali siano fondamentali. In dottrina siamo in gran parte uniti su tutte le cose fondamentali, tuttavia in dottrina sembra molto difficile fare dei progressi. Ma avvicinarci nella comunione, nella comune esperienza della vita della fede, è il modo per riconoscerci reciprocamente come figli di Dio e discepoli di Cristo. E questa è la mia esperienza da almeno quaranta, cinquant'anni quasi: questa esperienza del comune discepolato, che finalmente viviamo nella stessa fede, nella stessa successione apostolica, con gli stessi sacramenti e quindi anche con la grande tradizione di pregare; è bella questa diversità e molteplicità delle culture religiose, delle culture di fede. Avere questa esperienza è fondamentale e mi sembra, forse, che la convinzione di alcuni, di una parte dei monaci dell'Athos contro l'ecumenismo, risulti anche dal fatto che manchi questa esperienza nella quale si vede e si tocca che anche l'altro appartiene allo stesso Cristo, appartiene alla stessa comunione con Cristo nell'Eucaristia. Quindi questo è di grande importanza: dobbiamo sopportare la separazione che esiste. San Paolo dice che gli scismi sono necessari per un certo tempo e il Signore sa perché: per provarci, per esercitarci, per farci maturare, per farci più umili. Ma nello stesso tempo siamo obbligati ad andare verso l'unità e già andare verso l'unità è una forma di unità.

Veniamo ora al Padre spirituale del Seminario. Il primo problema era la difficoltà della carità pastorale. La viviamo da una parte, ma dall'altra parte vorrei anche dire: coraggio. La Chiesa fa tanto grazie a Dio, in Africa ma anche a Roma e in Europa! Fa tanto e tanti le sono grati, sia nel settore della pastorale degli ammalati, sia nella pastorale dei poveri e degli abbandonati. Continuiamo con coraggio e cerchiamo di trovare insieme le strade migliori.

L'altro punto era incentrato sul fatto che la formazione sacerdotale tra generazioni, anche vicine, sembra essere per molti un po' diversa, e questo complica il comune impegno per la trasmissione della fede. Ho notato questo quando ero Arcivescovo di Monaco. Quando noi siamo entrati in seminario, abbiamo avuto tutti una comune spiritualità cattolica, più o meno matura. Diciamo che il fondamento spirituale era comune. Adesso vengono da esperienze spirituali molto diverse. Ho constatato nel mio seminario che vivevano in diverse "isole" di spiritualità che comunicavano difficilmente. Tanto più ringraziamo il Signore perché ha dato tanti nuovi impulsi alla Chiesa e tante nuove forme anche di vita spirituale, di scoperta della ricchezza della fede. Bisogna soprattutto non trascurare la comune spiritualità cattolica, che si esprime nella Liturgia e nella grande Tradizione della fede. Questo mi sembra molto importante. Questo punto è importante anche riguardo al Concilio. Non bisogna vivere - come ho detto prima di Natale alla Curia Romana - l'ermeneutica della discontinuità, ma vivere l'ermeneutica del rinnovamento, che è spiritualità della continuità, dell'andare avanti in continuità. Questo mi sembra molto importante anche riguardo alla Liturgia. Prendo un esempio concreto che mi è venuto proprio oggi con la breve meditazione di questo giorno. La "Statio" di questo giorno, giovedì dopo il Mercoledì delle Ceneri, è san Giorgio. Corrispondenti a questo santo soldato, una volta vi erano due letture su due santi soldati. La prima parla del re Ezechia, che, malato, è condannato a morte e prega il Signore piangendo: dammi ancora un po' di vita! E il Signore è buono e gli concede ancora 17 anni di vita. Quindi una bella guarigione e un soldato che può riprendere di nuovo in mano la sua attività. La seconda è il Vangelo che narra dell'ufficiale di Cafarnao con il suo servo malato. Abbiamo così due motivi: quello della guarigione e quello della "milizia" di Cristo, della grande lotta. Adesso, nella Liturgia attuale, abbiamo due letture totalmente diverse. Abbiamo quella del Deuteronomio: "Scegli la vita", e il Vangelo: "Seguire Cristo e prendere la croce su di sé", che vuol dire non cercare la propria vita ma donare la vita, ed è una interpretazione di cosa vuol dire "scegli la vita". Devo dire che io ho sempre molto amato la Liturgia. Ero proprio innamorato del cammino quaresimale della Chiesa, con queste "chiese stazionali" e le letture collegate a queste chiese: una geografia di fede che diventa una geografia spirituale del pellegrinaggio col Signore. Ed ero rimasto un po' male per il fatto che ci avessero tolto questo nesso tra la "stazione" e le letture. Oggi vedo che proprio queste letture sono molto belle ed esprimono il programma della Quaresima: scegliere la vita, cioè rinnovare il "Sì" del Battesimo, che è proprio scelta della vita. In questo senso, c'è un'intima continuità e mi sembra che dobbiamo impararlo da questo che è solo un piccolissimo esempio tra discontinuità e continuità. Dobbiamo accettare le novità ma anche amare la continuità e vedere il Concilio in questa ottica della continuità. Questo ci aiuterà anche nel mediare tra le generazioni nel loro modo di comunicare la fede.

Infine, il sacerdote del Vicariato di Roma, ha concluso con una parola della quale mi approprio perfettamente così che con essa possiamo anche concludere: divenire più semplici. Mi sembra questo un programma bellissimo. Cerchiamo di metterlo in pratica e così saremo più aperti al Signore e alla gente.

Grazie!

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venerdì 5 dicembre 2008

Messaggio di Benedetto XVI al Sinodo della Chiesa Ortodossa: "Ricordo la buona battaglia di Alessio II per la difesa dei valori umani ed evangelici"


IL RIAVVICINAMENTO FRA CATTOLICI E ORTODOSSI

LA MORTE DI ALESSIO II: ARTICOLI, COMMENTI, REAZIONI...

