mercoledì 17 giugno 2009

Il Papa: "Ogni popolo deve calare nella propria cultura il messaggio rivelato ed esprimerne la verità salvifica con il linguaggio che gli è proprio"


CICLO DI CATECHESI SUI GRANDI SCRITTORI DELLA CHIESA DI ORIENTE ED OCCIDENTE NEL MEDIOEVO

UDIENZA GENERALE: IL VIDEO SU BENEDICT XVI.TV

CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

SERVIZIO DI STEFANO MARIA PACI

VIDEO THE VATICAN

Il Papa: il G8 ascolti i leader religiosi. Il commento di Maria Voce, presidente dei Focolari (Radio Vaticana)

Il Papa all'udienza: il Vangelo deve essere integrato nelle culture locali. Appello al G8: siano ascoltati i leader religiosi (Izzo)

Il Papa: ogni popolo deve “calare” il Vangelo nella propria lingua e cultura (AsiaNews)

Il Papa: Cirillo e Metodio tradussero la "Buona Novella" in slavo (Asca)

Il Papa: "Cirillo e Metodio, esempio classico di ciò che oggi si indica col termine inculturazione" (Sir)

L’UDIENZA GENERALE, 17.06.2009

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato sui Santi Cirillo e Metodio.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Santi Cirillo e Metodio

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare dei Santi Cirillo e Metodio, fratelli nel sangue e nella fede, detti apostoli degli slavi.
Cirillo nacque a Tessalonica dal magistrato imperiale Leone nell’826/827: era il più giovane di sette figli. Da ragazzo imparò la lingua slava. All’età di quattordici anni fu mandato a Costantinopoli per esservi educato e fu compagno del giovane imperatore Michele III. In quegli anni fu introdotto nelle diverse materie universitarie, fra le quali la dialettica, avendo come maestro Fozio. Dopo aver rifiutato un brillante matrimonio, decise di ricevere gli ordini sacri e divenne "bibliotecario" presso il Patriarcato. Poco dopo, desiderando ritirarsi in solitudine, andò a nascondersi in un monastero, ma fu presto scoperto e gli fu affidato l’insegnamento delle scienze sacre e profane, mansione che svolse così bene da guadagnarsi l’appellativo di "Filosofo". Nel frattempo, il fratello Michele (nato nell’815 ca.), dopo una carriera amministrativa in Macedonia, verso l’anno 850 abbandonò il mondo per ritirarsi a vita monastica sul monte Olimpo in Bitinia, dove ricevette il nome di Metodio (il nome monastico doveva cominciare con la stessa lettera di quello di battesimo) e divenne igumeno del monastero di Polychron.

Attratto dall’esempio del fratello, anche Cirillo decise di lasciare l’insegnamento per recarsi sul monte Olimpo a meditare e a pregare. Alcuni anni più tardi però, (861 ca.), il governo imperiale lo incaricò di una missione presso i khazari del Mare di Azov, i quali chiedevano che fosse loro inviato un letterato che sapesse discutere con gli ebrei e i saraceni. Cirillo, accompagnato dal fratello Metodio, sostò a lungo in Crimea, dove imparò l’ebraico. Qui ricercò pure il corpo del Papa Clemente I, che vi era stato esiliato. Ne trovò la tomba e, quando col fratello riprese la via del ritorno, portò con sé le preziose reliquie. Giunti a Costantinopoli, i due fratelli furono inviati in Moravia dall’imperatore Michele III, al quale il principe moravo Ratislao aveva rivolto una precisa richiesta: "Il nostro popolo – gli aveva detto – da quando ha respinto il paganesimo, osserva la legge cristiana; però non abbiamo un maestro che sia in grado di spiegarci la vera fede nella nostra lingua". La missione ebbe ben presto un successo insolito. Traducendo la liturgia nella lingua slava, i due fratelli guadagnarono una grande simpatia presso il popolo.

Questo, però, suscitò nei loro confronti l’ostilità del clero franco, che era arrivato in precedenza in Moravia e considerava il territorio come appartenente alla propria giurisdizione ecclesiale.

Per giustificarsi, nell’867 i due fratelli si recarono a Roma. Durante il viaggio si fermarono a Venezia, dove ebbe luogo un’animata discussione con i sostenitori della cosiddetta "eresia trilingue": costoro ritenevano che vi fossero solo tre lingue in cui si poteva lecitamente lodare Dio: l’ebraica, la greca e la latina. Ovviamente, a ciò i due fratelli si opposero con forza. A Roma Cirillo e Metodio furono ricevuti dal Papa Adriano II, che andò loro incontrò in processione per accogliere degnamente le reliquie di san Clemente. Il Papa aveva anche compreso la grande importanza della loro eccezionale missione. Dalla metà del primo millennio, infatti, gli slavi si erano installati numerosissimi in quei territori posti tra le due parti dell’Impero Romano, l’orientale e l’occidentale, che erano già in tensione tra loro. Il Papa intuì che i popoli slavi avrebbero potuto giocare il ruolo di ponte, contribuendo così a conservare l’unione tra i cristiani dell’una e dell’altra parte dell’Impero. Egli quindi non esitò ad approvare la missione dei due Fratelli nella Grande Moravia, accogliendo e approvando l’uso della lingua slava nella liturgia. I libri slavi furono deposti sull’altare di Santa Maria di Phatmé (Santa Maria Maggiore) e la liturgia in lingua slava fu celebrata nelle Basiliche di San Pietro, Sant’Andrea, San Paolo.
Purtroppo a Roma Cirillo s’ammalò gravemente. Sentendo avvicinarsi la morte, volle consacrarsi totalmente a Dio come monaco in uno dei monasteri greci della Città (probabilmente presso Santa Prassede) ed assunse il nome monastico di Cirillo (il suo nome di battesimo era Costantino). Poi pregò con insistenza il fratello Metodio, che nel frattempo era stato consacrato Vescovo, di non abbandonare la missione in Moravia e di tornare tra quelle popolazioni. A Dio si rivolse con questa invocazione: "Signore, mio Dio…, esaudisci la mia preghiera e custodisci a te fedele il gregge a cui avevi preposto me… Liberali dall’eresia delle tre lingue, raccogli tutti nell’unità, e rendi il popolo che hai scelto concorde nella vera fede e nella retta confessione".
Morì il 14 febbraio 869.

Fedele all’impegno assunto col fratello, nell’anno seguente, 870, Metodio ritornò in Moravia e in Pannonia (oggi Ungheria), ove incontrò di nuovo la violenta avversione dei missionari franchi che lo imprigionarono. Non si perse d’animo e quando nell’anno 873 fu liberato si adoperò attivamente nella organizzazione della Chiesa, curando la formazione di un gruppo di discepoli. Fu merito di questi discepoli se poté essere superata la crisi che si scatenò dopo la morte di Metodio, avvenuta il 6 aprile 885: perseguitati e messi in prigione, alcuni di questi discepoli vennero venduti come schiavi e portati a Venezia, dove furono riscattati da un funzionario costantinopolitano, che concesse loro di tornare nei Paesi degli slavi balcanici. Accolti in Bulgaria, poterono continuare nella missione avviata da Metodio, diffondendo il Vangelo nella «terra della Rus’». Dio nella sua misteriosa provvidenza si avvaleva così della persecuzione per salvare l’opera dei santi Fratelli. Di essa resta anche la documentazione letteraria. Basti pensare ad opere quali l’Evangeliario (pericopi liturgiche del Nuovo Testamento), il Salterio, vari testi liturgici in lingua slava, a cui lavorarono ambedue i Fratelli. Dopo la morte di Cirillo, a Metodio e ai suoi discepoli si deve, tra l’altro, la traduzione dell’intera Sacra Scrittura, il Nomocanone e il Libro dei Padri.

Volendo ora riassumere in breve il profilo spirituale dei due Fratelli, si deve innanzitutto registrare la passione con cui Cirillo si avvicinò agli scritti di san Gregorio Nazianzeno, apprendendo da lui il valore della lingua nella trasmissione della Rivelazione.
San Gregorio aveva espresso il desiderio che Cristo parlasse per mezzo di lui: "Sono servo del Verbo, perciò mi metto al servizio della Parola".
Volendo imitare Gregorio in questo servizio, Cirillo chiese a Cristo di voler parlare in slavo per mezzo suo. Egli introduce la sua opera di traduzione con l’invocazione solenne: "Ascoltate, o voi tutte genti slave, ascoltate la Parola che venne da Dio, la Parola che nutre le anime, la Parola che conduce alla conoscenza di Dio". In realtà, già alcuni anni prima che il principe di Moravia venisse a chiedere all’imperatore Michele III l’invio di missionari nella sua terra, sembra che Cirillo e il fratello Metodio, attorniati da un gruppo di discepoli, stessero lavorando al progetto di raccogliere i dogmi cristiani in libri scritti in lingua slava. Apparve allora chiaramente l’esigenza di nuovi segni grafici, più aderenti alla lingua parlata: nacque così l’alfabeto glagolitico che, successivamente modificato, fu poi designato col nome di "cirillico" in onore del suo ispiratore. Fu quello un evento decisivo per lo sviluppo della civiltà slava in generale. Cirillo e Metodio erano convinti che i singoli popoli non potessero ritenere di aver ricevuto pienamente la Rivelazione finché non l’avessero udita nella propria lingua e letta nei caratteri propri del loro alfabeto.

A Metodio spetta il merito di aver fatto sì che l’opera intrapresa col fratello non fosse bruscamente interrotta. Mentre Cirillo, il "Filosofo", era propenso alla contemplazione, egli era piuttosto portato alla vita attiva. Grazie a ciò poté porre i presupposti della successiva affermazione di quella che potremmo chiamare l’«idea cirillo-metodiana»: essa accompagnò nei diversi periodi storici i popoli slavi, favorendone lo sviluppo culturale, nazionale e religioso. E’ quanto riconosceva già Papa Pio XI con la Lettera apostolica Quod Sanctum Cyrillum, nella quale qualificava i due Fratelli: "figli dell’Oriente, di patria bizantini, d’origine greci, per missione romani, per i frutti apostolici slavi" (AAS 19 [1927] 93-96). Il ruolo storico da essi svolto è stato poi ufficialmente proclamato dal Papa Giovanni Paolo II che, con la Lettera apostolica Egregiae virtutis viri, li ha dichiarati compatroni d’Europa insieme con san Benedetto (AAS 73 [1981] 258-262). In effetti, Cirillo e Metodio costituiscono un esempio classico di ciò che oggi si indica col termine "inculturazione": ogni popolo deve calare nella propria cultura il messaggio rivelato ed esprimerne la verità salvifica con il linguaggio che gli è proprio. Questo suppone un lavoro di "traduzione" molto impegnativo, perché richiede l’individuazione di termini adeguati a riproporre, senza tradirla, la ricchezza della Parola rivelata. Di ciò i due santi Fratelli hanno lasciato una testimonianza quanto mai significativa, alla quale la Chiesa guarda anche oggi per trarne ispirazione ed orientamento.

