mercoledì 19 novembre 2008

Il Papa: "Paolo aveva compreso non nutriva altro desiderio che di raggiungere Cristo, come in una gara di atletica, per restare sempre con Lui..."


(El Greco, "San Paolo")

CICLO DI CATECHESI DEDICATE A SAN PAOLO APOSTOLO ED ALL'ANNO PAOLINO

GLI APOSTOLI NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO

ARTICOLI E COMMENTI SU SAN PAOLO APOSTOLO E L'ANNO PAOLINO

CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

Apprezzamento del capo della Chiesa Evangelica Luterana in Italia per la catechesi del Papa sulla giustificazione (Zenit)

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Il Papa: "L’amore di Dio e del prossimo dà compimento alla Legge" (Radio Vaticana)

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L’UDIENZA GENERALE, 19.11.2008

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, continuando il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulla sua predicazione sulla giustificazione.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Papa ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

San Paolo - XIII: La predicazione sulla giustificazione nel pensiero di Paolo.

Cari fratelli e sorelle,

nel cammino che stiamo compiendo sotto la guida di san Paolo, vogliamo ora soffermarci su un tema che sta al centro delle controversie del secolo della Riforma: la questione della giustificazione.
Come diventa giusto l’uomo agli occhi di Dio? Quando Paolo incontrò il Risorto sulla strada di Damasco era un uomo realizzato: irreprensibile quanto alla giustizia derivante dalla Legge (cfr Fil 3,6), superava molti suoi coetanei nell’osservanza delle prescrizioni mosaiche ed era zelante nel sostenere le tradizioni dei padri (cfr Gal 1,14). L’illuminazione di Damasco gli cambiò radicalmente l'esistenza: cominciò a considerare tutti i meriti, acquisiti in una carriera religiosa integerrima, come "spazzatura" di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (cfr Fil 3,8).

La Lettera ai Filippesi ci offre una toccante testimonianza del passaggio di Paolo da una giustizia fondata sulla Legge e acquisita con l'osservanza delle opere prescritte, ad una giustizia basata sulla fede in Cristo: egli aveva compreso che quanto fino ad allora gli era parso un guadagno in realtà di fronte a Dio era una perdita e aveva deciso perciò di scommettere tutta la sua esistenza su Gesù Cristo (cfr Fil 3,7). Il tesoro nascosto nel campo e la perla preziosa nel cui acquisto investire tutto il resto non erano più le opere della Legge, ma Gesù Cristo, il suo Signore.

Il rapporto tra Paolo e il Risorto diventò talmente profondo da indurlo a sostenere che Cristo non era più soltanto la sua vita ma il suo vivere, al punto che per poterlo raggiungere persino il morire diventava un guadagno (cfr Fil 1,21).

Non che disprezzasse la vita, ma aveva compreso che per lui il vivere non aveva ormai altro scopo e non nutriva perciò altro desiderio che di raggiungere Cristo, come in una gara di atletica, per restare sempre con Lui: il Risorto era diventato l’inizio e il fine della sua esistenza, il motivo e la mèta della sua corsa.

Soltanto la preoccupazione per la maturazione nella fede di coloro che aveva evangelizzato e la sollecitudine per tutte le Chiese da lui fondate (cfr 2 Cor 11,28) lo inducevano a rallentare la corsa verso il suo unico Signore, per attendere i discepoli affinché con lui potessero correre verso la mèta. Se nella precedente osservanza della Legge non aveva nulla da rimproverarsi dal punto di vista dell’integrità morale, una volta raggiunto da Cristo preferiva non pronunciare giudizi su se stesso (cfr 1 Cor 4,3-4), ma si limitava a proporsi di correre per conquistare Colui dal quale era stato conquistato (cfr Fil 3,12).

È proprio per questa personale esperienza del rapporto con Gesù Cristo che Paolo colloca ormai al centro del suo Vangelo un’irriducibile opposizione tra due percorsi alternativi verso la giustizia: uno costruito sulle opere della Legge, l’altro fondato sulla grazia della fede in Cristo. L’alternativa fra la giustizia per le opere della Legge e quella per la fede in Cristo diventa così uno dei motivi dominanti che attraversano le sue Lettere: "Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l'uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno" (Gal 2,15-16). E ai cristiani di Roma ribadisce che "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù (Rm 3,23-24). E aggiunge "Noi riteniamo, infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge" (Ibid 28). Lutero a questo punto tradusse: "giustificato per la sola fede". Ritornerò su questo punto alla fine della catechesi. Prima dobbiamo chiarire che cosa è questa "Legge" dalla quale siamo liberati e che cosa sono quelle "opere della Legge" che non giustificano. Già nella comunità di Corinto esisteva l’opinione che sarebbe poi ritornata sistematicamente nella storia; l’opinione consisteva nel ritenere che si trattasse della legge morale e che la libertà cristiana consistesse quindi nella liberazione dall’etica. Così a Corinto circolava la parola "BV,FJ4<" (tutto mi è lecito). E’ ovvio che questa interpretazione è sbagliata: la libertà cristiana non è libertinismo, la liberazione della quale parla san Paolo non è liberazione dal fare il bene.

Ma che cosa significa dunque la Legge dalla quale siamo liberati e che non salva? Per san Paolo, come per tutti i suoi contemporanei, la parola Legge significava la Torah nella sua totalità, cioè i cinque libri di Mosè. La Torah implicava, nell’interpretazione farisaica, quella studiata e fatta propria da Paolo, un complesso di comportamenti che andava dal nucleo etico fino alle osservanze rituali e cultuali che derminavano sostanzialmente l’identità dell’uomo giusto. Particolarmente la circoncisione, le osservanze circa il cibo puro e generalmente la purezza rituale, le regole circa l’osservanza del sabato, ecc. Comportamenti che appaiono spesso anche nei dibattiti tra Gesù e i suoi contemporanei. Tutte queste osservanze che esprimono una identità sociale, culturale e religiosa erano divenute singolarmente importanti al tempo della cultura ellenistica, cominciando dal III secolo a.C.

Questa cultura, che era diventata la cultura universale di allora, ed era una cultura apparentemente razionale, una cultura politeista, apparentemente tollerante, costituiva una pressione forte verso l’uniformità culturale e minacciava così l’identità di Israele, che era politicamente costretto ad entrare in questa identità comune della cultura ellenistica con conseguente perdita della propria identità, perdita quindi anche della preziosa eredità della fede dei Padri, della fede nell’unico Dio e nelle promesse di Dio.

Contro questa pressione culturale, che minacciava non solo l’identità israelitica, ma anche la fede nell’unico Dio e nelle sue promesse, era necessario creare un muro di distinzione, uno scudo di difesa a protezione della preziosa eredità della fede; tale muro consisteva proprio nelle osservanze e prescrizioni giudaiche. Paolo, che aveva appreso tali osservanze proprio nella loro funzione difensiva del dono di Dio, dell’eredità della fede in un unico Dio, ha visto minacciata questa identità dalla libertà dei cristiani: per questo li perseguitava. Al momento del suo incontro con il Risorto capì che con la risurrezione di Cristo la situazione era cambiata radicalmente. Con Cristo, il Dio di Israele, l’unico vero Dio, diventava il Dio di tutti i popoli.

Il muro – così dice nella Lettera agli Efesini – tra Israele e i pagani non era più necessario: è Cristo che ci protegge contro il politeismo e tutte le sue deviazioni; è Cristo che ci unisce con e nell’unico Dio; è Cristo che garantisce la nostra vera identità nella diversità delle culture. Il muro non è più necessario, la nostra identità comune nella diversità delle culture è Cristo, ed è lui che ci fa giusti. Essere giusto vuol semplicemente dire essere con Cristo e in Cristo. E questo basta. Non sono più necessarie altre osservanze. Perciò l’espressione "sola fide" di Lutero è vera, se non si oppone la fede alla carità, all’amore. La fede è guardare Cristo, affidarsi a Cristo, attaccarsi a Cristo, conformarsi a Cristo, alla sua vita. E la forma, la vita di Cristo è l’amore; quindi credere è conformarsi a Cristo ed entrare nel suo amore. Perciò san Paolo nella Lettera ai Galati, nella quale soprattutto ha sviluppato la sua dottrina sulla giustificazione, parla della fede che opera per mezzo della carità (cfr Gal 5,14).

Paolo sa che nel duplice amore di Dio e del prossimo è presente e adempiuta tutta la Legge. Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l'amore. Vedremo la stessa cosa nel Vangelo della prossima domenica, solennità di Cristo Re. È il Vangelo del giudice il cui unico criterio è l'amore. Ciò che domanda è solo questo: Tu mi hai visitato quando ero ammalato? Quando ero in carcere? Tu mi hai dato da mangiare quando ho avuto fame, tu mi hai vestito quando ero nudo? E così la giustizia si decide nella carità. Così, al termine di questo Vangelo, possiamo quasi dire: solo amore, sola carità. Ma non c'è contraddizione tra questo Vangelo e San Paolo. È la medesima visione, quella secondo cui la comunione con Cristo, la fede in Cristo crea la carità. E la carità è realizzazione della comunione con Cristo. Così, essendo uniti a Lui siamo giusti e in nessun altro modo.

Alla fine, possiamo solo pregare il Signore che ci aiuti a credere. Credere realmente; credere diventa così vita, unità con Cristo, trasformazione della nostra vita. E così, trasformati dal suo amore, dall’amore di Dio e del prossimo, possiamo essere realmente giusti agli occhi di Dio.

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domenica 16 novembre 2008

Il Papa: "Ciò che Cristo ci ha donato si moltiplica donandolo! E’ un tesoro fatto per essere speso, investito, condiviso con tutti..."