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA MORTE DI SUA SANTITÀ ALESSIO II, PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE, 05.12.2008

Pubblichiamo di seguito il testo del telegramma di cordoglio inviato dal Papa al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa per la morte del Patriarca Alessio II, avvenuta questa mattina:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa

Ho appreso con viva commozione la triste notizia della morte di Sua Santità Alessio II, Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, e con fraterno affetto desidero far giungere al Santo Sinodo e a tutti i Membri della Chiesa Ortodossa Russa le mie più sincere condoglianze, assicurando la mia spirituale vicinanza in questo momento di grande tristezza. Elevo suppliche al Signore affinché accolga nel suo Regno di pace e di gioia eterna questo suo instancabile ministro e doni consolazioni e conforto a quanti ne piangono la dolorosa dipartita. Memore del comune impegno sul cammino della reciproca comprensione e collaborazione fra ortodossi e cattolici, mi è gradito ricordare gli sforzi che il defunto Patriarca ha profuso per la rinascita della Chiesa, dopo la dura oppressione ideologica, che ha causato il martirio di tanti testimoni della fede cristiana. Ricordo anche la buona battaglia per la difesa dei valori umani ed evangelici che egli ha condotto in particolare nel Continente europeo, auspicando che il suo impegno produca frutti di pace e di autentico progresso umano, sociale e spirituale. Nell'ora sofferta del commiato, mentre il suo corpo mortale viene affidato alla terra in attesa della risurrezione, possa la memoria di questo servitore del Vangelo di Cristo essere sostegno per quanti ora sono nel dolore e di incoraggiamento a quanti ne raccoglieranno l'eredità nel guidare codesta veneranda Chiesa Ortodossa Russa.

Con affetto fraterno nel Signore Risorto

BENEDICTUS PP. XVI

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Il Papa: "La virtù fondamentale del teologo è di cercare l’obbedienza alla fede, che lo rende collaboratore della verità"


Vedi anche:

Il Papa: prima virtù del teologo è l’obbedienza alla fede (Asianews)

Il Papa : la legge naturale, garanzia per la dignità umana (Liut)

L’obbedienza alla verità non significa rinunciare a pensare: così, il Papa alla Commissione teologica internazionale (Radio Vaticana)

UDIENZA AI PARTECIPANTI ALLA SESSIONE PLENARIA DELLA COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, 05.12.2008

Alle ore 11.45 di questa mattina, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla Sessione Plenaria della Commissione Teologica Internazionale e ha loro rivolto il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Professori,
cari Collaboratori
,

è con vera gioia che vi accolgo al termine dei lavori della Vostra annuale Sessione Plenaria, che, questa volta, coincide anche con la conclusione del settimo quinquennio dalla creazione della Commissione Teologica Internazionale. Desidero innanzitutto esprimere un sentito ringraziamento per le parole di omaggio che, a nome di tutti, Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, in qualità di Segretario Generale della Commissione Teologica Internazionale, ha voluto rivolgermi nell’indirizzo di saluto. Il mio ringraziamento si allarga, poi, a tutti Voi che, nel corso del quinquennio, avete speso le vostre energie in un lavoro veramente prezioso per la Chiesa e per colui che il Signore ha chiamato a svolgere il ministero di Successore di Pietro.

Di fatto, i lavori di questo settimo “quinquennio” della Commissione Teologica Internazionale hanno dato già un frutto concreto, come Mons. Ladaria Ferrer ha ricordato, con la pubblicazione del documento La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo, e si apprestano a raggiungere un altro importante traguardo con il documento “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”, che deve essere ancora sottoposto agli ultimi passi previsti dalle Norme degli Statuti della Commissione, prima della definitiva approvazione.
Come ho avuto modo già in precedenti occasioni di affermare, ribadisco la necessità e l’urgenza, nel contesto odierno, di creare nella cultura e nella società civile e politica le condizioni indispensabili per una piena consapevolezza del valore irrinunciabile della legge morale naturale.
Anche grazie allo studio che Voi avete intrapreso su questo argomento fondamentale, risulterà chiaro che la legge naturale costituisce la vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità di persona, e per sentirsi difeso da qualsivoglia manipolazione ideologica e da ogni sopruso perpetrato in base alla legge del più forte.

Riguardo poi al terzo tema, Senso e metodo della Teologia, che è stato in questo quinquennio Vostro particolare oggetto di studio, mi preme sottolineare la sua rilevanza e attualità. In una “società planetaria” com’è quella che oggi va formandosi, ai teologi viene spesso chiesto dall’opinione pubblica di promuovere il dialogo tra le religioni e le culture, di contribuire allo sviluppo di un’etica che abbia come proprie coordinate di fondo la pace, la giustizia, la difesa dell’ambiente naturale. In questa prospettiva, ai teologi si chiede pure di offrire risposte adeguate a cui rifarsi per superare le alienazioni che condizionano e opprimono la vita dei singoli individui. Ovviamente, queste sono tutte legittime preoccupazioni, che si debbono certo tenere in attenta considerazione. E tuttavia non si può sottacere che l’identità della teologia non si trova a questo livello di problematiche e di esigenze.

Il bisogno umano di trascendenza e di orientamenti, che siano sostenibili e degni di universale attenzione, postula come centrale la questione della verità. Caratteristica essenziale e imprescindibile per la teologia è di porre la questione concernente la verità della fede, e non semplicemente di interrogarsi circa la sua efficacia pratica e sociale.

