venerdì 9 novembre 2007

Perchè ritenere che chi ha fede debba rinunciare alla ricerca libera della verità, e chi cerca liberamente la verità debba rinunciare alla fede?


UDIENZA A UNA DELEGAZIONE DELLA FEDERAZIONE UNIVERSITARIA CATTOLICA ITALIANA (F.U.C.I.) , 09.11.2007

Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza una delegazione della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (F.U.C.I.), in occasione del 110.mo anniversario di fondazione dell’Associazione, e rivolge ai giovani presenti il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari giovani amici della FUCI,

mi è particolarmente gradita questa vostra visita, che compite al termine delle celebrazioni per il centodecimo anniversario della nascita della vostra Associazione, la FUCI, Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Rivolgo a ciascuno di voi il mio saluto cordiale, incominciando dai Presidenti Nazionali e dall’Assistente Ecclesiastico Centrale, e li ringrazio per le parole che mi hanno rivolto a vostro nome. Saluto Monsignor Giuseppe Betori, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, e Mons. Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina ed Assistente Ecclesiastico Generale dell'Azione Cattolica Italiana, che vi hanno accompagnato in questa Udienza e che con la loro presenza testimoniano il forte radicamento della FUCI nella Chiesa che è in Italia. Saluto gli Assistenti diocesani e i membri della Fondazione FUCI. A tutti e a ciascuno rinnovo l’apprezzamento della Chiesa per il lavoro che la vostra Associazione svolge nel mondo universitario al servizio del Vangelo.

La FUCI celebra i suoi 110 anni: un’occasione propizia per guardare al cammino percorso e alle prospettive future. La custodia della memoria storica rappresenta un prezioso valore perché, nel considerare la validità e la consistenza delle proprie radici, si è più facilmente spinti a proseguire con entusiasmo l’itinerario avviato. In questa lieta circostanza, riprendo volentieri le parole che dieci anni or sono ebbe a rivolgervi il mio venerato e amato predecessore Giovanni Paolo II, in occasione del vostro centenario: «La storia di questi 100 anni – egli disse - sta proprio a confermare che la vicenda della FUCI costituisce un significativo capitolo nella vita della Chiesa in Italia, in particolare in quel vasto e multiforme movimento laicale che ha avuto nell’Azione Cattolica il suo asse portante» (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX,1 [1996], p. 1110).

Come non riconoscere che la FUCI ha contribuito alla formazione di intere generazioni di cristiani esemplari, che hanno saputo tradurre nella vita e con la vita il Vangelo, impegnandosi sul piano culturale, civile, sociale ed ecclesiale? Penso, in primo luogo, ai beati Piergiorgio Frassati e Alberto Marvelli, vostri coetanei; ricordo personalità illustri come Aldo Moro e Vittorio Bachelet, entrambi barbaramente uccisi; né posso dimenticare il mio venerato predecessore Paolo VI, che fu attento e coraggioso Assistente ecclesiastico centrale della FUCI nei difficili anni del fascismo, e poi Mons. Emilio Guano e Mons. Franco Costa. I recenti dieci anni sono stati inoltre caratterizzati dal deciso impegno della FUCI di riscoprire la propria dimensione universitaria. Dopo non pochi dibattiti e accese discussioni, a metà degli anni Novanta, in Italia si è posto mano ad una radicale riforma del sistema accademico, che ora presenta una nuova fisionomia, carica di promettenti prospettive insieme però ad elementi che suscitano una legittima preoccupazione. E voi, sia nei recenti Congressi che sulle pagine della rivista Ricerca, vi siete costantemente preoccupati della nuova configurazione degli studi accademici, delle relative modifiche legislative, del tema della partecipazione studentesca e dei modi in cui le dinamiche globali della comunicazione incidono sulla formazione e sulla trasmissione del sapere.

E’ proprio in questo ambito che la FUCI può esprimere appieno anche oggi il suo antico e sempre attuale carisma: e cioè la convinta testimonianza della "possibile amicizia" tra l’intelligenza e la fede, che comporta lo sforzo incessante di coniugare la maturazione nella fede con la crescita nello studio e l’acquisizione del sapere scientifico. In questo contesto acquista significativo valore l’espressione a voi cara: "credere nello studio".

In effetti, perchè ritenere che chi ha fede debba rinunciare alla ricerca libera della verità, e chi cerca liberamente la verità debba rinunciare alla fede? E’ invece possibile, proprio durante gli studi universitari e grazie ad essi, realizzare un’autentica maturazione umana, scientifica e spirituale. "Credere nello studio" vuol dire riconoscere che lo studio e la ricerca – specialmente durante gli anni dell’Università – posseggono un’intrinseca forza di allargamento degli orizzonti dell’intelligenza umana, purché lo studio accademico conservi un profilo esigente, rigoroso, serio, metodico e progressivo. A queste condizioni, anzi, esso rappresenta un vantaggio per la formazione globale della persona umana, come soleva dire il beato Giuseppe Tovini, osservando che con lo studio i giovani non sarebbero mai stati poveri, mentre senza lo studio non sarebbero mai stati ricchi.

Lo studio costituisce, al tempo stesso, una provvidenziale opportunità per avanzare nel cammino della fede, perché l’intelligenza ben coltivata apre il cuore dell’uomo all’ascolto della voce di Dio, evidenziando l’importanza del discernimento e dell’umiltà. Proprio al valore dell’umiltà mi riferivo nella recente Agorà di Loreto, quando esortavo i giovani italiani a non seguire la strada dell’orgoglio, bensì quella di un realistico senso della vita aperto alla dimensione trascendente. Oggi, come in passato, chi vuole essere discepolo di Cristo è chiamato ad andare controcorrente, a non lasciarsi attrarre da richiami interessati e suadenti che provengono da diversi pulpiti dove sono propagandati comportamenti improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e alla conquista del successo con ogni mezzo. Si registra nell’attuale società una corsa talora sfrenata all’apparire e all’avere a scapito purtroppo dell’essere, e la Chiesa, maestra di umanità, non si stanca di esortare specialmente le nuove generazioni, alle quali voi appartenete, a restare vigilanti e a non temere di scegliere vie "alternative" che solo Cristo sa indicare.

Sì, cari amici, Gesù chiama tutti i suoi amici a improntare la loro esistenza ad un modo di vivere sobrio e solidale, a tessere relazioni affettive sincere e gratuite con gli altri. A voi, cari giovani studenti, chiede di impegnarvi onestamente nello studio, coltivando un maturo senso di responsabilità ed un interesse condiviso per il bene comune. Gli anni dell’Università siano pertanto palestra di convinta e coraggiosa testimonianza evangelica. E per realizzare questa vostra missione, cercate di coltivare un’intima amicizia con il divino Maestro, ponendovi alla scuola di Maria, Sede della Sapienza. Alla sua materna intercessione vi affido e, mentre vi assicuro un ricordo nella preghiera, imparto di cuore a tutti con affetto una speciale Benedizione apostolica, che volentieri estendo alle vostre famiglie e alle persone a voi care.

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giovedì 8 novembre 2007

La Chiesa esiste non perché quanti si sono riuniti si dividano, ma perché quanti sono divisi possano unirsi


LETTERA DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

Il Santo Padre Benedetto XVI ha indirizzato ai Vescovi e a tutti i fedeli una Lettera in occasione del XVI centenario della morte di San Giovanni Crisostomo, Vescovo e Dottore della Chiesa.

La Lettera è stata resa nota stamane all’apertura del Convegno Internazionale su San Giovanni Crisostomo a 1600 anni dalla sua morte, che ha luogo presso l’Istituto Patristico "Augustinianum" dall’8 al 10 novembre 2007.

Pubblichiamo di seguito il testo della Lettera del Santo Padre:


LETTERA DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
carissimi fratelli e sorelle in Cristo
!

1. Introduzione

Ricorre quest’anno il sedicesimo centenario della morte di san Giovanni Crisostomo, grande Padre della Chiesa a cui guardano con venerazione i cristiani di tutti i tempi. Nella Chiesa antica Giovanni Crisostomo si distingue per aver promosso quel «fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica» che «ha avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell’Oriente e dell’Occidente»1. Sia la vita che il magistero dottrinale del santo Vescovo e Dottore risuonano in tutti i secoli e ancora oggi suscitano l’ammirazione universale. I Pontefici Romani hanno sempre riconosciuto in lui una viva fonte di sapienza per la Chiesa e la loro attenzione per il suo magistero si è ulteriormente acuita nel corso dell’ultimo secolo. Cent’anni fa san Pio X ha commemorato il quindicesimo centenario della morte di san Giovanni invitando la Chiesa ad imitare le sue virtù2. Papa Pio XII ha messo in evidenza il grande valore del contributo che san Giovanni ha apportato alla storia dell’interpretazione delle Sacre Scritture con la teoria della «condiscendenza», ovvero della «synkatábasis». Attraverso di essa il Crisostomo ha riconosciuto che «le parole di Dio, espresse con lingua umana, si sono fatte somiglianti all’umano linguaggio»3. Il Concilio Vaticano II ha incorporato quest’osservazione nella Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla Divina Rivelazione4. Il Beato Giovanni XXIII ha sottolineato la profonda comprensione che il Crisostomo ha dell’intimo legame tra la liturgia eucaristica e la sollecitudine per la Chiesa universale5. Il Servo di Dio Paolo VI ha rilevato il modo in cui egli «trattò, con tanta elevatezza di linguaggio e con tanto acume di pietà, del Mistero Eucaristico»6. Voglio ricordare il gesto solenne con cui il mio amatissimo Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nel novembre 2004 consegnò importanti reliquie dei santi Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Il Pontefice notò come quel gesto fosse veramente per la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse «un’occasione benedetta per purificare le nostre memorie ferite, per rinsaldare il nostro cammino di riconciliazione»7. Io stesso, durante il viaggio apostolico in Turchia, proprio nella Cattedrale del Patriarcato di Costantinopoli, ho avuto occasione di ricordare «gli insigni santi e pastori che hanno vigilato sulla Sede di Costantinopoli, fra i quali san Gregorio di Nazianzo e san Giovanni Crisostomo, che anche l’Occidente venera come Dottori della Chiesa ... In verità, essi sono degni intercessori per noi davanti al Signore»8. Sono lieto pertanto che la circostanza del XVI centenario della morte di san Giovanni mi offra l’opportunità di rievocare la sua luminosa figura e di proporla alla Chiesa universale per la comune edificazione.

