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giovedì 31 gennaio 2008

La Chiesa incoraggia il progresso scientifico ma sente il dovere di illuminare le coscienze affinchè esso sia rispettoso di ogni essere umano


UDIENZA AI PARTECIPANTI ALLA SESSIONE PLENARIA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE , 31.01.2008

Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti alla Sessione Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
carissimi e fedeli Collaboratori!


E’ per me motivo di grande gioia incontrarvi in occasione della vostra Sessione Plenaria. Posso così parteciparvi i sentimenti di profonda riconoscenza e di cordiale apprezzamento che provo per il lavoro che il vostro Dicastero svolge al servizio del ministero di unità, affidato in special modo al Romano Pontefice. E’ un ministero che si esprime primariamente in funzione dell’unità di fede, poggiante sul "sacro deposito", di cui il Successore di Pietro è il primo custode e difensore (cfr Cost. ap. Pastor Bonus, 11).

Ringrazio il Signor Cardinale William Levada per i sentimenti che, a nome di tutti, ha espresso nel suo indirizzo e per il richiamo dei temi che sono stati oggetto di alcuni Documenti della vostra Congregazione in questi ultimi anni e delle tematiche che tuttora impegnano l’esame del Dicastero.

In particolare, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato l’anno scorso due Documenti importanti, che hanno offerto alcune precisazioni dottrinali su aspetti essenziali della dottrina sulla Chiesa e sull’Evangelizzazione.

Sono precisazioni necessarie per lo svolgimento corretto del dialogo ecumenico e del dialogo con le religioni e le culture del mondo. Il primo Documento porta il titolo "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa" e ripropone anche nelle formulazioni e nel linguaggio l’insegnamento del Concilio Vaticano II, in piena continuità con la dottrina della Tradizione cattolica.

Viene così confermato che l’una e unica Chiesa di Cristo ha la sua sussistenza, permanenza e stabilità nella Chiesa Cattolica e che pertanto l’unità, l’indivisibilità e l’indistruttibilità della Chiesa di Cristo non vengono annullate dalle separazioni e divisioni dei cristiani.

Accanto a questa precisazione dottrinale fondamentale, il Documento ripropone l’uso linguistico corretto di certe espressioni ecclesiologiche, che rischiano di essere fraintese, e richiama a tal fine l’attenzione sulla differenza che ancora permane tra le diverse Confessioni cristiane nei riguardi della comprensione dell’essere Chiesa, in senso propriamente teologico.

Ciò, lungi dall’impedire l’impegno ecumenico autentico, sarà di stimolo perché il confronto sulle questioni dottrinali avvenga sempre con realismo e piena consapevolezza degli aspetti che ancora separano le Confessioni cristiane, oltre che nel riconoscimento gioioso delle verità di fede comunemente professate e della necessità di pregare incessantemente per un cammino più solerte verso una maggiore e alla fine piena unità dei cristiani.

Coltivare una visione teologica che ritenesse l’unità e identità della Chiesa come sue doti "nascoste in Cristo", con la conseguenza che storicamente la Chiesa esisterebbe di fatto in molteplici configurazioni ecclesiali, riconciliabili soltanto in prospettiva escatologica, non potrebbe che generare un rallentamento e ultimamente la paralisi dell’ecumenismo stesso.

L’affermazione del Concilio Vaticano II che la vera Chiesa di Cristo "sussiste nella Chiesa cattolica" (Cost. dogm. Lumen gentium, 8) non riguarda soltanto il rapporto con le Chiese e comunità ecclesiali cristiane, ma si estende anche alla definizione dei rapporti con le religioni e le culture del mondo. Lo stesso Concilio Vaticano II nella Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa afferma che "questa unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato il compito di diffonderla a tutti gli uomini" (n. 1).

La "Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione" - l’altro Documento pubblicato dalla vostra Congregazione nel dicembre 2007 -, a fronte del rischio di un persistente relativismo religioso e culturale, ribadisce che la Chiesa, nel tempo del dialogo tra le religioni e le culture, non si dispensa dalla necessità dell’evangelizzazione e dell’attività missionaria verso i popoli, né cessa di chiedere agli uomini di accogliere la salvezza offerta a tutte le genti. Il riconoscimento di elementi di verità e bontà nelle religioni del mondo e della serietà dei loro sforzi religiosi, lo stesso colloquio e spirito di collaborazione con esse per la difesa e la promozione della dignità della persona e dei valori morali universali, non possono essere intesi come una limitazione del compito missionario della Chiesa, che la impegna ad annunciare incessantemente Cristo come la via, la verità e la vita (cfr Gv 14,6).

Vi invito inoltre, carissimi, a seguire con particolare attenzione i problemi difficili e complessi della bioetica. Le nuove tecnologie biomediche, infatti, interessano non soltanto alcuni medici e ricercatori specializzati, ma vengono divulgate attraverso i moderni mezzi di comunicazione sociale, provocando attese ed interrogativi in settori sempre più vasti della società. Il Magistero della Chiesa certamente non può e non deve intervenire su ogni novità della scienza, ma ha il compito di ribadire i grandi valori in gioco e di proporre ai fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà principi e orientamenti etico-morali per le nuove questioni importanti.

I due criteri fondamentali per il discernimento morale in questo campo sono a) il rispetto incondizionato dell’essere umano come persona, dal suo concepimento fino alla morte naturale, b) il rispetto dell’originalità della trasmissione della vita umana attraverso gli atti propri dei coniugi.

Dopo la pubblicazione nel 1987 dell’Istruzione Donum vitae, che aveva enunciato tali criteri, molti hanno criticato il Magistero della Chiesa, denunciandolo come se fosse un ostacolo alla scienza e al vero progresso dell’umanità.

Ma i nuovi problemi connessi, ad esempio, con il congelamento degli embrioni umani, con la riduzione embrionale, con la diagnosi pre-impiantatoria, con le ricerche sulle cellule staminali embrionali e con i tentativi di clonazione umana, mostrano chiaramente come, con la fecondazione artificiale extra-corporea, sia stata infranta la barriera posta a tutela della dignità umana. Quando esseri umani, nello stato più debole e più indifeso della loro esistenza, sono selezionati, abbandonati, uccisi o utilizzati quale puro "materiale biologico", come negare che essi siano trattati non più come un "qualcuno", ma come un "qualcosa", mettendo così in questione il concetto stesso di dignità dell’uomo?

Certamente la Chiesa apprezza e incoraggia il progresso delle scienze biomediche che aprono prospettive terapeutiche finora sconosciute, mediante, ad esempio, l’uso delle cellule staminali somatiche oppure mediante le terapie volte alla restituzione della fertilità o alla cura delle malattie genetiche.

Nel contempo essa sente il dovere di illuminare le coscienze di tutti, affinché il progresso scientifico sia veramente rispettoso di ogni essere umano, a cui va riconosciuta la dignità di persona, essendo creato ad immagine di Dio.

Lo studio su tali tematiche, che ha impegnato in special modo la vostra Assise in questi giorni, contribuirà certamente a promuovere la formazione della coscienza di tanti nostri fratelli, secondo quanto afferma il dettato del Concilio Vaticano II nella Dichiarazione Dignitatis Humanae: "I cristiani... nella formazione della loro coscienza devono considerare diligentemente la dottrina sacra e certa della Chiesa. Infatti per volontà di Cristo la Chiesa cattolica è maestra di verità, e il suo compito è di annunziare e di insegnare in modo autentico la verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare con la sua autorità i principi dell'ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana" (n. 14).

