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sabato 19 gennaio 2008

Il Papa ai Gesuiti: "Dare una risposta cattolica convincente alle sfide della cultura secolare"


Vedi anche:

Eletto il nuovo Preposito Generale dei Gesuiti (detto "Papa nero")

Il Papa scrive a Kolvenbach e indica ai gesuiti il nuovo ambito della missione

Dare una risposta cattolica convincente alle sfide della cultura secolare

La Compagnia di Gesù è chiamata a riaffermare la propria "totale adesione alla dottrina cattolica" offrendo una risposta convincente alle sfide poste dalla cultura secolare: è quanto scrive Benedetto XVI in una lettera inviata a padre Peter-Hans Kolvenbach in occasione della trentacinquesima congregazione generale dei gesuiti in corso in questi giorni a Roma. "L'opera evangelizzatrice della Chiesa - assicura il Papa - conta molto sulla responsabilità formativa che la Compagnia ha nel campo della teologia, della spiritualità e della missione".

Al Reverendo Padre
PETER-HANS KOLVENBACH, S.I.
Preposito Generale
della Compagnia di Gesù


In occasione della 35 Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, è mio vivo desiderio di far pervenire a Lei e a quanti prendono parte all'Assemblea il più cordiale saluto, unito all'assicurazione del mio affetto e della mia costante vicinanza spirituale. So quanto sia importante per la vita della Compagnia l'evento che si sta celebrando, so pure che, di conseguenza, esso è stato preparato con grande cura. Si tratta di un'occasione provvidenziale per imprimere alla Compagnia di Gesù quel rinnovato impulso ascetico ed apostolico che è da tutti auspicato, perché i Gesuiti possano compiere appieno la loro missione ed affrontare le sfide del mondo moderno con quella fedeltà a Cristo e alla Chiesa che contraddistinse l'azione profetica di Sant'Ignazio di Loyola e dei suoi primi compagni.
Ai fedeli di Tessalonica l'Apostolo scrive di aver loro annunciato il vangelo di Dio, "incoraggiandovi e scongiurandovi - egli precisa - a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria" (1 Ts 2, 12), ed aggiunge: "Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l'avete accolta non quale parola di uomini, ma com'è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete" (1 Ts 2, 13). La parola di Dio viene dunque prima "ricevuta", cioè ascoltata, poi, penetrando fino al cuore, viene "accolta" e chi la riceve riconosce che Dio parla per mezzo del suo inviato: in tal modo la parola agisce nei credenti. Come allora, anche oggi l'evangelizzazione esige totale e fedele adesione alla parola di Dio: adesione innanzitutto a Cristo ed ascolto attento del suo Spirito che guida la Chiesa, docile obbedienza ai Pastori che Iddio ha posto a guida del suo popolo e prudente e franco dialogo con le istanze sociali, culturali e religiose del nostro tempo. Tutto ciò presuppone, com'è noto, un'intima comunione con Colui che ci chiama ad essere suoi amici e discepoli, un'unità di vita e di azione che si alimenta di ascolto della sua parola, di contemplazione e di preghiera, di distacco dalla mentalità del mondo e di incessante conversione al suo amore perché sia Lui, il Cristo, a vivere ed operare in ciascuno di noi. Sta qui il segreto dell'autentico successo dell'impegno apostolico e missionario di ogni cristiano, e ancor più di quanti sono chiamati a un più diretto servizio del Vangelo.
Tale consapevolezza è certamente ben presente a quanti prendono parte alla Congregazione Generale, e mi preme rendere omaggio per il grande lavoro già compiuto dalla commissione preparatoria che nel corso del 2007 ha esaminato i postulati giunti dalle Province ed ha indicato i temi da affrontare. Vorrei rivolgere il mio grato pensiero in primo luogo a Lei, caro e venerato Padre Preposito Generale, che dal 1983 guida in modo illuminato, saggio e prudente la Compagnia di Gesù, cercando in ogni modo di mantenerla nell'alveo del carisma originario.

Ella, per oggettive ragioni, ha più volte chiesto di essere sollevato da così gravoso incarico assunto con grande senso di responsabilità in un momento non facile della storia dell'Ordine.

Le esprimo il più vivo ringraziamento per il servizio reso alla Compagnia di Gesù e, più in generale, alla Chiesa. Il mio grato sentimento si estende ai suoi più diretti collaboratori, ai partecipanti alla Congregazione Generale e a tutti i Gesuiti sparsi in ogni parte del Pianeta. A tutti e a ciascuno giunga il saluto del Successore di Pietro, che segue con affetto e stima il molteplice ed apprezzato lavoro apostolico dei Gesuiti, e incoraggia tutti a continuare nel cammino aperto dal santo Fondatore e percorso da schiere innumerevoli di fratelli dediti alla causa di Cristo, molti dei quali iscritti dalla Chiesa nell'albo dei beati e dei santi. Siano essi dal cielo a proteggere e a sostenere la Compagnia di Gesù nella missione che svolge in questa nostra epoca segnata da numerose e complesse sfide sociali, culturali e religiose.
E proprio a questo proposito, come non riconoscere il valido contributo che la Compagnia offre all'azione della Chiesa in vari campi e in molti modi? Contributo veramente grande e benemerito, che solo il Signore potrà debitamente ricompensare! Come i miei venerati Predecessori, i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II, anch'io colgo volentieri l'opportunità della Congregazione Generale per porre in luce tale apporto e, al tempo stesso, per offrire alla vostra riflessione alcune considerazioni che vi siano di incoraggiamento e stimolo ad attuare sempre meglio l'ideale della Compagnia, in piena fedeltà al Magistero della Chiesa, così come viene descritto nella seguente formula a voi ben familiare: "Militare per Iddio sotto il vessillo della Croce e servire soltanto il Signore e la Chiesa sua sposa, a disposizione del Romano Pontefice, Vicario di Cristo in terra" (Litt. ap. Exposcit debitum, 21 luglio 1550).

Si tratta di una "peculiare" fedeltà sancita anche, per non pochi tra voi, da un voto di immediata obbedienza al Successore di Pietro "perinde ac cadaver".

Di questa vostra fedeltà, che costituisce il segno distintivo dell'Ordine, la Chiesa ha ancor più bisogno oggi, in un'epoca in cui si avverte l'urgenza di trasmettere, in maniera integrale, ai nostri contemporanei distratti da tante voci discordanti l'unico e immutato messaggio di salvezza che è il Vangelo, "non quale parola di uomini, ma com'è veramente, quale parola di Dio", che opera in coloro che credono.

Perché ciò avvenga è indispensabile, come già ricordava l'amato Giovanni Paolo II ai partecipanti alla 34 Congregazione Generale, che la vita dei membri della Compagnia di Gesù, come pure la loro ricerca dottrinale, siano sempre animate da un vero spirito di fede e di comunione in "docile sintonia con le indicazioni del Magistero" (Insegnamenti, vol. I, pp. 25-32).

Auspico vivamente che la presente Congregazione riaffermi con chiarezza l'autentico carisma del Fondatore per incoraggiare tutti i Gesuiti a promuovere la vera e sana dottrina cattolica. Da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho avuto modo di apprezzare la valida collaborazione di Consultori ed esperti Gesuiti, i quali, in piena fedeltà al loro carisma, hanno contribuito in maniera considerevole alla fedele promozione e recezione del Magistero.