Saluto in lingua italiana

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della diocesi di Aversa, qui convenuti così numerosi con il loro Pastore Mons. Mario Milano; della diocesi di La Spezia-Sarzana-Brugnato, con il Vescovo Mons. Francesco Moraglia; della diocesi di Biella con il Vescovo Mons. Gabriele Mana. Cari amici, ad imitazione dell’apostolo Paolo, seguite Cristo coltivando una intensa vita di preghiera testimoniando dappertutto il suo amore. Saluto con affetto i fedeli dell’Abbazia territoriale di Monte Cassino, giunti con il loro Ordinario, l’Abate Dom Pietro Vittorelli, per ricambiare la visita che ho avuto la gioia di compiere il 24 maggio scorso. A voi, cari amici, rinnovo l’espressione della mia gratitudine per la cordiale accoglienza che mi avete riservato, ed auspico che da quel nostro incontro scaturisca per la vostra Comunità diocesana una rinnovata vitalità spirituale e una sempre più generosa adesione a Cristo e alla Chiesa. Saluto i fedeli della Parrocchia Santa Maria del Carmine in Pavia e quelli di San Tammaro in Grumo Nevano, come pure i partecipanti al congresso promosso dalla Federazione Italiana Scuole Materne e i Seminaristi Pallottini, assicurando a ciascuno la mia preghiera, affinchè possano testimoniare Gesù e il suo Vangelo in ogni ambiente.
Mi rivolgo ora ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Venerdì prossimo celebreremo la festa del Sacro Cuore di Gesù, giornata di santificazione sacerdotale e inizio dell’Anno Sacerdotale, da me voluto in occasione del 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars. Cari giovani, vi saluto con affetto e tra voi saluto specialmente i numerosi ragazzi degli Oratori della diocesi di Foligno, accompagnati dal loro Pastore Mons. Gualtiero Sigismondi.
Cari amici, la ricchezza del Cuore di Cristo vi sostenga sempre. Aiuti voi, cari ammalati, ad affidarvi nelle mani della Provvidenza divina; ed incoraggi voi, cari sposi novelli, a vivere la vostra unione cristiana con reciproca dedizione.

Desidero con gioia presentare ora la Delegazione siro-cattolica: il Patriarca della Chiesa di Antiochia dei siro-cattolici, Sua Beatitudine Mar Ignace Youssef III Younan, accompagnato, in questa sua prima visita ufficiale, dai Patriarchi emeriti, dai Vescovi e da fedeli provenienti dal Medio Oriente e da diverse parti del mondo, dove risiedono i siro-cattolici mantenendo un vivo legame con la tradizione orientale cristiana e il Vescovo di Roma.
Saluto con affetto il venerato Patriarca Youssef, al quale ho già concesso la communio ecclesiastica che, a norma dei sacri canoni, mi aveva chiesto appena eletto, e tale comunione troverà pubblica significazione nella Divina Liturgia in rito siro-antiocheno, che si terrà domani nella Basilica di Santa Maria Maggiore, alla quale assisterà come mio Rappresentante il Signor Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. Mentre assicuro per Lei, venerato Fratello, e per quanti La accompagnano la mia preghiera, vorrei nel contempo esprimere la mia sollecitudine e considerazione a tutte le Chiese Orientali Cattoliche, incoraggiandole a proseguire la missione ecclesiale, pur tra mille difficoltà, per edificare ovunque l'unità e la pace
.

Sintesi della catechesi in lingua inglese

Dear Brothers and Sisters,

As we continue our catechesis on the early Christian writers of the East and the West, we now turn to the brothers Saints Cyril and Methodius. They were born in Thessalonica in the early ninth century. Cyril, whose baptismal name was Constantine, was educated at the Byzantine Court, ordained a priest, and became an acclaimed teacher of sacred and profane sciences. When his brother Michael became a monk, taking the name of Methodius, Cyril also decided to embrace the monastic life. Having retrieved the relics of Pope Clement I during a mission in Crimea, the brothers successfully preached Christianity to the people of Moravia. Inventing an alphabet for the Slavonic language, they together with their disciples translated the Liturgy, the Bible and texts of the Fathers, shaping the culture of the Slav peoples and leaving an outstanding example of inculturation. Pope Adrian II received them in Rome and encouraged their missionary work. When Cyril died in Rome in 869, Methodius continued the mission in spite of persecution. After his death in 885, some of his disciples, providentially released from slavery, spread the Gospel in Bulgaria and in "the Land of the Rus". In recognition of the brothers’ vast influence, they were named Co-Patrons of Europe by Pope John Paul II. May we imitate their strong faith and their Christian wisdom as we bear witness to the Gospel in our daily lives!
I offer a warm welcome to the participants in the 2009 Church Music Festival. I greet the pilgrims from the parishes of Sacred Heart, Dontozidon, Ilapayan and Tuaran from the Archdiocese of Kota Kinabalu, Malaysia, accompanied by Archbishop John Lee, and also the pilgrims from Saint Francis Parish, Singapore. I am also pleased to greet the many student groups, and all the English-speaking pilgrims and visitors.

I extend my greetings to the various religious leaders present today who have gathered in Rome for an International Conference of interreligious dialogue. I commend this initiative organized by the Italian Bishops’ Conference in collaboration with the Italian Ministry of Foreign Affairs. I am confident that it will do much to draw the attention of world political leaders to the importance of religions within the social fabric of every society and to the grave duty to ensure that their deliberations and policies support and uphold the common good. Upon all those taking part I invoke an abundance of the Almighty’s blessings.

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domenica 14 giugno 2009

Il Papa ai fedeli: "Il Corpus Domini è una manifestazione di Dio, un’attestazione che Dio è amore...Affido alle vostre preghiere l'Anno Sacerdotale"

ANGELUS: VIDEO INTEGRALE DI THE VATICAN

SOLENNITA' DEL CORPUS DOMINI: LO SPECIALE DEL BLOG

ANNO SACERDOTALE (19 GIUGNO 2009-19 GIUGNO 2010): LO SPECIALE DEL BLOG

IL PAPA E LA CRISI ECONOMICA: LO SPECIALE DEL BLOG

ANGELUS: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

C’è oggi il rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia (Omelia in occasione della Solennità del Corpus Domini, 11 giugno 2009)

Il Papa: "La crisi finanziaria ed economica che ha colpito i Paesi industrializzati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo, mostra in modo evidente come siano da ripensare certi paradigmi economico-finanziari che sono stati dominanti negli ultimi anni" (Discorso del Santo Padre ai Membri della Fondazione "Centesimus Annus - Pro Pontifice", 13 giugno 2009)

SERVIZIO DI STEFANO MARIA PACI

VIDEO CORRIERE TV

VIDEO THE VATICAN

Vedi anche:

Il Papa sferza l’Onu: «Fame e povertà inaccettabili» (Tornielli)

Il Papa incalza l'Onu e i "Grandi": interventi seri contro fame e povertà (Orlandini)

Il Papa affida alle preghiere dei fedeli l'Anno Sacerdotale. Inizierà venerdì prossimo, 19 giugno (Zenit)

L'appello di Benedetto XVI: la conferenza sulla crisi a New York serva per compiere scelte strategiche (Corriere)

il Papa ricorda centinaia di milioni di affamati e chiede un'economia sostenibile ed etica, in vista della Conferenza ONU sulla crisi (Radio Vaticana)

Il Papa all'Angelus: "Venerdì aprirò l'Anno Sacerdotale" (Izzo)

Il Papa: non siamo soli davanti alle difficoltà (Izzo)

Il Papa: non possiamo dimenticare i milioni che hanno fame. La crisi economica diventi opportunità (Izzo)

Il Papa ai potenti del mondo: la crisi economica sia opportunità per un'equa distribuzione della risorse (Reuters)

Il Papa alle multinazionali: Serve economia sostenibile ed etica. Periodo difficile si trasformi in opportunità

Il Papa: Corpus Domini, “Pane della vita” e dell'amore; fame nel mondo realtà inaccettabile (AsiaNews)

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 14.06.2009

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Si celebra oggi in diversi Paesi, tra i quali l’Italia, il Corpus Domini, la festa dell’Eucaristia, in cui il Sacramento del Corpo del Signore viene portato solennemente in processione. Che cosa significa per noi questa festa?
Essa non fa pensare solo all’aspetto liturgico; in realtà, il Corpus Domini è un giorno che coinvolge la dimensione cosmica, il cielo e la terra.
Evoca prima di tutto – almeno nel nostro emisfero – questa stagione così bella e profumata in cui la primavera volge ormai all’estate, il sole è forte nel cielo e nei campi matura il frumento. Le feste della Chiesa – come quelle ebraiche – hanno a che fare con il ritmo dell’anno solare, della semina e del raccolto. In particolare, questo risalta nella solennità odierna, al cui centro sta il segno del pane, frutto della terra e del cielo.

Perciò il pane eucaristico è il segno visibile di Colui nel quale cielo e terra, Dio e uomo sono diventati una cosa sola. E questo mostra che il rapporto con le stagioni non è per l’anno liturgico qualche cosa di meramente esteriore.

La solennità del Corpus Domini è intimamente legata alla Pasqua e alla Pentecoste: la morte e risurrezione di Gesù e l’effusione dello Spirito Santo ne sono i presupposti.
È inoltre immediatamente collegata alla festa della Trinità, celebrata domenica scorsa.
Solamente perché Dio stesso è relazione, ci può essere rapporto con Lui; e soltanto perché è amore può amare ed essere amato.

Così il Corpus Domini è una manifestazione di Dio, un’attestazione che Dio è amore. In un modo unico e peculiare, questa festa ci parla dell’amore divino, di ciò che è e di ciò che fa. Ci dice, ad esempio, che esso si rigenera nel donarsi, si riceve nel darsi, non viene meno e non si consuma – come canta un inno di san Tommaso d’Aquino: "nec sumptus consumitur".