Nell’incoraggiarvi a proseguire nel vostro impegnativo ed importante lavoro, vi esprimo anche in questa circostanza la mia spirituale vicinanza, ed imparto di cuore a tutti voi, in pegno di affetto e di gratitudine, la Benedizione Apostolica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

lunedì 28 gennaio 2008

Benedetto XVI ai partecipanti a un colloquio interaccademico: "La scienza non diventi il criterio del bene"


"Nella nostra epoca nella quale lo sviluppo delle scienze attira e seduce per le possibilità che offre, è importante più che mai educare le coscienze dei nostri contemporanei affinché la scienza non diventi il criterio del bene e l'uomo sia rispettato come centro del creato".
Lo ha ribadito il Papa rivolgendosi ai membri delle Accademie Pontificie delle scienze e delle scienze sociali, delle Accademie delle scienze, delle scienze morali e politiche e dell'istituto cattolico di Parigi in occasione del colloquio sul tema "L'identità mutevole dell'individuo", ricevuti in udienza questa mattina, lunedì 28, nella sala dei Papi.


Pubblichiamo qui di seguito una nostra traduzione del discorso

Signori Cancellieri,
Eccellenze,
Cari Amici Accademici,
Signore e Signori
,

È con piacere che vi accolgo al termine del vostro Convegno che si conclude qui a Roma, dopo essersi svolto nell'Istituto di Francia, a Parigi, e che è stato dedicato al tema "L'Identità mutevole dell'individuo". Ringrazio prima di tutto il Principe Gabriel de Broglie per le parole di omaggio con le quali ha voluto introdurre il nostro incontro. Desidero parimenti salutare i membri di tutte le istituzioni sotto la cui egida è stato organizzato questo Convegno: la Pontificia Accademia delle Scienze, la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, l'Accademia delle Scienze Morali e Politiche, l'Accademia delle Scienze, l'Istituto Cattolico di Parigi. Sono lieto del fatto che, per la prima volta, una collaborazione interaccademica di tale natura si sia potuto instaurare, aprendo la via ad ampie ricerche pluridisciplinari sempre più feconde.
Mentre le scienze esatte, naturali e umane, hanno fatto prodigiosi progressi nella conoscenza dell'uomo e del suo universo, grande è la tentazione di voler circoscrivere completamente l'identità dell'essere umano e di chiuderlo nel sapere che ne può derivare. Per non intraprendere questa via, è importante dare voce alla ricerca antropologica, filosofica e teologica, che permette di far apparire e mantenere nell'uomo il suo mistero, poiché nessuna scienza può dire chi è l'uomo, da dove viene e dove va.
La scienza dell'uomo diviene dunque la più necessaria di tutte le scienze. È il concetto espresso da Giovanni Paolo II nell'Enciclica Fides et ratio: "Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l'interiorità dell'uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge" (n. 83). L'uomo va sempre al di là di quello che di lui si vede o si percepisce attraverso l'esperienza. Trascurare l'interrogativo sull'essere dell'uomo porta inevitabilmente a rifiutare di ricercare la verità obiettiva sull'essere nella sua integrità e, in tal modo, a non essere più capaci di riconoscere il fondamento sul quale riposa la dignità dell'uomo, di ogni uomo, dalla fase embrionale fino alla sua morte naturale.
Nel corso del vostro convegno, avete sperimentato che le scienze, la filosofia e la teologia possono aiutarsi nel percepire l'identità dell'uomo, che è sempre in divenire. A partire da un interrogativo sul nuovo essere derivato dalla fusione cellulare, che è portatore di un patrimonio genetico nuovo e specifico, avete messo in luce elementi fondamentali del mistero dell'uomo, caratterizzato dalla alterità: essere creato da Dio, essere a immagine di Dio, essere amato fatto per amare. In quanto essere umano, non è mai chiuso in se stesso; è sempre portatore di alterità e si trova fin dalla sua origine ad interagire con altri esseri umani, come ci rivelano sempre più le scienze umane. Come non ricordare qui la meravigliosa meditazione del salmista sull'essere umano, tessuto nel segreto del seno di sua madre e allo stesso tempo conosciuto, nella sua identità e nel suo mistero, da Dio solo, che lo ama e lo protegge (cfr Sal 138, 1-16)!
L'uomo non è il frutto del caso, e neppure di un insieme di convergenze, di determinismi o di interazioni psico-chimiche; è un essere che gode di una libertà che, pur tenendo conto della sua natura, la trascende, e che è il segno del mistero di alterità che lo abita. È in questa prospettiva che il grande pensatore Pascal diceva che "l'uomo supera infinitamente l'uomo". Questa libertà, che è propria dell'essere uomo, fa sì che quest'ultimo possa orientare la sua vita verso un fine, possa, con le azioni che compie, volgersi verso la felicità alla quale è chiamato per l'eternità. Questa libertà dimostra che l'esistenza dell'uomo ha un senso. Nell'esercizio della sua autentica libertà, la persona soddisfa la sua vocazione; si realizza e dà forma alla sua identità profonda. È anche nella messa in atto della sua libertà che esercita la propria responsabilità sulle sue azioni. In tal senso, la dignità particolare dell'essere umano è al contempo un dono di Dio e la promessa di un futuro.
L'uomo ha in sé una capacità specifica: quella di discernere ciò che è buono e bene. Posta in lui dal Creatore come un sigillo, la sinderesi lo spinge a fare il bene. Maturo grazie ad essa, l'uomo è chiamato a sviluppare la propria coscienza attraverso la formazione e l'esercizio, per procedere liberamente nell'esistenza, fondandosi sulle leggi fondamentali che sono la legge naturale e quella morale.

Nella nostra epoca, in cui lo sviluppo delle scienze attira e seduce mediante le possibilità offerte, è più importante che mai educare le coscienze dei nostri contemporanei, affinché la scienza non divenga il criterio del bene e l'uomo sia rispettato come il centro del creato e non sia oggetto di manipolazioni ideologiche, né di decisioni arbitrarie o abusi dei più forti sui più deboli. Pericoli di cui abbiamo conosciuto le manifestazioni nel corso della storia umana, e in particolare nel corso del ventesimo secolo.

Qualsiasi pratica scientifica deve essere anche una pratica di amore, chiamata a mettersi al servizio dell'uomo e dell'umanità, e ad apportare il suo contribuito all'edificazione dell'identità delle persone. In effetti, come ho sottolineato nell'Enciclica Deus caritas est, "L'amore comprende la totalità dell'esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo... Amore è "estasi"... ma estasi come cammino, come esodo permanente dell'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, proprio così verso il ritrovamento di sé" (n. 6). L'amore fa uscire da se stessi per scoprire e riconoscere l'altro; aprendo all'alterità, afferma anche l'identità del soggetto, poiché l'altro mi rivela me stesso. In tutta la Bibbia è questa l'esperienza fatta, a partire da Abramo, da numerosi credenti. Il modello per eccellenza dell'amore è Cristo. È nell'atto di dare la propria vita per i fratelli, di donarsi completamente che si manifesta la sua identità profonda e che troviamo la chiave di lettura del mistero insondabile del suo essere e della sua missione.
Affidando le vostre ricerche all'intercessione di San Tommaso d'Aquino, che la Chiesa onora in questo giorno e che resta un "un autentico modello per quanti ricercano la verità" (Fides et ratio, n. 78), vi assicuro della mia preghiera per voi, per le vostre famiglie e per i vostri collaboratori, e imparto a tutti con affetto la Benedizione Apostolica.

(©L'Osservatore Romano - 28-29 gennaio 2008)

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domenica 27 gennaio 2008

Il regno di Dio è la vita che si afferma sulla morte, la luce della verità che disperde le tenebre dell’ignoranza e della menzogna


Vedi anche:

Per la prima volta nella storia una donna si affaccia dalla finestra del Papa!