Certo non è questo un impegno semplice, specialmente quando si è chiamati ad annunciare il Vangelo in contesti sociali e culturali molto diversi e ci si deve confrontare con mentalità differenti. Apprezzo pertanto sinceramente tale fatica posta al servizio di Cristo, fatica che è fruttuosa per il vero bene delle anime nella misura in cui ci si lascia guidare dallo Spirito Santo, e si rimane docili agli insegnamenti del Magistero, riferendosi a quei principi chiave della vocazione ecclesiale del teologo delineati nell'Istruzione Donum veritatis.
L'opera evangelizzatrice della Chiesa conta pertanto molto sulla responsabilità formativa che la Compagnia ha nel campo della teologia, della spiritualità e della missione. E, proprio per offrire all'intera Compagnia di Gesù un chiaro orientamento che sia sostegno per una generosa e fedele dedizione apostolica, potrebbe risultare quanto mai utile che la Congregazione Generale riaffermi, nello spirito di sant'Ignazio, la propria totale adesione alla dottrina cattolica, in particolare su punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla cultura secolare, come, ad esempio, il rapporto fra Cristo e le religioni, taluni aspetti della teologia della liberazione e vari punti della morale sessuale, soprattutto per quel che riguarda l'indissolubilità del matrimonio e la pastorale delle persone omosessuali.
Reverendo e caro Padre, sono persuaso che la Compagnia avverta l'importanza storica di questa Congregazione Generale e, guidata dallo Spirito Santo, voglia ancora una volta, come diceva l'amato Giovanni Paolo II nel gennaio del 1995, riaffermare "senza equivoci e senza esitazioni, la sua specifica via a Dio, quale sant'Ignazio ha tracciato nella Formula Instituti: la fedeltà amorosa al vostro carisma sarà sicura fonte di rinnovata fecondità" (Insegnamenti, vol. XVIII/1, 1995, p. 26). Quanto mai attuali risultano inoltre le parole che il venerato mio Predecessore Paolo VI ebbe a rivolgervi in un'altra analoga circostanza: "Tutti dobbiamo vegliare affinché l'adattamento necessario non si compia a detrimento dell'identità fondamentale, dell'essenzialità della figura del gesuita, quale è descritta nella Formula Instituti, quale la storia e la spiritualità propria dell'Ordine la propongono, e quale l'interpretazione autentica dei bisogni stessi dei tempi sembra oggi reclamare. Quell'immagine non deve essere alterata, non deve essere sfigurata" (Insegnamenti, vol. XII, 1974, pp. 1181-1182).
La continuità degli insegnamenti dei Successori di Pietro sta a dimostrare la grande attenzione e cura che essi mostrano nei confronti dei Gesuiti, la loro stima per voi e il desiderio di poter contare sempre sull'apporto prezioso della Compagnia per la vita della Chiesa e per l'evangelizzazione del mondo. All'intercessione del santo Fondatore e dei santi dell'Ordine, alla materna protezione di Maria affido la Congregazione Generale e l'intera Compagnia di Gesù, perché ogni figlio spirituale di sant'Ignazio possa avere dinanzi agli occhi "prima di ogni altra cosa Dio e poi la forma di questo suo Istituto" (Formula Instituti, 1). Con tali sentimenti, assicuro un costante ricordo nella preghiera ed imparto di cuore a Lei, Reverendo Padre, ai Padri della Congregazione Generale e all'intera Compagnia di Gesù una speciale Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 10 Gennaio 2008.

BENEDICTUS XVI


(©L'Osservatore Romano - 19 gennaio 2008)

giovedì 29 novembre 2007

LA RISPOSTA DEL PAPA ALLA LETTERA DELLE 138 GUIDE RELIGIOSE MUSULMANE


IL PAPA E L'ISLAM: LO SPECIALE DEL BLOG

Apprezzamento per lo spirito che anima il testo e disponibilità a ricevere una delegazione dei firmatari

Benedetto XVI risponde alla lettera aperta di centotrentotto guide religiose musulmane

Il 13 ottobre scorso, in occasione della fine del Ramadan (Eid al-Fitr), un gruppo di centotrentotto Guide Religiose Musulmane ha indirizzato una lettera aperta al Santo Padre Benedetto XVI e ai responsabili delle altre Chiese e confessioni cristiane, dal titolo Una Parola Comune tra Noi e Voi.
Il Santo Padre ha risposto con una lettera, a firma dell'Em.mo Segretario di Stato, indirizzata a S.A.R. il Principe Ghazi bin Muhammad bin Talal, Presidente dell'Aal al-Bayt Institute for Islamic Thought, il quale aveva personalmente curato l'inoltro della lettera aperta.
Nel ringraziare e mostrare apprezzamento per la significativa iniziativa dell'eminente gruppo di personalità musulmane, il Santo Padre riafferma l'importanza del dialogo basato sul rispetto effettivo della dignità della persona, sulla oggettiva conoscenza della religione dell'altro, sulla condivisione dell'esperienza religiosa e sull'impegno comune a promuovere mutuo rispetto e accettazione.
La risposta dell'Em.mo Segretario di Stato accenna anche alla disponibilità del Santo Padre a ricevere il Principe Ghazi e una delegazione dei firmatari della lettera e manifesta altresì la disponibilità del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, in collaborazione con alcuni Istituti Pontifici specializzati, per un incontro di lavoro.
Pubblichiamo di seguito il testo:

Your Royal Highness,
On 13 October 2007 an open letter addressed to His Holiness Pope Benedict XVI and to other Christian leaders was signed by one hundred and thirty-eight Muslim religious leaders, including Your Royal Highness. You, in turn, were kind enough to present it to Bishop Salim Sayegh, Vicar of the Latin Patriarch of Jerusalem in Jordan, with the request that it be forwarded to His Holiness.
The Pope has asked me to convey his gratitude to Your Royal Highness and to all who signed the letter. He also wishes to express his deep appreciation for this gesture, for the positive spirit which inspired the text and for the call for a common commitment to promoting peace in the world.
Without ignoring or downplaying our differences as Christians and Muslims, we can and therefore should look to what unites us, namely, belief in the one God, the provident Creator and universal Judge who at the end of time will deal with each person according to his or her actions. We are all called to commit ourselves totally to him and to obey his sacred will.
Mindful of the content of his Encyclical Letter Deus Caritas Est ("God is Love"), His Holiness was particularly impressed by the attention given in the letter to the twofold commandment to love God and one's neighbour.
As you may know, at the beginning of his Pontificate, Pope Benedict XVI stated: "I am profoundly convinced that we must not yield to the negative pressures in our midst, but must affirm the values of mutual respect, solidarity and peace. The life of every human being is sacred, both for Christians and for Muslims. There is plenty of scope for us to act together in the service of fundamental moral values" (Address to Representatives of Some Muslim Communities, Cologne, 20 August 2005). Such common ground allows us to base dialogue on effective respect for the dignity of every human person, on objective knowledge of the religion of the other, on the sharing of religious experience and, finally, on common commitment to promoting mutual respect and acceptance among the younger generation. The Pope is confident that, once this is achieved, it will be possible to cooperate in a productive way in the areas of culture and society, and for the promotion of justice and peace in society and throughout the world.
With a view to encouraging your praiseworthy initiative, I am pleased to communicate that His Holiness would be most willing to receive Your Royal Highness and a restricted group of signatories of the open letter, chosen by you. At the same time, a working meeting could be organized between your delegation and the Pontifical Council for Interreligious Dialogue, with the cooperation of some specialized Pontifical Institutes (such as the Pontifical Institute for Arabic and Islamic Studies and the Pontifical Gregorian University). The precise details of these meetings could be decided later, should this proposal prove acceptable to you in principle.
I avail myself of the occasion to renew to Your Royal Highness the assurance of my highest consideration.
From the Vatican, November 19, 2007