(Illustrazione della parabola dei talenti, da una tavola del 1712. Due servi presentano i loro talenti mentre l'altro scava per dissotterrare il proprio)

ANGELUS: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

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Il Papa: i “talenti”, ciò che Cristo ci ha donato, si moltiplicano donandoli (Asianews)

Appello del Papa contro gli incidenti stradali: siate sobri e allerta

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 16.11.2008

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana
:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

La Parola di Dio di questa domenica – la penultima dell’anno liturgico – ci invita ad essere vigilanti e operosi, nell’attesa del ritorno del Signore Gesù alla fine dei tempi. La pagina evangelica narra la celebre parabola dei talenti, riportata da san Matteo (25,14-30).

Il "talento" era un’antica moneta romana, di grande valore, e proprio a causa della popolarità di questa parabola è diventata sinonimo di dote personale, che ciascuno è chiamato a far fruttificare. In realtà, il testo parla di "un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni" (Mt 25,14).

L’uomo della parabola rappresenta Cristo stesso, i servi sono i discepoli e i talenti sono i doni che Gesù affida loro. Perciò tali doni, oltre alle qualità naturali, rappresentano le ricchezze che il Signore Gesù ci ha lasciato in eredità, perché le facciamo fruttificare: la sua Parola, depositata nel santo Vangelo; il Battesimo, che ci rinnova nello Spirito Santo; la preghiera – il "Padre nostro" – che eleviamo a Dio come figli uniti nel Figlio; il suo perdono, che ha comandato di portare a tutti; il sacramento del suo Corpo immolato e del suo Sangue versato. In una parola: il Regno di Dio, che è Lui stesso, presente e vivo in mezzo a noi.

Questo è il tesoro che Gesù ha affidato ai suoi amici, al termine della sua breve esistenza terrena. La parabola odierna insiste sull’atteggiamento interiore con cui accogliere e valorizzare questo dono.

L’atteggiamento sbagliato è quello della paura: il servo che ha paura del suo padrone e ne teme il ritorno, nasconde la moneta sotto terra ed essa non produce alcun frutto. Questo accade, per esempio, a chi avendo ricevuto il Battesimo, la Comunione, la Cresima seppellisce poi tali doni sotto una coltre di pregiudizi, sotto una falsa immagine di Dio che paralizza la fede e le opere, così da tradire le attese del Signore. Ma la parabola mette in maggior risalto i buoni frutti portati dai discepoli che, felici per il dono ricevuto, non l’hanno tenuto nascosto con timore e gelosia, ma l’hanno fatto fruttificare, condividendolo, partecipandolo.

Sì, ciò che Cristo ci ha donato si moltiplica donandolo! E’ un tesoro fatto per essere speso, investito, condiviso con tutti, come ci insegna quel grande amministratore dei talenti di Gesù che è l’apostolo Paolo.

L’insegnamento evangelico, che oggi la liturgia ci offre, ha inciso anche sul piano storico-sociale, promuovendo nelle popolazioni cristiane una mentalità attiva e intraprendente. Ma il messaggio centrale riguarda lo spirito di responsabilità con cui accogliere il Regno di Dio: responsabilità verso Dio e verso l’umanità. Incarna perfettamente quest’atteggiamento del cuore la Vergine Maria che, ricevendo il più prezioso tra i doni, Gesù stesso, lo ha offerto al mondo con immenso amore. A Lei chiediamo di aiutarci ad essere "servi buoni e fedeli", perché possiamo prendere parte un giorno "alla gioia del nostro Signore".

DOPO L’ANGELUS

Venerdì prossimo, 21 novembre, nella memoria liturgica della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, ricorrerà la Giornata pro Orantibus, per le comunità religiose di clausura. Ringraziamo il Signore per le sorelle e i fratelli che hanno abbracciato questa missione dedicandosi totalmente alla preghiera e vivono di quanto ricevono dalla Provvidenza. Preghiamo a nostra volta per loro e per le nuove vocazioni, e impegniamoci a sostenere i monasteri nelle necessità materiali. Care sorelle e cari fratelli, la vostra presenza nella Chiesa e nel mondo è indispensabile. Vi sono vicino e vi benedico con grande affetto!

Nell’Arcidiocesi di Milano e nelle altre comunità di Rito Ambrosiano inizia in questa domenica il Tempo di Avvento. Nel rivolgere ad esse un particolare saluto, desidero ricordare che proprio oggi entra in vigore il Nuovo Lezionario Ambrosiano, cioè la raccolta, rinnovata alla luce del Concilio Vaticano II, delle Letture bibliche di quell’antico e nobile ordinamento liturgico. E’ significativo che ciò avvenga all’indomani dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata alla Parola di Dio. Possa la Chiesa Ambrosiana, nutrita con sapienza e abbondanza delle Sacre Scritture, camminare sempre nella verità e nella carità e rendere valida testimonianza a Cristo, Parola di salvezza per l’umanità di tutti i tempi.

Je suis heureux de vous saluer, chers pèlerins francophones rassemblés pour l’Angélus. Avec saint Paul, nous implorons le Seigneur afin d’être vigilant dans la confiance et dans l’Amour, pour attendre sa venue. Que son Esprit nous donne prudence et intelligence, sagesse et force, charité, joie et paix pour faire fructifier les talents que nous avons reçus. Soyons des témoins audacieux et n’ayons pas peur de partager sans compter les dons que Dieu nous a confiés. Avec ma Bénédiction Apostolique.

I extend warm greetings to all the English-speaking pilgrims and visitors present at today’s Angelus. May your time in Rome be filled with divine blessings of joy and peace. On this third Sunday of November, we remember in a special way all those who have died as a result of traffic accidents. We pray for their eternal rest and for the consolation of their families who grieve their loss. Dear brothers and sisters, I implore everyone - drivers, passengers and pedestrians - to heed carefully the words of Saint Paul in the Liturgy of the Word today: "stay sober and alert". Our behavior on the roads should be characterized by responsibility, consideration and a respect for others. May the Virgin Mary lead us safely along streets and highways throughout the world.

Ein herzliches „Grüß Gott" sage ich allen Pilgern und Besuchern deutscher Sprache. Im Evangelium des heutigen Sonntags spricht Jesus von den Talenten, welche die Diener „aktiv" verwalten und nutzen sollen. Sie haben das anvertraute Gut mutig einzusetzen, damit es für den Herrn Ertrag bringt. Das Gleichnis erinnert uns daran, daß unser Leben, die Gesundheit, unsere Kräfte und Begabungen uns gewissermaßen nur geliehen sind, und zwar nicht als stilles Guthaben, sondern als Aufgabe, um Gottes Liebe in dieser Welt sichtbar und nachvollziehbar zu machen. Bei diesem Einsatz leite euch Gottes Geist!

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana y a aquellos que se unen a la misma a través de la radio y la televisión. Os invito a hacer fructificar los dones que el Señor ha derramado generosamente en vuestros corazones, acogiendo el designio salvador de Dios en vuestra vida personal, familiar y social. Que a ello os ayude la maternal intercesión de la Santísima Virgen María, fiel discípula de su Hijo. ¡Feliz Domingo!

Srdečne pozdravujem pútnikov zo Slovenska, osobitne z farnosti svätého Mikuláša v Bratislave – Podunajských Biskupiciach. Bratia a sestry, prajem vám požehnaný pobyt v Ríme. S láskou žehnám vás a vaše rodiny vo vlasti. Pochválený buď Ježiš Kristus!

[Saluto cordialmente i pellegrini provenienti dalla Slovacchia, particolarmente dalla Parrocchia di San Nicola a Bratislava-Podunajské Biskupice. Fratelli e sorelle, vi auguro un buon soggiorno a Roma. Con affetto benedico voi e le vostre famiglie in Patria. Sia lodato Gesù Cristo!]

Pozdrawiam wszystkich Polaków. Dzisiejsza liturgia przypomina, że Bóg Stwórca dał każdemu i każdej z nas tyle talentów, ile potrzeba do godziwego życia, do czynnej miłości braci i do wzrastania w świętości. Jesteśmy wezwani do korzystania z tego dobra i do pomnażania go w świecie, w którym żyjemy. Niech w tym dziele towarzyszy nam Boże błogosławieństwo.

[Saluto tutti i polacchi. La liturgia odierna ci ricorda che Dio Creatore ha dato a ognuno e ognuna di noi tanti talenti quanti sono necessari per una vita dignitosa, per l’attivo amore dei fratelli, per la crescita nella santità. Siamo chiamati ad adoperare questi beni e a farli fruttificare nel mondo in cui viviamo. In quest’opera ci accompagni la benedizione di Dio.]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Chieti, Montesilvano, Porto Sant’Elpidio, Avezzano, Napoli, Altamura e Piscopio. A tutti auguro una buona domenica.

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sabato 15 novembre 2008

Il Papa: "Ogni essere umano ha valore in se stesso, perché creato ad immagine di Dio". Non cedere all'accanimento terapeutico e allo sperimentalismo


Vedi anche:

Il Papa: i bambini malati siano oggetto di rispetto, tenerezza e solidarietà (Radio Vaticana)

Bambini malati gravi, appello del Papa: "Equilibrio tra insistenza e desistenza"

UDIENZA AI PARTECIPANTI ALLA XXIII CONFERENZA INTERNAZIONALE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER GLI OPERATORI SANITARI (PER LA PASTORALE DELLA SALUTE), 15.11.2008

Alle ore 11.30 di questa mattina, nella Sala Clementina, il Santo Padre riceve in Udienza i partecipanti alla XXIII Conferenza Internazionale promossa dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (per la Pastorale della Salute) sul tema: "La Pastorale nella cura dei bambini malati", che si è tenuta in Vaticano dal 13 al 15 novembre 2008.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti nel corso dell’Udienza:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Cardinale,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
illustri Professori,
cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di incontrarvi, in occasione dell’annuale Conferenza Internazionale organizzata del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, giunta alla sua 23.ma edizione. Saluto cordialmente il Cardinale Javier Lozano Barragán, Presidente del Dicastero, e lo ringrazio per le cortesi parole che mi ha rivolto a nome vostro. Estendo la mia riconoscenza al Segretario, ai collaboratori di codesto Pontificio Consiglio, ai relatori, alle autorità accademiche, alle personalità, ai responsabili degli Istituti di cura, agli operatori sanitari e a coloro che hanno offerto la loro collaborazione partecipando in vario modo alla realizzazione del Convegno, che quest’anno ha come tema: "La pastorale nella cura dei bambini malati". Sono certo che questi giorni di riflessione e confronto su un tema tanto attuale contribuiranno a sensibilizzare la pubblica opinione sul dovere di riservare ai bambini tutte le attenzioni necessarie per il loro armonico sviluppo fisico e spirituale. Se questo vale per tutti i bambini, ancor più ha valore per quelli ammalati e bisognosi di cure mediche speciali.