2. La vita e il ministero di san Giovanni

San Giovanni Crisostomo nacque ad Antiochia di Siria a metà del quarto secolo. Fu istruito nelle arti liberali secondo la prassi tradizionale dei suoi tempi e si rivelò particolarmente dotato nell’arte del discorso pubblico. Durante i suoi studi, mentre era ancora giovane, chiese il battesimo ed accolse l’invito del suo Vescovo, Melezio, a prestare il servizio di lettore nella Chiesa locale9. In quel periodo i fedeli erano turbati dalla difficoltà di trovare un modo adeguato per esprimere la divinità di Cristo. Giovanni si era allineato con quei fedeli ortodossi che, in sintonia col Concilio ecumenico di Nicea, confessavano la piena divinità di Cristo, benché così facendo sia egli stesso che gli altri fedeli non incontrassero ad Antiochia il favore del governo imperiale10. Dopo il suo battesimo Giovanni abbracciò la vita ascetica. Per influenza del suo maestro Diodoro di Tarso, decise di restare celibe per tutta la vita e si dedicò alla preghiera, al digiuno rigoroso ed allo studio della Sacra Scrittura11. Allontanatosi da Antiochia, per sei anni condusse vita ascetica nel deserto della Siria ed iniziò a scrivere trattati sulla vita spirituale12. In seguito, ritornò ad Antiochia dove, ancora una volta, servì la Chiesa come lettore e, più tardi, per cinque anni, come diacono. Nel 386, chiamato al presbiterato da Flaviano, Vescovo di Antiochia, aggiunse anche il ministero della predicazione della Parola di Dio a quello della preghiera e dell’attività letteraria13.

Durante i dodici anni di ministero presbiterale nella Chiesa antiochena, Giovanni si distinse molto per la sua capacità di interpretare le Sacre Scritture in un modo comprensibile per i fedeli. Nella sua predicazione egli si adoperava con fervore per rafforzare l’unità della Chiesa rinvigorendo nei suoi ascoltatori l’identità cristiana, in un momento storico in cui essa era minacciata sia dall’interno che dall’esterno. A ragione, egli intuiva che l’unità tra i cristiani dipende soprattutto da una vera comprensione del mistero centrale della fede della Chiesa, quello della Santissima Trinità e dell’Incarnazione del Verbo Divino. Ben conscio, tuttavia, della difficoltà di questi misteri, Giovanni poneva grande impegno nel rendere l’insegnamento della Chiesa accessibile alle persone semplici della sua assemblea, sia ad Antiochia che, più tardi, a Costantinopoli14. E non mancava di rivolgersi anche ai dissenzienti, preferendo usare verso di essi la pazienza piuttosto che l’aggressività, poiché credeva che per vincere un errore teologico «nulla è più efficace della moderazione e della gentilezza»15.

La fede robusta di Giovanni e la sua abilità nel predicare gli diedero la possibilità di pacificare gli Antiocheni quando, agli inizi del suo presbiterato, l’Imperatore aumentò la pressione fiscale sulla città provocando un tumulto durante il quale alcuni monumenti pubblici furono distrutti. Dopo il tumulto la gente, temendo la collera dell’Imperatore, si era radunata in chiesa, desiderosa di ascoltare da Giovanni parole di speranza cristiana e di consolazione: «Se non saremo noi a consolarvi, dove mai potrete trovare consolazione?», egli disse loro16. Nelle sue prediche lungo la quaresima di quell’anno, Giovanni passò in rassegna gli eventi connessi con l’insurrezione e ricordò ai suoi uditori gli atteggiamenti che devono caratterizzare l’impegno civico dei cristiani17, in particolare il rifiuto di mezzi violenti nella promozione di cambiamenti politici e sociali18. In questa prospettiva esortava i fedeli ricchi a praticare la carità verso i poveri, per costruire una città più giusta e, allo stesso tempo, raccomandava che i più istruiti accettassero di fare da maestri e che tutti i cristiani si riunissero nelle chiese per imparare a portare gli uni i pesi degli altri19. All’occasione sapeva anche consolare i suoi ascoltatori rinvigorendone la speranza e incoraggiandoli ad aver fiducia in Dio, sia per la salvezza temporale che per quella eterna20, giacché «la tribolazione produce la pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (Rm 5,3-4)21.

Dopo aver servito la chiesa antiochena come presbitero e predicatore per dodici anni, Giovanni fu consacrato Vescovo di Costantinopoli nel 398, e lì rimase per cinque anni e mezzo. In quella funzione, egli si occupò della riforma del clero, spronando i presbiteri, sia con le parole che con l’esempio, a vivere in conformità con il Vangelo22. Sostenne i monaci che vivevano in città e si prese cura delle loro necessità materiali, ma cercò anche di riformare la loro vita, sottolineando che essi si erano proposti di dedicarsi esclusivamente alla preghiera e ad una vita ritirata23. Attento a rifuggire ogni ostentazione di lusso e ad adottare, benché Vescovo di una capitale dell’impero, uno stile di vita modesto, fu generosissimo nel distribuire l’elemosina ai poveri. Giovanni si dedicava alla predicazione ogni domenica e nelle feste principali. Era molto attento a far sì che gli applausi, spesso ricevuti per la sua predicazione, non lo inducessero a far perdere mordente al Vangelo che predicava. Pertanto talvolta si lamentava perché troppo spesso la stessa assemblea che applaudiva le sue omelie ne ignorava le esortazioni a vivere autenticamente la vita cristiana24. Fu instancabile nel denunciare il contrasto che esisteva in città tra lo spreco stravagante dei ricchi e l’indigenza dei poveri e, allo stesso tempo, nel suggerire ai ricchi di accogliere i senzatetto nella loro case25. Egli vedeva Cristo nel povero; invitava perciò i suoi ascoltatori a fare altrettanto e ad agire di conseguenza26. Tanto fu persistente la sua difesa del povero e il rimprovero per chi era troppo ricco, da suscitare il disappunto e anche l’ostilità contro di lui da parte di alcuni ricchi e di quanti detenevano in città il potere politico27.

Tra i Vescovi del suo tempo Giovanni fu straordinario per lo zelo missionario; egli mandò missionari a diffondere il Vangelo tra quelli che non l’avevano ancora udito28. Costruì ospedali per la cura degli ammalati29. Predicando a Costantinopoli sulla Lettera agli Ebrei, affermò che l’assistenza materiale della Chiesa si deve estendere ad ogni bisognoso, senza tener conto del credo religioso: «il bisognoso appartiene a Dio, anche se pagano o Ebreo. Anche se non crede, è degno di aiuto»30.

Il ruolo di Vescovo nella capitale dell’Impero d’Oriente imponeva a Giovanni di mediare le delicate relazioni tra la Chiesa e la corte imperiale. Egli si trovò spesso ad essere oggetto di ostilità da parte di molti ufficiali imperiali, a causa talvolta della sua fermezza nel criticare il lusso eccessivo di cui essi si circondavano. Nel contempo la sua posizione di Arcivescovo metropolita di Costantinopoli lo poneva nella difficile e delicata situazione di dover negoziare una serie di questioni ecclesiali che implicavano altri Vescovi e altre sedi. In conseguenza degli intrighi orditi contro di lui da potenti oppositori, sia ecclesiastici che imperiali, per due volte fu condannato dall’imperatore all’esilio. Morì il 14 settembre di 1600 anni or sono, a Comana del Ponto durante il viaggio verso la meta finale del suo secondo esilio, lontano dal suo amato gregge di Costantinopoli.

3. Il magistero di san Giovanni

Dal quinto secolo in poi, il Crisostomo è stato venerato dall’intera Chiesa cristiana, orientale e occidentale, per la sua coraggiosa testimonianza in difesa della fede ecclesiale e per la sua generosa dedizione al ministero pastorale. Il suo magistero dottrinale e la sua predicazione, come anche la sua sollecitudine per la Sacra Liturgia gli hanno meritato ben presto il riconoscimento di Padre e di Dottore della Chiesa. Anche la sua fama di predicatore veniva consacrata, a partire già dal sesto secolo, con l’attribuzione del titolo di «Bocca d’oro», in greco «Crisostomo». Di lui sant’Agostino scrive: «Osserva, Giuliano, in quale assemblea ti ho introdotto. Qui c’è Ambrogio di Milano, ... qui Giovanni di Costantinopoli, ... qui Basilio, ... qui gli altri, e il loro mirabile consenso dovrebbe farti riflettere … Essi rifulsero nella Chiesa cattolica per lo studio della dottrina. Rivestiti e protetti dalle armi spirituali hanno condotto vigorose guerre contro gli eretici e, dopo aver portato fedelmente a termine le opere loro affidate da Dio, dormono nel grembo della pace ... Ecco il luogo in cui ti ho introdotto, l’assemblea di questi santi non è la moltitudine del popolo: essi non sono solo figli, ma anche Padri della Chiesa»31.