Cardinal TARCISIO BERTONE
Secretary of State


Pubblichiamo una nostra traduzione italiana della lettera:

Altezza Reale,
il 13 ottobre 2007 una lettera aperta rivolta a Sua Santità Papa Benedetto XVI e ad altri responsabili cristiani è stata firmata da centotrentotto capi religiosi musulmani, tra i quali Lei, Altezza. Lei, a sua volta, è stato così cortese da presentarla al Vescovo Salim Sayegh, Vicario del Patriarca latino di Gerusalemme in Giordania, con la richiesta che venisse inoltrata a Sua Santità.
Il Papa mi ha chiesto di trasmettere la sua gratitudine a Lei Altezza e a tutti coloro che hanno firmato la lettera. Desidera inoltre esprimere profondo apprezzamento per questo gesto, per lo spirito positivo che ha ispirato il testo e per l'esortazione a un impegno comune per la promozione della pace nel mondo.
Senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani, possiamo e quindi dobbiamo prestare attenzione a ciò che ci unisce, ed esattamente la fede nell'unico Dio, il creatore provvidente e il giudice universale che alla fine dei tempi considererà ogni persona secondo le sue azioni. Siamo tutti chiamati ad impegnarci totalmente con lui e ad obbedire alla sua sacra volontà.
Memore del contenuto dell'Enciclica Deus Caritas Est ("Dio è amore") Sua Santità è rimasto particolarmente colpito dall'attenzione prestata nella lettera al duplice comandamento dell'amore verso Dio e verso gli uomini.
Come sa, all'inizio del suo Pontificato, Papa Benedetto XVI ha affermato: "Sono profondamente convinto che dobbiamo affermare, senza cedimenti alle pressioni negative dell'ambiente, i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace. La vita di ogni essere umano è sacra sia per i cristiani sia per i musulmani. Abbiamo un grande spazio di azione in cui sentirci uniti al servizio dei fondamentali valori morali" (discorso ai rappresentanti di alcune comunità musulmane a Colonia, 20 agosto 2005). Questo terreno comune ci permette di fondare il dialogo su un effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana, sulla conoscenza obiettiva della religione dell'altro, sulla condivisione dell'esperienza religiosa e, infine, sull'impegno comune alla promozione del rispetto e dell'accettazione reciproci tra i giovani.
Il Papa confida nel fatto che, una volta raggiunto questo obiettivo, sarà possibile cooperare in modo produttivo in seno alla cultura e alla società e per la promozione della giustizia e della pace nella società e in tutto il mondo.
Incoraggiando la sua lodevole iniziativa, sono lieto di comunicare che Sua Santità desidera ardentemente ricevere Lei, Altezza, e un ristretto gruppo che Lei vorrà scegliere tra i firmatari della Lettera aperta. Al contempo, un incontro di lavoro potrebbe essere organizzato dalla vostra delegazione insieme con il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, con la cooperazione di alcuni Pontifici Istituti specializzati, come il Pontificio Istituto di Studi Arabi Islamici e la Pontificia Università Gregoriana. I dettagli di questi incontri potranno essere decisi in seguito se questa proposta si dimostrerà per Lei accettabile in linea di massima.
Colgo l'occasione per rinnovarLe, Altezza, l'assicurazione della mia più elevata considerazione.

Dal Vaticano, 19 novembre 2007

Cardinale TARCISIO BERTONE
Segretario di Stato

(©L'Osservatore Romano - 30 novembre 2007)

giovedì 8 novembre 2007

La Chiesa esiste non perché quanti si sono riuniti si dividano, ma perché quanti sono divisi possano unirsi


LETTERA DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

Il Santo Padre Benedetto XVI ha indirizzato ai Vescovi e a tutti i fedeli una Lettera in occasione del XVI centenario della morte di San Giovanni Crisostomo, Vescovo e Dottore della Chiesa.

La Lettera è stata resa nota stamane all’apertura del Convegno Internazionale su San Giovanni Crisostomo a 1600 anni dalla sua morte, che ha luogo presso l’Istituto Patristico "Augustinianum" dall’8 al 10 novembre 2007.

Pubblichiamo di seguito il testo della Lettera del Santo Padre:


LETTERA DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
carissimi fratelli e sorelle in Cristo
!

1. Introduzione

Ricorre quest’anno il sedicesimo centenario della morte di san Giovanni Crisostomo, grande Padre della Chiesa a cui guardano con venerazione i cristiani di tutti i tempi. Nella Chiesa antica Giovanni Crisostomo si distingue per aver promosso quel «fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica» che «ha avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell’Oriente e dell’Occidente»1. Sia la vita che il magistero dottrinale del santo Vescovo e Dottore risuonano in tutti i secoli e ancora oggi suscitano l’ammirazione universale. I Pontefici Romani hanno sempre riconosciuto in lui una viva fonte di sapienza per la Chiesa e la loro attenzione per il suo magistero si è ulteriormente acuita nel corso dell’ultimo secolo. Cent’anni fa san Pio X ha commemorato il quindicesimo centenario della morte di san Giovanni invitando la Chiesa ad imitare le sue virtù2. Papa Pio XII ha messo in evidenza il grande valore del contributo che san Giovanni ha apportato alla storia dell’interpretazione delle Sacre Scritture con la teoria della «condiscendenza», ovvero della «synkatábasis». Attraverso di essa il Crisostomo ha riconosciuto che «le parole di Dio, espresse con lingua umana, si sono fatte somiglianti all’umano linguaggio»3. Il Concilio Vaticano II ha incorporato quest’osservazione nella Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla Divina Rivelazione4. Il Beato Giovanni XXIII ha sottolineato la profonda comprensione che il Crisostomo ha dell’intimo legame tra la liturgia eucaristica e la sollecitudine per la Chiesa universale5. Il Servo di Dio Paolo VI ha rilevato il modo in cui egli «trattò, con tanta elevatezza di linguaggio e con tanto acume di pietà, del Mistero Eucaristico»6. Voglio ricordare il gesto solenne con cui il mio amatissimo Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nel novembre 2004 consegnò importanti reliquie dei santi Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Il Pontefice notò come quel gesto fosse veramente per la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse «un’occasione benedetta per purificare le nostre memorie ferite, per rinsaldare il nostro cammino di riconciliazione»7. Io stesso, durante il viaggio apostolico in Turchia, proprio nella Cattedrale del Patriarcato di Costantinopoli, ho avuto occasione di ricordare «gli insigni santi e pastori che hanno vigilato sulla Sede di Costantinopoli, fra i quali san Gregorio di Nazianzo e san Giovanni Crisostomo, che anche l’Occidente venera come Dottori della Chiesa ... In verità, essi sono degni intercessori per noi davanti al Signore»8. Sono lieto pertanto che la circostanza del XVI centenario della morte di san Giovanni mi offra l’opportunità di rievocare la sua luminosa figura e di proporla alla Chiesa universale per la comune edificazione.