Il Papa e i bambini dell’Azione Cattolica lanciano in cielo due colombe simbolo di pace (Radio Vaticana)

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 27.01.2008

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Nella liturgia odierna l’evangelista Matteo, che ci accompagnerà lungo tutto questo anno liturgico, presenta l’inizio della missione pubblica di Cristo.
Essa consiste essenzialmente nella predicazione del Regno di Dio e nella guarigione dei malati, a dimostrare che questo Regno si è fatto vicino, anzi, è ormai venuto in mezzo a noi. Gesù comincia a predicare in Galilea, la regione in cui è cresciuto, territorio di "periferia" rispetto al centro della nazione ebraica, che è la Giudea, e in essa Gerusalemme. Ma il profeta Isaia aveva preannunciato che quella terra, assegnata alle tribù di Zabulon e di Neftali, avrebbe conosciuto un futuro glorioso: il popolo immerso nelle tenebre avrebbe visto una grande luce (cfr Is 8,23-9,1), la luce di Cristo e del suo Vangelo (cfr Mt 4,12-16). Il termine "vangelo", ai tempi di Gesù, era usato dagli imperatori romani per i loro proclami. Indipendentemente dal contenuto, essi erano definiti "buone novelle", cioè annunci di salvezza, perché l’imperatore era considerato come il signore del mondo ed ogni suo editto come foriero di bene. Applicare questa parola alla predicazione di Gesù ebbe dunque un senso fortemente critico, come dire: Dio, non l’imperatore, è il Signore del mondo, e il vero Vangelo è quello di Gesù Cristo.

La "buona notizia" che Gesù proclama si riassume in queste parole: "Il regno di Dio – o regno dei cieli – è vicino" (Mt 4,17; Mc 1,15). Che significa questa espressione?

Non indica certo un regno terreno delimitato nello spazio e nel tempo, ma annuncia che è Dio a regnare, che è Dio il Signore e la sua signoria è presente, attuale, si sta realizzando. La novità del messaggio di Cristo è dunque che Dio in Lui si è fatto vicino, regna ormai in mezzo a noi, come dimostrano i miracoli e le guarigioni che compie. Dio regna nel mondo mediante il suo Figlio fatto uomo e con la forza dello Spirito Santo, che viene chiamato "dito di Dio" (cfr Lc 11,20). Dove arriva Gesù, lo Spirito creatore reca vita e gli uomini sono sanati dalle malattie del corpo e dello spirito. La signoria di Dio si manifesta allora nella guarigione integrale dell’uomo. Con ciò Gesù vuole rivelare il volto del vero Dio, il Dio vicino, pieno di misericordia per ogni essere umano; il Dio che ci fa dono della vita in abbondanza, della sua stessa vita. Il regno di Dio è pertanto la vita che si afferma sulla morte, la luce della verità che disperde le tenebre dell’ignoranza e della menzogna.

Preghiamo Maria Santissima, affinché ottenga sempre alla Chiesa la stessa passione per il Regno di Dio che animò la missione di Gesù Cristo: passione per Dio, per la sua signoria d’amore e di vita; passione per l’uomo, incontrato in verità col desiderio di donargli il tesoro più prezioso: l’amore di Dio, suo Creatore e Padre.

DOPO L’ANGELUS

Saluto con grande affetto i bambini e i ragazzi dell’Azione Cattolica di Roma, che sono venuti come ogni anno a conclusione del "Mese della Pace", accompagnati dal Cardinale Vicario, dai genitori e dagli educatori.
Due di loro sono qui vicino a me, mi hanno presentato un messaggio e tra poco mi aiuteranno a lanciare in volo due colombe, simbolo di pace. Cari piccoli amici, so che vi impegnate in favore dei vostri coetanei che soffrono per la guerra e la povertà. Continuate sulla strada che Gesù ci ha indicato per costruire la vera pace!

Oggi si celebra la Giornata mondiale dei malati di lebbra, iniziata 55 anni fa da Raoul Follereau. A tutte le persone che soffrono per questa malattia rivolgo il mio affettuoso saluto assicurando una speciale preghiera, che estendo a quanti, in vari modi, si impegnano al loro fianco, in particolare ai volontari dell’Associazione Amici di Raoul Follereau.

Lunedì scorso, 21 gennaio, ho indirizzato alla Diocesi e alla città di Roma una Lettera sul compito urgente dell’educazione. Ho voluto così offrire un mio particolare contributo alla formazione delle nuove generazioni, impegno difficile e cruciale per il futuro della nostra città. Sabato 23 febbraio incontrerò in una speciale Udienza in Vaticano tutti coloro che, come educatori o come fanciulli, adolescenti e giovani in formazione, sono più direttamente partecipi della grande sfida educativa, e consegnerò loro simbolicamente questa mia Lettera.

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da San Prospero, diocesi di Pisa, e i ragazzi dell’Azione Cattolica di Ragusa. A tutti auguro una buona domenica. Ed ora liberiamo le colombe della pace portate dai ragazzi di Roma.

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venerdì 25 gennaio 2008

Il Codice di diritto canonico contiene le norme prodotte per il bene della persona e delle comunità nell’intero Corpo Mistico che è la santa Chiesa


UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO DI STUDIO PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI , 25.01.2008

Alle 12.20 di questa mattina, nell’Aula delle Benedizioni del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Convegno di Studio promosso dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi sul tema "La legge canonica nella vita della Chiesa. Indagine e prospettive, nel segno del recente Magistero pontificio", in occasione del XXV anniversario della Promulgazione del Codice di Diritto Canonico.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti
:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Professori, Operatori e Cultori del Diritto Canonico
!

Con vivo piacere prendo parte a questi ultimi momenti del Convegno di Studio organizzato dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi in occasione del XXV° anniversario della promulgazione del Codice di Diritto Canonico. Vi siete soffermati a riflettere su: "La legge canonica nella vita della Chiesa. Indagine e prospettive, nel segno del recente Magistero pontificio".

Saluto cordialmente ciascuno di voi, in modo particolare il Presidente del Pontificio Consiglio, l'Arcivescovo Francesco Coccopalmerio, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi a nome di tutti voi e per le riflessioni sul Codice e sul diritto nella Chiesa. Il mio ringraziamento si estende altresì all’intero Pontificio Consiglio, con i suoi Membri e Consultori, per la preziosa collaborazione offerta al Papa in campo giuridico-canonico: il Dicastero veglia, infatti, sulla completezza e sull’aggiornamento della legislazione della Chiesa e ne assicura la coerenza.

Mi è caro ricordare, con vivo piacere e gratitudine al Signore, di aver contribuito anch’io alla redazione del Codice, essendo stato nominato dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, quando ero Arcivescovo Metropolita di Monaco-Frisinga, membro della Commissione per la Revisione del Codice di Diritto Canonico, alla cui promulgazione, il 26 gennaio 1983, fui poi anche presente.

Il Convegno che si è celebrato in questo significativo anniversario affronta un tema di grande interesse, perché mette in rilievo lo stretto legame che c'è tra la legge canonica e la vita della Chiesa secondo il volere di Gesù Cristo. Mi preme, perciò, in questa occasione ribadire un concetto fondamentale che informa il diritto canonico.

Lo ius ecclesiae non è solo un insieme di norme prodotte dal Legislatore ecclesiale per questo speciale popolo che è la Chiesa di Cristo. Esso è, in primo luogo, la dichiarazione autorevole, da parte del Legislatore ecclesiale, dei doveri e dei diritti, che si fondano nei sacramenti e che sono quindi nati dall’istituzione di Cristo stesso.

Questo insieme di realtà giuridiche, indicato dal Codice, compone un mirabile mosaico nel quale sono raffigurati i volti di tutti i fedeli, laici e Pastori, e di tutte le comunità, dalla Chiesa universale alle Chiese particolari. Mi piace qui ricordare l’espressione davvero incisiva del beato Antonio Rosmini: "La persona umana è l’essenza del diritto" (Rosmini A., Filosofia del diritto, Parte I, lib. I, cap. 3). Quello che, con profonda intuizione, il grande filosofo affermava del diritto umano dobbiamo a maggior ragione ribadire per il diritto canonico: l’essenza del diritto canonico è la persona del cristiano nella Chiesa.

Il Codice di diritto canonico contiene poi le norme prodotte dal Legislatore ecclesiale per il bene della persona e delle comunità nell’intero Corpo Mistico che è la santa Chiesa.