Dal punto di vista oggettivo, la verità è la Rivelazione di Dio in Cristo Gesù, che richiede come risposta l’obbedienza della fede in comunione con la Chiesa e il suo Magistero. Recuperata così l’identità della teologia, intesa come riflessione argomentata, sistematica e metodica sulla Rivelazione e sulla fede, anche la questione del metodo viene illuminata. Il metodo in teologia non potrà costituirsi solo in base ai criteri e alle norme comuni alle altre scienze, ma dovrà osservare innanzitutto i principi e le norme che derivano dalla Rivelazione e dalla fede, nella sua dimensione personale ed ecclesiale.

Dal punto di vista soggettivo, cioè dal punto di vista di colui che fa teologia, la virtù fondamentale del teologo è di cercare l’obbedienza alla fede, che lo rende collaboratore della verità. In questo modo non accadrà che egli parli di se stesso; interiormente purificato dall’obbedienza alla verità, arriverà invece a far sì che la verità stessa possa parlare in lui. Al tempo stesso otterrà che, per suo tramite, la verità possa essere portata al mondo.

D’altra parte, l’obbedienza alla verità non significa rinuncia alla ricerca e alla fatica del pensare.

L’inquietudine del pensiero, che indubbiamente non potrà mai essere nella vita dei credenti del tutto placata, dal momento che sono anch’essi nel cammino della ricerca e dell’approfondimento della Verità, sarà tuttavia un’inquietudine che li accompagna e li stimola nel pellegrinaggio del pensiero verso Dio, e risulterà così feconda. Auspico pertanto che la Vostra riflessione su queste tematiche giunga a riportare alla luce gli autentici principi e il significato solido della vera teologia, così da percepire e comprendere sempre meglio le risposte che la Divina Rivelazione ci offre e senza le quali non possiamo vivere in modo sapiente e giusto.

Il mio grazie per il vostro impegno e la vostra opera nella Commissione Teologica Internazionale durante questo quinquennio è quindi, nello stesso tempo, un augurio cordiale per il lavoro futuro di questo importante organismo a servizio della Sede Apostolica e della Chiesa intera. Nel rinnovare l’espressione di sentimenti di soddisfazione, di affetto e di gioia per l’odierno incontro, invoco dal Signore, per intercessione della Vergine Santissima, copiosi lumi celesti sul Vostro lavoro e di cuore Vi imparto una speciale Benedizione Apostolica, estensibile alle persone care.

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Il Papa ai vescovi del Cile: Laici responsabili e capaci per trasformare il mondo


Il Papa raccomanda ai vescovi del Cile in visita «ad limina» di favorire esempi di vita coerente col Vangelo

Laici responsabili e capaci per trasformare il mondo

È necessario coltivare un'intensa vita interiore, una fede profonda e vivere una vita coerente con il Vangelo per suscitare nei fedeli il desiderio di riscoprire Cristo, fonte di speranza per il mondo. È una delle raccomandazioni del Papa ai presuli della Conferenza episcopale del Cile, ricevuti in udienza giovedì mattina, 4 dicembre, per la visita "ad limina Apostolorum".

Pubblichiamo qui di seguito una nostra traduzione in italiano del discorso rivolto dal Papa ai vescovi della Conferenza episcopale del Cile ricevuti in visita "ad limina Apostolorum".

Signor cardinale,
Cari fratelli nell'episcopato
,

1. Vi porgo il mio più cordiale benvenuto in questo incontro nel quale culmina la vostra visita ad limina e che mi ha permesso di condividere, come Successore di Pietro, gli impegni apostolici che affrontate nell'amata terra cilena.
Desidero innanzitutto ringraziare vivamente monsignor Alejandro Goic Karmelic, vescovo di Rancagua e presidente della Conferenza episcopale, per le cordiali parole che mi ha rivolto a nome di tutti. Esprimo anche il mio affetto e la mia riconoscenza alle vostre rispettive diocesi e a tutti i figli della Chiesa in Cile.

2. Il Signore Gesù, dopo aver trascorso la notte in preghiera, "chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli" (Lc 6, 12). Egli ha scelto anche voi, cari fratelli successori degli apostoli, e rendendovi partecipi del suo amore, vi ha affidato il compito di diffondere nel mondo il suo messaggio di salvezza (cfr. Gv 15, 15).
Per questo vi invito a coltivare un'intensa vita interiore e di fede profonda, poiché nel contatto intimo con il Maestro nella preghiera maturano le iniziative pastorali migliori per rispondere ai bisogni spirituali dei fedeli e così, partendo da Dio, potremo giungere ai nostri fratelli con una parola efficace di speranza. Indubbiamente le difficoltà e gli ostacoli sono molti, ma sostenuti dalla promessa di nostro Signore, che ci assicura della sua presenza fra noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (cfr Mt 28, 20), e dal potere del suo Spirito Santo, potremo dedicarci con gioia ed entusiasmo al grande compito di portare Cristo a tutti gli uomini con lo stesso ardore degli apostoli.

3. Quale frutto di un vasto sforzo di discernimento ecclesiale, e in sintonia con il documento conclusivo della v conferenza generale dell'episcopato dell'America Latina e dei Caraibi, tenutasi ad Aparecida, avete elaborato alcuni validi orientamenti pastorali per i prossimi quattro anni. Con essi intendete suscitare in tutti i fedeli la gioia di seguire Cristo, e anche una maggiore coscienza missionaria che permetta a tutta la comunità ecclesiale cilena di affrontare con vero impulso apostolico le sfide del momento presente.
Questa grande impresa evangelizzatrice, nella quale vi siete risolutamente impegnati, esige da tutti uno sforzo particolare di purificazione e di carità. Sapete bene che l'uomo di oggi sente l'urgente bisogno di esempi di vita veramente evangelici e coerenti. Per questo la santità di tutti i membri della Chiesa, e soprattutto dei suoi pastori, è uno dei doni più preziosi che potete offrire ai vostri fratelli. Ricordando i numerosi santi e beati della vostra terra che, con la loro meravigliosa testimonianza di fede e di dedizione al servizio dei fratelli (cfr. Orientaciones Pastorales, n. 3), sono un patrimonio non solo della Chiesa cattolica ma di tutta la società cilena, continuate a proporre instancabilmente la chiamata universale alla santità (cfr. Lumen gentium, nn. 39-42).