2. La vita e il ministero di san Giovanni

San Giovanni Crisostomo nacque ad Antiochia di Siria a metà del quarto secolo. Fu istruito nelle arti liberali secondo la prassi tradizionale dei suoi tempi e si rivelò particolarmente dotato nell’arte del discorso pubblico. Durante i suoi studi, mentre era ancora giovane, chiese il battesimo ed accolse l’invito del suo Vescovo, Melezio, a prestare il servizio di lettore nella Chiesa locale9. In quel periodo i fedeli erano turbati dalla difficoltà di trovare un modo adeguato per esprimere la divinità di Cristo. Giovanni si era allineato con quei fedeli ortodossi che, in sintonia col Concilio ecumenico di Nicea, confessavano la piena divinità di Cristo, benché così facendo sia egli stesso che gli altri fedeli non incontrassero ad Antiochia il favore del governo imperiale10. Dopo il suo battesimo Giovanni abbracciò la vita ascetica. Per influenza del suo maestro Diodoro di Tarso, decise di restare celibe per tutta la vita e si dedicò alla preghiera, al digiuno rigoroso ed allo studio della Sacra Scrittura11. Allontanatosi da Antiochia, per sei anni condusse vita ascetica nel deserto della Siria ed iniziò a scrivere trattati sulla vita spirituale12. In seguito, ritornò ad Antiochia dove, ancora una volta, servì la Chiesa come lettore e, più tardi, per cinque anni, come diacono. Nel 386, chiamato al presbiterato da Flaviano, Vescovo di Antiochia, aggiunse anche il ministero della predicazione della Parola di Dio a quello della preghiera e dell’attività letteraria13.

Durante i dodici anni di ministero presbiterale nella Chiesa antiochena, Giovanni si distinse molto per la sua capacità di interpretare le Sacre Scritture in un modo comprensibile per i fedeli. Nella sua predicazione egli si adoperava con fervore per rafforzare l’unità della Chiesa rinvigorendo nei suoi ascoltatori l’identità cristiana, in un momento storico in cui essa era minacciata sia dall’interno che dall’esterno. A ragione, egli intuiva che l’unità tra i cristiani dipende soprattutto da una vera comprensione del mistero centrale della fede della Chiesa, quello della Santissima Trinità e dell’Incarnazione del Verbo Divino. Ben conscio, tuttavia, della difficoltà di questi misteri, Giovanni poneva grande impegno nel rendere l’insegnamento della Chiesa accessibile alle persone semplici della sua assemblea, sia ad Antiochia che, più tardi, a Costantinopoli14. E non mancava di rivolgersi anche ai dissenzienti, preferendo usare verso di essi la pazienza piuttosto che l’aggressività, poiché credeva che per vincere un errore teologico «nulla è più efficace della moderazione e della gentilezza»15.

La fede robusta di Giovanni e la sua abilità nel predicare gli diedero la possibilità di pacificare gli Antiocheni quando, agli inizi del suo presbiterato, l’Imperatore aumentò la pressione fiscale sulla città provocando un tumulto durante il quale alcuni monumenti pubblici furono distrutti. Dopo il tumulto la gente, temendo la collera dell’Imperatore, si era radunata in chiesa, desiderosa di ascoltare da Giovanni parole di speranza cristiana e di consolazione: «Se non saremo noi a consolarvi, dove mai potrete trovare consolazione?», egli disse loro16. Nelle sue prediche lungo la quaresima di quell’anno, Giovanni passò in rassegna gli eventi connessi con l’insurrezione e ricordò ai suoi uditori gli atteggiamenti che devono caratterizzare l’impegno civico dei cristiani17, in particolare il rifiuto di mezzi violenti nella promozione di cambiamenti politici e sociali18. In questa prospettiva esortava i fedeli ricchi a praticare la carità verso i poveri, per costruire una città più giusta e, allo stesso tempo, raccomandava che i più istruiti accettassero di fare da maestri e che tutti i cristiani si riunissero nelle chiese per imparare a portare gli uni i pesi degli altri19. All’occasione sapeva anche consolare i suoi ascoltatori rinvigorendone la speranza e incoraggiandoli ad aver fiducia in Dio, sia per la salvezza temporale che per quella eterna20, giacché «la tribolazione produce la pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (Rm 5,3-4)21.

Dopo aver servito la chiesa antiochena come presbitero e predicatore per dodici anni, Giovanni fu consacrato Vescovo di Costantinopoli nel 398, e lì rimase per cinque anni e mezzo. In quella funzione, egli si occupò della riforma del clero, spronando i presbiteri, sia con le parole che con l’esempio, a vivere in conformità con il Vangelo22. Sostenne i monaci che vivevano in città e si prese cura delle loro necessità materiali, ma cercò anche di riformare la loro vita, sottolineando che essi si erano proposti di dedicarsi esclusivamente alla preghiera e ad una vita ritirata23. Attento a rifuggire ogni ostentazione di lusso e ad adottare, benché Vescovo di una capitale dell’impero, uno stile di vita modesto, fu generosissimo nel distribuire l’elemosina ai poveri. Giovanni si dedicava alla predicazione ogni domenica e nelle feste principali. Era molto attento a far sì che gli applausi, spesso ricevuti per la sua predicazione, non lo inducessero a far perdere mordente al Vangelo che predicava. Pertanto talvolta si lamentava perché troppo spesso la stessa assemblea che applaudiva le sue omelie ne ignorava le esortazioni a vivere autenticamente la vita cristiana24. Fu instancabile nel denunciare il contrasto che esisteva in città tra lo spreco stravagante dei ricchi e l’indigenza dei poveri e, allo stesso tempo, nel suggerire ai ricchi di accogliere i senzatetto nella loro case25. Egli vedeva Cristo nel povero; invitava perciò i suoi ascoltatori a fare altrettanto e ad agire di conseguenza26. Tanto fu persistente la sua difesa del povero e il rimprovero per chi era troppo ricco, da suscitare il disappunto e anche l’ostilità contro di lui da parte di alcuni ricchi e di quanti detenevano in città il potere politico27.

Tra i Vescovi del suo tempo Giovanni fu straordinario per lo zelo missionario; egli mandò missionari a diffondere il Vangelo tra quelli che non l’avevano ancora udito28. Costruì ospedali per la cura degli ammalati29. Predicando a Costantinopoli sulla Lettera agli Ebrei, affermò che l’assistenza materiale della Chiesa si deve estendere ad ogni bisognoso, senza tener conto del credo religioso: «il bisognoso appartiene a Dio, anche se pagano o Ebreo. Anche se non crede, è degno di aiuto»30.