Degno di speciale menzione è poi lo straordinario sforzo messo in opera da san Giovanni Crisostomo per promuovere la riconciliazione e la piena comunione tra i cristiani d’Oriente e d’Occidente. In particolare, decisivo fu il suo contributo nel porre fine allo scisma che separava la sede di Antiochia da quella di Roma e dalle altre Chiese occidentali. All’epoca della sua consacrazione a Vescovo di Costantinopoli Giovanni inviò una delegazione da Papa Siricio, a Roma. A sostegno di questa missione, in vista del suo progetto di metter fine allo scisma, egli ottenne la collaborazione del Vescovo di Alessandria d’Egitto. Papa Siricio rispose con favore all’iniziativa diplomatica di Giovanni; lo scisma fu così risolto pacificamente e si ristabilì la piena comunione tra le Chiese.

In seguito, verso la fine della sua vita, ritornato a Costantinopoli dal primo esilio, Giovanni scrisse al Papa Innocenzo ed anche ai Vescovi Venerio di Milano e Cromazio di Aquileia, per chiedere il loro aiuto nello sforzo di riportare ordine nella Chiesa di Costantinopoli, divisa a causa delle ingiustizie commesse contro di lui. Giovanni sollecitava dal Papa Innocenzo e dagli altri Vescovi occidentali un intervento che «accordi – come egli scriveva - benevolenza non solo a noi ma alla Chiesa intera»32. Nel pensiero del Crisostomo, infatti, quando una parte della Chiesa soffre per una ferita, tutta la Chiesa soffre per la stessa ferita. Papa Innocenzo difese Giovanni in alcune lettere indirizzate ai Vescovi d’Oriente33. Il Papa affermava la sua piena comunione con lui, ignorandone la deposizione che considerava illegittima34. Scrisse poi a Giovanni per consolarlo35, e scrisse anche al clero e ai fedeli di Costantinopoli per manifestare il suo pieno sostegno al loro Vescovo legittimo: «Giovanni, il vostro Vescovo, ha sofferto ingiustamente», egli riconosceva36. Inoltre il Papa radunò un sinodo di Vescovi italiani ed orientali allo scopo di ottenere giustizia per il Vescovo perseguitato37. Con il sostegno dell’imperatore d’Occidente, il Papa mandò una delegazione di Vescovi occidentali e orientali a Costantinopoli, presso l’imperatore d’Oriente, per difendere Giovanni e chiedere che un sinodo ecumenico di Vescovi gli facesse giustizia38. Quando, poco prima che morisse in esilio, questi progetti fallirono, Giovanni scrisse a Papa Innocenzo per ringraziarlo della «grande consolazione» che aveva tratto dal generoso sostegno accordatogli39. Nella sua lettera Giovanni affermava che, benché separato dalla grande distanza dell’esilio, egli era «giorno per giorno in comunione» con lui, e diceva: «Tu hai superato anche il padre più affettuoso nella tua benevolenza e nel tuo zelo verso di noi». Lo supplicava tuttavia di perseverare nell’impegno di cercare giustizia per lui e per la Chiesa di Costantinopoli, poiché «ora la battaglia che ti sta davanti deve essere combattuta in favore di quasi tutto il mondo, della Chiesa umiliata fino a terra, del popolo disperso, del clero aggredito, dei Vescovi mandati in esilio, delle antiche leggi violate». Giovanni scrisse anche agli altri Vescovi occidentali per ringraziarli del loro sostegno40: tra di essi, in Italia, a Cromazio di Aquileia41, a Venerio di Milano42 ed a Gaudenzio di Brescia43.

Sia ad Antiochia che a Costantinopoli Giovanni parlò appassionatamente dell’unità della Chiesa sparsa nel mondo. Annotava al riguardo: «I fedeli, a Roma, considerano quelli che sono in India come membra del loro stesso corpo»44 e sottolineava che nella Chiesa non c’è spazio per le divisioni. «La Chiesa – esclamava - esiste non perché quanti si sono riuniti si dividano, ma perché quanti sono divisi possano unirsi»45. E trovava nelle Sacre Scritture la ratifica divina a questa unità. Predicando sulla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, ricordava ai suoi ascoltatori che «Paolo si riferisce alla Chiesa come "Chiesa di Dio"46, mostrando che deve essere unita, perché se è "di Dio", è unita, e non lo è solo a Corinto, ma anche nel mondo; il nome della Chiesa infatti non è un nome di separazione, ma di unità e di concordia»47.

Per Giovanni l’unità della Chiesa è fondata in Cristo, il Verbo Divino che con la sua Incarnazione si è unito alla Chiesa come il capo con il suo corpo48: «Dove c’è il capo, là c’è anche il corpo», e pertanto «non c’è separazione tra il capo ed il corpo»49. Egli aveva compreso che nell’Incarnazione il Verbo Divino non solo si è fatto uomo, ma si è anche unito a noi facendoci suo corpo: «Poiché non era sufficiente per lui farsi uomo, essere percosso e ucciso, egli si unisce a noi non solo per la fede, ma anche di fatto ci rende suo corpo»50. Commentando il passo della Lettera di san Paolo agli Efesini: «Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose»51, Giovanni spiega che «è come se il capo fosse completato dal corpo, poiché il corpo è composto e formato dalle sue varie parti. Il suo corpo è dunque composto da tutti. Pertanto il capo è completo e il corpo è reso perfetto quando noi tutti siamo stretti insieme ed uniti»52. Giovanni pertanto conclude che Cristo unisce tutte le membra della sua Chiesa a sé e tra di loro. La nostra fede in Cristo richiede che ci impegniamo per un’effettiva, sacramentale unione tra le membra della Chiesa, ponendo fine a tutte le divisioni.

Per il Crisostomo, l’unità ecclesiale che si realizza in Cristo è testimoniata in modo del tutto peculiare nell’Eucaristia. Denominato "dottore eucaristico" per la vastità e la profondità della sua dottrina sul santissimo Sacramento»53, egli insegna che l’unità sacramentale dell’Eucaristia costituisce la base dell’unità ecclesiale in e per Cristo. «Certo ci sono molte cose per tenerci uniti insieme. Una mensa è apparecchiata davanti a tutti … a tutti è stata offerta la stessa bevanda o, piuttosto, non solo la stessa bevanda ma anche lo stesso calice. Il nostro Padre, volendo condurci ad un tenero affetto, ha disposto anche questo, che noi beviamo da un solo calice, cosa questa che si addice ad un amore intenso»54. Riflettendo sulle parole della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, «Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo?»55, Giovanni commenta: per l’Apostolo dunque, «come quel corpo è unito a Cristo, così anche noi siamo uniti a Lui per mezzo di questo pane»56. E ancor più chiaramente, alla luce delle successive parole dell’Apostolo: «Poiché noi, pur essendo molti, siamo un solo pane, un solo corpo»57, Giovanni argomenta: «Che cos’è il pane? Il Corpo di Cristo. E che cosa diventano essi quando lo mangiano? Il corpo di Cristo; non molti corpi, ma un solo corpo. Come il pane, pur composto da molti chicchi, diventa uno … così anche noi siamo uniti sia l’uno all’altro che a Cristo … Ora, se siamo nutriti da uno stesso pane e diventiamo tutti la medesima cosa, perché non mostriamo anche lo stesso amore, così da diventare anche sotto questo aspetto una cosa sola?»58.

La fede del Crisostomo nel mistero d’amore che lega i credenti a Cristo e tra di loro lo condusse ad esprimere una profonda venerazione per l’Eucaristia, una venerazione che alimentò particolarmente nella celebrazione della Divina Liturgia. Una delle più ricche espressioni della Liturgia orientale porta appunto il suo nome: "La Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo". Giovanni capiva che la Divina Liturgia pone spiritualmente il credente tra la vita terrena e le realtà celesti che gli sono state promesse dal Signore. Egli esprimeva a Basilio Magno il suo timore reverenziale nel celebrare i sacri misteri con queste parole: «Quando tu vedi il Signore immolato giacere sull’altare e il sacerdote che, stando in piedi, prega sulla vittima… puoi ancora pensare di essere tra gli uomini, di stare sulla terra? Non sei, al contrario, subito trasportato in cielo?». I sacri riti, dice Giovanni, «non sono solo meravigliosi da vedere, ma straordinari per il timore riverenziale che suscitano. Lì sta in piedi il sacerdote… che fa scendere lo Spirito Santo, egli prega a lungo che la grazia che scende sul sacrificio possa in quel luogo illuminare le menti di tutti e renderle più splendide dell’argento purificato nel fuoco. Chi può disprezzare questo venerando mistero?»59.

Con grande profondità il Crisostomo sviluppa la riflessione sugli effetti della comunione sacramentale nei credenti: «Il sangue di Cristo rinnova in noi l’immagine del nostro Re, produce una bellezza indicibile e non permette che sia distrutta la nobiltà delle nostre anime, ma di continuo la irriga e la nutre»60. Per questo Giovanni spesso e insistentemente esorta i fedeli ad accostarsi degnamente all’altare del Signore, «non con leggerezza … non per abitudine e formalità», ma con «sincerità e purezza di spirito»61. Egli ripete instancabilmente che la preparazione alla Santa Comunione deve includere il pentimento dei peccati e la gratitudine per il sacrifico compiuto da Cristo per la nostra salvezza. Pertanto egli esorta i fedeli a partecipare pienamente e devotamente ai riti della Divina Liturgia e a ricevere con le stesse disposizioni la Santa Comunione: «Non lasciate, ve ne supplichiamo, che siamo uccisi dalla vostra irriverenza, ma avvicinatevi a Lui con devozione e purezza, e quando lo vedete posto davanti a voi, dite a voi stessi: "In virtù di questo corpo io non sono più terra e cenere, non sono più prigioniero, ma libero; in virtù di questo io spero nel paradiso, e di riceverne i beni, l’eredità degli angeli, e di conversare con Cristo"»62.