Il tema della vostra Conferenza, che oggi si chiude, grazie all’apporto di esperti di fama mondiale, e di persone direttamente a contatto con l’infanzia in difficoltà, vi ha permesso di evidenziare la situazione difficile in cui continua a trovarsi un numero assai considerevole di bambini in vaste regioni della terra, e di prospettare quali siano gli interventi necessari, anzi urgenti, per venire in loro aiuto. Notevoli certamente sono stati i progressi della medicina negli ultimi cinquant’anni: essi hanno portato a una considerevole riduzione della mortalità infantile, anche se resta ancora molto da fare in questa prospettiva. Basti ricordare, come voi avete fatto notare, che ogni anno muoiono 4 milioni di neonati con meno di 26 giorni di vita.

In questo contesto, la cura del bambino malato rappresenta un argomento che non può non suscitare l’attento interesse di quanti si dedicano alla pastorale della salute. Un’accurata analisi dell’attuale stato delle cose è indispensabile per intraprendere, o continuare, una decisa azione tesa a prevenire per quanto possibile le malattie e, quando esse sono in atto, a curare i piccoli ammalati mediante i più moderni ritrovati della scienza medica, come pure a promuovere migliori condizioni igienico-sanitarie soprattutto nei Paesi meno fortunati. La sfida è oggi scongiurare l’insorgenza di non poche patologie una volta tipiche dell’infanzia e, complessivamente, favorire la crescita, lo sviluppo e il mantenimento di un conveniente stato di salute per tutti i bambini.

In questa vasta azione sono tutti coinvolti: famiglie, medici e operatori sociali e sanitari.

La ricerca medica si trova talora di fronte a scelte difficili quando si tratta, ad esempio, di raggiungere un giusto equilibrio tra insistenza e desistenza terapeutica per assicurare quei trattamenti adeguati ai reali bisogni dei piccoli pazienti, senza cedere alla tentazione dello sperimentalismo. Non è superfluo ricordare che al centro di ogni intervento medico deve esserci sempre il conseguimento del vero bene del bambino, considerato nella sua dignità di soggetto umano con pieni diritti.

Di lui pertanto occorre prendersi cura sempre con amore, per aiutarlo ad affrontare la sofferenza e la malattia, anche prima della nascita, nella misura adeguata alla sua situazione.

Tenendo poi conto dell’impatto emotivo, dovuto alla malattia e ai trattamenti a cui il bambino viene sottoposto, che non raramente risultano particolarmente invasivi, è importante assicurargli una comunicazione costante con i familiari. Se gli operatori sanitari, medici e infermieri, sentono il peso della sofferenza dei piccoli pazienti che assistono, si può ben immaginare quanto più forte sia il dolore vissuto dai genitori! L’aspetto sanitario e quello umano non vanno mai dissociati, ed ogni struttura assistenziale e sanitaria, soprattutto se animata da genuino spirito cristiano, ha il dovere di offrire il meglio della competenza e dell’umanità. Il malato, in modo speciale il bambino, comprende particolarmente il linguaggio della tenerezza e dell’amore, espresso attraverso un servizio premuroso, paziente e generoso, animato nei credenti dal desiderio di manifestare la stessa predilezione che Gesù nutriva per i piccoli.

"Maxima debetur puero reverentia" (Giovenale, Satira XIV, v. 479): già gli antichi riconoscevano l’importanza di rispettare il bambino, dono e bene prezioso per la società, al quale va riconosciuta quella dignità umana, che pienamente possiede già da quando, non ancora nato, si trova nel grembo materno.

Ogni essere umano ha valore in se stesso, perché creato ad immagine di Dio, ai cui occhi è tanto più prezioso, quanto più appare debole allo sguardo dell’uomo. Con quanto amore va allora accolto anche un bambino non ancora nato e già affetto da patologie mediche!

"Sinite parvulos venire ad me": dice Gesù nel Vangelo (cfr Mc, 10, 14), mostrandoci quale debba essere l’atteggiamento di rispetto e di accoglienza con cui accudire ogni fanciullo, specialmente quando è debole e in difficoltà, quando soffre ed è indifeso. Penso soprattutto ai piccoli orfani o abbandonati a causa della miseria e della disgregazione familiare; penso ai fanciulli vittime innocenti dell’AIDS o della guerra e dei tanti conflitti armati in atto in diverse parti del mondo; penso all’infanzia che muore a causa della miseria, della siccità e della fame. La Chiesa non dimentica questi suoi figli più piccoli e se, da un lato, plaude alle iniziative delle Nazioni più ricche per migliorare le condizioni del loro sviluppo, dall’altro, avverte con forza il dovere di invitare a prestare un’attenzione maggiore a questi nostri fratelli, perché grazie alla nostra corale solidarietà possano guardare alla vita con fiducia e speranza.

Cari fratelli e sorelle, mentre formulo l’auspicio che tante condizioni di squilibrio, ancora esistenti, vengano al più presto sanate con interventi risolutivi a favore di questi nostri fratelli più piccoli, esprimo vivo apprezzamento per coloro che impegnano energie personali e risorse materiali al loro servizio. Con particolare riconoscenza penso al nostro Ospedale del Bambin Gesù ed alle numerose associazioni ed istituzioni socio-sanitarie cattoliche, le quali, seguendo l’esempio di Gesù Cristo Buon Samaritano, e animate dalla sua carità, prestano sostegno e sollievo umano, morale e spirituale a tanti bambini sofferenti, amati da Dio con singolare predilezione. La Vergine Santa, Madre di ogni uomo, vegli sui fanciulli malati e protegga quanti si prodigano nel curarli con premura umana e spirito evangelico. Con tali sentimenti, esprimendo sincero apprezzamento per il lavoro di sensibilizzazione compiuto in questa Conferenza internazionale, assicuro un costante ricordo nella preghiera ed imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

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Il Papa: "Mai si dirà abbastanza di quanto la Chiesa riconosca, apprezzi e valorizzi la partecipazione delle donne alla sua missione..."


Vedi anche:

Sempre più urgente l'azione apostolica del laicato cattolico nella Chiesa e nel mondo: così il Papa al Pontificio Consiglio per i laici (Radio V.)

UDIENZA AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI, 15.11.2008

Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti alla XXIII Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici e rivolge loro il discorso che pubblichiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di incontrare oggi tutti voi, Membri e Consultori del Pontificio Consiglio per i Laici, riuniti in Assemblea Plenaria. Saluto il Signor Cardinale Stanisław Ryłko e Mons. Josef Clemens, Presidente e Segretario del Dicastero, e insieme con loro gli altri Prelati presenti. Un benvenuto speciale rivolgo ai fedeli laici provenienti da diverse esperienze apostoliche e vari contesti sociali e culturali. Il tema scelto per la vostra Assemblea - "A vent’anni dalla Christifideles laici: memoria, sviluppo, nuove sfide e compiti" – ci introduce direttamente nel servizio che il vostro Dicastero è chiamato ad offrire alla Chiesa per il bene dei fedeli laici del mondo intero.

L’Esortazione apostolica Christifideles laici, definita la magna charta del laicato cattolico nel nostro tempo, è il frutto maturo delle riflessioni e degli scambi di esperienze e di proposte della VII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che ebbe luogo nel mese di ottobre del 1987 sul tema "Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo". Si tratta di una rivisitazione organica degli insegnamenti del Concilio Vaticano II riguardanti i laici – la loro dignità di battezzati, la vocazione alla santità, l’appartenenza alla comunione ecclesiale, la partecipazione all’edificazione delle comunità cristiane e alla missione della Chiesa, la testimonianza in tutti gli ambienti sociali e l’impegno a servizio della persona per la sua crescita integrale e per il bene comune della società –, temi presenti soprattutto nelle Costituzioni Lumen gentium e Gaudium et spes, come anche nel Decreto Apostolicam actuositatem.

Mentre riprende gli insegnamenti del Concilio, la Christifideles laici orienta il discernimento, l’approfondimento e l’orientamento dell’impegno laicale nella Chiesa fronte ai mutamenti sociali di questi anni. Si è sviluppata in molte Chiese particolari la partecipazione dei laici grazie ai consigli pastorali, diocesani e parrocchiali, rivelandosi molto positiva in quando animata da un autentico sensus Ecclesiae. La viva consapevolezza della dimensione carismatica della Chiesa ha portato ad apprezzare e valorizzare sia i carismi più semplici che la Provvidenza di Dio dispensa alle persone, sia quelli che apportano grande fecondità spirituale, educativa e missionaria. Non a caso, il Documento riconosce e incoraggia la "nuova stagione aggregativa dei fedeli laici", segno della "ricchezza e della versatilità delle risorse che lo Spirito alimenta nel tessuto ecclesiale" (n. 29), indicando quei "criteri di ecclesialità" che sono necessari, da una parte, al discernimento dei Pastori e, dall’altra, alla crescita della vita delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità. A questo riguardo desidero ringraziare il Pontificio Consiglio per i Laici, in modo tutto speciale, per il lavoro compiuto durante gli scorsi decenni nell’accogliere, accompagnare, discernere, riconoscere e incoraggiare queste realtà ecclesiali, favorendo l’approfondimento della loro identità cattolica, aiutandole a inserirsi più pienamente nella grande tradizione e nel tessuto vivo della Chiesa, e assecondando il loro sviluppo missionario.