Il ruolo di Vescovo nella capitale dell’Impero d’Oriente imponeva a Giovanni di mediare le delicate relazioni tra la Chiesa e la corte imperiale. Egli si trovò spesso ad essere oggetto di ostilità da parte di molti ufficiali imperiali, a causa talvolta della sua fermezza nel criticare il lusso eccessivo di cui essi si circondavano. Nel contempo la sua posizione di Arcivescovo metropolita di Costantinopoli lo poneva nella difficile e delicata situazione di dover negoziare una serie di questioni ecclesiali che implicavano altri Vescovi e altre sedi. In conseguenza degli intrighi orditi contro di lui da potenti oppositori, sia ecclesiastici che imperiali, per due volte fu condannato dall’imperatore all’esilio. Morì il 14 settembre di 1600 anni or sono, a Comana del Ponto durante il viaggio verso la meta finale del suo secondo esilio, lontano dal suo amato gregge di Costantinopoli.

3. Il magistero di san Giovanni

Dal quinto secolo in poi, il Crisostomo è stato venerato dall’intera Chiesa cristiana, orientale e occidentale, per la sua coraggiosa testimonianza in difesa della fede ecclesiale e per la sua generosa dedizione al ministero pastorale. Il suo magistero dottrinale e la sua predicazione, come anche la sua sollecitudine per la Sacra Liturgia gli hanno meritato ben presto il riconoscimento di Padre e di Dottore della Chiesa. Anche la sua fama di predicatore veniva consacrata, a partire già dal sesto secolo, con l’attribuzione del titolo di «Bocca d’oro», in greco «Crisostomo». Di lui sant’Agostino scrive: «Osserva, Giuliano, in quale assemblea ti ho introdotto. Qui c’è Ambrogio di Milano, ... qui Giovanni di Costantinopoli, ... qui Basilio, ... qui gli altri, e il loro mirabile consenso dovrebbe farti riflettere … Essi rifulsero nella Chiesa cattolica per lo studio della dottrina. Rivestiti e protetti dalle armi spirituali hanno condotto vigorose guerre contro gli eretici e, dopo aver portato fedelmente a termine le opere loro affidate da Dio, dormono nel grembo della pace ... Ecco il luogo in cui ti ho introdotto, l’assemblea di questi santi non è la moltitudine del popolo: essi non sono solo figli, ma anche Padri della Chiesa»31.

Degno di speciale menzione è poi lo straordinario sforzo messo in opera da san Giovanni Crisostomo per promuovere la riconciliazione e la piena comunione tra i cristiani d’Oriente e d’Occidente. In particolare, decisivo fu il suo contributo nel porre fine allo scisma che separava la sede di Antiochia da quella di Roma e dalle altre Chiese occidentali. All’epoca della sua consacrazione a Vescovo di Costantinopoli Giovanni inviò una delegazione da Papa Siricio, a Roma. A sostegno di questa missione, in vista del suo progetto di metter fine allo scisma, egli ottenne la collaborazione del Vescovo di Alessandria d’Egitto. Papa Siricio rispose con favore all’iniziativa diplomatica di Giovanni; lo scisma fu così risolto pacificamente e si ristabilì la piena comunione tra le Chiese.

In seguito, verso la fine della sua vita, ritornato a Costantinopoli dal primo esilio, Giovanni scrisse al Papa Innocenzo ed anche ai Vescovi Venerio di Milano e Cromazio di Aquileia, per chiedere il loro aiuto nello sforzo di riportare ordine nella Chiesa di Costantinopoli, divisa a causa delle ingiustizie commesse contro di lui. Giovanni sollecitava dal Papa Innocenzo e dagli altri Vescovi occidentali un intervento che «accordi – come egli scriveva - benevolenza non solo a noi ma alla Chiesa intera»32. Nel pensiero del Crisostomo, infatti, quando una parte della Chiesa soffre per una ferita, tutta la Chiesa soffre per la stessa ferita. Papa Innocenzo difese Giovanni in alcune lettere indirizzate ai Vescovi d’Oriente33. Il Papa affermava la sua piena comunione con lui, ignorandone la deposizione che considerava illegittima34. Scrisse poi a Giovanni per consolarlo35, e scrisse anche al clero e ai fedeli di Costantinopoli per manifestare il suo pieno sostegno al loro Vescovo legittimo: «Giovanni, il vostro Vescovo, ha sofferto ingiustamente», egli riconosceva36. Inoltre il Papa radunò un sinodo di Vescovi italiani ed orientali allo scopo di ottenere giustizia per il Vescovo perseguitato37. Con il sostegno dell’imperatore d’Occidente, il Papa mandò una delegazione di Vescovi occidentali e orientali a Costantinopoli, presso l’imperatore d’Oriente, per difendere Giovanni e chiedere che un sinodo ecumenico di Vescovi gli facesse giustizia38. Quando, poco prima che morisse in esilio, questi progetti fallirono, Giovanni scrisse a Papa Innocenzo per ringraziarlo della «grande consolazione» che aveva tratto dal generoso sostegno accordatogli39. Nella sua lettera Giovanni affermava che, benché separato dalla grande distanza dell’esilio, egli era «giorno per giorno in comunione» con lui, e diceva: «Tu hai superato anche il padre più affettuoso nella tua benevolenza e nel tuo zelo verso di noi». Lo supplicava tuttavia di perseverare nell’impegno di cercare giustizia per lui e per la Chiesa di Costantinopoli, poiché «ora la battaglia che ti sta davanti deve essere combattuta in favore di quasi tutto il mondo, della Chiesa umiliata fino a terra, del popolo disperso, del clero aggredito, dei Vescovi mandati in esilio, delle antiche leggi violate». Giovanni scrisse anche agli altri Vescovi occidentali per ringraziarli del loro sostegno40: tra di essi, in Italia, a Cromazio di Aquileia41, a Venerio di Milano42 ed a Gaudenzio di Brescia43.

Sia ad Antiochia che a Costantinopoli Giovanni parlò appassionatamente dell’unità della Chiesa sparsa nel mondo. Annotava al riguardo: «I fedeli, a Roma, considerano quelli che sono in India come membra del loro stesso corpo»44 e sottolineava che nella Chiesa non c’è spazio per le divisioni. «La Chiesa – esclamava - esiste non perché quanti si sono riuniti si dividano, ma perché quanti sono divisi possano unirsi»45. E trovava nelle Sacre Scritture la ratifica divina a questa unità. Predicando sulla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, ricordava ai suoi ascoltatori che «Paolo si riferisce alla Chiesa come "Chiesa di Dio"46, mostrando che deve essere unita, perché se è "di Dio", è unita, e non lo è solo a Corinto, ma anche nel mondo; il nome della Chiesa infatti non è un nome di separazione, ma di unità e di concordia»47.

Per Giovanni l’unità della Chiesa è fondata in Cristo, il Verbo Divino che con la sua Incarnazione si è unito alla Chiesa come il capo con il suo corpo48: «Dove c’è il capo, là c’è anche il corpo», e pertanto «non c’è separazione tra il capo ed il corpo»49. Egli aveva compreso che nell’Incarnazione il Verbo Divino non solo si è fatto uomo, ma si è anche unito a noi facendoci suo corpo: «Poiché non era sufficiente per lui farsi uomo, essere percosso e ucciso, egli si unisce a noi non solo per la fede, ma anche di fatto ci rende suo corpo»50. Commentando il passo della Lettera di san Paolo agli Efesini: «Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose»51, Giovanni spiega che «è come se il capo fosse completato dal corpo, poiché il corpo è composto e formato dalle sue varie parti. Il suo corpo è dunque composto da tutti. Pertanto il capo è completo e il corpo è reso perfetto quando noi tutti siamo stretti insieme ed uniti»52. Giovanni pertanto conclude che Cristo unisce tutte le membra della sua Chiesa a sé e tra di loro. La nostra fede in Cristo richiede che ci impegniamo per un’effettiva, sacramentale unione tra le membra della Chiesa, ponendo fine a tutte le divisioni.