4. Desidero anche affidarvi in modo particolare i sacerdoti, vostri più vicini collaboratori, e vi chiedo di trasmettere loro la mia riconoscenza per la loro fedeltà al ministero ricevuto e per il lavoro costante e generoso che svolgono. Mostratevi molto vicini alle loro difficoltà e aiutateli affinché, fra le molteplici attività che riempiono la loro giornata, sappiano dare la priorità alla preghiera e alla celebrazione dell'Eucaristia, che li conforma a Gesù Cristo, sommo ed eterno sacerdote.
A tale proposito, vi incoraggio affinché non desistiate dai vostri sforzi per migliorare la qualità della formazione umana, intellettuale e spirituale dei seminaristi. È inoltre necessario potenziare la dimensione vocazionale della vita cristiana nella pastorale con i giovani, mediante un adeguato accompagnamento spirituale che permetta loro di rispondere con generosità alla chiamata di Gesù nella loro vita.

5. Conosco anche la grande opera che avete realizzato affinché i laici accettino con responsabilità e maturità le esigenze del loro battesimo, partecipando secondo la propria condizione laicale alla missione di tutta la Chiesa. Continuate a offrire loro un'adeguata educazione alla fede, come pure un contatto più assiduo con la Parola di Dio, che li porti a un maggiore impegno missionario nella loro vita. Essi hanno ricevuto come vocazione specifica la santificazione del mondo, trasformandolo dal di dentro secondo il progetto di Dio (cfr. ibidem, n. 31). Tutti i settori della società possono essere illuminati dalla luce della fede. Penso, fra le altre cose, al mondo della cultura, della scienza e della politica, alla promozione della famiglia, fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, alla creazione di condizioni di lavoro più giuste e all'aiuto ai più bisognosi, alla tutela dell'ambiente, alla difesa della vita umana in tutte le fasi della sua esistenza e all'obbligo e al diritto dei genitori all'educazione morale e spirituale dei figli.
Un altro aspetto importante del vostro ministero che desidero raccomandarvi vivamente è l'attività caritativa delle vostre diocesi a favore dei poveri. In effetti, sull'esempio della prima comunità di discepoli (cfr. At 2, 42-44), dobbiamo cercare di far sì che la Chiesa, come famiglia di Dio, sia un luogo di aiuto reciproco (cfr. Deus caritas est, n. 32).

6. Infine, vi incoraggio a continuare a coltivare lo spirito di comunione con il Romano Pontefice e con gli altri fratelli vescovi, soprattutto all'interno della stessa Conferenza episcopale e della stessa provincia ecclesiastica. Cari fratelli, siete stati conformati "a Cristo per amare la Chiesa con l'amore di Cristo sposo" (Pastores gregis, n. 13) e per vegliare sull'unità e proteggerla. Siate dunque per tutti veri modelli e strumenti di comunione.
Nel congedarmi da voi, vi chiedo di portare ai vescovi emeriti, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi, e anche a tutti i fedeli, il saluto del Papa e di assicurarli della sua preghiera per loro. Pongo nelle mani materne della Vergine del Carmen le vostre persone, affinché Ella vi guidi e vi aiuti a condurre a buon fine i vostri impegni apostolici, e vi imparto la Benedizione Apostolica, che estendo a tutti i vostri amati fedeli diocesani.

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(©L'Osservatore Romano - 5 dicembre 2008)

mercoledì 3 dicembre 2008

"La fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono..."


CICLO DI CATECHESI DEDICATE A SAN PAOLO APOSTOLO ED ALL'ANNO PAOLINO

GLI APOSTOLI NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO

ARTICOLI E COMMENTI SU SAN PAOLO APOSTOLO E L'ANNO PAOLINO

CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

SERVIZIO DI STEFANO MARIA PACI

Benedetto XVI all’udienza generale: la venuta di Cristo è “il fiume di bene” e di speranza che vince il male del peccato originale (Radio Vaticana)

Il Papa: il male è “un fiume sporco” presente nel mondo, ma il bene è il più forte (Asianews)

Il Papa: «Banche siano solidali con fasce deboli»

L’UDIENZA GENERALE, 03.12.2008

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, continuando il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulla sua predicazione sul rapporto fra Adamo, il primo uomo, e Cristo.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Papa ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti
.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

San Paolo - XV: Adamo e Cristo: dal peccato (originale) alla libertà nel pensiero di Paolo

Cari fratelli e sorelle,

nell'odierna catechesi ci soffermeremo sulle relazioni tra Adamo e Cristo, delineate da san Paolo nella nota pagina della Lettera ai Romani (5,12-21), nella quale egli consegna alla Chiesa le linee essenziali della dottrina sul peccato originale.
In verità, già nella prima Lettera ai Corinzi, trattando della fede nella risurrezione, Paolo aveva introdotto il confronto tra il progenitore e Cristo: “Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita... Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” (1 Cor 15,22.45). Con Rm 5,12-21 il confronto tra Cristo e Adamo si fa più articolato e illuminante: Paolo ripercorre la storia della salvezza da Adamo alla Legge e da questa a Cristo.