Come ebbe a dire il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II nel promulgare il Codice di Diritto Canonico il 25 gennaio 1983, la Chiesa è costituita come una compagine sociale e visibile; come tale "essa ha bisogno di norme: sia perché la sua struttura gerarchica e organica sia visibile; sia perché l'esercizio delle funzioni a lei divinamente affidate, specialmente quella della sacra potestà e dell'amministrazione dei Sacramenti, possa essere adeguatamente organizzato; sia perché le scambievoli relazioni dei fedeli possano essere regolate secondo giustizia, basata sulla carità, garantiti e ben definiti i diritti dei singoli; sia, finalmente, perché le iniziative comuni, intraprese per una vita cristiana sempre più perfetta, attraverso le leggi canoniche vengano sostenute, rafforzate e promosse" (Cost. ap. Sacrae disciplinae leges, in Communicationes, XV [1983], 8-9). In tal modo, la Chiesa riconosce alle sue leggi la natura e la funzione strumentale e pastorale per perseguire il suo fine proprio, che è – com’è noto – il raggiungimento della "salus animarum". "Il Diritto Canonico si rivela così connesso con l'essenza stessa della Chiesa; fa corpo con essa per il retto esercizio del munus pastorale" (Giovanni Paolo II, Ai partecipanti al Congresso Internazionale per il X anniversario della promulgazione del Codice di Diritto Canonico [23 aprile 1993], in Communicationes, XXV [1993], 15).

Perché la legge canonica possa rendere questo prezioso servizio deve, anzitutto, essere una legge ben strutturata. Essa cioè deve essere legata, da un lato, a quel fondamento teologico che le fornisce ragionevolezza ed è essenziale titolo di legittimità ecclesiale; dall’altro lato, essa deve essere aderente alle mutabili circostanze della realtà storica del Popolo di Dio. Inoltre, deve essere formulata in modo chiaro, senza ambiguità, e sempre in armonia con le restanti leggi della Chiesa.

È pertanto necessario abrogare le norme che risultano sorpassate; modificare quelle che necessitano di essere corrette; interpretare - alla luce del vivente Magistero della Chiesa - quelle che sono dubbie e, infine, colmare le eventuali lacunae legis. "Vanno - come disse il Papa Giovanni Paolo II alla Rota Romana - tenute presenti ed applicate le tante manifestazioni di quella flessibilità che, proprio per ragioni pastorali, ha sempre contraddistinto il diritto canonico" (Communicationes XXII, [1990], 5). Tocca a voi, nel Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, vegliare perché l’attività delle varie istanze chiamate nella Chiesa a dettare norme per i fedeli possano sempre rispecchiare nel loro insieme l'unità e la comunione che sono proprie della Chiesa.

Poiché il Diritto canonico traccia la regola necessaria affinché il Popolo di Dio possa efficacemente indirizzarsi verso il proprio fine, si capisce l'importanza che tale diritto debba essere amatoe osservato da tutti i fedeli. La legge della Chiesa è, anzitutto, lex libertatis: legge che ci rende liberi per aderire a Gesù.

Perciò, occorre saper presentare al Popolo di Dio, alle nuove generazioni, e a quanti sono chiamati a far rispettare la legge canonica, il concreto legame che essa ha con la vita della Chiesa, a tutela dei delicati interessi delle cose di Dio, e a protezione dei diritti dei più deboli, di coloro che non hanno altre forze per farsi valere, ma anche a difesa di quei delicati "beni" che ogni fedele ha gratuitamente ricevuto - il dono della fede, della grazia di Dio, anzitutto - che nella Chiesa non possono rimanere senza adeguata protezione da parte del Diritto.

Nel complesso quadro sopra delineato, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi è chiamato ad essere di aiuto al Romano Pontefice, supremo Legislatore, nel suo compito di principale promotore, garante e interprete del diritto nella Chiesa. Nell’adempimento di questa vostra rilevante mansione potete contare, oltre che sulla fiducia, anche sulla preghiera del Papa, il Quale accompagna il vostro lavoro con la sua affettuosa Benedizione.

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martedì 22 gennaio 2008

La scuola cattolica ha una sua proposta educativa ma è aperta a tutti e rispetta l'identità di ciascuno


DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DELLA CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA (DEI SEMINARI E DEGLI ISTITUTI DI STUDI)

Sala Clementina
Lunedì, 21 gennaio 2008


Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!


Grazie per questa vostra visita, che compite in occasione della riunione plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica: a ciascuno di voi il mio saluto cordiale. Saluto in primo luogo il Signor Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto del vostro Dicastero, e insieme a lui il Segretario e gli altri Officiali e Collaboratori. A Lei, Signor Cardinale, un grazie speciale per le parole che mi ha indirizzate, presentando i diversi temi sui quali la Congregazione intende riflettere in questi giorni. Si tratta di argomenti di grande interesse ed attualità a cui la Chiesa rivolge, specialmente in questo momento storico, la sua attenzione.

Da sempre il settore dell’educazione è particolarmente caro alla Chiesa, chiamata a fare sua la sollecitudine di Cristo, che - narra l’evangelista - vedendo le folle “si commosse…, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose” (Mc 6,34).

La parola greca usata per esprimere questo atteggiamento di “commozione” evoca le viscere di misericordia e rinvia all’amore profondo che il Padre celeste prova per l’uomo. La Tradizione ha visto nell’insegnamento – e, più generalmente, nell’educazione – una concreta manifestazione della misericordia spirituale, che costituisce una delle prime opere d’amore che la Chiesa ha la missione di offrire all’umanità. Ed è quanto mai opportuno che, in questo nostro tempo, si rifletta su come rendere attuale ed efficace questo compito apostolico della Comunità ecclesiale, affidato alle Università cattoliche e in maniera speciale alle Facoltà ecclesiastiche. Mi rallegro, pertanto, con voi per aver scelto per la vostra Plenaria un argomento di così grande interesse, come pure credo sia utile analizzare attentamente i progetti di riforma, attualmente allo studio del vostro Dicastero, concernenti le citate Università Cattoliche e le Facoltà ecclesiastiche.

In primo luogo, mi riferisco alla riforma degli studi ecclesiastici di filosofia, progetto che è giunto ormai alla fase finale di elaborazione, nella quale non mancherà di essere sottolineata la dimensione metafisica e sapienziale della filosofia, richiamata da Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio (cfr n. 81). Altrettanto utile è valutare l’opportunità di una riforma della Costituzione apostolica Sapientia christiana. Voluta dal mio venerato Predecessore nel 1979, essa costituisce la magna charta delle Facoltà ecclesiastiche e serve come base per formulare i criteri di valutazione della qualità di tali istituzioni, valutazione richiesta dal Processo di Bologna, di cui la Santa Sede è divenuta membro dal 2003. Le discipline ecclesiastiche, soprattutto la teologia, sono sottoposte oggi a nuovi interrogativi, in un mondo tentato, da una parte, dal razionalismo, che segue una razionalità falsamente libera e slegata da ogni riferimento religioso, e, dall’altra, dai fondamentalismi, che falsificano la vera essenza della religione con il loro incitamento alla violenza e al fanatismo.

Anche la scuola deve interrogarsi sulla missione che deve compiere nell’odierno contesto sociale, segnato da un’evidente crisi educativa. La scuola cattolica, che ha come missione primaria di formare l’alunno secondo una visione antropologica integrale, pur essendo aperta a tutti e rispettando l’identità di ciascuno, non può non proporre una sua propria prospettiva educativa, umana e cristiana.

Ecco allora porsi una sfida nuova che la globalizzazione ed il pluralismo crescente rendono ancor più acuta: quella cioè dell’incontro delle religioni e delle culture nella ricerca comune della verità. L’accoglienza della pluralità culturale degli alunni e dei genitori si trova necessariamente a confrontarsi con due esigenze: da un lato, non escludere qualcuno in nome della sua appartenenza culturale o religiosa; dall’altro canto, una volta riconosciuta e accolta questa diversità culturale e religiosa, non fermarsi alla pura constatazione. Ciò equivarrebbe in effetti a negare che le culture si rispettano veramente quando si incontrano, perché tutte le culture autentiche sono orientate alla verità dell’uomo e al suo bene. Perciò, gli uomini provenienti da culture diverse possono parlarsi, comprendersi al di là delle distanze spaziali e temporali, perché nel cuore di ogni persona abitano le stesse grandi aspirazioni al bene, alla giustizia, alla verità, alla vita e all’amore.