Per il Crisostomo, l’unità ecclesiale che si realizza in Cristo è testimoniata in modo del tutto peculiare nell’Eucaristia. Denominato "dottore eucaristico" per la vastità e la profondità della sua dottrina sul santissimo Sacramento»53, egli insegna che l’unità sacramentale dell’Eucaristia costituisce la base dell’unità ecclesiale in e per Cristo. «Certo ci sono molte cose per tenerci uniti insieme. Una mensa è apparecchiata davanti a tutti … a tutti è stata offerta la stessa bevanda o, piuttosto, non solo la stessa bevanda ma anche lo stesso calice. Il nostro Padre, volendo condurci ad un tenero affetto, ha disposto anche questo, che noi beviamo da un solo calice, cosa questa che si addice ad un amore intenso»54. Riflettendo sulle parole della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, «Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo?»55, Giovanni commenta: per l’Apostolo dunque, «come quel corpo è unito a Cristo, così anche noi siamo uniti a Lui per mezzo di questo pane»56. E ancor più chiaramente, alla luce delle successive parole dell’Apostolo: «Poiché noi, pur essendo molti, siamo un solo pane, un solo corpo»57, Giovanni argomenta: «Che cos’è il pane? Il Corpo di Cristo. E che cosa diventano essi quando lo mangiano? Il corpo di Cristo; non molti corpi, ma un solo corpo. Come il pane, pur composto da molti chicchi, diventa uno … così anche noi siamo uniti sia l’uno all’altro che a Cristo … Ora, se siamo nutriti da uno stesso pane e diventiamo tutti la medesima cosa, perché non mostriamo anche lo stesso amore, così da diventare anche sotto questo aspetto una cosa sola?»58.

La fede del Crisostomo nel mistero d’amore che lega i credenti a Cristo e tra di loro lo condusse ad esprimere una profonda venerazione per l’Eucaristia, una venerazione che alimentò particolarmente nella celebrazione della Divina Liturgia. Una delle più ricche espressioni della Liturgia orientale porta appunto il suo nome: "La Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo". Giovanni capiva che la Divina Liturgia pone spiritualmente il credente tra la vita terrena e le realtà celesti che gli sono state promesse dal Signore. Egli esprimeva a Basilio Magno il suo timore reverenziale nel celebrare i sacri misteri con queste parole: «Quando tu vedi il Signore immolato giacere sull’altare e il sacerdote che, stando in piedi, prega sulla vittima… puoi ancora pensare di essere tra gli uomini, di stare sulla terra? Non sei, al contrario, subito trasportato in cielo?». I sacri riti, dice Giovanni, «non sono solo meravigliosi da vedere, ma straordinari per il timore riverenziale che suscitano. Lì sta in piedi il sacerdote… che fa scendere lo Spirito Santo, egli prega a lungo che la grazia che scende sul sacrificio possa in quel luogo illuminare le menti di tutti e renderle più splendide dell’argento purificato nel fuoco. Chi può disprezzare questo venerando mistero?»59.

Con grande profondità il Crisostomo sviluppa la riflessione sugli effetti della comunione sacramentale nei credenti: «Il sangue di Cristo rinnova in noi l’immagine del nostro Re, produce una bellezza indicibile e non permette che sia distrutta la nobiltà delle nostre anime, ma di continuo la irriga e la nutre»60. Per questo Giovanni spesso e insistentemente esorta i fedeli ad accostarsi degnamente all’altare del Signore, «non con leggerezza … non per abitudine e formalità», ma con «sincerità e purezza di spirito»61. Egli ripete instancabilmente che la preparazione alla Santa Comunione deve includere il pentimento dei peccati e la gratitudine per il sacrifico compiuto da Cristo per la nostra salvezza. Pertanto egli esorta i fedeli a partecipare pienamente e devotamente ai riti della Divina Liturgia e a ricevere con le stesse disposizioni la Santa Comunione: «Non lasciate, ve ne supplichiamo, che siamo uccisi dalla vostra irriverenza, ma avvicinatevi a Lui con devozione e purezza, e quando lo vedete posto davanti a voi, dite a voi stessi: "In virtù di questo corpo io non sono più terra e cenere, non sono più prigioniero, ma libero; in virtù di questo io spero nel paradiso, e di riceverne i beni, l’eredità degli angeli, e di conversare con Cristo"»62.

Naturalmente, dalla contemplazione del Mistero egli trae poi anche le conseguenze morali in cui coinvolge i suoi uditori: a loro egli ricorda che la comunione con il Corpo e il Sangue di Cristo li obbliga a offrire assistenza materiale ai poveri e agli affamati che vivono tra di loro63. La mensa del Signore è il luogo dove i credenti riconoscono ed accolgono il povero e il bisognoso che forse prima avevano ignorato64. Egli esorta i fedeli di tutti i tempi a guardare oltre l’altare su cui è offerto il sacrificio eucaristico e a vedere Cristo nella persona dei poveri ricordando che grazie all’aiuto prestato ai bisognosi essi possono offrire sull’altare di Cristo un sacrificio gradito a Dio65.

4. Conclusione

Ogni volta che incontriamo questi nostri Padri – ha scritto il Papa Giovanni Paolo II a proposito di un altro grande Padre e Dottore, san Basilio, «ne siamo confermati nella fede e incoraggiati nella speranza»66. Il XVI centenario della morte di san Giovanni Crisostomo offre un’occasione assai propizia per incrementare gli studi su di lui, recuperarne gli insegnamenti e diffonderne la devozione. Alle varie iniziative e celebrazioni, che vengono organizzate in occasione di questo XVI centenario, sono spiritualmente presente con animo grato e beneaugurante. Vorrei anche esprimere il mio desiderio ardente che i Padri della Chiesa «nella cui voce risuona la costante Tradizione cristiana»67 divengano sempre di più un punto fermo di riferimento per tutti i teologi della Chiesa. Tornare a loro significa risalire alle fonti dell’esperienza cristiana, per assaporarne la freschezza e la genuinità. Quale miglior augurio potrei, dunque, rivolgere ai teologi che quello di un rinnovato impegno nel ricuperare il patrimonio sapienziale dei santi Padri? Non potrà che venirne un arricchimento prezioso per la loro riflessione anche sui problemi di questi nostri tempi.

Mi piace terminare questo scritto con un’ultima parola del grande Dottore, nella quale egli invita i suoi fedeli – ed anche noi, naturalmente – a riflettere sui valori eterni: «Per quanto tempo ancora saremo inchiodati alla realtà presente? Quanto ancora ci vorrà prima che possiamo riscuoterci? Per quanto ancora trascureremo la nostra salvezza? Lasciateci ricordare ciò di cui Cristo ci ha ritenuti degni, lasciate che lo ringraziamo, lo glorifichiamo, non solo con la nostra fede, ma anche con le nostre opere effettive, che possiamo ottenere i beni futuri per la grazia e l’amorevole tenerezza del nostro Signore Gesù Cristo, per il quale e con il quale sia gloria al Padre e allo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli. Amen»68.