Parlare del laicato cattolico significa riferirsi a innumerevoli persone battezzate, impegnate in molteplici e svariate situazioni per crescere come discepoli e testimoni del Signore e riscoprire e sperimentare la bellezza della verità e la gioia di essere cristiani. L’attuale condizione culturale e sociale rende ancora più urgente questa azione apostolica per condividere a piene mani il tesoro di grazia e di santità, di carità, dottrina, cultura e opere, di cui è composto il flusso della tradizione cattolica. Le nuove generazioni sono non solo destinatarie preferenziali di questa trasmissione e condivisione, ma anche soggetti che attendono nel proprio cuore proposte di verità e di felicità per poterne rendere testimonianza cristiana, come già accade in modo mirabile. Ne sono stato, io stesso, nuovamente testimone a Sydney, nella recente Giornata Mondiale della Gioventù. E perciò incoraggio il Pontificio Consiglio per i Laici a proseguire l’opera di questo provvidenziale pellegrinaggio globale dei giovani nel nome di Cristo, e ad adoperarsi per la promozione, ovunque, di un’autentica educazione e pastorale giovanile.

Conosco anche il vostro impegno in merito a questioni di speciale rilevanza, com’è quella della dignità e partecipazione delle donne nella vita della Chiesa e della società.
Ho avuto già occasione di apprezzare il Convegno da voi promosso a vent’anni dalla promulgazione della Lettera apostolica Mulieris dignitatem, sul tema "Donna e uomo, l’humanum nella sua interezza". L’uomo e la donna, uguali in dignità, sono chiamati ad arricchirsi vicendevolmente in comunione e collaborazione, non solo nel matrimonio e nella famiglia, ma anche nella società in tutte le sue dimensioni. Alle donne cristiane si richiedono consapevolezza e coraggio per affrontare compiti esigenti, per i quali tuttavia non manca loro il sostegno di una spiccata propensione alla santità, di una speciale acutezza nel discernimento delle correnti culturali del nostro tempo, e della particolare passione nella cura dell’umano che le caratterizza.
Mai si dirà abbastanza di quanto la Chiesa riconosca, apprezzi e valorizzi la partecipazione delle donne alla sua missione di servizio alla diffusione del Vangelo.

Permettetemi, cari amici, un’ultima riflessione riguardante l’indole secolare che è caratteristica dei fedeli laici. Il mondo, nella trama della vita familiare, lavorativa, sociale, è luogo teologico, ambito e mezzo di realizzazione della loro vocazione e missione (cfr Christifideles laici, 15-17). Ogni ambiente, circostanza e attività in cui ci si attende che possa risplendere l’unità tra la fede e la vita è affidato alla responsabilità dei fedeli laici, mossi dal desiderio di comunicare il dono dell’incontro con Cristo e la certezza della dignità della persona umana. Ad essi spetta di farsi carico della testimonianza della carità specialmente con i più poveri, sofferenti e bisognosi, come anche di assumere ogni impegno cristiano volto a costruire condizioni di sempre maggiore giustizia e pace nella convivenza umana, così da aprire nuove frontiere al Vangelo! Chiedo dunque al Pontificio Consiglio per i Laici di seguire con diligente cura pastorale la formazione, la testimonianza e la collaborazione dei fedeli laici nelle più diverse situazioni in cui sono in gioco l’autentica qualità umana della vita nella società.

In particolar modo, ribadisco la necessità e l’urgenza della formazione evangelica e dell’accompagnamento pastorale di una nuova generazione di cattolici impegnati nella politica, che siano coerenti con la fede professata, che abbiano rigore morale, capacità di giudizio culturale, competenza professionale e passione di servizio per il bene comune.

Il lavoro nella grande vigna del Signore ha bisogno di christifideles laici che, come la Santissima Vergine Maria, dicano e vivano il "fiat" al disegno di Dio nella loro vita. Con questa prospettiva, vi ringrazio dunque del prezioso vostro apporto a così nobile causa e di cuore imparto a voi e ai vostri cari la Benedizione Apostolica.

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giovedì 13 novembre 2008

Il Papa: "E' necessario ridefinire il senso di una laicità che sottolinei la vera differenza e autonomia tra le diverse componenti della società..."


LE LETTERE CREDENZIALI DELL’AMBASCIATORE DELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO, 13.11.2008

Alle ore 11.30 di questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza S.E. il Sig. Sante Canducci, Ambasciatore della Repubblica di San Marino presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto al nuovo Ambasciatore, nonché i cenni biografici essenziali di S.E. il Sig. Sante Canducci:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Ambasciatore,

sono lieto di porgerLe il mio cordiale benvenuto, nel momento in cui ricevo dalle sue mani le Lettere commendatizie, con le quali Ella viene accreditato presso questa Sede Apostolica Ministro Straordinario e Plenipotenziario dell’antica ed illustre Repubblica di San Marino. Il mio primo e deferente pensiero va ai Serenissimi Capitani Reggenti, dei quali Ella diviene alto Rappresentante, e all’intera popolazione sammarinese, da sempre cara al Successore di Pietro. In effetti, la Repubblica del Titano, sin dal suo nascere, ha intrattenuto con la Sede Apostolica serene e proficue relazioni, ufficialmente formalizzate nel 1926, con vincoli di reciproca e rispettosa interazione. Mi è pertanto gradito rinnovare l’espressione della mia vicinanza spirituale al Popolo che Ella da oggi è deputato a rappresentare, un Popolo piccolo per l’estensione del territorio dove risiede, ma degno di ogni attenzione e rispetto per la sua storia, ricca di tradizioni culturali e religiose.

Nel salutarLa con vivo piacere, vorrei ricordare con sincera gratitudine il suo benemerito predecessore, il Prof. Giovanni Galassi, che per lunghi anni ha svolto in modo encomiabile il ruolo di Rappresentante della Repubblica di San Marino e quello di Decano del Corpo Diplomatico qui accreditato. La sensibilità, il tatto umano e la competenza che hanno contraddistinto la sua attività gli hanno attirato la stima dei suoi colleghi diplomatici, ed hanno soprattutto contribuito a intensificare le già cordiali relazioni tra la Repubblica di San Marino e la Santa Sede. Sulla medesima scia sono certo che Ella proseguirà il lavoro già avviato, perché il consolidamento di proficui reciproci rapporti, oltre a favorire il dialogo e a facilitare l’intesa fra le autorità e la comunità cattolica di San Marino, risulterà utile anche per una comune azione a favore della solidarietà e della pace in Europa e nel mondo.

Ogni Nazione ed ogni Istituzione, grande o piccola che sia, è chiamata oggi ad operare attivamente per costruire una comunità internazionale poggiante su condivisi valori umani e spirituali. A questo progetto di portata mondiale la Repubblica di San Marino non farà certo mancare il suo contributo, mettendo a disposizione di tutti l’esperienza di un passato ricco di storia e di cultura, in cui primeggia la tutela della famiglia, cellula fondamentale di ogni comunità.

Quella che è conosciuta come lo Sperone del Titano è terra segnata da una peculiare identità, che si inserisce nella ricchezza culturale e spirituale della Penisola italiana. Punto qualificante di tale identità è l’antico patrimonio di valori che trae linfa in gran parte dalla fede cristiana, la quale ha impregnato la vita e la storia della gente e delle istituzioni sammarinesi.
Giustamente pertanto Ella ha evocato nelle sue parole queste antiche radici, facendo riferimento anche alla visita compiuta dal mio venerato predecessore, Giovanni Paolo II, il 28 aprile 1982, tra l’entusiasmo del Popolo sammarinese. Esprimo di cuore l’auspicio che, nel solco di tali plurisecolari tradizioni culturali e spirituali, e proseguendo lo sforzo dispiegato sino ad oggi da tante persone di buona volontà, l’attuale comunità civile e religiosa di San Marino sappia scrivere insieme una nuova pagina di progresso e di civiltà, riconoscendo il ruolo indispensabile che ogni famiglia è chiamata a svolgere nella formazione delle nuove generazioni come luogo di educazione alla pace.

Valorizzare l’eredità greco-romana, arricchita dall’incontro con il cristianesimo, costituisce pertanto una indubbia opportunità offerta anche alla Repubblica di San Marino per contribuire a rendere l’Europa terra di dialogo e "casa comune" di nazioni con le loro specifiche peculiarità culturali e religiose.

Sono certamente mutate le condizioni ambientali e sociali in cui noi oggi viviamo; inalterato però resta l’obbiettivo ultimo di ogni quotidiano nostro impegno personale e comunitario: la ricerca dell’autentico benessere della persona, e la costruzione di una società aperta all’accoglienza e attenta alle reali esigenze di tutti. L’insieme unitario di valori e di leggi, il comune "alfabeto" spirituale che ha reso possibile nei secoli scorsi ai nostri popoli di scrivere nobili pagine di storia civile e religiosa, rappresenta una preziosa eredità da non disperdere, un patrimonio da incrementare con l’apporto delle moderne scoperte della scienza, della tecnica e della comunicazione, poste al servizio del vero bene dell’uomo.

Signor Ambasciatore, la Santa Sede rinnova l’attestazione della sua piena disponibilità a collaborare per perseguire tali condivisi obiettivi, consapevole com’è della necessità, per una così vasta impresa, della cooperazione di tutti: a livello locale, nazionale ed internazionale, si richiede l’apporto di ognuno nel proprio ambito e con il proprio specifico compito, sempre nel reciproco rispetto e in costante dialogo.