L’amore trasforma ogni cosa, e dunque si capisce che al centro dell’odierna festa del Corpus Domini ci sia il mistero della transustanziazione, segno di Gesù-Carità che trasforma il mondo.

Guardando Lui e adorandoLo, noi diciamo: sì, l’amore esiste, e poiché esiste, le cose possono cambiare in meglio e noi possiamo sperare. È la speranza che proviene dall’amore di Cristo a darci la forza di vivere e di affrontare le difficoltà.

Per questo cantiamo, mentre portiamo in processione il Santissimo Sacramento; cantiamo e lodiamo Dio che si è rivelato nascondendosi nel segno del pane spezzato. Di questo Pane abbiamo tutti bisogno, perché lungo e faticoso è il cammino verso la libertà, la giustizia e la pace.
Possiamo immaginare con quanta fede e amore la Madonna avrà ricevuto e adorato nel suo cuore la santa Eucaristia! Ogni volta era per Lei come rivivere tutto il mistero del suo Figlio Gesù: dal concepimento fino alla risurrezione. "Donna eucaristica" l’ha chiamata il mio venerato e amato predecessore Giovanni Paolo II. Impariamo da Lei a rinnovare continuamente la nostra comunione con il Corpo di Cristo, per amarci gli uni gli altri come Lui ha amato noi.

DOPO L’ANGELUS

Nei giorni 24-26 di questo mese si terrà a New York la Conferenza delle Nazioni Unite sulla crisi economica e finanziaria ed il suo impatto sullo sviluppo. Invoco sui partecipanti alla Conferenza, come pure sui responsabili della cosa pubblica e delle sorti del pianeta, lo spirito di sapienza e di umana solidarietà, affinché l’attuale crisi si trasformi in opportunità, capace di favorire una maggiore attenzione alla dignità di ogni persona umana e promuovere un’equa distribuzione del potere decisionale e delle risorse, con particolare attenzione al numero, purtroppo sempre crescente, dei poveri.

In questo giorno, in cui in Italia e in molte altre Nazioni si celebra la festa del Corpus Domini, "Pane della vita", come ho appena menzionato, desidero ricordare specialmente le centinaia di milioni di persone che soffrono la fame. E’ una realtà assolutamente inaccettabile, che stenta a ridimensionarsi malgrado gli sforzi degli ultimi decenni. Auspico, dunque, che in occasione della prossima Conferenza ONU e in sede delle istituzioni internazionali siano assunti provvedimenti condivisi dall’intera comunità internazionale e vengano compiute quelle scelte strategiche, talvolta non facili da accettare, che sono necessarie per assicurare a tutti, nel presente e nel futuro, gli alimenti fondamentali e una vita dignitosa.

Venerdì prossimo, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, Giornata di Santificazione Sacerdotale, avrà inizio l’Anno Sacerdotale da me voluto in coincidenza con il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars.
Affido alle vostre preghiere questa nuova iniziativa spirituale, che seguirà l’Anno Paolino ormai avviato verso la sua conclusione.
Possa questo nuovo anno giubilare costituire un’occasione propizia per approfondire il valore e l’importanza della missione sacerdotale e per domandare al Signore di far dono alla sua Chiesa di numerosi e santi sacerdoti.

Je vous salue cordialement, chers pèlerins francophones. En ce dimanche, de nombreux pays célèbrent la solennité du Saint-Sacrement du Corps et du Sang du Christ. Ce don que le Seigneur fait de lui-même pour la vie du monde est la source de tout amour. C’est un précieux héritage que nous sommes invités à accueillir pour en vivre nous-mêmes. Prenez le temps de le recevoir avec ferveur comme un trésor et d’y adorer le Christ réellement présent. Avec ma Bénédiction apostolique.

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus prayer. Today’s Solemnity of the Body and Blood of Christ invites us to acknowledge the Lord’s saving presence in the Most Holy Sacrament of the Altar. At the Last Supper, on the night before his death on the Cross, Jesus instituted the sacrament of the new and eternal covenant between God and man. May this sacrifice of reconciliation, in which the Risen Lord is truly and substantially present under the appearances of bread and wine, confirm the Church in faith, unity and holiness as she awaits his future coming in glory. Upon you and your families I cordially invoke God’s blessings of joy and peace.

Von Herzen heiße ich alle deutschsprachigen Besucher willkommen, heute besonders die Pilger aus Neuhofen an der Ybbs in Niederösterreich. In diesen Tagen feiern wir zwei bedeutende kirchliche Hochfeste – Fronleichnam und das Herz-Jesu-Fest – die uns die Liebe Christi besonders vor Augen führen. Der Herr schenkt sich uns in der Eucharistie und zeigt uns seine grenzelose Hingabe im geöffneten Herzen. Lernen wir von Jesus Christus, der gütig und von Herzen demütig ist, damit wir seine Liebe annehmen und an unsere Mitmenschen weiter verschenken können. Gottes Geist geleite euch auf allen Wegen!

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española presentes en esta oración mariana. En este día, en el que en muchas partes se celebra la solemnidad del Santísimo Cuerpo y Sangre de Cristo, os invito a rendir público testimonio de fe y piedad hacia este excelso sacramento, memorial de la pasión del Señor. Que la veneración de este sagrado misterio nos haga experimentar constantemente el fruto de la redención. Feliz domingo.

Srdečne pozdravujem grécko-katolíckych pútnikov zo Slovenska. Bratia a sestry, spolu s vami chcem ďakovať Bohu za nového grécko-katolíckeho arcibiskupa, vášho rodáka, ktorého som menoval za sekretára Kongregácie pre Východné cirkvi a ktorý dnes popoludní prijme biskupsku vysviacku v Pápežskej bazilike Santa Maria Maggiore. Podporujte ho svojimi modlitbami. Prajem vám požehnaný pobyt v Ríme. S láskou vás žehnám. Sláva Isusu Christu!

[Saluto cordialmente i pellegrini greco-cattolici provenienti dalla Slovacchia. Fratelli e sorelle, vorrei insieme a voi ringraziare Dio per il nuovo Arcivescovo greco-cattolico, vostro connazionale, che ho nominato Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, e che oggi pomeriggio riceverà l’Ordinazione episcopale nella Basilica papale di Santa Maria Maggiore. Sostenetelo con le vostre preghiere. Vi auguro un buon soggiorno a Roma. Vi benedico con affetto. Sia lodato Gesù Cristo!]

Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Ewangelia dzisiejszej liturgii przypomina, że wzrost Królestwa Bożego następuje powoli, niezauważalnie, ale skutecznie. Tak działa łaska uświęcająca w sercu każdego i każdej z nas. Niech ta świadomość napełnia nas nadzieją. Niech Bóg wam błogosławi!

[Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. Il Vangelo della liturgia odierna ci ricorda che la crescita del Regno di Dio si compie lentamente, impercettibilmente, ma efficacemente. Così opera la grazia santificante nel cuore di ognuno e ognuna di noi. La consapevolezza di questo fatto ci colmi della speranza. Dio vi benedica.]

Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Latina, Ginosa e Massafra, i ragazzi di Vertova con i catechisti e alcuni familiari, la scuola della Fondazione "Romano Guardini" di Napoli, i volontari del Centro "Beata Savina" di Vittoria. Saluto inoltre i Presidenti e gli alti dirigenti di alcune grandi Aziende internazionali, che incoraggio ad affrontare la sfida di un’economia sostenibile ed etica.

A tutti auguro una buona domenica.

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sabato 13 giugno 2009

Il Papa: "La crisi economica mostra in modo evidente come siano da ripensare certi paradigmi economico-finanziari dominanti negli ultimi anni"


IL PAPA E LA CRISI ECONOMICA: LO SPECIALE DEL BLOG

ENCICLICA "CARITAS IN VERITATE": ANTICIPAZIONI

SERVIZIO DI STEFANO MARIA PACI

Vedi anche:

Papa Ratzinger annuncia l'enciclica. Benedetto XVI: "Economia e lavoro per una convivenza libera e solidale" (Lorenzoni)

Economia e lavoro, pronta l'enciclica del Papa (Bobbio)

Il Papa: «Una libera economia per liberi uomini» (Tornielli)

Il Papa: Nella mia enciclica traccerò i valori da difendere instancabilmente (Pinna)

Il Papa: la mia enciclica sociale verterà su economia e diritti dei deboli

Il Papa: la crisi mostra che servono regole per orientare l’economia al bene comune (AsiaNews)

Il Papa annuncia la prossima uscita della sua enciclica dedicata al vasto tema dell'economia e del lavoro

Benedetto XVI alla Fondazione Centesimus Annus: la crisi si supera con un sistema economico basato su etica e solidarietà (Radio Vaticana)

UDIENZA AI MEMBRI DELLA FONDAZIONE "CENTESIMUS ANNUS - PRO PONTIFICE", 13.06.2009

Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Membri della Fondazione "Centesimus Annus - Pro Pontifice" e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
illustri e cari amici
!

Grazie per questa vostra visita, che si colloca nel contesto della vostra annuale riunione. Vi saluto tutti con affetto e vi sono grato per quanto voi fate, con provata generosità, al servizio della Chiesa. Saluto e ringrazio il Conte Lorenzo Rossi di Montelera, vostro Presidente, che ha interpretato con fine sensibilità i vostri sentimenti, esponendo a grandi linee l’attività della Fondazione. Ringrazio anche coloro che, in lingue diverse, hanno voluto presentarmi l’attestato della comune devozione. L’odierno nostro incontro assume un significato e un valore particolare alla luce della situazione che vive in questo momento l’intera umanità.

In effetti, la crisi finanziaria ed economica che ha colpito i Paesi industrializzati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo, mostra in modo evidente come siano da ripensare certi paradigmi economico-finanziari che sono stati dominanti negli ultimi anni.