Naturalmente, dalla contemplazione del Mistero egli trae poi anche le conseguenze morali in cui coinvolge i suoi uditori: a loro egli ricorda che la comunione con il Corpo e il Sangue di Cristo li obbliga a offrire assistenza materiale ai poveri e agli affamati che vivono tra di loro63. La mensa del Signore è il luogo dove i credenti riconoscono ed accolgono il povero e il bisognoso che forse prima avevano ignorato64. Egli esorta i fedeli di tutti i tempi a guardare oltre l’altare su cui è offerto il sacrificio eucaristico e a vedere Cristo nella persona dei poveri ricordando che grazie all’aiuto prestato ai bisognosi essi possono offrire sull’altare di Cristo un sacrificio gradito a Dio65.

4. Conclusione

Ogni volta che incontriamo questi nostri Padri – ha scritto il Papa Giovanni Paolo II a proposito di un altro grande Padre e Dottore, san Basilio, «ne siamo confermati nella fede e incoraggiati nella speranza»66. Il XVI centenario della morte di san Giovanni Crisostomo offre un’occasione assai propizia per incrementare gli studi su di lui, recuperarne gli insegnamenti e diffonderne la devozione. Alle varie iniziative e celebrazioni, che vengono organizzate in occasione di questo XVI centenario, sono spiritualmente presente con animo grato e beneaugurante. Vorrei anche esprimere il mio desiderio ardente che i Padri della Chiesa «nella cui voce risuona la costante Tradizione cristiana»67 divengano sempre di più un punto fermo di riferimento per tutti i teologi della Chiesa. Tornare a loro significa risalire alle fonti dell’esperienza cristiana, per assaporarne la freschezza e la genuinità. Quale miglior augurio potrei, dunque, rivolgere ai teologi che quello di un rinnovato impegno nel ricuperare il patrimonio sapienziale dei santi Padri? Non potrà che venirne un arricchimento prezioso per la loro riflessione anche sui problemi di questi nostri tempi.

Mi piace terminare questo scritto con un’ultima parola del grande Dottore, nella quale egli invita i suoi fedeli – ed anche noi, naturalmente – a riflettere sui valori eterni: «Per quanto tempo ancora saremo inchiodati alla realtà presente? Quanto ancora ci vorrà prima che possiamo riscuoterci? Per quanto ancora trascureremo la nostra salvezza? Lasciateci ricordare ciò di cui Cristo ci ha ritenuti degni, lasciate che lo ringraziamo, lo glorifichiamo, non solo con la nostra fede, ma anche con le nostre opere effettive, che possiamo ottenere i beni futuri per la grazia e l’amorevole tenerezza del nostro Signore Gesù Cristo, per il quale e con il quale sia gloria al Padre e allo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli. Amen»68.

A tutti la mia Benedizione!

Da Castel Gandolfo, il 10 agosto dell’anno 2007, terzo di Pontificato

BENEDICTUS PP. XVI

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1 Cfr. Benedictus XVI, Discorso nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio al Fanar, Istanbul, 29 novembre 2006.

2 Cfr. Pius X, Epistola venerabili Vincentio S.R.E. Card. Vannutelli (22 Iulii 1907): Acta Sanctae Sedis, Ephemerides Romanae, 40 (1907) 453-455.

3 Cfr. Pius XII, Litt. Enc. Divino afflante spiritu (30 settembre 1943): AAS 35 (1943) 316.

4 Cfr. Concilium Vaticanum II, Dei Verbum, n. 13, 18 novembre 1965. Cfr. Paulus VI, Discorso ai professori italiani di Sacra Scrittura in occasione del XXII settimana biblica nazionale, 29 settembre 1972.

5 Cfr. Ioannes XXIII, Litt. Enc. Princeps pastorum (28 novembre 1959): AAS 51 (1959) 846-847.

6 Cfr. Paulus VI, Litt. Enc. Mysterium fidei, n. 17 (3 settembre 1965): AAS 57 (1965) 756. Cfr. Benedictus XVI, Discorso durante la recita del Angelus, Castel Gandolfo, 18 settembre 2005; id., Sacramentum caritatis, n. 13, 22 febbraio 2007.

7 Cfr. Ioannes Paulus II, Lettera al Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, 27 novembre 2004.

8 Cfr. Benedictus XVI, Discorso nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio al Fanar, Istanbul, 29 novembre 2006.

9 Cfr. Johannes Chrysostomus, De sacerdotio 1,1-3 (SCh 272,60-76); Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,104-110).

10 Cfr. Theodoretus Cyrrhensis, Historia religiosa 2,15; 8,5-8 (SCh 234, 226-8; 382-92).

11 Cfr. Johannes Chrysostomus, Laus Diodori episcopi (PG 52,761-766); Socrates, Historia ecclesiastica 6,3 (GCS, n.f. 1,313-315); Sozomenus, Historia ecclesiastica 8,2 (GCS 50,350-351).

12 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,108-110).

13 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,110-112).

14 Cfr. Johannes Chrysostomus, De incomprehensibili dei natura, (SCh 28bis, 93-322). Cfr. id., In illud: Pater meus usque modo operatur (PG 63,511-516); id., In illud: Filius ex se nihil facit (PG 56,247-256).

15 Cfr. Johannes Chrysostomus, De incomprehensibili dei natura 1,352-353 (SCh 28bis, 132).

16 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 6,1 (PG 49,81).

17 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 2-21 (PG 49,33-222); id., Ad illuminandos catecheses 2 (PG 49,231-240).

18 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 2,1-3 (PG 49,33-38).

19 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 2,5; 12,2; 17,2 (PG 49,40. 129. 180).

20 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 3,2; 16,5 (PG 49,49-50; 168-169).

21 Cfr. Johannes Chrysostomus, Ad populum Antiochenum 4,1 (PG 49,62), citando Rom 5,4.

22 Cfr. Socrates, Historia ecclesiastica 6,4 (GCS, n.f. 1,315-316); Sozomenus, Historia ecclesiastica 8,3 (GCS 50,352-353); Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,112).

23 Cfr. Johannes Chrysostomus, De Lazaro 3,1 (PG 48,932).

24 Cfr. Johannes Chrysostomus, In illud: Pater meus usque modo operatur (PG 63,511-516); id., In Acta apostolorum 30,4 (PG 60,226-228); id., Contra ludos et theatra (PG 56,263-270).

25 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Acta apostolorum 35,5; 45,3-4 (PG 60,252; 318-319). Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,124).

26 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Colossenses 1,4 (PG 62,304-305).

27 Cfr. Johannes Chrysostomus, Cum Saturninus et Aurelianus 2 (PG 52,415-416).

28 Cfr. Theodoretus Cyrrhensis, Historia religiosa 5,31 (GCS 44,330-331); Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistulae ad Olimpiadem 9,5 (SCh 13bis, 236-238).

29 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 5 (SCh 341,122).

30 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Hebraeos 10,4 (PG 63,88).

31 Cfr. Augustinus Hipponensis, Contra Iulianum libri sex, 1,7,30-31 (PL 44,661-662).

32 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula ad Innocentium papam 1 (SCh 342,93).

33 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 3 (SCh 341,64-68); Innocentius I, Epistula 5 (PL 20,493-495).

34 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 3 (SCh 341,66-68).

35 Cfr. Sozomenus, Historia ecclesiastica 8,26 (GCS 50,384-385).

36 Cfr. Sozomenus, Historia ecclesiastica 8,26 (GCS 50,385-387).

37 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 4 (SCh 341,84).

38 Cfr. Palladius, Dialogus de vita Joannis Chrysostomi 3-4 (SCh 341,80-86).

39 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula ad Innocentium papam II (PG 52,535-536).

40 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistulae 157-161 (PG 52,703-706).

41 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula 155 (PG 52,702-703).

42 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula 182 (PG 52,714-715).

43 Cfr. Johannes Chrysostomus, Epistula 184 (PG 52,715-716).

44 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Joannem 65,1 (PG 59,361-362).

45 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 27,3 (PG 61,228).

46 Cfr. 1 Cor 1,2.

47 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 1,1 (PG 61,13).

48 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 30,1 (PG 61,249-251); id., In epistulam ad Colossenses 3,2-3 (PG 62,320); id., In epistulam ad Ephesios 3,2 (PG 62,26).

49Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Ephesios 3,2 (PG 62,26).

50 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Matthaeum 82,5 (PG 58,743).

51 Cfr. Ef 1,22-23.

52 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Ephesios 3,2 (PG 62,26). Cfr. ibid., 20,4 (PG 62,140-141).

53 Cfr. Benedictus XVI, Discorso durante la recita del Angelus, Castel Gandolfo, 18 settembre 2005.

54 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Matthaeum 32,7 (PG 57,386).

55 Cfr. 1 Cor 10,16.

56 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 24,2 (PG 61,200). Cfr. id., In Ioannem 46,3 (PG 63, 260-261); id., In epistulam ad Ephesios 3,4 (PG 62,28-29).

57 Cfr. 1 Cor 10,17.

58 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 24,2 (PG 61,200).