Sono queste le condizioni di quella laicità "sana" che è indispensabile per costruire una società dove convivano pacificamente tradizioni, culture e religioni diverse. Separare infatti totalmente la vita pubblica da ogni valore delle tradizioni, significherebbe introdursi in una strada cieca e senza uscita.

Ecco perché è necessario ridefinire il senso di una laicità che sottolinei la vera differenza e autonomia tra le diverse componenti della società, ma che conservi anche le specifiche competenze in un contesto di comune responsabilità. Certamente questa "sana" laicità dello Stato comporta che ogni realtà temporale si regga secondo proprie norme, le quali tuttavia non devono trascurare le fondamentali istanze etiche il cui fondamento risiede nella natura stessa dell’uomo, e che, proprio per questo, rinviano in ultima analisi al Creatore.

Quando la Chiesa cattolica, attraverso i suoi legittimi Pastori, fa appello al valore che taluni fondamentali principi etici, radicati nell’eredità cristiana dell’Europa, rivestono per la vita privata, ed ancor più per quella pubblica, è mossa unicamente dal desiderio di garantire e promuovere la inviolabile dignità della persona e l’autentico bene della società.

Signor Ambasciatore, ecco i sentimenti che mi sorgono spontanei nell’animo in questo momento. Mentre La ringrazio per le sue gentili parole e Le assicuro la piena disponibilità dei miei Collaboratori, formulo l’augurio che Ella possa assolvere al meglio la Sua alta missione. Ai Serenissimi Capitani Reggenti e al Popolo dell’amata Repubblica di San Marino, che Ella qui rappresenta, rinnovo con affetto il mio saluto avvalorato dalla preghiera, affinché Iddio protegga e benedica sempre tutti e ciascuno.

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mercoledì 12 novembre 2008

Il Papa: "Maranà, thà! Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi che tu conosci. Vieni dove c'è ingiustizia e violenza..."


(Caravaggio, "Conversione di Saulo", dipinto detto anche "Pala Odescalchi")

CICLO DI CATECHESI DEDICATE A SAN PAOLO APOSTOLO ED ALL'ANNO PAOLINO

GLI APOSTOLI NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO

ARTICOLI E COMMENTI SU SAN PAOLO APOSTOLO E L'ANNO PAOLINO

CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

Il Papa apre letteralmente il cuore davanti alla folla: indimenticabile la catechesi di oggi (Radio Vaticana)

Card. Tettamanzi: "Dal nuovo Lezionario Ambrosiano una vita più ricca di fede" (Osservatore Romano)

Il Papa: "Il Cristiano non vuole la fine del mondo, ma la fine dell’ingiustizia" (Asianews)

Il Papa all'udienza: "In un momento in cui c’è tanta paura del futuro il cristiano sa che la luce di Cristo è più forte" (Sir)

Al termine della catechesi il Papa ha lanciato "a braccio" accorati appelli per la pace ed i profughi

L’UDIENZA GENERALE, 12.11.2008

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, continuando il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulla sua predicazione riguardo alla seconda venuta del Signore.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Papa ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

San Paolo - XII: La dottrina della "parusia" (secondo ritorno di Cristo) nel pensiero di Paolo

Cari fratelli e sorelle,

il tema della risurrezione, sul quale ci siamo soffermati la scorsa settimana, apre una nuova prospettiva, quella dell'attesa del ritorno del Signore, e perciò ci porta a riflettere sul rapporto tra il tempo presente, tempo della Chiesa e del Regno di Cristo, e il futuro (éschaton) che ci attende, quando Cristo consegnerà il Regno al Padre (cfr 1 Cor 15,24).

Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti.

Probabilmente nell’anno 52 san Paolo ha scritto la prima delle sue lettere, la prima Lettera ai Tessalonicesi, dove parla di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia, avvento, nuova e definitiva e manifesta presenza (cfr 4,13-18).
Ai Tessalonicesi, che hanno i loro dubbi e i loro problemi, l'Apostolo scrive così: “Se infatti crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti” (4,14).
E continua: “Prima risorgeranno i morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così saremo sempre con il Signore” (4,16-17).
Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però un messaggio semplice e profondo: alla fine saremo sempre con il Signore. E’ questo, al di là delle immagini, il messaggio essenziale: il nostro futuro è “essere con il Signore”; in quanto credenti, nella nostra vita noi siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vità eterna, è già cominciata.

Nella seconda Lettera ai Tessalonicesi Paolo cambia la prospettiva; parla di eventi negativi, che dovranno precedere quello finale e conclusivo. Non bisogna lasciarsi ingannare – dice – come se il giorno del Signore fosse davvero imminente, secondo un calcolo cronologico: “Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo!” (2,1-3).

Il prosieguo di questo testo annuncia che prima dell’arrivo del Signore vi sarà l'apostasia e dovrà essere rivelato un non meglio identificato ‘uomo iniquo’, il ‘figlio della perdizione’ (2,3), che la tradizione chiamerà poi l’Anticristo.

Ma l’intenzione di questa Lettera di san Paolo è innanzitutto pratica; egli scrive: “Quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni tra di voi vivono una vita disordina, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità” (3, 10-12). In altre parole, l’attesa della parusia di Gesù non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire in questo mondo. Proprio così cresce la nostra responsabilità di lavorare in e per questo mondo. Vedremo la stessa cosa domenica prossima nel Vangelo dei talenti, dove il Signore ci dice che ha affidato talenti a tutti e il Giudice chiederà conto di essi dicendo: Avete portato frutto? Quindi l’attesa del ritorno implica responsabilità per questo mondo.

La stessa cosa e lo stesso nesso tra parusia – ritorno del Giudice/Salvatore – e impegno nostro nella nostra vita appare in un altro contesto e con nuovi aspetti nella Lettera ai Filippesi. Paolo è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di condanna a morte. In questa situazione pensa al suo futuro essere con il Signore, ma pensa anche alla comunità di Filippi che ha bisogno del proprio padre, di Paolo, e scrive: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, affinchè il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno tra voi” (1, 21-26).
Paolo non ha paura della morte, al contrario: essa indica infatti il completo essere con Cristo. Ma Paolo partecipa anche dei sentimenti di Cristo, il quale non ha vissuto per se, ma per noi. Vivere per gli altri diventa il programma della sua vita e perciò dimostra la sua perfetta disponibilità alla volontà di Dio, a quel che Dio deciderà. È disponibile soprattutto, anche in futuro, a vivere su questa terra per gli altri, a vivere per Cristo, a vivere per la sua viva presenza e così per il rinnovamento del mondo. Vediamo che questo suo essere con Cristo crea una grande libertà interiore: libertà davanti alla minaccia della morte, ma libertà anche davanti a tutti gli impegni e le sofferenze della vita. È semplicemente disponibile per Dio e realmente libero.

E passiamo adesso, dopo avere esaminato i diversi aspetti dell'attesa della parusia del Cristo, a domandarci: quali sono gli atteggiamenti fondamentali del cristiano riguardo alla cose ultime: la morte, la fine del mondo? Il primo atteggiamento è la certezza che Gesù è risorto, è col Padre, e proprio così è con noi, per sempre. E nessuno è più forte di Cristo, perché Egli è col Padre, è con noi. Siamo perciò sicuri, liberati dalla paura. Questo era un effetto essenziale della predicazione cristiana. La paura degli spiriti, delle divinità era diffusa in tutto il mondo antico. E anche oggi i missionari, insieme con tanti elementi buoni delle religioni naturali, trovano la paura degli spiriti, dei poteri nefasti che ci minacciano. Cristo vive, ha vinto la morte e ha vinto tutti questi poteri. In questa certezza, in questa libertà, in questa gioia viviamo. Questo è il primo aspetto del nostro vivere riguardo al futuro.

In secondo luogo, la certezza che Cristo è con me. E come in Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà anche certezza della speranza. Il futuro non è un buio nel quale nessuno si orienta. Non è così. Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è buio, c'è tanta paura del futuro. Il cristiano sa che la luce di Cristo è più forte e perciò vive in una speranza non vaga, in una speranza che dà certezza e dà coraggio per affrontare il futuro.

Infine, il terzo atteggiamento. Il Giudice che ritorna — è giudice e salvatore insieme — ci ha lasciato l’impegno di vivere in questo mondo secondo il suo modo di vivere. Ci ha consegnato i suoi talenti.

Perciò il nostro terzo atteggiamento è: responsabilità per il mondo, per i fratelli davanti a Cristo, e nello stesso tempo anche certezza della sua misericordia. Ambedue le cose sono importanti. Non viviamo come se il bene e il male fossero uguali, perché Dio può essere solo misericordioso. Questo sarebbe un inganno. In realtà, viviamo in una grande responsabilità. Abbiamo i talenti, siamo incaricati di lavorare perché questo mondo si apra a Cristo, sia rinnovato.

Ma pur lavorando e sapendo nella nostra responsabilità che Dio è giudice vero, siamo anche sicuri che questo giudice è buono, conosciamo il suo volto, il volto del Cristo risorto, del Cristo crocifisso per noi. Perciò possiamo essere sicuri della sua bontà e andare avanti con grande coraggio.

Un ulteriore dato dell’insegnamento paolino riguardo all'escatologia è quello dell’universalità della chiamata alla fede, che riunisce Giudei e Gentili, cioè i pagani, come segno e anticipazione della realtà futura, per cui possiamo dire che noi sediamo già nei cieli con Gesù Cristo, ma per mostrare nei secoli futuri la ricchezza della grazia (cfr Ef 2,6s): il dopo diventa un prima per rendere evidente lo stato di incipiente realizzazione in cui viviamo. Ciò rende tollerabili le sofferenze del momento presente, che non sono comunque paragonabili alla gloria futura (cfr Rm 8,18). Si cammina nella fede e non in visione, e se anche sarebbe preferibile andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore, quel che conta in definitiva, dimorando nel corpo o esulando da esso, è che si sia graditi a Lui (cfr 2 Cor 5,7-9).