Bene ha fatto, quindi, la vostra Fondazione ad affrontare, nel Convegno internazionale svoltosi ieri, il tema della ricerca e della individuazione di quali siano i valori e le regole a cui il mondo economico dovrebbe attenersi per porre in essere un nuovo modello di sviluppo più attento alle esigenze della solidarietà e più rispettoso della dignità umana.
Sono lieto di apprendere che avete esaminato, in particolare, le interdipendenze tra istituzioni, società e mercato partendo, in accordo con l’Enciclica Centesimus annus del mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, dalla riflessione secondo la quale l’economia di mercato, intesa quale "sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia" (n. 42), può essere riconosciuta come via di progresso economico e civile solo se orientata al bene comune (cfr n. 43).
Tale visione però deve anche accompagnarsi all’altra riflessione secondo la quale la libertà nel settore dell’economia deve inquadrarsi "in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale", una libertà responsabile "il cui centro è etico e religioso" (n. 42). Opportunamente l’Enciclica menzionata afferma: "Come la persona realizza pienamente se stessa nel libero dono di sé, così la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti" (n. 43).
Auspico che le indagini sviluppate nei vostri lavori, ispirandosi agli eterni principi del Vangelo, elaborino una visione dell'economia moderna rispettosa dei bisogni e dei diritti dei deboli.

Come sapete, verrà prossimamente pubblicata la mia Enciclica dedicata proprio al vasto tema dell’economia e del lavoro: in essa verranno posti in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obbiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale.

Prendo altresì atto con compiacimento di quanto state operando a favore del PISAI (Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica), alle cui finalità, da voi condivise, attribuisco grande valore per un dialogo interreligioso sempre più fecondo.
Cari amici, grazie ancora una volta per la vostra visita; assicuro per ciascuno di voi un ricordo nella preghiera, mentre di cuore tutti vi benedico.

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giovedì 11 giugno 2009

Il Papa: "C’è oggi il rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa..."


SOLENNITA' DEL CORPUS DOMINI 2005-2009: LO SPECIALE DEL BLOG

ANNO SACERDOTALE (19 GIUGNO 2009-19 GIUGNO 2010): LO SPECIALE DEL BLOG

VIDEO INTEGRALE SU BENEDICT XVI.TV

SANTA MESSA: LIBRETTO DELLA CELEBRAZIONE

VIDEO

SERVIZIO DI LAURA CECCHERINI

SERVIZIO DI LAURA CECCHERINI (2)

SERVIZIO DI STEFANO MARIA PACI

Vedi anche:

Card. Caffarra: "E' stata la morte di Cristo che ha cambiato la nostra condizione umana"

Don Bux e don Salvatore Vitiello: Solo il Sacrificio rende possibile il banchetto (Fides)

Corpus Domini: Messa e processione a Roma col Papa. «Nutriti di Cristo, per essere l’anima di questa città» (Cardinale)

Il Papa vede il rischio della secolarizzazione all’interno della Chiesa (Zenit)

Il Papa in Laterano: "L'Eucaristia ci rende capaci di vivere fedelmente la comunione con Dio" (Radio Vaticana)

Solennità del Corpus Domini: la "strigliata" del Papa alla Chiesa (Il Tempo)

Il Papa: la secolarizzazione avanza anche all'interno della Chiesa (Izzo)

Il Papa ai sacerdoti: “Essere eucaristia” (Sir)

Il Papa: rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa (Sir)

SANTA MESSA E PROCESSIONE EUCARISTICA NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO, 11.06.2009

Alle ore 19 di oggi, Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, il Santo Padre Benedetto XVI celebra la Santa Messa sul sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano.
Presiede quindi la Processione Eucaristica che, percorrendo via Merulana, raggiunge la Basilica di Santa Maria Maggiore.
Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Papa rivolge ai fedeli nel corso della Celebrazione Eucaristica:

OMELIA DEL SANTO PADRE

«Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue».

Cari fratelli e sorelle,

queste parole che Gesù pronunciò nell’Ultima Cena, vengono ripetute ogni volta che si rinnova il Sacrificio eucaristico.
Le abbiamo ascoltate poco fa nel Vangelo di Marco e risuonano con singolare potenza evocativa quest’oggi, solennità del Corpus Domini.
Esse ci conducono idealmente nel Cenacolo, ci fanno rivivere il clima spirituale di quella notte quando, celebrando la Pasqua con i suoi, il Signore nel mistero anticipò il sacrificio che si sarebbe consumato il giorno dopo sulla croce.
L’istituzione dell’Eucaristia ci appare così come anticipazione e accettazione da parte di Gesù della sua morte. Scrive in proposito sant’Efrem Siro: Durante la cena Gesù immolò se stesso; sulla croce Egli fu immolato dagli altri (cfr Inno sulla crocifissione 3, 1).

"Questo è il mio sangue".

Chiaro è qui il riferimento al linguaggio sacrificale di Israele. Gesù presenta se stesso come il vero e definitivo sacrificio, nel quale si realizza l’espiazione dei peccati che, nei riti dell’Antico Testamento, non era mai stata totalmente compiuta. A questa espressione ne seguono altre due molto significative.

Innanzitutto, Gesù Cristo dice che il suo sangue "è versato per molti" con un comprensibile riferimento ai canti del Servo di Dio, che si trovano nel libro di Isaia (cfr cap. 53).

Con l’aggiunta - "sangue dell’alleanza" -, Gesù rende inoltre manifesto che, grazie alla sua morte, si realizza la profezia della nuova alleanza fondata sulla fedeltà e sull’amore infinito del Figlio fattosi uomo, un’alleanza perciò più forte di tutti i peccati dell’umanità.
L’antica alleanza era stata sancita sul Sinai con un rito sacrificale di animali, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, e il popolo eletto, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, aveva promesso di eseguire tutti i comandamenti dati dal Signore (cfr Es 24, 3).

In verità, Israele sin da subito, con la costruzione del vitello d'oro, si mostrò incapace di mantenersi fedele a questa promessa e così al patto intervenuto, che anzi in seguito trasgredì molto spesso, adattando al suo cuore di pietra la Legge che avrebbe dovuto insegnargli la via della vita. Il Signore però non venne meno alla sua promessa e, attraverso i profeti, si preoccupò di richiamare la dimensione interiore dell’alleanza, ed annunciò che ne avrebbe scritta una nuova nei cuori dei suoi fedeli (cfr Ger 31,33), trasformandoli con il dono dello Spirito (cfr Ez 36, 25-27). E fu durante l’Ultima Cena che strinse con i discepoli e con l’umanità questa nuova alleanza, confermandola non con sacrifici di animali come avveniva in passato, bensì con il suo sangue, divenuto "sangue della nuova alleanza".
La fondò quindi sulla propria obbedienza, più forte, come ho detto, di tutti i nostri peccati.
Questo viene ben evidenziato nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, dove l'autore sacro dichiara che Gesù è "mediatore di una alleanza nuova" (9,15).
Lo è diventato grazie al suo sangue o, più esattamente, grazie al dono di se stesso, che dà pieno valore allo spargimento del suo sangue. Sulla croce, Gesù è al tempo stesso vittima e sacerdote: vittima degna di Dio perché senza macchia, e sommo sacerdote che offre se stesso, sotto l'impulso dello Spirito Santo, ed intercede per l’intera umanità.
La Croce è pertanto mistero di amore e di salvezza, che ci purifica – come dice la Lettera agli Ebrei - dalle "opere morte", cioè dai peccati, e ci santifica scolpendo l’alleanza nuova nel nostro cuore; l’Eucaristia, rendendo presente il sacrificio della Croce, ci rende capaci di vivere fedelmente la comunione con Dio.

Cari fratelli e sorelle - che saluto tutti con affetto ad iniziare dal Cardinale Vicario e dagli altri Cardinali e Vescovi presenti - come il popolo eletto riunito nell’assemblea del Sinai, anche noi questa sera vogliamo ribadire la nostra fedeltà al Signore. Qualche giorno fa, aprendo l’annuale convegno diocesano, ho richiamato l’importanza di restare, come Chiesa, in ascolto della Parola di Dio nella preghiera e scrutando le Scritture, specialmente con la pratica della lectio divina, cioè della lettura meditata e adorante della Bibbia. So che tante iniziative sono state promosse al riguardo nelle parrocchie, nei seminari, nelle comunità religiose, all’interno delle confraternite, delle associazioni e dei movimenti apostolici, che arricchiscono la nostra comunità diocesana. Ai membri di questi molteplici organismi ecclesiali rivolgo il mio fraterno saluto. La vostra numerosa presenza a questa celebrazione, cari amici, pone in luce che la nostra comunità, caratterizzata da una pluralità di culture e di esperienze diverse, Dio la plasma come "suo" popolo, come l’unico Corpo di Cristo, grazie alla nostra sincera partecipazione alla duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia.
Nutriti di Cristo, noi, suoi discepoli, riceviamo la missione di essere "l’anima" di questa nostra città (cfr Lettera a Diogneto, 6: ed. Funk, I, p. 400; vedi anche LG, 38) fermento di rinnovamento, pane "spezzato" per tutti, soprattutto per coloro che versano in situazioni di disagio, di povertà e di sofferenza fisica e spirituale. Diventiamo testimoni del suo amore.

Mi rivolgo particolarmente a voi, cari sacerdoti, che Cristo ha scelto perché insieme a Lui possiate vivere la vostra vita quale sacrificio di lode per la salvezza del mondo. Solo dall’unione con Gesù potete trarre quella fecondità spirituale che è generatrice di speranza nel vostro ministero pastorale.

Ricorda san Leone Magno che "la nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende a nient’altro che a diventare ciò che riceviamo" (Sermo 12, De Passione 3,7, PL 54). Se questo è vero per ogni cristiano, lo è a maggior ragione per noi sacerdoti.

Divenire Eucaristia! Sia proprio questo il nostro costante desiderio e impegno, perché all’offerta del corpo e del sangue del Signore che facciamo sull’altare, si accompagni il sacrificio della nostra esistenza.

Ogni giorno, attingiamo dal Corpo e Sangue del Signore quell’amore libero e puro che ci rende degni ministri del Cristo e testimoni della sua gioia. E’ ciò che i fedeli attendono dal sacerdote: l’esempio cioè di una autentica devozione per l’Eucaristia; amano vederlo trascorrere lunghe pause di silenzio e di adorazione dinanzi a Gesù come faceva il santo Curato d’Ars, che ricorderemo in modo particolare durante l’ormai imminente Anno Sacerdotale.

San Giovanni Maria Vianney amava dire ai suoi parrocchiani: "Venite alla comunione…E’ vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno" (Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée - Son coeur, éd. Xavier Mappus, Paris 1995, p. 119).

Con la consapevolezza di essere inadeguati a causa dei peccati, ma bisognosi di nutrirci dell’amore che il Signore ci offre nel sacramento eucaristico, rinnoviamo questa sera la nostra fede nella reale presenza di Cristo nell’Eucaristia.