Altro tema allo studio della vostra Assemblea Plenaria è la questione della riforma della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis per i Seminari. Il documento di base, datato 1970, è stato aggiornato nel 1985, specialmente in seguito alla promulgazione del Codice di Diritto Canonico del 1983. Nei decenni successivi, vari testi di speciale rilevanza sono stati emanati, in particolare l’Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis (1992).

L’atmosfera attuale della società, con la massiccia influenza dei media e l’estendersi del fenomeno della globalizzazione, è profondamente cambiata. Sembra, dunque, necessario interrogarsi sull’opportunità della riforma della Ratio fundamentalis, che dovrà sottolineare l’importanza di una corretta articolazione delle diverse dimensioni della formazione sacerdotale nella prospettiva della Chiesa-comunione, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II. Questo implica una solida formazione nella fede della Chiesa, una vera familiarità con la Parola rivelata, donata da Dio alla sua Chiesa. La formazione dei sacerdoti futuri, inoltre, dovrà offrire orientamenti e indirizzi utili per dialogare con le culture contemporanee. La formazione umana e culturale va pertanto significativamente rafforzata e sostenuta anche con l’ausilio delle scienze moderne, giacché alcuni fattori sociali destabilizzanti presenti oggi nel mondo (ad esempio, la condizione di tante famiglie separate, la crisi educativa, una violenza diffusa, ecc.) rendono fragili le nuove generazioni. Occorre, al tempo stesso, un’adeguata formazione alla vita spirituale, che renda le comunità cristiane, in particolare le parrocchie, sempre più consapevoli della loro vocazione e capaci di rispondere in modo adeguato alla domanda di spiritualità che viene specialmente dai giovani. Ciò richiede che non manchino nella Chiesa apostoli ed evangelizzatori qualificati e responsabili. Si pone, di conseguenza, il problema delle vocazioni, specialmente al sacerdozio e alla vita consacrata. Mentre in certe parti del mondo si nota una fioritura di vocazioni, altrove il numero diminuisce, soprattutto in Occidente. La cura delle vocazioni coinvolge l’intera Comunità ecclesiale: i Vescovi, i preti, i consacrati, ma anche le famiglie e le parrocchie. Sicuramente risulterà di grande aiuto a questa vostra azione pastorale anche la pubblicazione del documento sulla vocazione al ministero presbiterale, che voi state preparando.

Cari fratelli e sorelle! Ricordavo prima che l’insegnamento è espressione della carità di Cristo ed è la prima delle opere di misericordia spirituale che la Chiesa è chiamata a compiere. Chi entra nella sede della Congregazione per l’Educazione Cattolica è accolto da un’icona che mostra Gesù mentre lava i piedi ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena. Colui che “ci ha amato fino alla fine” (Gv 13,1) benedica il vostro lavoro al servizio dell’educazione e, con la forza del suo Spirito, lo renda efficace. Da parte mia, vi ringrazio per quanto quotidianamente fate con competenza e dedizione e, mentre vi affido alla materna protezione di Maria Santissima, Vergine Sapiente e Madre dell’Amore, di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

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lunedì 21 gennaio 2008

Sinodo 2008, il Papa: "Tutti hanno il diritto di incontrare Gesù, la Chiesa annunci con coraggio la Parola di Dio"


Vedi anche:

SINODO DEI VESCOVI SULLA PAROLA DI DIO ( 5-26 OTTOBRE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI MEMBRI DEL CONSIGLIO ORDINARIO DELLA SEGRETERIA GENERALE DEL SINODO DEI VESCOVI

Lunedì, 21 gennaio 2008

Cari e venerati Fratelli nell’Episcopato!

Sono lieto di accogliervi mentre state partecipando alla riunione del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi in preparazione all’Assemblea Generale Ordinaria, convocata dal 5 al 26 ottobre prossimo. Saluto e ringrazio Mons. Nikola Eterović, Segretario Generale, per le sue cortesi parole; ed estendo poi i sentimenti della mia riconoscenza a tutti i membri sia della Segreteria Generale del Sinodo che del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale. Saluto tutti e ciascuno con sincero affetto.

Nella recente Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana, ho voluto sottolineare il “carattere comunitario della speranza” (n. 14). “L'essere in comunione con Gesù Cristo - ho scritto - ci coinvolge nel suo essere «per tutti», ne fa il nostro modo di essere. Egli ci impegna per gli altri, ma solo nella comunione con Lui diventa possibile esserci veramente per gli altri”, poiché esiste una “connessione tra amore di Dio e responsabilità per gli uomini” (ivi, 28), che permette di non ricadere nell’individualismo della salvezza e della speranza. Credo che si possa scoprire efficacemente applicato questo fecondo principio proprio nell’esperienza sinodale, nella quale l’incontro diventa comunione e la sollecitudine per tutte le Chiese (cfr 2 Cor 11,28) emerge nella preoccupazione di tutti.

La prossima Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi rifletterà su “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. I grandi compiti della Comunità ecclesiale nel mondo contemporaneo - tra i tanti, sottolineo l’evangelizzazione e l’ecumenismo - sono incentrati sulla Parola di Dio e nello stesso tempo sono da essa giustificati e sorretti. Come l’attività missionaria della Chiesa con la sua opera evangelizzatrice trova ispirazione e scopo nella rivelazione misericordiosa del Signore, il dialogo ecumenico non può basarsi su parole di sapienza umana (cfr 1 Cor 2,13) o su sagaci espedienti strategici, ma deve essere animato unicamente dal riferimento costante all’originaria Parola, che Dio ha consegnato alla sua Chiesa, perché sia letta, interpretata e vissuta nella sua comunione. In questo ambito, la dottrina di San Paolo rivela una forza tutta speciale, fondata ovviamente sulla rivelazione divina, ma anche sulla sua stessa esperienza apostolica, che gli ha confermato sempre di nuovo la coscienza che non la saggezza e l’eloquenza umana, ma solo la forza dello Spirito Santo costruisce nella fede la Chiesa (cfr 1 Cor 1,22-24; 2,4s).

Per una felice concomitanza, san Paolo verrà particolarmente venerato quest’anno, grazie alla celebrazione dell’Anno Paolino. Lo svolgimento del prossimo Sinodo sulla Parola di Dio offrirà pertanto alla contemplazione della Chiesa, e principalmente dei suoi Pastori, anche la testimonianza di questo grande Apostolo e araldo della Parola di Dio. Al Signore, che egli prima perseguitò e al quale poi consacrò tutto il suo essere, Paolo restò fedele sino alla morte: possa il suo esempio essere di incoraggiamento per tutti ad accogliere la Parola della salvezza e a tradurla nella vita quotidiana in fedele sequela di Cristo. Alla Parola di Dio hanno dedicato la loro attenzione diversi organismi ecclesiali consultati in vista dell’Assemblea del prossimo ottobre. Ad essa volgeranno il loro cuore i Padri sinodali, dopo aver preso conoscenza dei documenti preparatori, i Lineamenta e l’Instrumentum laboris, che voi stessi nella Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi avete contribuito a redigere. Avranno così l’opportunità di confrontarsi tra loro, ma soprattutto di unirsi in collegiale comunione per porsi in ascolto della Parola di vita, che Dio ha affidato alle cure amorevoli della sua Chiesa, perché l’annunci con coraggio e convinzione, con la parresia degli Apostoli, ai vicini e ai lontani.

A tutti infatti va data, per la grazia dello Spirito Santo, la possibilità di incontrare la Parola viva che è Gesù Cristo.