59 Cfr. Johannes Chrysostomus, De sacerdotio 3,4 (SCh 272,142-146). Cfr. Benedictus XVI, Sacramentum caritatis, n. 13, 22 febbraio 2007.

60 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Ioannem 46,3 (PG 63,261).

61 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ad Ephesios 3,4 (PG 62,28). Cfr. id., In epistulam i ad Corinthos 24 (PG 61,197-206); id., In epistulam i ad Corinthos 27,4 (PG 61,229-230); id., In epistulam i ad Timotheum 15,4 (PG 62,583-586); id., In Matthaeum 82,6 (PG 58,744-746).

62 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 24,4 (PG 61,203).

63 Cfr Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 27,5 (PG 61,230-231), id., In Genesim 5,3 (PG 54,602-603).

64 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam i ad Corinthos 27,5 (PG 61,230).

65 Cfr. Johannes Chrysostomus, In epistulam ii ad Corinthos 20,3 (PG 61,540). Cfr. id., In epistulam ad Romanos 21,2-4 (PG 60,603-607).

66 Cfr. Ioannes Paulus II, Patres Ecclesiae, n. 1 (2 gennaio 1980).

67 Cfr. Benedictus XVI, Discorso durante l’Udienza generale, 9 novembre 2005.

68 Cfr. Johannes Chrysostomus, In Ioannem 46,4 (PG 63,262).

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Il Papa a Mons. Ravasi: Le auguro un fecondo ministero, volto a promuovere e a incrementare il dialogo della Chiesa con le culture del nostro tempo


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AL PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA IN OCCASIONE DELLA XII SEDUTA PUBBLICA DELLE PONTIFICIE ACCADEMIE , 08.11.2007

Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre ha inviato stamane, tramite il Sostituto della Segreteria di Stato, S.E. Mons. Fernando Filoni, che ne ha dato lettura, al Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, S.E. Mons. Gianfranco Ravasi, e ai partecipanti alla XII Seduta pubblica delle Pontificie Accademie nell’Aula nuova del Sinodo in Vaticano:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Al Venerato Fratello
Mons. Gianfranco Ravasi
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura


In occasione della XII Seduta pubblica delle Pontificie Accademie, il cui Consiglio di Coordinamento Ella presiede, sono lieto di rivolgerLe, caro Fratello, uno speciale saluto insieme con l’augurio di un fecondo ministero, volto a promuovere e ad incrementare il dialogo della Chiesa con le culture del nostro tempo. In questa circostanza desidero, altresì, ringraziare molto cordialmente il Signor Cardinale Paul Poupard per il generoso e prezioso servizio offerto alla Chiesa durante il suo venticinquennale impegno quale Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nonché per l'impulso dato alle stesse Accademie Pontificie, di cui ha promosso il rinnovamento istituzionale e incoraggiato l'attività al servizio di tutta la Chiesa. Assecondando questa linea, il mio Predecessore di v. m., Papa Giovanni Paolo II, istituì nel 1996 uno speciale Premio volto a incoraggiare e sostenere la ricerca e l’impegno di giovani studiosi e di Istituzioni particolarmente meritevoli che, con le loro specifiche attività culturali o artistiche, contribuiscono in maniera significativa alla promozione dell’umanesimo cristiano all’inizio del terzo millennio.
La celebrazione di questa Seduta pubblica rinnova di anno in anno una specifica occasione di incontro e di collaborazione tra le Pontificie Accademie, riunite nel loro Consiglio di Coordinamento, per armonizzare le diverse iniziative, tutte finalizzate ad un preciso obiettivo: promuovere, sia nella Chiesa che nel mondo profano, una cultura degna dell'esistenza umana, fecondata dalla fede, capace di proporre la bellezza della vita cristiana e di rispondere adeguatamente alle sempre più numerose sfide dell'odierno contesto culturale e religioso.
Saluto, quindi, insieme con Lei, Signor Presidente, i Signori Cardinali, i Confratelli nell'Episcopato, gli Ambasciatori, i Sacerdoti, i Responsabili ed i Membri delle Pontificie Accademie e tutti i partecipanti all'incontro. Questa solenne Seduta pubblica vede protagoniste due Accademie - la Pontificia Accademia Romana di Archeologia e la Pontificia Accademia Cultorum Martyrum - le quali hanno proposto la tematica dell'incontro odierno: "Testimoni del suo amore (Sacramentum caritatis, 85). L'amore di Dio manifestato dai Martiri e dalle opere della Chiesa".

Mi compiaccio vivamente per la scelta di questa tematica, a me particolarmente cara, che rimanda ad un significativo capitolo dell'Esortazione apostolica Sacramentum caritatis. In essa ho voluto sottolineare ancora una volta il fondamentale nesso tra la celebrazione dei divini Misteri e la testimonianza della vita, tra l'esperienza di incontro col Mistero di Dio, fonte di stupore e di gioia interiore, ed il dinamismo di un rinnovato impegno che ci porta ad essere, appunto "testimoni del suo amore". Ricordando che Gesù stesso è "il testimone fedele e verace" (cfr Ap 1,5), mandato dal Padre nel mondo per rendere testimonianza alla verità (cfr Gv 18,37), dobbiamo convincerci che è proprio la testimonianza coerente e convinta dei credenti "il mezzo con cui la verità dell'amore di Dio raggiunge l'uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale" (ibid., 85).

A tal proposito, è più che mai necessario riproporre l'esempio dei Martiri cristiani, sia dell'antichità sia dei nostri giorni, nella cui vita e nella cui testimonianza, spinta fino all'effusione del sangue, si manifesta in modo supremo l'amore di Dio. Anche il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, volle proporre a tutta la Chiesa, soprattutto nel contesto del Grande Giubileo dell'Anno 2000, l'esempio dei Martiri, e nella Bolla di indizione del Giubileo, Incarnationis mysterium, così scriveva: "Un segno perenne, ma oggi particolarmente eloquente, della verità dell'amore cristiano è la memoria dei martiri. Non sia dimenticata la loro testimonianza. Essi sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore. Il martire, soprattutto ai nostri giorni, è segno di quell'amore più grande che compendia ogni altro valore" (n. 13).

Meritevoli di speciale menzione sono poi tutte le opere di carità fiorite nel corso dei secoli ad opera di fedeli generosi. Spinti dal fuoco interiore dell'amore di Cristo, moltissimi credenti, pastori o fedeli, si sono adoperati, in questi venti secoli di storia cristiana, a creare e promuovere iniziative di carità e istituzioni benefiche, per andare incontro ai bisogni dei più poveri e manifestare così concretamente lo stretto, indissolubile legame tra amore di Dio e amore del prossimo. Ancor oggi tante opere caritative promosse dai credenti rappresentano una straordinaria testimonianza di ciò che può fare l'amore di Dio, quando viene accolto nel cuore dell'uomo.

Questa storia gloriosa è stata fatta oggetto di attenta analisi da alcuni studiosi. Seguendo la più che decennale tradizione, La prego, Signor Presidente, di voler ora conferire il Premio delle Pontificie Accademie, che su proposta del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie, è stato quest’anno attribuito al Dott. Antongiulio Granelli per la tesi di Dottorato dal titolo Il Cimitero di Panfilo sulla via Salaria vetus a Roma, discussa presso l’Università "La Sapienza" di Roma. In essa, attraverso uno studio approfondito, condotto con approccio interdisciplinare, si illustra il Cimitero di Panfilo, poco studiato in precedenza, collocandolo nel suggestivo spaccato della testimonianza cristiana sviluppatasi nel primo tratto della Salaria vetus, che trova nel martire Panfilo, documentato nel cimitero da un graffito, il suo simbolo più eloquente.

Accogliendo inoltre il suggerimento dello stesso Consiglio di Coordinamento, La prego di voler anche offrire, quale segno di apprezzamento e di incoraggiamento, una Medaglia del Pontificato allo studioso Dott. Massimiliano Ghilardi, per l'opera Gli arsenali della Fede. Tre saggi su apologia e propaganda delle catacombe romane, Roma 2006. Il volume ripercorre le vicende relative allo scoprimento di catacombe e ipogei cristiani, evidenziando l'uso apologetico di tali scoperte.

Voglia infine esprimere, Signor Presidente, a tutti gli Accademici, e specialmente ai Membri della Pontificia Accademia Romana di Archeologia e della Pontificia Accademia Cultorum Martyrum, il mio vivo incoraggiamento a proseguire con sempre rinnovato entusiasmo nella loro opera, affinché il loro impegno nei diversi ambiti culturali e artistici diventi davvero una luminosa e bella testimonianza, che risplenda anche davanti agli uomini di oggi spingendoli a glorificare il Padre che è nei cieli (cfr Mt 5,16).

Con tali sentimenti, mentre affido ciascun componente delle Pontificie Accademie alla celeste intercessione dei Santi Martiri, testimoni dell'amore di Dio, nonché alla materna protezione della Beata Vergine Maria, Madre di Cristo e Regina dei Martiri, di cuore imparto a Lei, Signor Presidente, e a tutti i presenti una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 8 Novembre 2007

BENEDICTUS PP. XVI

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mercoledì 7 novembre 2007

La Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà passatissimo


I PADRI DELLA CHIESA NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO XVI

San Girolamo al sacerdote: "Le tue azioni non smentiscano mai le tue parole" (Seconda parte della catechesi su San Girolamo)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 7 novembre 2007


San Girolamo

Cari fratelli e sorelle!