Non bisogna dare per scontata questa fede! C’è oggi il rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia.

E’ sempre forte la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandosi sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene.

Quando tra poco ripeteremo il Padre Nostro, la preghiera per eccellenza, diremo: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano", pensando naturalmente al pane d’ogni giorno per noi e per tutti gli uomini. Questa domanda, però, contiene qualcosa di più profondo. Il termine greco epioúsios, che traduciamo con "quotidiano", potrebbe alludere anche al pane "sopra-sostanziale", al pane "del mondo a venire". Alcuni Padri della Chiesa hanno visto qui un riferimento all’Eucaristia, il pane della vita eterna, del nuovo mondo, che ci è dato già oggi nella Santa Messa, affinché sin da ora il mondo futuro abbia inizio in noi. Con l’Eucaristia dunque il cielo viene sulla terra, il domani di Dio si cala nel presente e il tempo è come abbracciato dall’eternità divina.

Cari fratelli e sorelle, come ogni anno, al termine della Santa Messa, si snoderà la tradizionale processione eucaristica ed eleveremo, con le preghiere e i canti, una corale implorazione al Signore presente nell’ostia consacrata.

Gli diremo a nome dell’intera Città: Resta con noi Gesù, facci dono di te e dacci il pane che ci nutre per la vita eterna! Libera questo mondo dal veleno del male, della violenza e dell’odio che inquina le coscienze, purificalo con la potenza del tuo amore misericordioso. E tu, Maria, che sei stata donna "eucaristica" in tutta la tua vita, aiutaci a camminare uniti verso la meta celeste, nutriti dal Corpo e dal Sangue di Cristo, pane di vita eterna e farmaco dell’immortalità divina.
Amen!

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mercoledì 10 giugno 2009

Il Papa: "Giovanni Scoto Eriugena è convinto che l’autorità e la ragione non possano mai essere in contrasto l’una con l’altra..."


CICLO DI CATECHESI SUI GRANDI SCRITTORI DELLA CHIESA DI ORIENTE ED OCCIDENTE NEL MEDIOEVO

UDIENZA GENERALE: IL VIDEO SU BENEDICT XVI.TV

CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA


Vedi anche:

Il Papa: “La festa del Corpus Domini ci offre l’occasione per approfondire la nostra fede e il nostro amore per l’Eucaristia”

Il Papa: “Non è l’uomo che è stato creato per la Scrittura, ma è piuttosto la Scrittura che è stata data per l’uomo" (Sir)

Il Papa: “Non si deve desiderare altro se non la gioia della verità che è Cristo, né altro evitare se non l’assenza di lui” (Sir)

Il Papa: la vera autorità e la retta ragione non sono mai in contrasto, hanno in Dio la stessa fonte (AsiaNews)

L’UDIENZA GENERALE, 10.06.2009

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato su Giovanni Scoto Eriugena.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Giovanni Scoto Eriugena

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare di un notevole pensatore dell’Occidente cristiano: Giovanni Scoto Eriugena, le cui origini però sono oscure.
Proveniva certamente dall’Irlanda, dove era nato agli inizi dell’800, ma non sappiamo quando abbia lasciato la sua Isola per attraversare la Manica ed entrare così a far parte pienamente di quel mondo culturale che stava rinascendo intorno ai Carolingi, e in particolare intorno a Carlo il Calvo, nella Francia del IX secolo. Come non si conosce la data certa della sua nascita, così ignoriamo anche l’anno della sua morte che, secondo gli studiosi, dovrebbe comunque collocarsi intorno all’anno 870.
Giovanni Scoto Eriugena aveva una cultura patristica, sia greca che latina, di prima mano: conosceva infatti direttamente gli scritti dei Padri latini e greci.
Conosceva bene, fra le altre, le opere di Agostino, di Ambrogio, di Gregorio Magno, grandi Padri dell’Occidente cristiano, ma conosceva altrettanto bene il pensiero di Origene, di Gregorio di Nissa, di Giovanni Crisostomo e di altri Padri cristiani di Oriente non meno grandi. Era un uomo eccezionale, che dominava in quel tempo anche la lingua greca.
Dimostrò un’attenzione particolarissima per San Massimo il Confessore e, soprattutto, per Dionigi l’Areopagita.
Sotto questo pseudonimo si nasconde uno scrittore ecclesiastico del V secolo, della Siria, ma tutto il Medioevo e anche Giovanni Scoto Eriugena, fu convinto che questo autore fosse identico ad un discepolo diretto di san Paolo, del quale si parla negli Atti degli Apostoli (17,34). Scoto Eriugena, convinto di questa apostolicità degli scritti di Dionigi, lo qualificava ‘autore divino’ per eccellenza; gli scritti di lui furono perciò una fonte eminente del suo pensiero. Giovanni Scoto tradusse in latino le sue opere. I grandi teologi medioevali, come san Bonaventura, hanno conosciuto le opere di Dionigi tramite questa traduzione. Si dedicò per tutta la vita ad approfondire e sviluppare il suo pensiero, attingendo a questi scritti, al punto che ancora oggi qualche volta può essere arduo distinguere dove abbiamo a che fare col pensiero di Scoto Eriugena e dove invece egli non fa altro che riproporre il pensiero dello Pseudo Dionigi.
In verità, il lavoro teologico di Giovanni Scoto non ebbe molta fortuna.
Non solo la fine dell’era carolingia fece dimenticare le sue opere; anche una censura da parte dell’Autorità ecclesiastica gettò un’ombra sulla sua figura. In realtà, Giovanni Scoto rappresenta un platonismo radicale, che qualche volta sembra avvicinarsi ad una visione panteistica, anche se le sue intenzioni personali soggettive furono sempre ortodosse.
Di Giovanni Scoto Eriugena ci sono giunte alcune opere, tra le quali meritano di essere ricordate, in particolare, il trattato "Sulla divisione della natura" e le "Esposizioni sulla gerarchia celeste di san Dionigi".
Egli vi sviluppa stimolanti riflessioni teologiche e spirituali, che potrebbero suggerire interessanti approfondimenti anche ai teologi contemporanei. Mi riferisco, ad esempio, a quanto egli scrive sul dovere di esercitare un discernimento appropriato su ciò che viene presentato come auctoritas vera, oppure sull’impegno di continuare a cercare la verità fino a che non se ne raggiunga una qualche esperienza nell’adorazione silenziosa di Dio.
Il nostro autore dice: "Salus nostra ex fide inchoat: la nostra salvezza comincia con la fede".
Non possiamo cioè parlare di Dio partendo dalle nostre invenzioni, ma da quanto dice Dio di se stesso nelle Sacre Scritture. Poiché tuttavia Dio dice solo la verità, Scoto Eriugena è convinto che l’autorità e la ragione non possano mai essere in contrasto l’una con l’altra; è convinto che la vera religione e la vera filosofia coincidono.
In questa prospettiva scrive: "Qualunque tipo di autorità che non venga confermata da una vera ragione dovrebbe essere considerata debole… Non è infatti vera autorità se non quella che coincide con la verità scoperta in forza della ragione, anche se si dovesse trattare di un’autorità raccomandata e trasmessa per l’utilità dei posteri dai santi Padri" (I, PL 122, col 513BC). Conseguentemente, egli ammonisce: "Nessuna autorità ti intimorisca o ti distragga da ciò che ti fa capire la persuasione ottenuta grazie ad una retta contemplazione razionale.
Infatti l’autentica autorità non contraddice mai la retta ragione, né quest’ultima può mai contraddire una vera autorità. L’una e l’altra provengono senza alcun dubbio dalla stessa fonte, che è la sapienza divina
" (I, PL 122, col 511B).

Vediamo qui una coraggiosa affermazione del valore della ragione, fondata sulla certezza che l’autorità vera è ragionevole, perchè Dio è la ragione creatrice.

La Scrittura stessa non sfugge, secondo Eriugena, alla necessità di essere accostata utilizzando il medesimo criterio di discernimento. La Scrittura infatti - sostiene il teologo irlandese riproponendo una riflessione già presente in Giovanni Crisostomo - pur provenendo da Dio, non sarebbe stata necessaria se l’uomo non avesse peccato. Si deve dunque dedurre che la Scrittura fu data da Dio con un intento pedagogico e per condiscendenza, perché l’uomo potesse ricordare tutto ciò che gli era stato impresso nel cuore fin dal momento della sua creazione "ad immagine e somiglianza di Dio" (cfr Gn 1,26) e che la caduta originale gli aveva fatto dimenticare.
Scrive l’Eriugena nelle Expositiones: "Non è l’uomo che è stato creato per la Scrittura, della quale non avrebbe avuto bisogno se non avesse peccato, ma è piuttosto la Scrittura – intessuta di dottrina e di simboli - che è stata data per l’uomo. Grazie ad essa infatti la nostra natura razionale può essere introdotta nei segreti dell’autentica pura contemplazione di Dio" (II, PL 122, col 146C). La parola della Sacra Scrittura purifica la nostra ragione un po’ cieca e ci aiuta a ritornare al ricordo di ciò che noi, in quanto immagine di Dio, portiamo nel nostro cuore, vulnerato purtroppo dal peccato.

Derivano da qui alcune conseguenze ermeneutiche, circa il modo di interpretare la Scrittura, che possono indicare ancora oggi la strada giusta per una corretta lettura della Sacra Scrittura. Si tratta infatti di scoprire il senso nascosto nel testo sacro e questo suppone un particolare esercizio interiore grazie al quale la ragione si apre al cammino sicuro verso la verità. Tale esercizio consiste nel coltivare una costante disponibilità alla conversione.