Infine, un ultimo punto che forse appare un po' difficile per noi. San Paolo alla conclusione della sua prima Lettera ai Corinzi ripete e mette in bocca anche ai Corinzi una preghiera nata nelle prime comunità cristiane dell'area palestinese: Maranà, thà! che letteralmente significa “Signore nostro, vieni!” (16,22).

Era la preghiera della prima cristianità, e anche l'ultimo libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse, si chiude con questa preghiera: “Signore, vieni!”.

Possiamo pregare anche noi così? Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga la nuova Gerusalemme, perchè venga il giudizio ultimo e il giudice, Cristo. Penso che se sinceramente non osiamo pregare così per molti motivi, tuttavia in un modo giusto e corretto anche noi possiamo dire, con la prima cristianità: “Vieni, Signore Gesù!”.

Certo, non vogliamo che adesso venga la fine del mondo. Ma, d'altra parte, vogliamo anche che finisca questo mondo ingiusto. Vogliamo anche noi che il mondo sia fondamentalmente cambiato, che incominci la civiltà dell'amore, che arrivi un mondo di giustizia, di pace, senza violenza, senza fame. Tutto questo vogliamo: e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza la presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente giusto e rinnovato.

E anche se in un altro modo, totalmente e in profondità, possiamo e dobbiamo dire anche noi, con grande urgenza e nelle circostanze del nostro tempo: Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi che tu conosci. Vieni dove c'è ingiustizia e violenza. Vieni nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in tanti parti del mondo. Vieni dove domina la droga. Vieni anche tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono solo per se stessi. Vieni dove tu sei sconosciuto. Vieni nel modo tuo e rinnova il mondo di oggi. Vieni anche nei nostri cuori, vieni e rinnova il nostro vivere, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire luce di Dio, presenza tua.

In questo senso preghiamo con san Paolo: Maranà, thà! “Vieni, Signore Gesù!”, e preghiamo perché Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi.

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domenica 9 novembre 2008

Il Papa ricorda la notte dei cristalli (Germania, 1938): "Ancora oggi provo dolore per quanto accadde in quella tragica circostanza"


IL PAPA E L'EBRAISMO: LO SPECIALE DEL BLOG

ANGELUS: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

IL PAPA RICORDA LA SHOAH: I VIDEO

Una precisazione: il Papa non ha parlato di "notte dei cristalli" perchè in Germania si preferisce l'espressione "Pogromnacht"

ARTICOLI

Mons. Bruguès a Norimberga: "Il dovere della memoria" (Osservatore Romano)

Card. Vallini: "La Notte dei cristalli punto di non ritorno verso la Shoah" (Osservatore Romano)

Il Papa e gli Ebrei: l'Angelus, la visita alla sinagoga di Colonia, la visita ad Auschwitz (Ambrogetti)

Politi elogia il Papa per il suo intervento sulla "notte dei cristalli" ma ne approfitta per attaccare Pio XII...

Il cardinale Montezemolo risponde al rabbino Di Segni: ingenerose ed immotivate le critiche a Benedetto XVI (Galeazzi)

Il Papa: «Mai più l’orrore dell’antisemitismo». L'apprezzamento del presidente delle Comunità Ebraiche Gattegna (Giansoldati)

Il card. Kasper: cattolici ed ebrei affrontino insieme le sfide della libertà, dei diritti umani e dello sviluppo (Radio Vaticana)

Benedetto XVI sulla sconvolgente violenza antisemita e sulla tragedia nel Congo (Zavattaro)

Sergio Minerbi (Ex ambasciatore israeliano alla Ue): "Ratzinger ha fermato il tentativo di cristianizzazione della Shoah tentato dal suo predecessore. La difesa di Pio XII? Atto dovuto"

Il Papa: mai più gli orrori della Shoah. La voce del dolore contro la dimenticanza (Casavola)

Cracovia, l'ultima sinagoga è deserta e nessuno più fa memoria di quella notte (Bobbio)

La condanna e il dolore di Benedetto XVI a settant'anni dalla «Notte dei cristalli» (Pinna)

Il Papa condanna la Shoah: "Mai più antisemitismo" (Galeazzi)

Il Papa ricorda la Notte dei Cristalli: «Un dolore ancora oggi» (Tornielli)

Il Papa: "Mai più l'orrore dell'antisemitismo" (Pinna)

Dramma povertà: l'aumento dei prezzi preoccupa il Santo Padre

Il Rabbino Rosen: "Le parole di Papa Ratzinger aiutano il rapporto con gli Ebrei". Dal Pontefice grande coerenza

Mai più l’orrore dell’antisemitismo nazista: all’Angelus, il Papa ricorda il 70.mo anniversario della “Notte dei Cristalli” (Radio Vaticana)

Congo, il Papa denuncia atrocità e rinnova appello alla pace

Il Papa: "Mai più si ripeta l'orrore dell'antisemitismo e della discriminazione". Appello per il Congo

Il Papa ricorda la notte dei cristalli: mai più simili orrori

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 09.11.2008

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del Suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i pellegrini e i fedeli convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

La liturgia ci fa celebrare oggi la Dedicazione della Basilica Lateranense, chiamata "madre e capo di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe".
In effetti, questa Basilica fu la prima ad essere costruita dopo l’editto dell’imperatore Costantino che, nel 313, concesse ai cristiani la libertà di praticare la loro religione.
Lo stesso imperatore donò al Papa Melchiade l’antico possedimento della famiglia dei Laterani e vi fece edificare la Basilica, il Battistero e il Patriarchio, cioè la residenza del Vescovo di Roma, dove i Papi abitarono fino al periodo avignonese. La dedicazione della Basilica fu celebrata dal Papa Silvestro verso il 324 e il tempio fu intitolato al Santissimo Salvatore; solo dopo il VI secolo vennero aggiunti i titoli dei Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, da cui la comune denominazione. Questa ricorrenza interessò dapprima la sola città di Roma; poi, a partire dal 1565, si estese a tutte le Chiese di rito romano. In tal modo, onorando l’edificio sacro, si intende esprimere amore e venerazione per la Chiesa romana che, come afferma sant’Ignazio di Antiochia, "presiede alla carità" dell’intera comunione cattolica (Ai Romani, 1, 1).

La Parola di Dio in questa solennità richiama una verità essenziale: il tempio di mattoni è simbolo della Chiesa viva, la comunità cristiana, che già gli Apostoli Pietro e Paolo, nelle loro lettere, intendevano come "edificio spirituale", costruito da Dio con le "pietre vive" che sono i cristiani, sopra l’unico fondamento che è Gesù Cristo, paragonato a sua volta alla "pietra angolare" (cfr 1 Cor 3,9-11.16-17; 1 Pt 2,4-8; Ef 2,20-22). "Fratelli, voi siete edificio di Dio", scrive san Paolo e aggiunge: "santo è il tempio di Dio, che siete voi" (1 Cor 3,9c.17). La bellezza e l’armonia delle chiese, destinate a rendere lode a Dio, invita anche noi esseri umani, limitati e peccatori, a convertirci per formare un "cosmo", una costruzione bene ordinata, in stretta comunione con Gesù, che è il vero Santo dei Santi. Ciò avviene in modo culminante nella liturgia eucaristica, in cui l’"ecclesìa", cioè la comunità dei battezzati, si ritrova unita per ascoltare la Parola di Dio e per nutrirsi del Corpo e Sangue di Cristo. Intorno a questa duplice mensa la Chiesa di pietre vive si edifica nella verità e nella carità e viene interiormente plasmata dallo Spirito Santo trasformandosi in ciò che riceve, conformandosi sempre più al suo Signore Gesù Cristo. Essa stessa, se vive nell’unità sincera e fraterna, diventa così sacrificio spirituale gradito a Dio.

Cari amici, la festa odierna celebra un mistero sempre attuale: che cioè Dio vuole edificarsi nel mondo un tempio spirituale, una comunità che lo adori in spirito e verità (cfr Gv 4,23-24). Ma questa ricorrenza ci ricorda anche l’importanza degli edifici materiali, in cui le comunità si raccolgono per celebrare le lodi di Dio. Ogni comunità ha pertanto il dovere di custodire con cura i propri edifici sacri, che costituiscono un prezioso patrimonio religioso e storico. Invochiamo perciò l’intercessione di Maria Santissima, affinché ci aiuti a diventare, come Lei, "casa di Dio", tempio vivo del suo amore.

DOPO L’ANGELUS

Ricorre quest’oggi il 70° anniversario di quel triste avvenimento, verificatosi nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1938, quando si scatenò in Germania la furia nazista contro gli ebrei. Furono attaccati e distrutti negozi, uffici, abitazioni e sinagoghe, furono anche uccise numerose persone, dando inizio alla sistematica e violenta persecuzione degli ebrei tedeschi, che si concluse nella Shoah.

Ancora oggi provo dolore per quanto accadde in quella tragica circostanza, la cui memoria deve servire a far sì che simili orrori non si ripetano mai più e che ci si impegni, a tutti i livelli, contro ogni forma di antisemitismo e di discriminazione, educando soprattutto le giovani generazioni al rispetto e all’accoglienza reciproca.

Invito, inoltre, a pregare per le vittime di allora e ad unirvi a me nel manifestare profonda solidarietà al mondo ebraico.


Continuano a giungere inquietanti notizie dalla regione del Nord-Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Sanguinosi scontri armati e sistematiche atrocità hanno provocato e stanno provocando numerose vittime tra i civili innocenti; distruzioni, saccheggi e violenze di ogni tipo hanno costretto altre decine di migliaia di persone ad abbandonare anche quel poco che avevano per sopravvivere. Si calcola che i profughi siano attualmente più di un milione e mezzo. A tutti e a ciascuno di loro desidero esprimere la mia particolare vicinanza, mentre incoraggio e benedico quanti si stanno adoperando per alleviare le loro sofferenze, tra i quali menziono in particolare gli operatori pastorali di quella Chiesa locale. Alle famiglie private dei loro cari giungano il mio cordoglio e l’assicurazione della mia preghiera di suffragio. Infine, rinnovo il mio fervido appello affinché tutti collaborino al ripristino della pace in quella terra da troppo tempo martoriata, nel rispetto della legalità e soprattutto della dignità di ogni persona.