Fermeremo oggi la nostra attenzione su san Girolamo, un Padre della Chiesa che ha posto al centro della sua vita la Bibbia: l’ha tradotta nella lingua latina, l’ha commentata nelle sue opere, e soprattutto si è impegnato a viverla concretamente nella sua lunga esistenza terrena, nonostante il ben noto carattere difficile e focoso ricevuto dalla natura.

Girolamo nacque a Stridone verso il 347 da una famiglia cristiana, che gli assicurò un’accurata formazione, inviandolo anche a Roma a perfezionare i suoi studi. Da giovane sentì l'attrattiva della vita mondana (cfr Ep. 22,7), ma prevalse in lui il desiderio e l'interesse per la religione cristiana. Ricevuto il battesimo verso il 366, si orientò alla vita ascetica e, recatosi ad Aquileia, si inserì in un gruppo di ferventi cristiani, da lui definito quasi «un coro di beati» (Chron. ad ann. 374) riunito attorno al Vescovo Valeriano. Partì poi per l'Oriente e visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo (cfr Ep. 14,10), dedicandosi seriamente agli studi. Perfezionò la sua conoscenza del greco, iniziò lo studio dell'ebraico (cfr Ep. 125,12), trascrisse codici e opere patristiche (cfr Ep. 5,2). La meditazione, la solitudine, il contatto con la Parola di Dio fecero maturare la sua sensibilità cristiana. Sentì più pungente il peso dei trascorsi giovanili (cfr Ep. 22,7), e avvertì vivamente il contrasto tra mentalità pagana e vita cristiana: un contrasto reso celebre dalla drammatica e vivace "visione", della quale egli ci ha lasciato il racconto. In essa gli sembrò di essere flagellato al cospetto di Dio, perché «ciceroniano e non cristiano» (cfr Ep. 22,30).

Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobil donne impararono anche il greco e l’ebraico.

Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa, silenziosa testimone della vita terrena di Cristo, poi in Egitto, terra di elezione di molti monaci (cfr Contra Rufinum 3,22; Ep. 108,6-14). Nel 386 si fermò a Betlemme, dove, per la generosità della nobildonna Paola, furono costruiti un monastero maschile, uno femminile e un ospizio per i pellegrini che si recavano in Terra Santa, «pensando che Maria e Giuseppe non avevano trovato dove sostare» (Ep. 108,14). A Betlemme restò fino alla morte, continuando a svolgere un'intensa attività: commentò la Parola di Dio; difese la fede, opponendosi vigorosamente a varie eresie; esortò i monaci alla perfezione; insegnò la cultura classica e cristiana a giovani allievi; accolse con animo pastorale i pellegrini che visitavano la Terra Santa. Si spense nella sua cella, vicino alla grotta della Natività, il 30 settembre 419/420.

La preparazione letteraria e la vasta erudizione consentirono a Girolamo la revisione e la traduzione di molti testi biblici: un prezioso lavoro per la Chiesa latina e per la cultura occidentale. Sulla base dei testi originali in greco e in ebraico e grazie al confronto con precedenti versioni, egli attuò la revisione dei quattro Vangeli in lingua latina, poi del Salterio e di gran parte dell'Antico Testamento.

Tenendo conto dell'originale ebraico e greco, dei Settanta, la classica versione greca dell’Antico Testamento risalente al tempo precristiano, e delle precedenti versioni latine, Girolamo, affiancato poi da altri collaboratori, poté offrire una traduzione migliore: essa costituisce la cosiddetta "Vulgata", il testo "ufficiale" della Chiesa latina, che è stato riconosciuto come tale dal Concilio di Trento e che, dopo la recente revisione, rimane il testo “ufficiale” della Chiesa di lingua latina.

E’ interessante rilevare i criteri a cui il grande biblista si attenne nella sua opera di traduttore. Li rivela egli stesso quando afferma di rispettare perfino l’ordine delle parole delle Sacre Scritture, perché in esse, dice, “anche l’ordine delle parole è un mistero” (Ep. 57,5), cioè una rivelazione. Ribadisce inoltre la necessità di ricorrere ai testi originali: «Qualora sorgesse una discussione tra i Latini sul Nuovo Testamento, per le lezioni discordanti dei manoscritti, ricorriamo all'originale, cioè al testo greco, in cui è stato scritto il Nuovo Patto. Allo stesso modo per l'Antico Testamento, se vi sono divergenze tra i testi greci e latini, ci appelliamo al testo originale, l'ebraico; così tutto quello che scaturisce dalla sorgente, lo possiamo ritrovare nei ruscelli» (Ep. 106,2). Girolamo, inoltre, commentò anche parecchi testi biblici. Per lui i commentari devono offrire molteplici opinioni, «in modo che il lettore avveduto, dopo aver letto le diverse spiegazioni e dopo aver conosciuto molteplici pareri – da accettare o da respingere –, giudichi quale sia il più attendibile e, come un esperto cambiavalute, rifiuti la moneta falsa» (Contra Rufinum 1,16).

Confutò con energia e vivacità gli eretici che contestavano la tradizione e la fede della Chiesa. Dimostrò anche l'importanza e la validità della letteratura cristiana, divenuta una vera cultura ormai degna di essere messa confronto con quella classica: lo fece componendo il De viris illustribus, un'opera in cui Girolamo presenta le biografie di oltre un centinaio di autori cristiani. Scrisse pure biografie di monaci, illustrando accanto ad altri itinerari spirituali anche l'ideale monastico; inoltre tradusse varie opere di autori greci. Infine nell'importante Epistolario, un capolavoro della letteratura latina, Girolamo emerge con le sue caratteristiche di uomo colto, di asceta e di guida delle anime.

Che cosa possiamo imparare noi da San Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice San Girolamo: “Ignorare le Scritture è ignorare Cristo”.

Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, dev'essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio che si rivolge anche a noi e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi.

Ma per non cadere nell'individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell'ascolto della Parola di Dio è la liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi.

Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l'eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l'eterno, la vita eterna.

E così concludo con una parola di San Girolamo a San Paolino di Nola. In essa il grande Esegeta esprime proprio questa realtà, che cioè nella Parola di Dio riceviamo l'eternità, la vita eterna. Dice San Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10).

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lunedì 5 novembre 2007

Dio-Amore può rendere la famiglia vero nido di amore, casa accogliente della vita e scuola di virtù e di valori cristiani per i figli


DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO INTERNAZIONALE "FAMIGLIE NUOVE" PROMOSSO DAL MOVIMENTO DEI FOCOLARI

Sala Clementina
Sabato, 3 novembre 2007


Cari fratelli e sorelle!

Benvenuti e grazie per questa vostra visita. Voi provenite dai cinque continenti ed appartenete al Movimento Famiglie Nuove, nato 40 anni or sono nell'ambito del Movimento dei Focolari. Siete pertanto una diramazione dei Focolari, ed oggi formate una rete di ben 800.000 famiglie operanti in 182 nazioni, tutte impegnate a fare della loro casa un "focolare" che irradi nel mondo la testimonianza di un vissuto familiare improntato al Vangelo. A ciascuno di voi il mio più cordiale saluto, che si estende pure a quanti hanno voluto accompagnarvi in questo nostro incontro. In modo particolare, saluto i vostri responsabili centrali, che si sono fatti interpreti dei comuni sentimenti e mi hanno illustrato lo stile con cui opera e gli scopi del vostro Movimento. Ringrazio per i saluti che mi sono stati recati da parte di Chiara Lubich, alla quale invio di cuore il mio beneaugurate pensiero, ringraziandola perché, con saggezza e ferma adesione alla Chiesa, continua a guidare la grande famiglia dei Focolari.

Come è stato poc'anzi ricordato, è proprio nell'ambito di questa vasta e benemerita istituzione che voi, care coppie di sposi, vi ponete a servizio del mondo delle famiglie con un'azione pastorale importante e sempre attuale, orientata secondo quattro direttrici: la spiritualità, l'educazione, la socialità e la solidarietà.

Il vostro è in effetti un impegno di evangelizzazione silenzioso e profondo, che mira a testimoniare come solo l'unità familiare, dono di Dio-Amore, possa rendere la famiglia vero nido di amore, casa accogliente della vita e scuola di virtù e di valori cristiani per i figli.

Di fronte alle tante sfide sociali ed economiche, culturali e religiose che la società contemporanea deve affrontare in ogni parte del mondo, la vostra opera, veramente provvidenziale, costituisce un segno di speranza e un incoraggiamento per le famiglie cristiane ad essere "spazio" privilegiato dove si proclami nella vita di ogni giorno e anche con tante difficoltà la bellezza del porre al centro Gesù Cristo e del seguirne fedelmente il Vangelo.

Il tema stesso del vostro incontro - "Una casa costruita sulla roccia -Il Vangelo vissuto, risposta ai problemi della famiglia oggi" - evidenzia l'importanza di questo itinerario ascetico e pastorale. Il segreto è proprio vivere il Vangelo! Giustamente, pertanto, nei lavori assembleari di questi giorni, oltre a contributi che illustrano la situazione in cui si trova oggi la famiglia nei diversi contesti culturali, voi avete previsto l'approfondimento della Parola di Dio e l'ascolto di testimonianze che mostrano come lo Spirito Santo agisce nei cuori e nel vissuto familiare, anche in situazioni complesse e difficili. Si pensi alle incertezze dei fidanzati dinanzi a scelte definitive per il futuro, alla crisi delle coppie, alle separazioni e ai divorzi, come pure alle unioni irregolari, alla condizione delle vedove, alle famiglie in difficoltà, all'accoglienza dei minori abbandonati. Auspico di cuore che, anche grazie al vostro impegno, possano essere individuate strategie pastorali tese a venire incontro ai crescenti bisogni della famiglia contemporanea e alle molteplici sfide a cui essa è posta di fronte, perché non venga meno la sua missione peculiare nella Chiesa e nella società.