Per giungere infatti alla visione in profondità del testo è necessario progredire simultaneamente nella conversione del cuore e nell’analisi concettuale della pagina biblica sia essa di carattere cosmico, storico o dottrinale. E’ infatti solo grazie alla costante purificazione sia dell’occhio del cuore che dell’occhio della mente che si può conquistare l’esatta comprensione.
Questo cammino impervio, esigente ed entusiasmante, fatto di continue conquiste e relativizzazioni del sapere umano, porta la creatura intelligente fin sulla soglia del Mistero divino, dove tutte le nozioni accusano la propria debolezza e incapacità e impongono perciò, con la semplice forza libera e dolce della verità, di andare sempre oltre tutto ciò che viene continuamente acquisito. Il riconoscimento adorante e silenzioso del Mistero, che sfocia nella comunione unificante, si rivela perciò come l’unica strada di una relazione con la verità che sia insieme la più intima possibile e la più scrupolosamente rispettosa dell’alterità. Giovanni Scoto - utilizzando anche in questo un vocabolario caro alla tradizione cristiana di lingua greca - ha chiamato questa esperienza alla quale tendiamo "theosis" o divinizzazione, con affermazioni ardite al punto che fu possibile sospettarlo di panteismo eterodosso. Resta forte comunque l’emozione di fronte a testi come il seguente dove - ricorrendo all’antica metafora della fusione del ferro - scrive: "Dunque come tutto il ferro reso rovente si è liquefatto al punto che sembra esserci soltanto fuoco e tuttavia restano distinte le sostanze dell’uno e dell’altro, così si deve accettare che dopo la fine di questo mondo tutta la natura, sia quella corporea che quella incorporea, manifesti soltanto Dio e tuttavia resti integra in modo tale che Dio possa essere in qualche modo com-preso pur restando in-comprensibile e la creatura stessa venga trasformata, con meraviglia ineffabile, in Dio" (V, PL 122, col 451B).

In realtà, l’intero pensiero teologico di Giovanni Scoto è la dimostrazione più palese del tentativo di esprimere il dicibile dell’indicibile Dio, fondandosi unicamente sul mistero del Verbo fatto carne in Gesù di Nazaret.
Le tante metafore da lui utilizzate per indicare questa realtà ineffabile dimostrano quanto egli sia consapevole dell’assoluta inadeguatezza dei termini con cui noi parliamo di queste cose. E tuttavia resta l’incanto e quell’atmosfera di autentica esperienza mistica che si può di tanto in tanto toccare con mano nei suoi testi. Basti citare, a riprova di ciò, una pagina del De divisione naturae che tocca in profondità l’animo anche di noi credenti del XXI secolo: "Non si deve desiderare altro – egli scrive - se non la gioia della verità che è Cristo, né altro evitare se non l’assenza di Lui. Questa infatti si dovrebbe ritenere causa unica di totale ed eterna tristezza. Toglimi Cristo e non mi rimarrà alcun bene né altro mi atterrirà quanto la sua assenza. Il più grande tormento di una creatura razionale sono la privazione e l’assenza di Lui" (V, PL 122, col 989a). Sono parole che possiamo fare nostre, traducendole in preghiera a Colui che costituisce l’anelito anche del nostro cuore.

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lunedì 8 giugno 2009

Il Papa: "Per svolgere una fruttuosa azione pastorale è indispensabile la stretta comunione affettiva ed effettiva tra i Pastori del Popolo di Dio"


ANNO SACERDOTALE (19 GIUGNO 2009-19 GIUGNO 2010): LO SPECIALE DEL BLOG

IL PAPA E LA CRISI ECONOMICA: LO SPECIALE DEL BLOG

Vedi anche:

Il Papa ai vescovi del Venezuela: la situazione nel vostro Paese è difficile, affrontatela uniti radicando ancor più il Vangelo nella popolazione

Il Papa ai vescovi del Venezuela: "raddoppiare gli sforzi per promuovere lo zelo pastorale tra i preti" (Sir)

VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM" DEGLI ECC.MI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL VENEZUELA, 08.06.2009

Alle ore 12.20 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza il Gruppo degli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Venezuela, incontrati questa mattina e ricevuti in questi giorni, in separate udienze, in occasione della Visita "ad Limina Apostolorum", e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione in italiano del discorso del Papa.

Signor Cardinale
Cari Fratelli nell'episcopato


1. Vi dò il mio cordiale benvenuto, pastori della Chiesa in Venezuela, a questo incontro in occasione della vostra visita ad limina e, come Successore di Pietro, ringrazio il Signore per questa occasione di confermare i miei fratelli nella fede (cfr. Lc 22, 32) e di partecipare con loro alle loro gioie e alle loro preoccupazioni, ai loro progetti e alle loro difficoltà.
Ringrazio anzitutto Mons. Ubaldo Ramón Santana Sequera, Arcivescovo di Maracaibo e Presidente della Conferenza Episcopale Venezuelana, per le sue parole, che manifestano la vostra comunione con il Vescovo di Roma e Capo del Collegio Episcopale, così come le sfide e le speranze del vostro ministero pastorale.

2. Le sfide che dovete affrontare nel vostro compito pastorale sono infatti sempre più abbondanti e difficili, e inoltre negli ultimi tempi si sono incrementate a causa di una grave crisi economica mondiale.
Il momento attuale offre tuttavia numerosi e veri motivi di speranza, di quella speranza capace di riempire i cuori di tutti gli uomini, che "può essere solo Dio - il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora fino alla fine" (Spe salvi, 27). Come ha fatto coi discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24, 13-35), il Signore risuscitato cammina anche al nostro fianco, infondendoci il suo spirito di amore e fortezza, affinché possiamo aprire i nostri cuori a un futuro pieno di speranza e di vita eterna.

3. Avete di fronte a voi, cari Fratelli, un appassionante compito di evangelizzazione e avete iniziato la "Missione per il Venezuela", in linea con la Missione Continentale promossa dalla V Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, in Aparecida. Anche questi sono tempi di grazia per coloro i quali si dedicano totalmente alla causa del Vangelo. Confidate nel Signore. Lui renderà fecondi i vostri impegni e i vostri sacrifici.

Vi incoraggio, dunque, a incrementare le iniziative per far conoscere in tutta la loro integrità e bellezza la figura e il messaggio di Gesù Cristo. Perciò, oltre a una buona formazione dottrinale di tutto il Popolo di Dio, è importante promuovere una profonda vita di fede e preghiera. Nella liturgia e nel dialogo intimo della preghiera personale o comunitaria il Risorto viene incontro a noi, trasformando il nostro cuore con la sua presenza amorosa.
Desidero ricordare anche la necessità della vita spirituale dei Vescovi. Questi, configurati pienamente con Cristo Capo dal sacramento dell'Ordine, sono in certo modo per la Chiesa loro affidata un segno visibile del Signore Gesù (cfr. Lumen gentium, 21). Perciò, il ministero pastorale deve essere un riflesso coerente di Gesù, Servo di Dio, mostrando a tutti l'importanza fondamentale della fede, così come il bisogno di mettere al primo posto la vocazione alla santità (cfr. Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Pastores gregis, 12).

4. Per svolgere una fruttuosa azione pastorale è indispensabile la stretta comunione affettiva ed effettiva tra i Pastori del Popolo di Dio, che devono "essere sempre tra loro uniti e dimostrarsi solleciti di tutte le Chiese" (Christus Dominus, 6). Quest'unità, che oggi e sempre deve essere promossa ed espressa in maniera visibile, sarà fonte di consolazione e di efficacia apostolica nel ministero che vi è stato affidato.

5. Lo spirito di comunione vi deve portare a prestare speciale attenzione ai vostri sacerdoti.
Questi, collaboratori immediati del ministero episcopale, devono essere i primi destinatari della vostra cura pastorale, devono essere trattati con la vicinanza e con fraterna amicizia. Ciò li aiuterà a svolgere con dedizione il ministero ricevuto e anche ad accogliere con spirito filiale, se fosse necessario, gli avvertimenti riguardo aspetti che devono migliorare o correggere.
Perciò, vi incoraggio a raddoppiare gli sforzi per stimolare lo zelo pastorale tra i presbiteri, in particolare durante questo prossimo anno sacerdotale che ho voluto indire.
A questo si aggiunge l'interesse che bisogna mostrare riguardo al Seminario Diocesano, per incoraggiare una attenta e competente selezione e formazione di coloro che sono stati chiamati a essere pastori del Popolo di Dio, senza risparmiare mezzi umani e materiali per questo.

6. I fedeli laici, da parte loro, partecipano secondo il loro modo specifico alla missione salvifica della Chiesa (cfr. Lumen gentium, 33).
Come discepoli e missionari di Cristo, sono chiamati a illuminare e ordinare le realtà temporali affinché rispondano al disegno amoroso di Dio (ibid. 31). Perciò, c'è bisogno di un laicato maturo, che testimoni fedelmente la sua fede e senta la gioia della sua appartenenza al Corpo di Cristo, al quale è necessario offrire, tra l'altro, un'adeguata conoscenza della dottrina sociale della Chiesa. In questo senso, apprezzo il vostro impegno per irradiare la luce del Vangelo sugli avvenimenti di maggior rilievo che riguardano il vostro Paese, senza cercare nessun altro interesse se non la diffusione dei più autentici valori cristiani, in vista anche di favorire la ricerca del bene comune, la convivenza armonica e la stabilità sociale.
Vi affido in modo particolare i bisognosi. Continuate a promuovere le molteplici iniziative di carità della Chiesa in Venezuela, affinché i nostri fratelli più bisognosi possano sperimentare la presenza tra di loro di Colui che ha dato la sua vita sulla Croce per tutti gli uomini.

7. Vorrei concludere con una parola di speranza e incoraggiamento per il vostro compito; contate sempre sul mio sostegno, sulla mia sollecitudine e sulla mia vicinanza spirituale. Vi chiedo di portare i miei affettuosi saluti a tutti i membri delle vostre Chiese particolari: ai Vescovi emeriti, ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli laici, in modo speciale agli sposi, ai giovani, agli anziani e alle persone che soffrono. Con questi sentimenti, e invocando la protezione della Vergine Maria, Nostra Signora di Coromoto, tanto amata in tutta Venezuela, vi imparto di cuore la benedizione apostolica.

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(©L'Osservatore Romano - 8-9 giugno 2009)

domenica 7 giugno 2009

Il Papa sulla Trinità: "Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore..."

ANGELUS: VIDEO INTEGRALE (THE VATICAN)

ANGELUS DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

Don Bux e Don Vitiello sull'Angelus del Papa sulla Trinità: L’Amore del Creatore è iscritto nel DNA dell’uomo (Fides)

Se Dio diffonde amore come il genoma la vita

«Trinità nel Dna». Il Papa creativo (Accattoli)

La via dell’amore ci conduce a Dio: il commento di mons. Bruno Forte alle parole del Papa sul Mistero della Trinità (Radio Vaticana)

Angelus sulla Santissima Trinità: il commento di Fabio Zavattaro (Sir)

Il Papa spiega il mistero del Dio Uno e Trino con una parola: Amore (Zenit)

Il Papa: nella nostra ricerca dell’amore la prova che l’uomo è immagine della Trinità (AsiaNews)

Oggi uno degli Angelus più belli del Pontificato di Benedetto XVI. Il testo non è ancora online

Benedetto XVI all’Angelus della Santissima Trinità: ogni essere umano porta in sè la traccia del Dio-Amore (Radio Vaticana)

Il Papa: una traccia della Trinità è nel genoma di ogni uomo (Izzo)

Il Papa: Dio non vive in una splendida solitudine (Izzo)

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 07.06.2009

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù.
Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.
Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù.