Si celebra oggi in Italia la Giornata del Ringraziamento, che quest’anno ha per tema: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare". Unisco la mia voce a quella dei Vescovi italiani che, a partire da queste parole di Gesù, attirano l’attenzione sul grave e complesso problema della fame, reso più drammatico dall’aumento dei prezzi di alcuni alimenti di base. La Chiesa, mentre ripropone il principio etico fondamentale della destinazione universale dei beni, lo mette in pratica, sull’esempio del Signore Gesù, con molteplici iniziative di condivisione. Prego per il mondo rurale, specialmente per i piccoli coltivatori dei Paesi in via di sviluppo. Incoraggio e benedico quanti si impegnano perché a nessuno manchi un’alimentazione sana e adeguata: chi soccorre il povero soccorre Cristo stesso.

Je vous accueille avec joie, chers pèlerins francophones. Aujourd’hui, nous célébrons la Dédicace de la Basilique du Latran, Mère et Tête de toutes les églises de Rome et du monde. Nous demandons au Seigneur par l’intercession de Notre-Dame de nous aider à aimer et servir l’Église. Prions aussi Dieu, en ces jours de commémoration du 90ème anniversaire de la fin de la Première Guerre Mondiale, pour la paix dans le monde et pour tous ceux qui oeuvrent pour la justice et la fraternité entre les hommes. Avec ma Bénédiction Apostolique.

I greet the English-speaking visitors and pilgrims who are here today, especially the groups from Billingham in England, Heulen in the Netherlands and Los Angeles, California. Today we celebrate the dedication of the Lateran Basilica, the Mother Church of all the churches throughout the world. Let us rejoice in this great sign of our unity in faith and love, and let us resolve to become living stones, constantly growing into a holy Temple in the Lord. May God bless you all!

Gerne grüße ich alle Pilger und Besucher aus dem deutschen Sprachraum. Die Kirche begeht heute den Weihetag der Lateranbasilika, die als Kathedrale des Bischofs von Rom den Titel „Mutter und Haupt aller Kirchen" trägt. Dieses Fest erinnert uns daran, daß Gott selbst es ist, der Sein Volk zusammenruft und aus lebendigen Steinen Seine Kirche aufbaut. Heute jähren sich auch zum 70. Mal die schrecklichen Ereignisse im damaligen Deutschen Reich, als die jüdischen Mitbürger sowie ihre Einrichtungen und Gotteshäuser Ziel zerstörerischer und menschenverachtender Gewaltakte wurden. Im Gedenken an die Opfer bitten wir den Herrn um seinen Beistand, damit wir am Aufbau einer Gesellschaft mitwirken können, in der Menschen verschiedener Religionen und Volkszugehörigkeit in Frieden und Gerechtigkeit zusammenleben.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española presentes en esta oración mariana, en particular a los fieles de la Parroquia de la Virgen de la Paloma de Madrid. En la fiesta de la Dedicación de la Basílica de San Juan de Letrán, os invito a incrementar vuestro amor a la Iglesia, sintiendo el gozo de ser miembros vivos de ella y colaborando con generosidad en la misión evangelizadora que Jesucristo le confió. Feliz Domingo. Muchas gracias.

Od srca pozdravljam i blagoslivljam hrvatske hodočasnike, a posebno vjernike iz Novigrada. Danas, o blagdanu Posvete Lateranske Bazilike, pozivam vas da se kao živo kamenje, po otajstvenoj snazi sakramenata, ugrađujete u duhovni dom za sveto svećenstvo. Hvaljen Isus i Marija!

[Saluto e benedico di cuore i pellegrini croati, particolarmente i fedeli di Novigrad. Oggi, nella festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, vi invito ad edificarvi come pietre vive, per la forza misteriosa dei Sacramenti, in tempio spirituale per un santo sacerdozio. Siano lodati Gesù e Maria!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków. Dzisiaj przypada rocznica poświęcenia Bazyliki Laterańskiej, pierwszego co do godności Kościoła, który jest katedrą Biskupa Rzymu. To święto przypomina nam, źe my sami „jesteśmy świątynią Boga i źe Duch Boźy w nas mieszka" (por. 1 Kor 3,16). A skoro tak, niech nasze źycie będzie tego świadectwem. Niech Duch Święty was umacnia i prowadzi.

[Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Oggi ricorre l’anniversario della Dedicazione della Basilica Lateranense, la prima per dignità in quanto Cattedrale del Vescovo di Roma. Questa festa ci ricorda che noi stessi siamo tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr 1 Cor 3,16). E se è così, possa la nostra vita esserne una testimonianza. Vi auguro che lo Spirito Santo vi rafforzi e vi guidi.]

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i partecipanti al Convegno sull’Enciclica Spe salvi, come pure quanti hanno frequentato il corso di formazione sulla comunicazione sociale organizzato dalla CEI. Saluto inoltre l’Azione Cattolica della diocesi di Jesi, i fedeli provenienti da Bari, Correggio, Piacenza, Bologna e Monteveglio, e il Gruppo "Amici di Lourdes" di Cernusco sul Naviglio. A tutti auguro una buona domenica.

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sabato 8 novembre 2008

Il Papa: "La Santa Sede saluta gli sviluppi positivi nelle relazioni tra Taiwan e Cina continentale"


Vedi anche:

Il Papa all’ambasciatore della Repubblica di Cina in Taiwan: la Santa Sede plaude ai nuovi sviluppi nelle relazioni con Pechino (Radio Vaticana)

Il Papa accoglie positivamente "il recente sviluppo positivo nelle relazioni tra Taiwan e la Cina"

Il discorso di Benedetto XVI al nuovo Ambasciatore della Repubblica di Cina presso la Santa Sede

La Santa Sede saluta gli sviluppi positivi nelle relazioni tra Taiwan e Cina continentale

Benedetto XVI ha ricevuto nella mattina di sabato 8 novembre, alle ore 11, in solenne udienza, Sua Eccellenza il Signor Wang Larry Yu-yuan, nuovo Ambasciatore della Repubblica di Cina presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell'alto ufficio.
Sua Eccellenza l'Ambasciatore, rilevato alla sua residenza da un Gentiluomo di Sua Santità e da un Addetto di Anticamera, è giunto alle 10.45 al Cortile di San Damaso, nel Palazzo Apostolico Vaticano, ove un reparto della Guardia Svizzera Pontificia rendeva gli onori.
Al ripiano degli ascensori, Sua Eccellenza l'Ambasciatore era ricevuto da un Gentiluomo di Sua Santità e subito dopo saliva alla seconda Loggia, dove si trovavano ad attenderlo gli Addetti di Anticamera e i Sediari. Dalla seconda Loggia il corteo si dirigeva alla Sala Clementina, dove l'Ambasciatore veniva ricevuto dal prefetto della Casa Pontificia, l'arcivescovo James Michael Harvey, il quale lo introduceva alla presenza del Pontefice nella Biblioteca privata.
Dopo la presentazione delle Credenziali da parte dell'Ambasciatore avevano luogo lo scambio dei discorsi e, quindi, il colloquio privato.
Dopo l'udienza, nella Sala Clementina l'Ambasciatore prendeva congedo dal Prefetto della Casa Pontificia e si recava a far visita al cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato.
Alla fine del colloquio il Diplomatico discendeva nella Basilica Vaticana: ricevuto da una delegazione del Capitolo, si recava dapprima nella Cappella del Santissimo Sacramento per un breve atto di adorazione; passava poi a venerare l'immagine della Beatissima Vergine e, quindi, la tomba di San Pietro.
Al termine della visita l'Ambasciatore prendeva congedo dalla delegazione del Capitolo, quindi, alla Porta della Preghiera, prima di lasciare la Basilica, si congedava dai
dignitari che lo avevano accompagnato e faceva ritorno alla sua residenza.

Questa è una nostra traduzione italiana del discorso del Pontefice.