Al centro della scena non si trova tanto Adamo con le conseguenze del peccato sull'umanità, quanto Gesù Cristo e la grazia che, mediante Lui, è stata riversata in abbondanza sull'umanità. La ripetizione del “molto più” riguardante Cristo sottolinea come il dono ricevuto in Lui sorpassi, di gran lunga, il peccato di Adamo e le conseguenze prodotte sull'umanità, così che Paolo può giungere alla conclusione: “Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).

Pertanto, il confronto che Paolo traccia tra Adamo e Cristo mette in luce l’inferiorità del primo uomo rispetto alla prevalenza del secondo.

D’altro canto, è proprio per mettere in evidenza l'incommensurabile dono della grazia, in Cristo, che Paolo accenna al peccato di Adamo: si direbbe che se non fosse stato per dimostrare la centralità della grazia, egli non si sarebbe attardato a trattare del peccato che “a causa di un solo uomo è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte” (Rm 5,12). Per questo se, nella fede della Chiesa, è maturata la consapevolezza del dogma del peccato originale è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai trattare del peccato di Adamo e dell’umanità in modo distaccato dal contesto salvifico, senza comprenderli cioè nell’orizzonte della giustificazione in Cristo.

Ma come uomini di oggi dobbiamo domandarci: che cosa è questo peccato originale? Che cosa insegna san Paolo, che cosa insegna la Chiesa? È ancora oggi sostenibile questa dottrina?

Molti pensano che, alla luce della storia dell'evoluzione, non ci sarebbe più posto per la dottrina di un primo peccato, che poi si diffonderebbe in tutta la storia dell'umanità. E, di conseguenza, anche la questione della Redenzione e del Redentore perderebbe il suo fondamento. Dunque, esiste il peccato originale o no? Per poter rispondere dobbiamo distinguere due aspetti della dottrina sul peccato originale. Esiste un aspetto empirico, cioè una realtà concreta, visibile, direi tangibile per tutti. E un aspetto misterico, riguardante il fondamento ontologico di questo fatto. Il dato empirico è che esiste una contraddizione nel nostro essere. Da una parte ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l'altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell'egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo. San Paolo nella sua Lettera ai Romani ha espresso questa contraddizione nel nostro essere così: «C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (7, 18-19). Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà. Basta pensare alle notizie quotidiane su ingiustizie, violenza, menzogna, lussuria. Ogni giorno lo vediamo: è un fatto.

Come conseguenza di questo potere del male nelle nostre anime, si è sviluppato nella storia un fiume sporco, che avvelena la geografia della storia umana.

Il grande pensatore francese Blaise Pascal ha parlato di una «seconda natura», che si sovrappone alla nostra natura originaria, buona.

Questa “seconda natura” fa apparire il male come normale per l'uomo. Così anche l'espressione solita: «questo è umano» ha un duplice significato. «Questo è umano» può voler dire: quest'uomo è buono, realmente agisce come dovrebbe agire un uomo. Ma «questo è umano» può anche voler dire la falsità: il male è normale, è umano. Il male sembra essere divenuto una seconda natura.

Questa contraddizione dell'essere umano, della nostra storia deve provocare, e provoca anche oggi, il desiderio di redenzione. E, in realtà, il desiderio che il mondo sia cambiato e la promessa che sarà creato un mondo di giustizia, di pace, di bene, è presente dappertutto: in politica, ad esempio, tutti parlano di questa necessità di cambiare il mondo, di creare un mondo più giusto. E proprio questo è espressione del desiderio che ci sia una liberazione dalla contraddizione che sperimentiamo in noi stessi.

Quindi il fatto del potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male? Nella storia del pensiero, prescindendo dalla fede cristiana, esiste un modello principale di spiegazione, con diverse variazioni. Questo modello dice: l'essere stesso è contraddittorio, porta in sè sia il bene sia il male. Nell'antichità questa idea implicava l'opinione che esistessero due principi ugualmente originari: un principio buono e un principio cattivo.
Tale dualismo sarebbe insuperabile; i due principi stanno sullo stesso livello, perciò ci sarà sempre, fin dall'origine dell'essere, questa contraddizione. La contraddizione del nostro essere, quindi, rifletterebbe solo la contrarietà dei due principi divini, per così dire. Nella versione evoluzionistica, atea, del mondo ritorna in modo nuovo la stessa visione. Anche se, in tale concezione, la visione dell'essere è monistica, si suppone che l'essere come tale dall'inizio porti in se il male e il bene. L'essere stesso non è semplicemente buono, ma aperto al bene e al male. Il male è ugualmente originario come il bene. E la storia umana svilupperebbe soltanto il modello già presente in tutta l'evoluzione precedente. Ciò che i cristiani chiamano peccato originale sarebbe in realtà solo il carattere misto dell'essere, una mescolanza di bene e di male che, secondo questa teoria, apparterrebbe alla stessa stoffa dell'essere. È una visione in fondo disperata: se è così, il male è invincibile. Alla fine conta solo il proprio interesse. E ogni progresso sarebbe necessariamente da pagare con un fiume di male e chi volesse servire al progresso dovrebbe accettare di pagare questo prezzo. La politica, in fondo, è impostata proprio su queste premesse: e ne vediamo gli effetti. Questo pensiero moderno può, alla fine, solo creare tristezza e cinismo.

E così domandiamo di nuovo: che cosa dice la fede, testimoniata da san Paolo? Come primo punto, essa conferma il fatto della competizione tra le due nature, il fatto di questo male la cui ombra pesa su tutta la creazione. Abbiamo sentito il capitolo 7 della Lettera ai Romani, potremmo aggiungere il capitolo 8. Il male esiste, semplicemente. Come spiegazione, in contrasto con i dualismi e i monismi che abbiamo brevemente considerato e trovato desolanti, la fede ci dice: esistono due misteri di luce e un mistero di notte, che è però avvolto dai misteri di luce.