Egli ci ha rivelato che Dio è amore "non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza" (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale.

Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica.

Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari.

In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il "nome" della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. "O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!" (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del "nome" la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il "tessuto" di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. "In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione, e viviamo per amare e per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio "genoma" la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

DOPO L’ANGELUS

Rassemblés pour la prière de l’Angélus, en ce dimanche de la Sainte Trinité, je suis particulièrement heureux de vous saluer, chers pèlerins francophones. Aujourd’hui encore, l’Église nous demande de contempler Dieu dans son mystère d’Amour. Il est Père, Fils et Esprit. A la suite de Marie, je vous convie à vivre cet amour trinitaire afin d’en être ses témoins dans notre monde qui en a tant besoin. En ce mois de juin, je vous invite également à prier pour ceux qui vont être ordonnés prêtres ou diacres, ainsi que pour les séminaristes et pour leurs formateurs. Avec ma Bénédiction apostolique.

I extend cordial greetings to all the English-speaking pilgrims here today on this feast of the Most Holy Trinity, especially the members of the Holy Trinity Prayer Group from Texas. May the grace of our Lord Jesus Christ, the love of God and the fellowship of the Holy Spirit be with you all, and with your families and loved ones at home. And may your stay in Rome strengthen your faith, fill you with hope in God’s promises and inflame your hearts with his love. God bless all of you!

Gerne grüße ich die Pilger und Besucher deutscher Sprache, die heute am Dreifaltigkeitssonntag zum Angelusgebet gekommen sind. Mit dem Kreuzzeichen bekennen wir unseren Glauben an den Dreifaltigen Gott: Der Vater hat im Sohn seine Liebe zu uns Menschen offenbart und schenkt uns im Heiligen Geist das neue Leben als Kinder Gottes. Mit ganzem Herzen wollen wir Gott lieben und so das Geheimnis seiner Liebe den Menschen verkünden. Der Dreifaltige Gott erhalte uns alle in seiner Gnade.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española presentes en esta oración mariana y a todos los que se unen a ella a través de la radio y la televisión. En esta solemnidad de la Santísima Trinidad, os invito a proclamar nuestra fe en Dios Padre, que ha enviado al mundo a su Hijo, Camino, Verdad y Vida, y al Espíritu de la santificación, para revelar a los hombres su inmenso amor y rescatarlos del pecado y de la muerte. Feliz domingo.

Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Dziś, w niedzielę Najświętszej Trójcy, w sposób szczególny wielbimy Boga Ojca, Stworzyciela nieba i ziemi, który zesłał na świat swojego Syna Odkupiciela, i Ducha Uświęciciela. Wyznajemy Trójcę Osób, ich jedność w istocie i równość w majestacie. Niech ta wiara prowadzi nas do pełnego udziału w miłości Ojca i Syna, i Ducha Świętego.

[Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. Oggi, domenica della Santissima Trinità, in modo particolare adoriamo Dio Padre, Creatore del cielo e della terra, che ha mandato nel mondo il suo Figlio, Redentore, e lo Spirito Santificatore. Proclamiamo la Trinità delle Persone, l’unità della natura e l’uguaglianza nella maestà. Questa fede ci porti alla piena partecipazione all’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.]

Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai fedeli provenienti da Treviso, da Cagliari e dalla parrocchia di Santa Maria Regina Pacis in Roma. Saluto inoltre l’Associazione "Giacomo Cusmano" di Palermo. A tutti auguro una buona domenica.

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sabato 6 giugno 2009

"I seminaristi si ricordino che se la Chiesa si mostra esigente con loro, è perché dovranno prendersi cura di coloro che Cristo ha attratto a sè"


ANNO SACERDOTALE (19 GIUGNO 2009-19 GIUGNO 2010): LO SPECIALE DEL BLOG

Vedi anche:

Il Papa: i preti siano maturi e spiritualmente preparati

Il Papa: La Chiesa è esigente con i sacerdoti per amore di Cristo e del popolo di Dio (Radio Vaticana)

UDIENZA ALLA COMUNITÀ DEL SEMINARIO FRANCESE DI ROMA, 06.06.2009

Alle 12.30 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i membri della Comunità del Seminario Francese di Roma e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Pubblichiamo qui di seguito una nostra traduzione in italiano del discorso pronunciato dal Papa.

Signori Cardinali,
Cari fratelli nell'Episcopato,
Signor Rettore,
Cari sacerdoti e seminaristi
,

È con gioia che vi accolgo in occasione delle celebrazioni che segnano in questi giorni un momento importante della storia del Pontificio Seminario Francese di Roma. La Congregazione dello Spirito Santo che, dalla sua fondazione, se ne è assunta la tutela, l'affida ora, dopo un secolo e mezzo di fedele servizio, alla Conferenza dei Vescovi di Francia.
Dobbiamo rendere grazie al Signore per l'opera svolta in questa istituzione in cui, dalla sua apertura, circa 5000 seminaristi o giovani sacerdoti sono stati preparati alla loro futura vocazione. Rendendo omaggio al lavoro dei membri della Congregazione del Santo Spirito, Padri e Fratelli, desidero affidare in modo particolare al Signore gli apostolati che la Congregazione fondata dal venerabile Padre Liberman conserva e sviluppa in tutto il mondo - e specialmente in Africa - a partire dal proprio carisma che non ha perduto nulla della sua forza e della sua pertinenza. Possa il Signore benedire la Congregazione e la sua missione!
Il compito di formare sacerdoti è una missione delicata.

La formazione proposta nel seminario è esigente, poiché sarà una porzione del popolo di Dio a essere affidata alla sollecitudine pastorale dei futuri sacerdoti, quel popolo che Cristo ha salvato e per il quale ha dato la propria vita.

È bene che i seminaristi si ricordino che se la Chiesa si mostra esigente con loro, è perché dovranno prendersi cura di coloro che Cristo ha a così caro prezzo attratto a sé. Le attitudini richieste ai futuri sacerdoti sono numerose: la maturità umana, le qualità spirituali, lo zelo apostolico, il rigore intellettuale...

Per conseguire queste virtù, i candidati al sacerdozio non solo devono poter esserne i testimoni fra i loro formatori, ma ancor di più devono poter essere i primi beneficiari di queste qualità vissute e dispensate da quanti hanno il compito di farli crescere. È una legge della nostra umanità e della nostra fede il fatto che, molto spesso, siamo capaci di dare solo ciò che abbiamo ricevuto in precedenza da Dio attraverso le mediazioni ecclesiali e umane che Egli ha istituito. Chi riceve il compito del discernimento e della formazione deve ricordarsi che la speranza che ha per gli altri è in primo luogo un dovere per se stesso.
Questo passaggio di testimone coincide con l'inizio dell'Anno sacerdotale.
È una grazia per il nuovo gruppo di sacerdoti formatori riuniti dalla Conferenza dei Vescovi di Francia. Mentre questa riceve la sua missione, le viene data, come a tutta la Chiesa, la possibilità di scrutare più profondamente l'identità del sacerdote, mistero di grazia e di misericordia.
Mi compiaccio di citare qui quell'eminente personalità che fu il Cardinale Suhard, dicendo a proposito dei ministri di Cristo: "Eterno paradosso del sacerdote. Egli ha in sé i contrari. Concilia, a prezzo della sua vita, la fedeltà a Dio con la fedeltà all'uomo. Ha l'aria povera e senza forze... Non ha in mano né i mezzi politici, né le risorse finanziarie, né la forza delle armi, di cui altri si servono per conquistare la terra. La sua forza è di essere disarmato e di "potere ogni cosa in Colui che lo fortifica"" (Ecclesia n. 141, p. 21, dicembre 1960).

Possano queste parole che evocano così bene la figura del santo Curato d'Ars risuonare come una chiamata vocazionale per molti giovani cristiani di Francia che desiderano una vita utile e feconda per servire l'amore di Dio!

Il Seminario Francese ha la particolarità di essere situato nella città di Pietro; per rispondere al voto di Paolo VI (cfr. Discorso agli ex-alunni del Seminario francese, 11 settembre 1968), auspico che nel corso del loro soggiorno a Roma, i seminaristi possano, in modo privilegiato, familiarizzare con la storia della Chiesa, scoprire l'ampiezza della sua cattolicità e la sua unità vivente attorno al Successore di Pietro, e che sia così impresso per sempre nel loro cuore di pastori l'amore della Chiesa.
Invocando su voi tutti abbondanti grazie del Signore per intercessione della Beata Vergine Maria, di santa Chiara e del beato Pio IX, imparto di cuore a tutti voi, alle vostre famiglie, agli ex-alunni che non sono potuti venire e al personale laico del Seminario, la Benedizione Apostolica.

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(©L'Osservatore Romano - 7 giugno 2009)

mercoledì 3 giugno 2009

Il Papa: "La fede non è solo pensiero, ma tocca tutto il nostro essere...la realtà di Dio, mediante la fede, penetra nel nostro essere e lo trasforma"


(Rabano, a sinistra, presenta i suoi lavori a Otgar di Magonza)

CICLO DI CATECHESI SUI GRANDI SCRITTORI DELLA CHIESA DI ORIENTE ED OCCIDENTE NEL MEDIOEVO

UDIENZA GENERALE: IL VIDEO SU BENEDICT XVI.TV

CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

VIDEO THE VATICAN

Il Papa presenta l’esempio di un monaco di grande cultura, al servizio di tanti senza dimenticare studio e contemplazione (Radio Vaticana)

Il Papa: durante il lavoro o la vacanza riserviamo sempre un tempo per Dio (AsiaNews)

Il Papa e l'esempio di Rabano Mauro (Sir)

Il Papa: “La fede non è solo pensiero, ci tocca in tutto il nostro essere” (Sir)

Il Papa: riservare tempo della nostra vita a Dio"

L’UDIENZA GENERALE, 03.06.2009

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato sul monaco Rabano Mauro.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

Rabano Mauro

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare di un personaggio dell’Occidente latino veramente straordinario: il monaco Rabano Mauro.
Insieme a uomini quali Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Ambrogio Autperto, dei quali ho già parlato in catechesi precedenti, egli seppe durante i secoli del cosiddetto Alto Medioevo mantenere il contatto con la grande cultura degli antichi sapienti e dei Padri cristiani.
Ricordato spesso come “praeceptor Germaniae”, Rabano Mauro fu di una fecondità straordinaria.
Con la sua capacità lavorativa assolutamente eccezionale contribuì forse più di tutti a tener viva quella cultura teologica, esegetica e spirituale alla quale avrebbero attinto i secoli successivi. A lui si rifanno sia grandi personaggi appartenenti al mondo dei monaci come Pier Damiani, Pietro il Venerabile e Bernardo di Chiaravalle, come anche un numero sempre più consistente di “clerici” del clero secolare, che nel corso del XII e XIII secolo dettero vita ad una delle fioriture più belle e feconde del pensiero umano.