Cari e venerati Fratelli, come membri del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, voi rendete un servizio meritorio alla Chiesa, poiché l’organismo sinodale costituisce un’istituzione qualificata per promuovere la verità e l’unità del dialogo pastorale all’interno del Corpo mistico di Cristo. Grazie per quanto voi fate non senza sacrificio: Iddio vi ricompensi! Continuiamo a pregare insieme perché il Signore renda fruttuosa per tutta la Chiesa l’Assemblea sinodale. Con tale auspicio, imparto di cuore una speciale Benedizione Apostolica a voi e alle Comunità affidate alle vostre cure pastorali, invocando l’intercessione della Santissima Madre del Signore e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, che nella Liturgia chiamiamo, insieme agli altri Apostoli, “colonna e fondamento della città di Dio”.

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sabato 19 gennaio 2008

Il Papa ai vescovi arabi: "Basta con la violenza: prevalga il dialogo fra le parti"


Appello di Benedetto XVI a cristiani, musulmani e ebrei durante la visita dei vescovi latini delle regioni arabe

Basta con la violenza: prevalga il dialogo fra le parti

Il Papa ha rilanciato il suo appello affinché cessi ogni forma di violenza nelle regioni del medio oriente e si privilegi il dialogo tra le parti. L'occasione gli è stata offerta dall'incontro con i vescovi latini delle regioni arabe, ricevuti venerdì mattina 18 gennaio, per la visita "ad limina Apostolorum". Il Papa ha anche auspicato che sia effettivo per tutti il diritto a praticare liberamente e ovunque la propria religione.

Pubblichiamo una nostra traduzione italiana del discorso del Papa ai vescovi di rito latino nelle regioni arabe, ricevuti venerdì mattina, 18 gennaio, in occasione della visita "ad limina Apostolorum":

Cari Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,

Sono lieto di accogliervi mentre realizzate la vostra visita ad limina, rafforzando così la vostra comunione con il Successore di Pietro e anche quella delle Chiese locali di cui siete i pastori. Ringrazio vivamente Sua Beatitudine Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme e presidente della vostra Conferenza episcopale, per la sua presentazione dei tratti principali della vita della Chiesa nei vostri paesi. Che il vostro pellegrinaggio presso le tombe degli apostoli sia l'occasione di un rinnovamento spirituale delle vostre comunità, fondato sulla persona di Cristo! La Conferenza dei vescovi latini nelle regioni arabe racchiude una grande diversità di situazioni. Solitamente i fedeli, originari di numerosi paesi, sono raggruppati in piccole comunità, in società composte in maggioranza da credenti di altre religioni. Dite loro quanto il Papa è spiritualmente vicino ad essi e che condivide le loro preoccupazioni e le loro speranze. A tutti rivolgo i miei voti affettuosi, affinché vivano nella serenità e nella pace.
Desidero prima di tutto ribadirvi l'importanza che attribuisco alla testimonianza delle vostre Chiese locali, ricordandovi il messaggio che ho rivolto ai cattolici del Medio Oriente, il 21 dicembre 2006, per manifestare la solidarietà della Chiesa universale.
Nella vostra regione, lo scatenarsi senza fine della violenza, l'insicurezza e l'odio rendono molto difficile la coabitazione fra tutti, facendo a volte temere per l'esistenza delle vostre comunità. È una sfida seria posta al vostro servizio pastorale, che vi spinge a rafforzare la fede dei fedeli e il loro senso fraterno, affinché tutti possano vivere nella speranza fondata sulla certezza che il Signore non abbandona mai coloro che si volgono a Lui, perché Lui solo è la nostra speranza vera, in virtù della quale possiamo affrontare il nostro presente (cfr Spes salvi, n. 1). Vi invito vivamente a restare vicini alle persone affidate al vostro ministero, sostenendole nelle prove e indicando loro sempre il cammino di un'autentica fedeltà al Vangelo nell'adempimento dei loro doveri di discepoli di Cristo. Che tutti, nelle situazioni difficili che attraversano, possano avere la forza e il coraggio di vivere come testimoni ardenti della carità di Cristo!
È comprensibile che le circostanze spingano a volte i cristiani a lasciare il loro paese per trovare una terra accogliente che permetta loro di vivere convenientemente. Occorre tuttavia incoraggiare e sostenere fermamente quanti fanno la scelta di restare fedeli alla loro terra, affinché non divenga un sito archeologico privo di vita ecclesiale. Sviluppando una vita fraterna salda, troveranno un sostegno nelle loro prove. Offro quindi tutto il mio appoggio alle iniziative che prendete per contribuire alla creazione di condizioni socio-economiche atte ad aiutare i cristiani che sono rimasti nel loro paese e esorto l'intera Chiesa ad apportare un sostegno vigoroso a tali sforzi.
La vocazione dei cristiani nei vostri paesi riveste un'importanza fondamentale. Quali artefici di pace e di giustizia, sono una presenza viva di Cristo venuto a riconciliare il mondo con il Padre e a riunire tutti i suoi figli dispersi. Pertanto una comunione autentica e una collaborazione serena e rispettosa fra i cattolici dei diversi riti devono essere sempre più consolidate e sviluppate. Sono in effetti segni eloquenti per gli altri cristiani e per tutta la società. Inoltre la preghiera di Cristo nel Cenacolo, "Che tutti siano una cosa sola", è un invito pressante a ricercare incessantemente l'unità fra i discepoli di Cristo. Sono quindi lieto di sapere che conferite un posto importante all'approfondimento di relazioni fraterne con le altre Chiese e comunità ecclesiali. Queste sono un elemento fondamentale sul cammino dell'unità e una testimonianza resa a Cristo, "perché il mondo creda" (Gv 17, 21). Gli ostacoli lungo le vie dell'unità non devono mai spegnere l'entusiasmo per tessere le condizioni di un dialogo quotidiano che è preludio all'unità.
L'incontro con i membri di altre religioni, ebrei e musulmani, è per voi una realtà quotidiana. Nei vostri paesi, la qualità dei rapporti fra i credenti assume un significato del tutto particolare, essendo al contempo testimonianza resa al Dio unico e contributo all'instaurazione di relazioni più fraterne fra le persone e fra le diverse componenti delle vostre società. È pertanto necessaria una migliore conoscenza reciproca per favorire un rispetto sempre più grande della dignità umana, l'uguaglianza dei diritti e dei doveri delle persone e un'attenzione rinnovata ai bisogni di ognuno, in particolare dei più poveri. Inoltre auspico vivamente che un'autentica libertà religiosa sia ovunque effettiva e che il diritto di ognuno di praticare liberamente la propria religione, o di cambiarla, non venga ostacolato. Si tratta di un diritto primordiale di ogni essere umano.
Cari fratelli, il sostegno alle famiglie cristiane, che devono affrontare numerose sfide, come il relativismo religioso, il materialismo e tutte le minacce contro i valori morali familiari e sociali, deve restare una delle vostre priorità. Vi invito in particolare a proseguire i vostri sforzi per offrire una salda formazione ai giovani e agli adulti, al fine di aiutarli a fortificare la loro identità cristiana e ad affrontare coraggiosamente e serenamente le situazioni che si presentano loro, nel rispetto delle persone che non condividono le loro convinzioni.
Conosco l'impegno delle vostre comunità nell'ambito dell'educazione e del servizio sanitario e sociale, impegno apprezzato dalle autorità e dalla popolazione dei vostri paesi. Nelle vostre condizioni, sviluppando i valori di solidarietà, di fraternità e di amore reciproco, annunciate nelle vostre società l'amore universale di Dio, in particolare per i più poveri e i più bisognosi. In effetti, "l'amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la migliore testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare" (Deus caritas est, n. 31). Rendo omaggio anche all'impegno coraggioso dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, per assistere le vostre comunità nella loro vita quotidiana e nella loro testimonianza. Il sostegno umano e spirituale deve essere una preoccupazione fondamentale di voi Pastori.
Infine, desidero esprimere nuovamente la mia vicinanza a tutte le persone che, nella vostra regione, subiscono molteplici forme di violenza. Potete contare sulla solidarietà della Chiesa universale. Faccio anche appello alla saggezza di tutti gli uomini di buona volontà, in particolare di quanti hanno delle responsabilità nella vita collettiva, affinché, privilegiando il dialogo fra tutte le parti, cessi la violenza, s'instauri ovunque una pace vera e duratura, e si stabiliscano rapporti di solidarietà e di collaborazione. Affidando ognuno dei vostri paesi e ognuna delle vostre comunità all'intercessione materna di Maria, imploro Dio perché faccia a tutti il dono della pace. Vi concedo di tutto cuore un'affettuosa benedizione apostolica, che estendo ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e a tutti i fedeli delle vostre diocesi.