Il primo mistero di luce è questo: la fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l'essere non è un misto di bene e male; l'essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere.

Questo è il lieto annuncio della fede: c'è solo una fonte buona, il Creatore. E perciò vivere è un bene, è buona cosa essere un uomo, una donna, è buona la vita. Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell'essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata.

Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso. Lo si è presentato in grandi immagini, come fa il capitolo 3 della Genesi, con quella visione dei due alberi, del serpente, dell'uomo peccatore. Una grande immagine che ci fa indovinare, ma non può spiegare quanto è in se stesso illogico. Possiamo indovinare, non spiegare; neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all'altro, perché è una realtà più profonda. Rimane un mistero di buio, di notte. Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l'uomo, è sanabile. Le visioni dualiste, anche il monismo dell'evoluzionismo, non possono dire che l'uomo sia sanabile; ma se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l'uomo è sanabile. E il Libro della Sapienza dice: “Hai creato sanabili le nazioni” (1, 14 volg).

E finalmente, ultimo punto, l’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte.

Fratelli e sorelle, è tempo di Avvento. Nel linguaggio della Chiesa la parola Avvento ha due significati: presenza e attesa. Presenza: la luce è presente, Cristo è il nuovo Adamo, è con noi e in mezzo a noi. Già splende la luce e dobbiamo aprire gli occhi del cuore per vedere la luce e per introdurci nel fiume della luce. Soprattutto essere grati del fatto che Dio stesso è entrato nella storia come nuova fonte di bene. Ma Avvento dice anche attesa. La notte oscura del male è ancora forte. E perciò preghiamo nell'Avvento con l'antico popolo di Dio: «Rorate caeli desuper». E preghiamo con insistenza: vieni Gesù; vieni, dà forza alla luce e al bene; vieni dove domina la menzogna, l'ignoranza di Dio, la violenza, l'ingiustizia; vieni, Signore Gesù, dà forza al bene nel mondo e aiutaci a essere portatori della tua luce, operatori della pace, testimoni della verità. Vieni Signore Gesù!

***

SALUTI IN LINGUA ITALIANA

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i rappresentanti della Federazione Italiana Panificatori e Pasticceri ed esprimo loro viva riconoscenza per il gradito dono dei panettoni destinati alle opere di carità del Papa.

Saluto i rappresentanti della Banca di Credito Cooperativo del Lamentino. La vostra presenza, cari amici, mi offre l’opportunità per porre in luce, specialmente in questo tempo di difficoltà per tante famiglie, uno degli obiettivi primari degli Istituti bancari e di credito, e cioè la solidarietà nei confronti delle fasce più deboli e il sostegno all’attività produttiva. Saluto poi la Compagnia Fiori nel deserto, di Vibo Valenzia e formulo voti perché il Signore vivifichi con la sua grazia le aspirazioni e i propositi di ciascuno. Saluto altresì i confratelli della “Misericordia” di Viareggio, qui convenuti con l’artistico crocifisso ligneo, in occasione del 150° anniversario della sua realizzazione, e li esorto a proseguire nella loro attività in favore dei fratelli più bisognosi.

Rivolgo infine un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Cari giovani, vi invito a riscoprire, nel clima spirituale dell'Avvento, l'intimità con Cristo, ponendovi alla scuola della Vergine Maria. Raccomando a voi, cari ammalati, di trascorrere questo periodo di attesa e di preghiera incessante, offrendo al Signore che viene le vostre sofferenze per la salvezza del mondo. Esorto, infine, voi, cari sposi novelli, ad essere costruttori di famiglie cristiane autentiche, ispirandovi al modello della Santa Famiglia di Nazaret, a cui guardano particolarmente in questo tempo di preparazione al Natale.

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lunedì 1 dicembre 2008

Benedetto XVI a Bartolomeo I: Segni di speranza per il dialogo teologico


IL RIAVVICINAMENTO FRA CATTOLICI E ORTODOSSI

L'auspicio di Benedetto XVI nel Messaggio a Bartolomeo I

Segni di speranza per il dialogo teologico

Nel quadro dello scambio di Delegazioni per le rispettive feste dei Santi Patroni, il 29 giugno a Roma per la celebrazione dei Santi Pietro e Paolo e il 30 novembre a Istanbul per la celebrazione di Sant'Andrea, il cardinale Walter Kasper guida la Delegazione della Santa Sede per la Festa del Patriarcato Ecumenico 2008. Il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani è accompagnato dal vescovo Brian Farrell, Segretario del Dicastero e da padre Vladimiro Caroli, o.p., officiale della Sezione Orientale del medesimo Dicastero. Ad Istanbul, si è unito il nunzio apostolico in Turchia, arcivescovo Antonio Lucibello.
La Delegazione della Santa Sede ha preso parte alla solenne Divina Liturgia presieduta da Bartolomeo I nella chiesa patriarcale del Fanar, ed ha avuto un incontro con il Patriarca e conversazioni con la Commissione sinodale incaricata delle relazioni con la Chiesa cattolica, alle quali hanno partecipato anche il Co-presidente ed il Co-segretario della "Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme".
Il cardinale Kasper ha portato al Patriarca Ecumenico un dono del Santo Padre, accompagnato da un Messaggio autografo di Benedetto XVI di cui ha dato lettura
.

Diamo di seguito una nostra traduzione italiana del Messaggio di Benedetto XVI al Patriarca Bartolomeo I.