Nato a Magonza intorno al 780, Rabano era entrato giovanissimo in monastero: gli fu aggiunto il nome di Mauro proprio con riferimento al giovane Mauro che, secondo il Libro II dei Dialoghi di San Gregorio Magno, era stato affidato ancora bambino dai suoi stessi genitori, nobili romani, all’abate Benedetto da Norcia.
Questo precoce inserimento di Rabano come “puer oblatus” nel mondo monastico benedettino, e i frutti che egli ne ricavò per la propria crescita umana, culturale e spirituale, aprirebbero da soli uno spiraglio interessantissimo non solo sulla vita dei monaci e della Chiesa, ma anche sull’intera società del suo tempo, abitualmente qualificata come “carolingia”. Di essi, o forse di se stesso, Rabano Mauro scrive: “Vi sono alcuni che hanno avuto la fortuna di essere introdotti nella conoscenza delle Scritture fin dalla tenera infanzia (“a cunabulis suis”) e sono stati nutriti talmente bene col cibo offerto loro dalla santa Chiesa da poter essere promossi, con l’educazione appropriata, ai più alti ordini sacri” (PL 107, col 419BC).
La straordinaria cultura, per cui Rabano Mauro si distingueva, lo segnalò assai presto all’attenzione dei grandi del suo tempo. Divenne consigliere di Principi.
Si impegnò per garantire l’unità dell’Impero e, a livello culturale più ampio, non ricusò mai di offrire a chi lo interrogava una risposta ponderata, che traeva preferibilmente dalla Bibbia e dai testi dei santi Padri.
Eletto dapprima Abate del famoso monastero di Fulda e poi Arcivescovo della città natale, Magonza, non smise per questo di proseguire nei suoi studi, dimostrando con l’esempio della sua vita che si può essere simultaneamente a disposizione degli altri, senza privarsi per questo di un congruo tempo per la riflessione, lo studio e la meditazione. Così Rabano Mauro fu esegeta, filosofo, poeta, pastore e uomo di Dio. Le diocesi di Fulda, Magonza, Limbourg e Wrocław lo venerano come santo o beato.
Le sue opere riempiono ben sei volumi della Patrologia Latina del Migne. A lui si deve con probabilità uno degli inni più belli e conosciuti della Chiesa latina, il “Veni Creator Spiritus”, sintesi straordinaria di pneumatologia cristiana. Il primo impegno teologico di Rabano si espresse, in effetti, sotto forma di poesia ed ebbe come oggetto il mistero della Santa Croce in un’opera intitolata “De laudibus Sanctae Crucis”, concepita in modo tale da proporre non soltanto contenuti concettuali ma anche stimoli più squisitamente artistici, utilizzando sia la forma poetica che la forma pittorica all’interno dello stesso codice manoscritto. Proponendo iconograficamente fra le righe del suo scritto l’immagine di Cristo crocifisso, egli ad esempio scrive: “Ecco l’immagine del Salvatore che, con la posizione delle sue membra, rende sacra per noi la saluberrima, dolcissima e amatissima forma della Croce, affinché credendo nel suo nome e obbedendo ai suoi comandamenti possiamo ottenere la vita eterna grazie alla sua Passione. Ogni volta perciò che eleviamo lo sguardo verso la Croce ricordiamoci di Colui che patì per noi per strapparci dal potere delle tenebre, accettando la morte per farci eredi della vita eterna” (Lib. 1, Fig. 1, PL 107 col 151 C).

Questo metodo di combinare tutte le arti, l’intelletto il cuore e i sensi, che proveniva dall’Oriente, avrebbe ricevuto enorme sviluppo in Occidente toccando vertici ineguagliabili nei codici miniati della Bibbia e in altre opere di fede e di arte, che fiorirono in Europa fino all’invenzione della stampa ed anche oltre.

Esso dimostra in ogni caso in Rabano Mauro una consapevolezza straordinaria della necessità di coinvolgere, nella esperienza della fede, non soltanto la mente e il cuore, ma anche i sensi mediante quegli altri aspetti del gusto estetico e della sensibilità umana che portano l’uomo a fruire della verità con tutto se stesso, “spirito, anima e corpo”.

Questo è importante: la fede non è solo pensiero, ma tocca tutto il nostro essere. Poichè Dio si è fatto uomo in carne e ossa, è entrato nel mondo sensibile, noi in tutte le dimensioni del nostro essere dobbiamo cercare e incontrare Dio. Così la realtà di Dio, mediante la fede, penetra nel nostro essere e lo trasforma.

Per questo Rabano Mauro ha concentrato la su attenzione soprattutto sulla Liturgia, come sintesi di tutte le dimensioni della nostra percezione della realtà.

Questa intuizione di Rabano Mauro lo rende straordinariamente attuale. Di lui rimasero anche famosi i “Carmina”, proposti per essere utilizzati soprattutto nelle celebrazioni liturgiche. Infatti era del tutto scontato, dal momento che Rabano era anzitutto un monaco, il suo interesse per la celebrazione liturgica. Egli però non si dedicava all’arte poetica come fine a se stessa, ma piegava l’arte e ogni altro tipo di conoscenza all’approfondimento della Parola di Dio.
Cercò perciò, con estremo impegno e rigore, di introdurre i suoi contemporanei, ma soprattutto i ministri (vescovi, presbiteri e diaconi) alla comprensione del significato profondamente teologico e spirituale di tutti gli elementi della celebrazione liturgica.

Tentò così di capire e proporre agli altri i significati teologici nascosti nei riti, attingendo alla Bibbia e alla tradizione dei Padri. Non esitava a dichiarare, per onestà ed anche per dare maggior peso alle sue spiegazioni, le fonti patristiche alle quali doveva il suo sapere. Di esse tuttavia si serviva con libertà e attento discernimento, continuando nello sviluppo del pensiero patristico.

Al termine dell’“Epistola prima” diretta a un “corepiscopo” della diocesi di Magonza, per esempio, dopo aver risposto alle richieste di chiarimento sul comportamento da seguire nell’esercizio della responsabilità pastorale, prosegue: “Ti abbiamo scritto tutto questo così come lo abbiamo dedotto dalle Sacre Scritture e dai canoni dei Padri. Tu però, santissimo uomo, prendi le tue decisioni come sembra meglio a te, caso per caso, cercando di temperare la tua valutazione in modo tale da garantire in tutto la discrezione, perché essa è la madre di tutte le virtù” (Epistulae, I, PL 112, col 1510 C). Si vede così la continuità della fede cristiana, che ha i suoi inizi nella Parola di Dio; essa però è sempre viva, si sviluppa e si esprime in nuovi modi, sempre in coerenza con tutta la costruzione, con tutto l'edificio della fede.
Dal momento che parte integrante della celebrazione liturgica è la Parola di Dio, a quest’ultima Rabano Mauro si dedicò con massimo impegno durante l’intera sua esistenza. Produsse spiegazioni esegetiche appropriate pressoché per tutti i libri biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento con intento chiaramente pastorale, che giustificava con parole come queste: “Ho scritto queste cose… sintetizzando spiegazioni e proposte di molti altri per offrire un servizio al lettore povero che non può avere a disposizione molti libri, ma anche per facilitare coloro che in molte cose non riescono ad entrare in profondità nella comprensione dei significati scoperti dai Padri” (Commentariorum in Matthaeum praefatio, PL 107, col. 727D). Di fatto, nel commentare i testi biblici attingeva a piene mani ai Padri antichi, con speciale predilezione per Girolamo, Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno.

La spiccata sensibilità pastorale lo portò poi a farsi carico soprattutto di uno dei problemi più sentiti dai fedeli e dai ministri sacri del suo tempo: quello della Penitenza.

Fu compilatore infatti di “Penitenziari” – così li si chiamava – nei quali, secondo la sensibilità dell’epoca, venivano elencati peccati e pene corrispondenti, utilizzando per quanto possibile motivazioni attinte alla Bibbia, alle decisioni dei Concili e alle Decretali dei Papi. Di tali testi si servirono pure i “Carolingi” nel loro tentativo di riforma della Chiesa e della società. Allo stesso intento pastorale rispondevano opere come “De disciplina ecclesiastica” e “De institutione clericorum” in cui, attingendo soprattutto ad Agostino, Rabano spiegava ai semplici e al clero della sua diocesi gli elementi fondamentali della fede cristiana: erano una specie di piccoli catechismi.
Vorrei concludere la presentazione di questo grande “uomo di Chiesa” citando alcune sue parole nelle quali ben si rispecchia la sua convinzione di fondo: “Chi è negligente nella contemplazione (“qui vacare Deo negligit”), si priva da se stesso della visione della luce di Dio; chi poi si lascia prendere in modo indiscreto dalle preoccupazioni e permette ai suoi pensieri di essere travolti dal tumulto delle cose del mondo si condanna all’assoluta impossibilità di penetrare i segreti del Dio invisibile” (Lib. I, PL 112, col. 1263A).

Penso che Rabano Mauro rivolga queste parole anche a noi oggi: nei tempi del lavoro, con i suoi ritmi frenetici, e nei tempi delle vacanze dobbiamo riservare momenti a Dio. Aprire a Lui la nostra vita rivolgendoGli un pensiero, una riflessione, una breve preghiera, e soprattutto non dobbiamo dimenticare la domenica come il giorno del Signore, il giorno della liturgia, per percepire nella bellezza delle nostre chiese, della musica sacra e della Parola di Dio la bellezza stessa di Dio, lasciandolo entrare nel nostro essere. Solo così la nostra vita diventa grande, diventa vera vita.

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