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(©L'Osservatore Romano - 19 gennaio 2008)

mercoledì 16 gennaio 2008

“Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità”: il discorso che il Papa non ha pronunciato alla Sapienza


Vedi anche:

Il Papa: "Come professore emerito vi incoraggio tutti, cari universitari, ad essere sempre rispettosi delle opinioni altrui..."

IL PAPA E L'OSCURANTISMO INTOLLERANTE DEI LAICISTI UNIVERSITARI: LO SPECIALE DEL BLOG

ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE PER L’INCONTRO CON L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA "LA SAPIENZA" , 16.01.2008

Pubblichiamo di seguito il testo dell’Allocuzione che il Santo Padre Benedetto XVI avrebbe pronunciato nel corso della Visita all’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma, prevista per domani giovedì 17 gennaio e annullata ieri.

Pubblichiamo, inoltre, il testo della Lettera con cui l’Em.mo Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha inviato l’Allocuzione del Santo Padre al Magnifico Rettore dell’Ateneo, Prof. Renato Guarini:


Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!


È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa?

Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città?

Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università?
Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato.
Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente.

Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme.

Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede.

Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito?

È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.

È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme.

La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità.

È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito.

Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola.

Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà.

Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008

BENEDICTUS XVI

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LETTERA DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE AL MAGNIFICO RETTORE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI "LA SAPIENZA" DI ROMA

Magnifico Rettore,

il Santo Padre aveva accolto volentieri l'invito da Lei rivoltoGli di compiere una visita a codesta Università degli Studi "La Sapienza", per offrire anche in questo modo un segno dell'affetto e dell'alta considerazione che Egli nutre verso codesta illustre Istituzione, che ebbe origine secoli or sono per volontà di un Suo venerato Predecessore.

Essendo purtroppo venuti meno, per iniziativa di un gruppo decisamente minoritario di Professori e di alunni, i presupposti per un'accoglienza dignitosa e tranquilla, è stato giudicato opportuno soprassedere alla prevista visita per togliere ogni pretesto a manifestazioni che si sarebbero rivelate incresciose per tutti.

Nella consapevolezza tuttavia del desiderio sincero coltivato dalla grande maggioranza di Professori e studenti di una parola culturalmente significativa, da cui trarre indicazioni stimolanti nel personale cammino di ricerca della verità, il Santo Padre ha disposto che Le sia inviato il testo da Lui personalmente preparato per l'occasione. Mi faccio volentieri tramite della Superiore decisione, allegandoLe il discorso in parola, con l’auspicio che in esso tutti possano trovare spunti per arricchenti riflessioni ed approfondimenti.

Colgo volentieri l'occasione per porgerLe, con sensi di profonda deferenza, cordiali saluti.

Tarcisio Card. Bertone
Segretario di Stato

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venerdì 11 gennaio 2008

In ogni pellegrino vorrei invitarvi a vedere il volto di un fratello o di una sorella che Dio pone sulla vostra strada


DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI DIRIGENTI E AL PERSONALE DELL’ISPETTORATO GENERALE DI PUBBLICA SICUREZZA PRESSO IL VATICANO

Sala Clementina
Venerdì, 11 gennaio 2008


Cari amici,

l’incontro con voi, che fate parte dell’Ispettorato Generale di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano, è ormai diventato un appuntamento atteso e desiderato all’inizio del nuovo anno. Mentre con piacere vi accolgo e con affetto vi saluto, profitto dell’occasione per rinnovarvi l’espressione della mia stima e della mia riconoscenza per il servizio che quotidianamente svolgete. Saluto in primo luogo il Prefetto Salvatore Festa, il Questore di Roma, Marcello Fulvi, e il dottor Vincenzo Caso, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi e al quale esprimo la mia gratitudine per il lavoro svolto in questi anni come Dirigente dell’Ispettorato. Uno speciale e deferente pensiero dirigo anche al Capo della Polizia, Prefetto Antonio Manganelli. Con amicizia mi indirizzo poi agli altri componenti dell’Ispettorato della Polizia di Stato presso la Città del Vaticano, che non hanno potuto essere oggi con noi, ma che a noi si uniscono spiritualmente in così sentita circostanza. A tutti e a ciascuno sono lieto di formulare, per l’anno da poco iniziato, ogni migliore augurio, estendendo questi miei voti augurali alle rispettive famiglie.

Proprio alle famiglie ho pensato quest’anno nel preparare il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace che si celebra appunto il 1° gennaio. In questo testo, che ha come tema: Famiglia umana, comunità di pace, ho ricordato che “la famiglia naturale, quale intima comunione di vita e d'amore, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, costituisce il luogo primario dell'umanizzazione della persona e della società, la culla della vita e dell'amore. A ragione, pertanto, la famiglia è qualificata come la prima società naturale, un'istituzione divina che sta a fondamento della vita delle persone, come prototipo di ogni ordinamento sociale” (n. 2).

Voi, cari Funzionari e Agenti, nei compiti di vigilanza che quotidianamente svolgete, incontrate non poche famiglie. Esse giungono qui da ogni parte del mondo per rendere omaggio agli Apostoli e in particolare a san Pietro, sulla cui fede Cristo ha fondato la Chiesa; vengono per rinnovare insieme la professione di questa fede, per visitare e prendere contatto con varie realtà del Vaticano e per partecipare alle udienze e alle celebrazioni presiedute dal Successore dell’apostolo Pietro. Vi sono grato per il servizio che rendete, caratterizzato da solerzia e professionalità, da costante attenzione alle persone e alle finalità che le animano, ed insieme da disponibilità, pazienza e spirito di sacrificio. Così, con la collaborazione delle autorità che hanno cura di rendere la città di Roma sempre più bella ed accogliente, anche voi contribuite al fruttuoso incontro ed alla serena convivenza tra i cittadini di Roma e gli ospiti provenienti dai vari Paesi del mondo!

Quanto numerosi sono i pellegrini che durante l’anno vi capita di incontrare! In ciascuno di essi vorrei invitarvi a vedere il volto di un fratello o di una sorella che Dio pone sulla vostra strada, una persona amica anche se sconosciuta da accogliere e aiutare con paziente ascolto, sapendo che tutti facciamo parte dell’unica grande famiglia umana. Non è forse vero, come ho scritto nel Messaggio sopra ricordato, che noi non viviamo gli uni accanto agli altri per caso? Non stiamo forse tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle? Ecco perché allora è essenziale che ciascuno si impegni a vivere la propria vita in atteggiamento di responsabilità davanti a Dio, riconoscendo in Lui la sorgente originaria della propria, come dell'altrui, esistenza. In effetti, proprio risalendo a questo supremo Principio può essere percepito il valore incondizionato di ogni essere umano; è grazie a questa consapevolezza che possono essere poste le premesse per l'edificazione di un'umanità pacificata. Sia ben chiaro: senza il fondamento trascendente, che è Dio, la società rischia di diventare una mera aggregazione di vicini, cessa di essere una comunità di fratelli e sorelle, chiamati a formare una grande famiglia (cfr n. 6).

Cari amici, il Signore vi aiuti a svolgere la vostra professione rimanendo sempre fedeli a quegli ideali che devono costantemente ispirarla. La società ha bisogno di persone che compiano il loro dovere, consapevoli che ogni lavoro, ogni servizio svolto con coscienza contribuisce alla costruzione di una società più giusta e veramente libera. Vi affido alla Vergine Santa e, mentre rinnovo a ciascuno il mio sincero ringraziamento per la gentile visita, volentieri imparto a voi, come pure alle persone a voi care, una speciale Benedizione.