A Sua Santità Bartolomeo I
Arcivescovo di Costantinopoli
Patriarca Ecumenico


"Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo (Gal 1, 3)
È con profonda gioia che rivolgo queste parole di San Paolo a Vostra Santità, al Santo Sinodo e a tutto il Clero ortodosso e ai fedeli radunati per la festa di Sant'Andrea, il fratello di San Pietro e, come lui, un grande apostolo e martire per Cristo. Sono lieto di essere rappresentato in questa occasione di festa da una delegazione guidata dal mio venerato fratello il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, al quale ho affidato questo Messaggio augurale. Le mie preghiere si uniscono alle vostre per invocare dal Signore il benessere e l'unità dei discepoli di Cristo nel mondo intero.
Rendo grazie a Dio che ci ha permesso di approfondire i vincoli di amore reciproco fra noi, sostenuti dalla preghiera e da un contatto fraterno sempre più regolare. Nel corso dell'anno che ora sta volgendo al termine, siamo stati benedetti tre volte dalla presenza di Vostra Santità a Roma: in occasione della Vostra lezione magistrale al Pontificio Istituto Orientale, che si onora di annoverarLa tra i suoi Alunni; all'apertura dell'Anno Paolino nella Festa dei Santi patroni di Roma, Pietro e Paolo; ed alla dodicesima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Cattolica, tenutasi in ottobre sul tema della Parola di Dio nella Vita e nella Missione della Chiesa, quando avete pronunciato un discorso di profonda riflessione.
Come segno della crescente comunione e vicinanza spirituale, la Chiesa Cattolica, per parte sua, è stata rappresentata alle celebrazioni dell'Anno Paolino guidato da Vostra Santità, incluso un simposio e un pellegrinaggio ai luoghi paolini in Asia Minore. Queste esperienze di incontro e di preghiera condivisa contribuiscono ad un aumento nel nostro impegno per raggiungere la meta del nostro cammino ecumenico.
In questo stesso spirito, Vostra Santità mi ha informato del risultato positivo della Synaxis dei Primati e dei Rappresentanti delle Chiese Ortodosse, che ha avuto luogo recentemente al Fanar. I segni di speranza che sono emersi dai rapporti inter-ortodossi e l'impegno ecumenico sono stati accolti con gioia. Credo e prego che questi sviluppi possano avere un effetto costruttivo sul dialogo teologico ufficiale fra le Chiese Ortodosse e la Chiesa Cattolica, e possano condurre ad una soluzione delle difficoltà incontrate nelle ultime due sessioni. Come Vostra Santità ha rilevato durante l'allocuzione al Sinodo dei Vescovi della Chiesa Cattolica, la Commissione Internazionale Mista per il Dialogo Teologico fra cattolici ed ortodossi sta ora affrontando un argomento cruciale che, una volta risolto, ci porterebbe più vicino alla piena comunione.
In questa festa di Sant'Andrea, riflettiamo con gioia e con animo grato che le relazioni fra noi stanno entrando progressivamente a livelli più profondi, mentre rinnoviamo il nostro impegno sulla via della preghiera e del dialogo. Crediamo che il nostro cammino comune accelererà l'arrivo di quel giorno benedetto in cui loderemo insieme Dio in una Celebrazione condivisa dell'Eucaristia. La vita interiore delle nostre Chiese e le sfide del mondo contemporaneo richiedono urgentemente questa testimonianza di unità fra i discepoli di Cristo.
È con questi sentimenti fraterni che estendo a Vostra Santità i miei saluti cordiali nel Signore, Che assicura a noi la Sua Grazia e la Sua Pace.
Dal Vaticano, 26 novembre 2008

BENEDETTO PP. XVI

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(©L'Osservatore Romano - 1-2 dicembre 2008)

Il Papa: "La riforma dell’Università non può che avere come riscontro la sua libertà: di insegnamento, di ricerca e dai poteri economici e politici"


Vedi anche:

Udienza del Papa all'università di Parma: il racconto del nostro Marco

FOTOGALLERY REPUBBLICA IT

Il Papa agli studenti di Parma: "Libertà alla base di ogni riforma" (Repubblica)

Il Papa: gli atenei siano liberi dai poteri economici e politici (Liut)

Il Papa riceve gli universitari di Parma: il commento del Sir

Università, il monito di Benedetto XVI: «Non sia soggetta a interessi privati»

UDIENZA AI DOCENTI E AGLI STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PARMA, 01.12.2008

Alle ore 12.15 di questa mattina, nell’Aula della Benedizione, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Docenti e gli Studenti dell’Università degli Studi di Parma.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge loro:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Rettore,
illustri Professori,
cari studenti e membri del personale amministrativo e tecnico!


Sono lieto di accogliervi in questo incontro che avete voluto per commemorare le antiche radici dell’Ateneo di Parma. E sono particolarmente contento che, riferendovi proprio a quel periodo originario, abbiate scelto quale figura rappresentativa san Pier Damiani, di cui abbiamo appena celebrato il millenario della nascita e che nelle scuole parmensi fu dapprima studente e poi maestro. Saluto cordialmente il Rettore, Prof. Gino Ferretti, e lo ringrazio per le cortesi parole con cui si è fatto interprete dei sentimenti di tutti i presenti. Sono lieto di vedere insieme con voi il Vescovo di Parma, Mons. Enrico Solmi, come pure altre Autorità politiche e militari. A tutti voi, Professori, studenti e membri del personale amministrativo e tecnico rivolgo il mio sincero benvenuto.

Come sapete, l’attività universitaria è stata il mio ambito di lavoro per tanti anni, e anche dopo averla lasciata non ho mai smesso di seguirla e di sentirmi spiritualmente legato ad essa.

Molte volte ho avuto la possibilità di parlare in diversi Atenei, e ricordo bene di essere venuto anche a Parma, nel 1990, dove svolsi una riflessione sulle "vie della fede" in mezzo ai mutamenti del tempo presente (cfr Svolta per l’Europa?, Edizioni Paoline 1991, pp. 65-89). Oggi vorrei soffermarmi brevemente a considerare con voi la "lezione" che ci ha lasciato san Pier Damiani, cogliendone alcuni spunti di particolare attualità per l’ambiente universitario dei nostri giorni.