Eccellenza,

sono lieto di riceverla all'inizio della sua missione e di accettare le Lettere che la accreditano quale Ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica di Cina presso la Santa Sede.
La ringrazio per le cortesi parole che mi ha rivolto e per i saluti che mi trasmette da parte del Presidente Ma Ying-jeou. La prego di trasmettergli i miei cordiali buoni auspici per la sua recente elezione e l'assicurazione delle miei preghiere per lui, primo cattolico a essere eletto Presidente della Repubblica, e per tutti gli abitanti di Taiwan.
Il governo a Taipei ha un forte senso di appartenenza a una comunità globale, a una famiglia umana globale. Lo esprime in numerosi modi, non da ultimo attraverso la generosità con la quale offre aiuto e soccorso nelle emergenze alle nazioni più povere. A questo proposito, il suo Paese rende un contributo inestimabile all'edificazione di un mondo più stabile e sicuro. La Santa Sede è lieta di cooperare con tutti coloro che cercano di promuovere la pace, la prosperità e lo sviluppo e apprezza l'impegno della Repubblica di Cina per tale nobile causa.
Sebbene nella Repubblica di Cina i cattolici siano poco più dell'1% della popolazione, desiderano fare la loro parte nella costruzione di una società che sia umana, giusta e caratterizzata da un interesse autentico per l'assistenza dei membri più deboli della comunità. È parte della missione della Chiesa condividere il suo essere "esperta in umanità" con tutte le persone di buona volontà per contribuire al benessere della famiglia umana.
In maniera peculiare è nei campi dell'educazione, della sanità e dell'assistenza caritativa che essa offre questo contributo. Il fermo impegno del suo governo per la libertà di religione ha permesso alla Chiesa di svolgere la sua missione di amore e di servizio e di esprimersi apertamente attraverso il culto e l'annuncio del Vangelo. A nome di tutti i cattolici di Taiwan, desidero esprimere il mio apprezzamento per questa libertà di cui gode la Chiesa.
Grazie al loro "innato intuito spirituale" e alla loro "saggezza morale" (Ecclesia in Asia, n. 6) fra le popolazioni asiatiche ci sono grandi vitalità e capacità religiose. Quindi il terreno è particolarmente fertile perché il dialogo interreligioso possa attecchire e crescere. Gli asiatici continuano a dimostrare "una naturale apertura al reciproco arricchimento dei popoli, nella pluralità di religioni e di culture" (ibidem). Quanto è importante nel mondo di oggi che popoli diversi siano in grado di ascoltarsi in un clima di rispetto e dignità, consapevoli del fatto che la loro comune umanità è un vincolo molto più profondo dei mutamenti culturali che li dividono! Questa accresciuta comprensione reciproca offre un servizio molto necessario alla società in generale. Testimoniando chiaramente "quelle verità morali che essi hanno in comune con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, i gruppi religiosi eserciteranno un influsso positivo sulla più ampia cultura" (Discorso ai rappresentanti di altre religioni, Washington, 17 aprile 2008).
Un dialogo sincero e costruttivo è anche la chiave della soluzione dei conflitti che minacciano la stabilità del nostro mondo. A questo proposito, la Santa Sede saluta con favore i recenti sviluppi positivi nelle relazioni fra Taiwan e la Cina continentale. Infatti la Chiesa cattolica desidera promuovere soluzioni pacifiche a dispute di qualsiasi tipo "prestando attenzione e incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione" (Discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 18 aprile 2008). In tal modo, desidera sostenere gli sforzi di ogni governo per divenire "infaticabile operatore di pace e strenuo difensore della dignità della persona" (Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace, n. 16).
Eccellenza, l'assicuro dei miei buoni auspici e delle mie preghiere per il successo della missione diplomatica che comincia oggi. I vari organismi della Curia Romana saranno sempre pronti a offrire aiuto e sostegno nello svolgimento dei suoi compiti. Con sentimenti di sincera stima, invoco abbondanti benedizioni di Dio su di lei, sulla sua famiglia e su tutto il popolo di Taiwan.

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(©L'Osservatore Romano - 9 novembre 2008)

Il Papa all'ambasciatore della Lituania: "Frammentazione e confusione morale sono i rischi della società di oggi"


Il discorso di Benedetto XVI al nuovo Ambasciatore di Lituania presso la Santa Sede

Frammentazione e confusione morale sono i rischi della società di oggi

Benedetto XVI ha ricevuto nella mattina di venerdì 7 novembre, alle ore 11, in solenne udienza, Sua Eccellenza il Signor Vytautas Alisauskas, nuovo Ambasciatore della Repubblica di Lituania presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell'alto ufficio.
Sua Eccellenza l'Ambasciatore, rilevato alla sua residenza da un Gentiluomo di Sua Santità e da un Addetto di Anticamera, è giunto alle 10.45 al Cortile di San Damaso, nel Palazzo Apostolico Vaticano, ove un reparto della Guardia Svizzera Pontificia rendeva gli onori.
Al ripiano degli ascensori, Sua Eccellenza l'Ambasciatore era ricevuto da un Gentiluomo di Sua Santità e subito dopo saliva alla seconda Loggia, dove si trovavano ad attenderlo gli Addetti di Anticamera e i Sediari. Dalla seconda Loggia il corteo si dirigeva alla Sala Clementina, dove l'Ambasciatore veniva ricevuto dal prefetto della Casa Pontificia, l'arcivescovo James Michael Harvey, il quale lo introduceva alla presenza del Pontefice nella Biblioteca privata.
Dopo la presentazione delle Credenziali da parte dell'Ambasciatore avevano luogo lo scambio dei discorsi e, quindi, il colloquio privato.
Dopo l'udienza, nella Sala Clementina l'Ambasciatore prendeva congedo dal prefetto della Casa Pontificia e discendeva nella basilica Vaticana: ricevuto da una delegazione del Capitolo, si recava dapprima nella Cappella del Santissimo Sacramento per un breve atto di adorazione; passava poi a venerare l'immagine della Beatissima Vergine e, quindi, la tomba di San Pietro.
Al termine della visita l'Ambasciatore prendeva congedo dalla delegazione del Capitolo, quindi, alla Porta della Preghiera, prima di lasciare la basilica, si congedava dai dignitari che lo avevano accompagnato e faceva ritorno alla sua residenza
.

Questa è una nostra traduzione dall'inglese del discorso del Papa.

Eccellenza,

sono lieto di riceverla all'inizio della sua missione e di accettare le Lettere che la accreditano quale Ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica di Lituania presso la Santa Sede. La ringrazio per le sue cortesi parole e per i saluti che mi ha recato da parte del Presidente Valdas Adamkus. La prego di trasmettergli i miei deferenti buoni auspici e l'assicurazione delle mie preghiere per tutto l'amato popolo della vostra nazione.
Mi rincuorano in particolare le sue osservazioni sulla necessità dell'Europa moderna di attingere alla tradizione che fluisce dall'insegnamento del Vangelo. Il suo Paese ha una storia lunga e nobile che risale ai giorni di san Casimiro e ancora prima. Negli ultimi secoli, la fede ha sostenuto il popolo lituano in periodi di dominio e di oppressione stranieri e lo ha aiutato a mantenere e a consolidare la propria identità. Ora che la Repubblica ha riacquistato l'indipendenza, può offrire una testimonianza commovente dei valori che hanno permesso al suo popolo di sopravvivere a quegli anni difficili. Come sapeva per esperienza personale il mio predecessore Papa Giovanni Paolo ii, la fede condivisa è una fonte meravigliosa di forza e di unità nelle avversità. Le comunità vissute in tali circostanze acquisiscono una profonda convinzione del fatto che la felicità autentica si trova solo in Dio. Sanno che qualsiasi società che negail Creatore inevitabilmente comincia a perdere il senso della bellezza, della verità e della bontà della vita umana.
Tuttavia, come Lei, Eccellenza, ha osservato, nei Paesi dell'ex blocco orientale è ormai cresciuta una nuova generazione che non ha vissuto l'esperienza del governo totalitario e tende quindi a dare per scontata la libertà politica di cui gode. Di conseguenza, c'è il rischio che alcuni dei frutti maturati nei tempi difficili possano cominciare ad andare perduti. Lei, Eccellenza, comprende bene i pericoli insiti nella società di oggi, che, sebbene libera, soffre sempre più di frammentazione e confusione morale. In questo contesto, è di vitale importanza che la Lituania, così come tutta l'Europa, coltivi la memoria della storia che l'ha plasmata per preservare la propria identità autentica e quindi sopravvivere e prosperare nel mondo del xxi secolo.
È sia un paradosso sia una tragedia che in questa era di globalizzazione, quando le possibilità di comunicazione e di interazione con gli altri hanno raggiunto un livello che le generazioni precedenti non avrebbero quasi neanche potuto immaginare, così tante persone si sentano isolate e tagliate fuori. Ciò causa molti problemi sociali che non si possono risolvere soltanto sul piano politico, poiché anche le migliori strutture "funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini a una libera adesione all'ordinamento comunitario" (Spe salvi, n. 24). La Chiesa deve svolgere un ruolo importante in questo, attraverso il messaggio di speranza che proclama. Essa cerca di edificare una civiltà dell'amore, insegnando che "Dio è amore" ed esortando le persone di buona volontà a instaurare un rapporto amorevole con Lui. Poiché "dall'amore verso Dio consegue la partecipazione alla giustizia e alla bontà di Dio verso gli altri" (ibidem, n. 28), la pratica del cristianesimo conduce naturalmente alla solidarietà con i propri concittadini e, di fatto, con tutta la famiglia umana. Essa porta alla determinazione di servire il bene comune e di assumersi la responsabilità dei membri più deboli della società. Inoltre, frena il desiderio di accumulare ricchezza soltanto per se stessi. La nostra società deve superare l'attrazione per i beni materiali e concentrarsi invece su valori che promuovano veramente il bene della persona umana.
La Santa Sede ha a cuore i legami diplomatici con il suo Paese, caratterizzato da secoli di testimonianza cristiana. Cooperando possiamo contribuire a forgiare un'Europa in cui la priorità sia accordata alla difesa del matrimonio e della vita familiare, alla tutela della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale e alla promozione di sane pratiche etiche nella ricerca medica e scientifica, pratiche che rispettino veramente la dignità della persona umana. Possiamo promuovere una solidarietà valida con i poveri, i malati, i vulnerabili e quanti vivono ai margini della società. Questi valori toccheranno una corda in tutti coloro, specialmente i giovani, che cercano risposte al profondo interrogativo sul significato e sullo scopo della vita. Saranno in sintonia con quanti sono ansiosi di scoprire la verità che è così tanto spesso oscurata dai messaggi superficiali diffusi dalla società postmoderna. Faranno appello a tutti coloro che discernono abbastanza da rifiutare la visione del mondo basata sul relativismo e sul secolarismo e che invece aspirano a vivere in modo confacente alla nobiltà autentica dello spirito umano.
Eccellenza, prego affinché la missione diplomatica che comincia oggi rafforzi ulteriormente i vincoli di amicizia esistenti fra la Santa Sede e la Repubblica di Lituania. La assicuro del fatto che i vari organismi della Curia Romana saranno sempre pronti a offrirle aiuto nello svolgimento dei suoi doveri. Con i miei sinceri buoni auspici, invoco su di lei, sulla sua famiglia e su tutti i suoi concittadini benedizioni abbondanti di pace e di prosperità.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 8 novembre 2008)