A tutti la mia Benedizione!

Da Castel Gandolfo, il 10 agosto dell’anno 2007, terzo di Pontificato

BENEDICTUS PP. XVI

___________________________________

1 Cfr. Benedictus XVI, Discorso nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio al Fanar, Istanbul, 29 novembre 2006.

2 Cfr. Pius X, Epistola venerabili Vincentio S.R.E. Card. Vannutelli (22 Iulii 1907): Acta Sanctae Sedis, Ephemerides Romanae, 40 (1907) 453-455.

3 Cfr. Pius XII, Litt. Enc. Divino afflante spiritu (30 settembre 1943): AAS 35 (1943) 316.

4 Cfr. Concilium Vaticanum II, Dei Verbum, n. 13, 18 novembre 1965. Cfr. Paulus VI, Discorso ai professori italiani di Sacra Scrittura in occasione del XXII settimana biblica nazionale, 29 settembre 1972.

5 Cfr. Ioannes XXIII, Litt. Enc. Princeps pastorum (28 novembre 1959): AAS 51 (1959) 846-847.

6 Cfr. Paulus VI, Litt. Enc. Mysterium fidei, n. 17 (3 settembre 1965): AAS 57 (1965) 756. Cfr. Benedictus XVI, Discorso durante la recita del Angelus, Castel Gandolfo, 18 settembre 2005; id., Sacramentum caritatis, n. 13, 22 febbraio 2007.

7 Cfr. Ioannes Paulus II, Lettera al Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, 27 novembre 2004.

8 Cfr. Benedictus XVI, Discorso nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio al Fanar, Istanbul, 29 novembre 2006.

9 Cfr. Johannes Chrysostomus, De sacerdotio 1,1-3 (SCh 272,60-76); Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,104-110).

10 Cfr. Theodoretus Cyrrhensis, Historia religiosa 2,15; 8,5-8 (SCh 234, 226-8; 382-92).

11 Cfr. Johannes Chrysostomus, Laus Diodori episcopi (PG 52,761-766); Socrates, Historia ecclesiastica 6,3 (GCS, n.f. 1,313-315); Sozomenus, Historia ecclesiastica 8,2 (GCS 50,350-351).

12 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,108-110).

13 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,110-112).

14 Cfr. Johannes Chrysostomus, De incomprehensibili dei natura, (SCh 28bis, 93-322). Cfr. id., In illud: Pater meus usque modo operatur (PG 63,511-516); id., In illud: Filius ex se nihil facit (PG 56,247-256).

15 Cfr. Johannes Chrysostomus, De incomprehensibili dei natura 1,352-353 (SCh 28bis, 132).

16 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 6,1 (PG 49,81).

17 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 2-21 (PG 49,33-222); id., Ad illuminandos catecheses 2 (PG 49,231-240).

18 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 2,1-3 (PG 49,33-38).

19 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 2,5; 12,2; 17,2 (PG 49,40. 129. 180).

20 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 3,2; 16,5 (PG 49,49-50; 168-169).

21 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 4,1 (PG 49,62), citando Rom 5,4.

22 Cfr. Socrates, Historia ecclesiastica 6,4 (GCS, n.f. 1,315-316); Sozomenus, Historia ecclesiastica 8,3 (GCS 50,352-353); Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,112).

23 Cfr. Johannes Chrysostomus, De Lazaro 3,1 (PG 48,932).

24 Cfr. Johannes Chrysostomus, In illud: Pater meus usque modo operatur (PG 63,511-516); id., In Acta apostolorum 30,4 (PG 60,226-228); id., Contra ludos et theatra (PG 56,263-270).

25 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Acta apostolorum 35,5; 45,3-4 (PG 60,252; 318-319). Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,124).

26 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Colossenses 1,4 (PG 62,304-305).

27 Cfr. Johannes Chrysostomus, Cum Saturninus et Aurelianus 2 (PG 52,415-416).

28 Cfr. Theodoretus Cyrrhensis, Historia religiosa 5,31 (GCS 44,330-331); Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistulae ad Olimpiadem 9,5 (SCh 13bis, 236-238).

29 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,122).

30 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Hebraeos 10,4 (PG 63,88).

31 Cfr. Augustinus Hipponensis, Contra Iulianum libri sex, 1,7,30-31 (PL 44,661-662).

32 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula ad Innocentium papam 1 (SCh 342,93).

33 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 3 (SCh 341,64-68); Innocentius I, Epistula 5 (PL 20,493-495).

34 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 3 (SCh 341,66-68).

35 Cfr. Sozomenus, Historia ecclesiastica 8,26 (GCS 50,384-385).

36 Cfr. Sozomenus, Historia ecclesiastica 8,26 (GCS 50,385-387).

37 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 4 (SCh 341,84).

38 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 3-4 (SCh 341,80-86).

39 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula ad Innocentium papam II (PG 52,535-536).

40 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistulae 157-161 (PG 52,703-706).

41 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula 155 (PG 52,702-703).

42 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula 182 (PG 52,714-715).

43 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula 184 (PG 52,715-716).

44 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Joannem 65,1 (PG 59,361-362).

45 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 27,3 (PG 61,228).

46 Cfr. 1 Cor 1,2.

47 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 1,1 (PG 61,13).

48 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 30,1 (PG 61,249-251); id., In epistulam ad Colossenses 3,2-3 (PG 62,320); id., In epistulam ad Ephesios 3,2 (PG 62,26).

49Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Ephesios 3,2 (PG 62,26).

50 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Matthaeum 82,5 (PG 58,743).

51 Cfr. Ef 1,22-23.

52 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Ephesios 3,2 (PG 62,26). Cfr. ibid., 20,4 (PG 62,140-141).

53 Cfr. Benedictus XVI, Discorso durante la recita del Angelus, Castel Gandolfo, 18 settembre 2005.

54 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Matthaeum 32,7 (PG 57,386).

55 Cfr. 1 Cor 10,16.

56 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 24,2 (PG 61,200). Cfr. id., In Ioannem 46,3 (PG 63, 260-261); id., In epistulam ad Ephesios 3,4 (PG 62,28-29).

57 Cfr. 1 Cor 10,17.

58 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 24,2 (PG 61,200).

59 Cfr. Johannes Chrysostomus, De sacerdotio 3,4 (SCh 272,142-146). Cfr. Benedictus XVI, Sacramentum caritatis, n. 13, 22 febbraio 2007.

60 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Ioannem 46,3 (PG 63,261).

61 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Ephesios 3,4 (PG 62,28). Cfr. id., In epistulam i ad Corinthos 24 (PG 61,197-206); id., In epistulam i ad Corinthos 27,4 (PG 61,229-230); id., In epistulam i ad Timotheum 15,4 (PG 62,583-586); id., In Matthaeum 82,6 (PG 58,744-746).

62 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 24,4 (PG 61,203).

63 Cfr Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 27,5 (PG 61,230-231), id., In Genesim 5,3 (PG 54,602-603).

64 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 27,5 (PG 61,230).

65 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ii ad Corinthos 20,3 (PG 61,540). Cfr. id., In epistulam ad Romanos 21,2-4 (PG 60,603-607).