Al riguardo, nell'Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici il mio venerato e amato predecessore Giovanni Paolo II annotava: "La Chiesa sostiene che la coppia e la famiglia costituiscono il primo spazio per l'impegno sociale dei fedeli" (n. 40). Per portare a compimento questa sua vocazione, la famiglia, consapevole di essere la cellula primaria della società, non deve dimenticare di poter attingere forza dalla grazia di un sacramento, voluto da Cristo per corroborare l'amore tra uomo e donna: un amore inteso come dono di sé, reciproco e profondo. Come ebbe ancora ad osservare Giovanni Paolo II, "la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l'amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell'amore di Dio per l'umanità e dell'amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa" (Familiaris consortio, 17). Secondo il progetto divino, la famiglia è dunque un luogo sacro e santificante e la Chiesa, da sempre vicina ad essa, la sostiene in questa sua missione ancor più oggi, poiché tante sono le minacce che la colpiscono dall'interno e dall'esterno. Per non cedere allo scoraggiamento occorre l'aiuto divino; per questo è necessario che ogni famiglia cristiana guardi con fiducia alla Santa Famiglia, questa originale "Chiesa domestica" nella quale "per un misterioso disegno di Dio è vissuto nascosto per lunghi anni il Figlio di Dio: essa, dunque, è il prototipo e l'esemplare di tutte le famiglie cristiane" (ibid. n. 45).

Cari fratelli e sorelle, l'umile e santa Famiglia di Nazaret, icona e modello di ogni umana famiglia, non vi farà mancare il suo celeste sostegno. Ma è indispensabile il costante vostro ricorso alla preghiera, all'ascolto della Parola di Dio e ad un'intensa vita sacramentale, insieme a uno sforzo mai abbandonato di vivere il comandamento di Cristo dell'amore e del perdono. L'amore non cerca il proprio interesse, non tiene conto del male ricevuto, ma si compiace della verità. L'amore "tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" (cfr 1 Cor 13, 5-7). Cari fratelli e sorelle, proseguite il vostro cammino e siate testimoni di questo Amore, che vi renderà sempre più "cuore" e "lievito" dell'intero Movimento Famiglie Nuove. Io assicuro il mio ricordo nella preghiera per ciascuno di voi, per le vostre attività e per quanti incontrate nel vostro apostolato, e con affetto a tutti ora imparto l'Apostolica Benedizione.

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I cardinali defunti durante l'anno avevano in comune la cosa più grande: l'amicizia con il Signore Gesù


CAPPELLA PAPALE IN SUFFRAGIO DI CARDINALI E VESCOVI DEFUNTI NEL CORSO DELL'ANNO

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Lunedì, 5 novembre 2007


Venerati e cari Fratelli!

Dopo aver commemorato tutti i fedeli defunti nella loro ricorrenza liturgica, ci ritroviamo secondo la consuetudine in questa Basilica Vaticana per offrire il Sacrificio eucaristico in suffragio dei Cardinali e dei Vescovi che nel corso dell’anno, chiamati dal Signore, hanno lasciato questo mondo. Con fraterno affetto ricordo i nomi dei compianti Porporati: Salvatore Pappalardo, Frédéric Etsou-Nzabi Bamungwabi, Antonio María Javierre, Angelo Felici, Jean-Marie Lustiger, Edouard Gagnon, Adam Kozłowiecki e Rosalio José Castillo Lara. Pensando alla persona e al ministero di ciascuno di loro, pur nel cordoglio del distacco, eleviamo a Dio un sentito rendimento di grazie per il dono che in essi Egli ha fatto alla Chiesa e per tutto il bene che col suo aiuto essi hanno potuto compiere. Ugualmente affidiamo all’Eterno Padre i Patriarchi, gli Arcivescovi e i Vescovi defunti, esprimendo anche per essi la nostra riconoscenza a nome dell’intera Comunità cattolica.

La preghiera di suffragio della Chiesa si “appoggia”, per così dire, sulla preghiera di Gesù stesso, che abbiamo ascoltato nel brano evangelico: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io” (Gv 17,24). Gesù si riferisce ai suoi discepoli, in particolare agli Apostoli, che sono accanto a Lui durante l’Ultima Cena. Ma la preghiera del Signore si estende a tutti i discepoli di tutti i tempi. Poco prima, infatti, aveva detto: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me” (Gv 17,20). E se là domandava che fossero “una cosa sola … perché il mondo creda” (v. 21), qui possiamo ugualmente intendere che Egli chieda al Padre di poter avere con sé, nella dimora della sua gloria eterna, tutti i discepoli morti nel segno della fede.

“Quelli che mi hai dato”: è questa una bella definizione del cristiano come tale, ma ovviamente la si può applicare in modo particolare a quanti Dio Padre ha eletto tra i fedeli per destinarli a seguire più da vicino il suo Figlio. Alla luce di queste parole del Signore, il nostro pensiero in questo momento va, in particolare, ai venerati Fratelli per i quali offriamo questa Eucaristia. Sono uomini che il Padre “ha dato” a Cristo. Li ha tolti dal mondo, quel “mondo” che “non L’ha conosciuto” (Gv 17,25), e li ha chiamati a diventare amici di Gesù. Questa è stata la grazia più preziosa di tutta la loro vita. Sono stati certamente uomini con caratteristiche diverse, sia per le vicende personali che per il ministero esercitato; tutti però hanno avuto in comune la cosa più grande: l’amicizia con il Signore Gesù. L’hanno ricevuta in sorte sulla terra, come sacerdoti, ed ora, al di là della morte, condividono nei cieli questa “eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce” (1 Pt 1,4). Durante l’esistenza temporale Gesù ha fatto loro conoscere il nome di Dio, ammettendoli a partecipare all’amore della Santissima Trinità. L’amore del Padre per il Figlio è entrato in essi, e così la Persona stessa del Figlio, in virtù dello Spirito Santo, ha dimorato in ciascuno di loro (cfr Gv 17,26): un’esperienza di comunione divina che tende per sua natura ad occupare l’intera esistenza, per trasfigurarla e prepararla alla gloria della vita eterna.

E’ consolante e salutare, nella preghiera per i defunti, meditare sulla fiducia di Gesù verso il Padre suo e lasciarsi così avvolgere dalla luce serena di questo abbandono assoluto del Figlio alla volontà del suo “Abbà”. Gesù sa che il Padre è sempre con Lui (cfr Gv 8,29); che insieme sono una cosa sola (cfr Gv 10,30). Sa che la propria morte dev’essere un “battesimo”, cioè un’“immersione” nell’amore di Dio (cfr Lc 12,50), e va incontro ad essa sicuro che il Padre realizzerà in Lui l’antica profezia che abbiamo ascoltato oggi nella prima Lettura biblica: “Dopo due giorni ci ridarà la vita / e il terzo ci farà rialzare / e noi vivremo alla sua presenza” (Os 6,2). Questo oracolo del profeta Osea si riferisce al popolo d’Israele ed esprime la fiducia nel soccorso del Signore: una fiducia che a volte il popolo, purtroppo, ha smentito per incostanza e superficialità, giungendo fino ad abusare della benevolenza divina. Nella Persona di Gesù, invece, l’amore per Dio Padre diventa pienamente sincero, autentico, fedele. Egli assume in sé tutta la realtà dell’antico Israele e la porta a compimento. Il “noi” del popolo si concentra nell’“io” di Gesù, segnatamente nei suoi ripetuti annunci della passione, morte e risurrezione, quando rivela apertamente ai discepoli ciò che lo attende a Gerusalemme: dovrà essere rifiutato dai capi, arrestato, condannato a morte e crocifisso, e il terzo giorno risorgere (cfr Mt 16,21). Questa singolare fiducia di Cristo è passata a noi mediante il dono dello Spirito Santo alla Chiesa, di cui siamo entrati a far parte col Sacramento del Battesimo. L’“io” di Gesù diventa un nuovo “noi”, il “noi” della sua Chiesa, quando si comunica a coloro che vengono incorporati a Lui nel Battesimo. E tale identificazione è rafforzata in quanti, per una speciale chiamata del Signore, sono stati configurati a Lui nell’Ordine Sacro.

Il Salmo responsoriale ci ha messo sulle labbra l’anelito struggente di un levita che, lontano da Gerusalemme e dal tempio, desidera ritornarvi per stare nuovamente al cospetto del Signore (cfr Sal 41,1-3). “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: / quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42/41,3). Questa sete contiene una verità che non tradisce, una speranza che non delude. E’ una sete che, anche attraverso la notte più oscura, illumina il cammino verso la sorgente della vita, come ha cantato con mirabili espressioni san Giovanni della Croce. Il Salmista dà spazio ai lamenti dell’anima, ma al centro ed alla fine del suo mirabile inno pone un ritornello pieno di fiducia: “Perché ti rattristi, anima mia, / perché su di me gemi? / Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, / lui, salvezza del mio volto e mio Dio” (v. 6). Nella luce di Cristo e del suo mistero pasquale, queste parole rivelano tutta la loro meravigliosa verità: nemmeno la morte può rendere vana la speranza del credente, perché Cristo è entrato per noi nel santuario del cielo, e là vuole condurci, dopo averci preparato un posto (cfr Gv 14,1-3).