Lo scorso anno, in occasione della memoria liturgica del grande Eremita, il 20 febbraio, ho indirizzato una lettera all’Ordine dei monaci Camaldolesi, nella quale ho messo in luce come sia particolarmente valida per il nostro tempo la caratteristica centrale della sua personalità, vale a dire la felice sintesi tra la vita eremitica e l’attività ecclesiale, l’armonica tensione tra i due poli fondamentali dell’esistenza umana: la solitudine e la comunione (cfr Lettera all’Ordine dei Camaldolesi, 20 febbraio 2007). Quanti, come voi, si dedicano agli studi a livello superiore – per l’intera vita oppure nell’età giovanile – non possono non essere sensibili a questa eredità spirituale di san Pier Damiani. Le nuove generazioni sono oggi fortemente esposte a un duplice rischio, dovuto prevalentemente alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche: da una parte, il pericolo di vedere sempre più ridursi la capacità di concentrazione e di applicazione mentale sul piano personale; dall’altra, quello di isolarsi individualmente in una realtà sempre più virtuale. Così la dimensione sociale si disperde in mille frammenti, mentre quella personale si ripiega su se stessa e tende a chiudersi a costruttive relazioni con l’altro e il diverso da sé.

L’Università, invece, per sua natura vive proprio del virtuoso equilibrio tra il momento individuale e quello comunitario, tra la ricerca e la riflessione di ciascuno e la condivisione e il confronto aperti agli altri, in un orizzonte tendenzialmente universale.

Anche la nostra epoca, come quella di Pier Damiani, è segnata da particolarismi e incertezze, per carenza di principi unificanti (cfr ibid.). Gli studi accademici dovrebbero senz’altro contribuire a qualificare il livello formativo della società, non solo sul piano della ricerca scientifica strettamente intesa, ma anche, più in generale, nell’offerta ai giovani della possibilità di maturare intellettualmente, moralmente e civilmente, confrontandosi con i grandi interrogativi che interpellano la coscienza dell’uomo contemporaneo.

La storia annovera Pier Damiani tra i grandi "riformatori" della Chiesa dopo l’anno Mille. Lo possiamo definire l’anima di quella riforma che va sotto il nome del Papa san Gregorio VII, Ildebrando di Soana, del quale Pier Damiani fu stretto collaboratore da quando, prima di essere eletto Vescovo di Roma, era Arcidiacono di questa Chiesa (cfr Lettera all’Ordine dei Camaldolesi, 20 febbraio 2007). Ma qual è il genuino concetto di riforma? Un aspetto fondamentale che possiamo ricavare dagli scritti e più ancora dalla testimonianza personale di Pier Damiani è che ogni autentica riforma dev’essere anzitutto spirituale e morale, deve cioè partire dalle coscienze. Spesso oggi, anche in Italia, si parla di riforma universitaria. Penso che, fatte le debite proporzioni, rimanga sempre valido questo insegnamento: le modifiche strutturali e tecniche sono effettivamente efficaci se accompagnate da un serio esame di coscienza da parte dei responsabili a tutti i livelli, ma più in generale di ciascun docente, di ogni studente, di ogni impiegato tecnico e amministrativo. Sappiamo che Pier Damiani era molto rigoroso con se stesso e con i suoi monaci, molto esigente nella disciplina.

Se si vuole che un ambiente umano migliori in qualità ed efficienza, occorre prima di tutto che ciascuno cominci col riformare se stesso, correggendo ciò che può nuocere al bene comune o in qualche modo ostacolarlo.

Collegato al concetto di riforma, vorrei porre in risalto anche quello di libertà. In effetti, il fine dell’opera riformatrice di san Pier Damiani e degli altri suoi contemporanei era far sì che la Chiesa diventasse più libera, prima di tutto sul piano spirituale, ma poi anche su quello storico.

Analogamente, la validità di una riforma dell’Università non può che avere come riscontro la sua libertà: libertà di insegnamento, libertà di ricerca, libertà dell’istituzione accademica nei confronti dei poteri economici e politici. Questo non significa isolamento dell’Università dalla società, né autoreferenzialità, né tanto meno perseguimento di interessi privati approfittando di risorse pubbliche. Non è di certo questa la libertà cristiana!

Veramente libera, secondo il Vangelo e la tradizione della Chiesa, è quella persona, quella comunità o quella istituzione che risponde pienamente alla propria natura e al proprio fine, e la vocazione dell’Università è la formazione scientifica e culturale delle persone per lo sviluppo dell’intera comunità sociale e civile.

Cari amici, vi ringrazio perché con la vostra visita, oltre che il piacere di incontrarvi, mi avete dato l’opportunità di riflettere sull’attualità di san Pier Damiani, al termine delle celebrazioni millenarie in suo onore. Auguro ogni bene per l’attività scientifica e didattica del vostro Ateneo, e prego perché esso, malgrado le dimensioni ormai notevoli, tenda sempre a costituire una universitas studiorum, in cui ognuno possa riconoscersi ed esprimersi come persona, partecipando alla ricerca "sinfonica" della verità. A questo scopo incoraggio le iniziative di pastorale universitaria in atto, che risultano essere un prezioso servizio alla formazione umana e spirituale dei giovani. E in tale contesto auspico anche che la storica chiesa di san Francesco al Prato possa essere presto riaperta al culto, a beneficio dell’Università e della Città intera. Per tutto questo intercedano san Pier Damiani e la Beata Vergine Maria, e vi accompagni anche la mia Benedizione, che imparto volentieri a voi, a tutti i colleghi ed ai vostri cari.

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