66 Cfr. Ioannes Paulus II, Patres Ecclesiae, n. 1 (2 gennaio 1980).

67 Cfr. Benedictus XVI, Discorso durante l’Udienza generale, 9 novembre 2005.

68 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Ioannem 46,4 (PG 63,262).

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sabato 27 ottobre 2007

Il Papa al prof. Vian: l'Osservatore promuova il dialogo tra credenti e non credenti


LETTERA DEL SANTO PADRE AL NUOVO DIRETTORE DE "L’OSSERVATORE ROMANO", PROF. GIOVANNI MARIA VIAN , 27.10.2007

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato al Prof. Giovanni Maria Vian, che assume oggi l’incarico di nuovo Direttore de "L’Osservatore Romano":

LETTERA DEL SANTO PADRE
All'Illustrissimo Signore

Prof. Giovanni Maria Vian


Con grande stima e sincero affetto Le rivolgo il mio saluto nel momento in cui Ella, caro Professore, assume l'incarico di Direttore de "L'Osservatore Romano", un incarico di grande responsabilità a motivo della natura peculiare del giornale Vaticano.
La Sua profonda formazione culturale come storico del cristianesimo, in specie la Sua conoscenza della storia del papato contemporaneo, la Sua esperienza giornalistica, come editorialista di diversi quotidiani e periodici, la decennale collaborazione con "L'Osservatore Romano", ed anche l'appartenenza ad un'illustre famiglia di grande tradizione cristiana nel fedele servizio alla Santa Sede, costituiscono una sicura garanzia per la delicata funzione a Lei affidata.

Ella si inserisce così nella lunga e grande storia del "giornale del Papa" che, iniziata nel 1861, ha visto succedersi nella direzione diverse personalità, dall'Avvocato forlivese Nicola Zanchini, insieme al giornalista Giuseppe Bastia che assunsero per primi l'incarico, fino al caro ed apprezzato Prof. Mario Agnes.

Nato per sostenere la libertà della Santa Sede in un momento critico e provvidenziale della sua storia, "L'Osservatore Romano" ha sempre diffuso gli insegnamenti dei Romani Pontefici e gli interventi dei suoi più stretti collaboratori sui problemi cruciali che l'umanità incontra nel suo cammino.
E' nota la scelta di imparzialità che caratterizzò l'informazione del giornale vaticano durante la prima guerra mondiale. Nella temperie degli avvenimenti che si succedettero allora, e poi durante la seconda tragedia bellica del Novecento, "L'Osservatore Romano" - dalla fine del 1929 trasferito all'interno dello Stato vaticano - accrebbe ulteriormente il suo prestigio e la sua diffusione, grazie anche alla possibilità che il giornale aveva di attingere a fonti d'informazione che in quel periodo solo l'indipendenza vaticana poteva garantire.
Organo d'informazione autorevole e rispettato, proprio allora fu affiancato da importanti periodici ("L'illustrazione vaticana", "L'Osservatore della Domenica", "Ecclesia"), mentre più tardi cominciò a essere pubblicato in edizioni periodiche in diverse lingue, così da assicurarne una diffusione realmente internazionale.
Questa dimensione mondiale, che diverrà ancora più concreta ed efficace attraverso le possibilità oggi offerte dalla presenza "in rete", risulta quanto mai importante per esprimere davvero la realtà della Chiesa universale, la comunione di tutte le Chiese locali e il loro radicamento nelle diverse situazioni, in un contesto di sincera amicizia verso le donne e gli uomini del nostro tempo.

Cercando e creando occasioni di confronto, "L'Osservatore Romano" potrà servire sempre meglio la Santa Sede, mostrando la fecondità dell'incontro tra fede e ragione, grazie al quale si rende possibile anche una cordiale collaborazione tra credenti e non credenti. Suo compito fondamentale resta ovviamente quello di favorire nelle culture del nostro tempo quell'apertura fiduciosa e, nello stesso tempo, profondamente ragionevole al Trascendente su cui in ultima istanza si fonda il rispetto della dignità e dell'autentica libertà di ogni essere umano.

Invocando su di Lei, sul Vice Direttore Dott. Carlo Di Cicco, come anche sui collaboratori e su quanti operano per la realizzazione del Giornale, la materna protezione di Maria Santissima e l'intercessione di San Pietro, volentieri a tutti imparto, quale pegno di copiosi favori celesti, la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 27 ottobre 2007

BENEDICTUS PP. XVI

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domenica 26 agosto 2007

SCAMBIO DIRETTO DI LETTERE FRA PAPA BENEDETTO XVI E ALESSIO II


LETTERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AL PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE, SUA SANTITÀ ALESSIO II

A Sua Santità ALESSIO II
Patriarca di Mosca e di tutte le Russie


La visita a Mosca del Signor Cardinale Roger Etchegaray, per condividere con l'intera Comunità cristiana russa la gioia della duplice ricorrenza del genetliaco e dell'onomastico di Vostra Santità, mi offre la gradita opportunità di farLe pervenire il mio fervido e cordiale augurio.

A questa lieta celebrazione desidero associami spiritualmente, invocando dal Signore abbondanti benedizioni per la Sua Persona e il Suo ministero, generosamente dedito alla grande causa del Vangelo.

I gesti e le parole di rinnovata fraternità fra Pastori del gregge del Signore stanno ad indicare come una sempre più intensa collaborazione nella verità e nella carità contribuiscano ad incrementare lo spirito di comunione, che deve guidare i passi di tutti i battezzati.

Il mondo contemporaneo ha bisogno di sentire voci che indicano la via della pace, del rispetto per tutti, della condanna di ogni violenza, della superiore dignità di ogni persona e degli innati diritti che le competono.

Con tali sentimenti, Le formulo cordiali voti di buona salute; sull'esempio e con l'intercessione di sant'Alessio, possa Ella continuare ad adempiere con frutto la missione che Dio Le ha affidato.

Dal Vaticano, 17 febbraio 2006.

BENEDICTUS XVI


***

LETTERA DI SUA SANTITÀ ALESSIO II AL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Mosca, 22 febbraio 2006

A Sua Santità
Papa Benedetto XVI


Santità,

La ringrazio di cuore per i cordiali auguri e le espressioni di ricordo nella preghiera che mi ha inviato in occasione del mio compleanno e onomastico, e che mi sono stati trasmessi da Sua Eminenza il Cardinale Roger Etchegaray.

Nel nostro tempo, in cui il secolarismo sta rapidamente sviluppandosi, il cristianesimo si trova di fronte a gravi sfide che necessitano di una comune testimonianza.

Sono convinto che uno dei compiti prioritari per le nostre Chiese, che possiedono una visione comune su numerosi problemi attuali del mondo contemporaneo, debba essere oggi la difesa e l'affermazione all'interno della società dei valori cristiani, di cui l'umanità vive da più di un millennio. Spero che a ciò contribuirà anche la rapida risoluzione dei problemi che si interpongono tra le due Chiese.

Ricambio nella preghiera a Vostra Santità gli auguri di buona salute, invocando il copioso aiuto divino nell'adempimento dell'alto ufficio di Primate della Chiesa Cattolica Romana.

Con affetto nel Signore

ALEKSIJ II
Patriarca di Mosca e di tutta la Rus'