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giovedì 10 gennaio 2008

Il Papa agli Amministratori locali: "E' necessaria un'opera costante e concreta che garantisca la sicurezza dei cittadini e i diritti degli immigrati"


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UDIENZA AGLI AMMINISTRATORI DELLA REGIONE LAZIO, DEL COMUNE E DELLA PROVINCIA DI ROMA , 10.01.2008

Questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza gli Amministratori della Regione Lazio, del Comune e della Provincia di Roma, in occasione del tradizionale scambio di auguri per il nuovo anno.
Riportiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Illustri Signori e gentili Signore,

sono lieto di ricevervi, all’inizio del nuovo anno, per il tradizionale scambio di auguri. Vi ringrazio di essere qui e porgo il mio saluto deferente e cordiale al Presidente della Giunta regionale del Lazio, Signor Pietro Marrazzo, al Sindaco di Roma, Onorevole Walter Veltroni, e al Presidente della Provincia di Roma, Signor Enrico Gasbarra, ai quali desidero esprimere sentimenti di viva gratitudine per le gentili parole che mi hanno rivolto anche a nome delle Amministrazioni da essi guidate. Con loro, saluto i Presidenti delle rispettive Assemblee consiliari e tutti voi qui riuniti.

Questo appuntamento annuale ci offre l’opportunità di riflettere su alcune materie di comune interesse e di grande importanza e attualità, che toccano da vicino la vita delle popolazioni di Roma e del Lazio. A loro, a ciascuna persona e famiglia, rivolgo per vostro tramite un pensiero di affetto, di incoraggiamento e di attenzione pastorale, facendomi interprete di quei sentimenti e di quei legami che hanno unito attraverso i secoli i Successori dell’Apostolo Pietro alla città di Roma, alla sua provincia e a tutta la regione del Lazio.

Cambiano i tempi e le situazioni, ma non si indeboliscono e non si attenuano l’amore e la sollecitudine del Papa per tutti coloro che vivono in queste terre, tanto profondamente segnate dalla grande e vivente eredità del cristianesimo.

Un criterio fondamentale, sul quale possiamo facilmente convenire nell’adempimento dei nostri diversi compiti, è quello della centralità della persona umana. Come afferma il Concilio Vaticano II, l’uomo è, sulla terra, "la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa" (Gaudium et spes, 24). A sua volta il mio amato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Centesimus annus scriveva giustamente che "la principale risorsa dell’uomo… è l’uomo stesso" (n. 32). Conseguenza evidente di tutto ciò è l’importanza decisiva che rivestono l’educazione e la formazione della persona, anzitutto nella prima parte della vita, ma anche lungo tutto l’arco dell’esistenza.

Se guardiamo però alla realtà della nostra situazione, non possiamo negare che ci troviamo di fronte a una vera e grande "emergenza educativa", come sottolineavo l’11 giugno dello scorso anno parlando al Convegno della Diocesi di Roma.

Sembra infatti sempre più difficile proporre in maniera convincente alle nuove generazioni solide certezze e criteri su cui costruire la propria vita. Lo sanno bene sia i genitori sia gli insegnanti, che anche per questo sono spesso tentati di abdicare ai propri compiti educativi. Essi stessi, del resto, nell’attuale contesto sociale e culturale impregnato di relativismo e anche di nichilismo, difficilmente riescono a trovare sicuri punti di riferimento, che li possano sostenere e guidare nella missione di educatori come in tutta la loro condotta di vita.

Una simile emergenza, illustri rappresentanti delle Amministrazioni di Roma e del Lazio, non può lasciare indifferenti né la Chiesa né le vostre Amministrazioni. Sono infatti chiaramente in gioco, con la formazione delle persone, le basi stesse della convivenza e il futuro della società.
Per parte sua la Diocesi di Roma sta dedicando a questo difficile compito un’attenzione davvero peculiare, che si esplica nei diversi ambiti educativi, dalla famiglia e dalla scuola alle parrocchie, associazioni e movimenti, agli oratori, alle iniziative culturali, allo sport e al tempo libero. In questo contesto esprimo viva gratitudine alla Regione Lazio per il sostegno offerto agli oratori e ai centri per l’infanzia promossi dalle parrocchie e comunità ecclesiali, come anche per i contributi finalizzati alla realizzazione di nuovi complessi parrocchiali nelle aree del Lazio che ne sono ancora prive.

Vorrei però soprattutto incoraggiare ad un impegno convergente e di ampio respiro, attraverso il quale le istituzioni civili, ciascuna secondo le proprie competenze, moltiplichino gli sforzi per affrontare ai diversi livelli l’attuale emergenza educativa, ispirandosi costantemente al criterio-guida della centralità della persona umana.

Hanno qui chiaramente un’importanza prioritaria il rispetto e il sostegno per la famiglia fondata sul matrimonio. Come ho scritto nel recente Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (n. 2), "La famiglia naturale, quale intima comunione di vita e d’amore, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, costituisce «il luogo primario dell’umanizzazione della persona e della società», la «culla della vita e dell’amore»".

Vediamo ogni giorno, purtroppo, quanto siano insistenti e minacciosi gli attacchi e le incomprensioni nei confronti di questa fondamentale realtà umana e sociale. E’ quindi quanto mai necessario che le pubbliche Amministrazioni non assecondino simili tendenze negative, ma al contrario offrano alle famiglie un sostegno convinto e concreto, nella certezza di operare così per il bene comune.

Un’altra emergenza che si aggrava è quella della povertà: essa aumenta soprattutto nelle grandi periferie urbane, ma comincia ad essere presente anche in altri contesti e situazioni, che sembravano esserne al riparo. La Chiesa partecipa di tutto cuore allo sforzo per alleviarla, collaborando volentieri con le istituzioni civili, ma l’aumento del costo della vita, in particolare i prezzi degli alloggi, le sacche persistenti di mancanza di lavoro, e anche i salari e le pensioni spesso inadeguati rendono davvero difficili le condizioni di vita di tante persone e famiglie.

Un evento tragico come l’uccisione, a Tor di Quinto, di Giovanna Reggiani, ha inoltre posto bruscamente la nostra cittadinanza di fronte al problema non solo della sicurezza, ma anche del gravissimo degrado di alcune aree di Roma: specialmente qui è necessaria, ben al di là dell’emozione del momento, un’opera costante e concreta, che abbia la duplice e inseparabile finalità di garantire la sicurezza dei cittadini e di assicurare a tutti, in particolare agli immigrati, almeno il minimo indispensabile per una vita onesta e dignitosa. La Chiesa, attraverso la Caritas e molte altre realtà di volontariato, animate da laici e da religiosi e religiose, si prodiga anche su questa difficile frontiera, sulla quale rimangono evidentemente insostituibili le responsabilità e possibilità di intervento dei pubblici poteri.

Un’altra sollecitudine che riguarda sia la Chiesa sia le vostre Amministrazioni è quella verso gli ammalati. Sappiamo bene quanto siano gravi le difficoltà che deve affrontare nell’ambito della sanità la Regione Lazio, ma dobbiamo ugualmente constatare come sia non di rado drammatica la situazione delle strutture sanitarie cattoliche, anche assai prestigiose e di riconosciuta eccellenza nazionale. Non posso pertanto non chiedere che nella distribuzione delle risorse esse non siano penalizzate, non per un interesse della Chiesa, ma per non compromettere un servizio indispensabile alle nostre popolazioni.

Distinte Autorità, mentre ancora vi ringrazio per la vostra visita gentile e apprezzata, vi assicuro la mia cordiale vicinanza e la mia preghiera, per voi e per le alte responsabilità che vi sono affidate. Il Signore sostenga il vostro impegno e illumini i vostri propositi di bene. Con questi sentimenti, imparto di cuore a ciascuno di voi la Benedizione Apostolica, che estendo volentieri alle vostre famiglie e a quanti vivono e operano a Roma, nella sua provincia e in tutto il Lazio.

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