Con questa fede e questa speranza i nostri cari Fratelli defunti hanno recitato innumerevoli volte tale Salmo. Come sacerdoti ne hanno sperimentato tutta la risonanza esistenziale, prendendo anche su di sé le accuse e le derisioni di quanti dicono ai credenti nella prova: “Dov’è il tuo Dio?”. Ora, al termine del loro esilio terreno, sono giunti in patria. Seguendo la via aperta dal loro Signore Risorto, non sono entrati in un tempio fatto da mani d’uomo, ma nel cielo stesso (cfr Eb 9,24). Là, insieme con la Beata Vergine Maria e con tutti i Santi, possano contemplare finalmente – è la nostra preghiera - il volto di Dio e cantare in eterno le sue lodi. Amen!

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domenica 4 novembre 2007

L’amore, partendo dal cuore di Dio e operando attraverso il cuore dell’uomo, è la forza che rinnova il mondo


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LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 04.11.2007

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Oggi la liturgia presenta alla nostra meditazione il noto episodio evangelico dell’incontro di Gesù con Zaccheo nella città di Gerico.
Chi era Zaccheo? Un uomo ricco che di mestiere faceva il "pubblicano", cioè l’esattore delle tasse per conto dell’autorità romana, e proprio per questo veniva considerato pubblico peccatore. Avendo saputo che Gesù passava per Gerico, quell’uomo fu preso da un grande desiderio di vederlo, ma, essendo basso di statura, salì su un albero. Gesù si fermò proprio sotto quell’albero e si rivolse a lui chiamandolo per nome: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua" (Lc 19,5). Quale messaggio in questa semplice frase! "Zaccheo": Gesù chiama per nome un uomo disprezzato da tutti. "Oggi": sì, proprio adesso è per lui il momento della salvezza. "Devo fermarmi": perché "devo"? Perché il Padre, ricco di misericordia, vuole che Gesù vada a "cercare e salvare ciò che era perduto" (Lc 19,10). La grazia di quell’incontro imprevedibile fu tale da cambiare completamente la vita di Zaccheo: "Ecco – confessò a Gesù – io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto" (Lc 19,8). Ancora una volta il Vangelo ci dice che l’amore, partendo dal cuore di Dio e operando attraverso il cuore dell’uomo, è la forza che rinnova il mondo.

Questa verità risplende in modo singolare nella testimonianza del Santo di cui oggi ricorre la memoria: Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano. La sua figura si staglia nel secolo XVI come modello di Pastore esemplare per carità, dottrina, zelo apostolico e soprattutto per la preghiera: "le anime – egli diceva – si conquistano in ginocchio". Consacrato Vescovo a soli 25 anni, mise in pratica il dettato del Concilio di Trento, che imponeva ai Pastori di risiedere nelle rispettive Diocesi, e si dedicò interamente alla Chiesa ambrosiana: la visitò in lungo e in largo per tre volte; indisse sei sinodi provinciali e undici diocesani; fondò seminari per formare una nuova generazione di sacerdoti; costruì ospedali e destinò le ricchezze di famiglia al servizio dei poveri; difese i diritti della Chiesa contro i potenti; rinnovò la vita religiosa e istituì una nuova Congregazione di preti secolari, gli Oblati. Nel 1576, quando a Milano infuriò la peste, visitò, confortò e spese per i malati tutti i suoi beni. Il suo motto consisteva in una parola sola: "Humilitas". L’umiltà lo spinse, come il Signore Gesù, a rinunciare a se stesso per farsi servo di tutti.

Ricordando il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, che ne portava con devozione il nome, affidiamo all’intercessione di san Carlo tutti i Vescovi del mondo, per i quali invochiamo come sempre la celeste protezione di Maria Santissima, Madre della Chiesa.

DOPO L’ANGELUS

Le notizie di questi ultimi giorni relative agli avvenimenti nella regione di confine tra la Turchia e l’Iraq sono fonte, per me e per tutti, di preoccupazione. Desidero, pertanto, incoraggiare ogni sforzo per il raggiungimento di una soluzione pacifica dei problemi che sono recentemente emersi tra la Turchia e il Kurdistan iracheno.
Non posso dimenticare che in quella regione numerose popolazioni hanno trovato rifugio per sfuggire all’insicurezza ed al terrorismo che hanno reso difficile la vita nell’Iraq in questi anni. Proprio in considerazione del bene di quelle popolazioni, che comprendono anche numerosi cristiani, auspico fortemente che tutte le parti si adoperino per favorire soluzioni di pace
.

Auspico, inoltre, che le relazioni tra popolazioni migranti e popolazioni locali avvengano nello spirito di quell’alta civiltà morale che è frutto dei valori spirituali e culturali di ogni popolo e Paese. Chi è preposto alla sicurezza e all’accoglienza sappia far uso dei mezzi atti a garantire i diritti e i doveri che sono alla base di ogni vera convivenza e incontro tra i popoli.

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giovedì 1 novembre 2007

La santità non è una condizione di privilegio, in realtà diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi di ogni uomo!

SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI: LO SPECIALE DEL BLOG

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Giovedì, 1° novembre 2007


Cari fratelli e sorelle!

Nell’odierna solennità di Tutti i Santi, il nostro cuore, oltrepassando i confini del tempo e dello spazio, si dilata alle dimensioni del Cielo. Agli inizi del Cristianesimo, i membri della Chiesa venivano chiamati anche "i santi".
Nella Prima Lettera ai Corinzi, ad esempio, san Paolo si rivolge "a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo" (1 Cor 1,2).
Il cristiano, infatti, è già santo, perché il Battesimo lo unisce a Gesù e al suo mistero pasquale, ma deve al tempo stesso diventarlo, conformandosi a Lui sempre più intimamente.

A volte si pensa che la santità sia una condizione di privilegio riservata a pochi eletti. In realtà, diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi, potremmo dire, di ogni uomo! Scrive l’Apostolo che Dio da sempre ci ha benedetti e ci ha scelti in Cristo "per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità" (Ef 1,3-4). Tutti gli esseri umani sono pertanto chiamati alla santità che, in ultima analisi, consiste nel vivere da figli di Dio, in quella "somiglianza" con Lui secondo la quale sono stati creati. Tutti gli esseri umani sono figli di Dio, e tutti devono diventare ciò che sono, attraverso il cammino esigente della libertà.

Tutti Iddio invita a far parte del suo popolo santo. La "Via" è Cristo, il Figlio, il Santo di Dio: nessuno giunge al Padre se non per mezzo di Lui (cfr Gv 14,6).

Sapientemente la Chiesa ha posto in stretta successione la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Alla nostra preghiera di lode a Dio e di venerazione degli spiriti beati, che oggi la liturgia ci presenta come "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7,9), si unisce la preghiera di suffragio per quanti ci hanno preceduto nel passaggio da questo mondo alla vita eterna.
Ad essi domani dedicheremo in modo speciale la nostra preghiera e per essi celebreremo il Sacrifico eucaristico. In verità, ogni giorno la Chiesa ci invita a pregare per loro, offrendo anche le sofferenze e le fatiche quotidiane affinché, completamente purificati, essi siano ammessi a godere in eterno la luce e la pace del Signore.

Al centro dell’assemblea dei Santi, risplende la Vergine Maria, "umile ed alta più che creatura" (Dante, Paradiso, XXXIII, 2). Ponendo la nostra mano nella sua, ci sentiamo animati a camminare con più slancio sulla via della santità. A Lei affidiamo il nostro impegno quotidiano e La preghiamo oggi anche per i nostri cari defunti, nell’intima speranza di ritrovarci un giorno tutti insieme, nella comunione gloriosa dei Santi.

DOPO L’ANGELUS

Rivolgo il mio saluto cordiale ai pellegrini di lingua italiana. Pensando alla schiera innumerevole di Santi e Sante che sono nati ed hanno vissuto in questa terra, incoraggio il popolo italiano a seguire sempre i loro esempi conservando i valori evangelici, per tenere alto il profilo morale della convivenza civile. Buona festa a tutti!

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SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI: LO SPECIALE DEL BLOG

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI 2012

Il Papa: "Solo la fede nella vita eterna ci fa amare veramente la storia e il presente, ma senza attaccamenti, nella libertà del pellegrino, che ama la terra perché ha il cuore in Cielo" (Angelus, 1° novembre 2012)

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI 2011

Il Papa: "Oggi veneriamo proprio questa innumerevole comunità di Tutti i Santi, i quali, attraverso i loro differenti percorsi di vita, ci indicano diverse strade di santità, accomunate da un unico denominatore: seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana" (Angelus, 1° novembre 2011)

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI 2010

Il Papa: "La santità, imprimere Cristo in se stessi, è lo scopo di vita del Cristiano...La separazione dagli affetti terreni è certo dolorosa, ma non dobbiamo temerla, perché essa, accompagnata dalla preghiera di suffragio della Chiesa, non può spezzare il legame profondo che ci unisce in Cristo" (Angelus, 1° novembre 2010)

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI 2009

Il Papa: "Cari amici, quanto è bella e consolante la comunione dei santi! E’ una realtà che infonde una dimensione diversa a tutta la nostra vita. Non siamo mai soli! Facciamo parte di una "compagnia" spirituale in cui regna una profonda solidarietà: il bene di ciascuno va a vantaggio di tutti e, viceversa, la felicità comune si irradia sui singoli" (Angelus, 1° novembre 2009)

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI 2008

Il Papa: "Visitando un vivaio botanico, si rimane stupefatti dinanzi alla varietà di piante e di fiori, e viene spontaneo pensare alla fantasia del Creatore che ha reso la terra un meraviglioso giardino. Analogo sentimento ci coglie quando consideriamo lo spettacolo della santità: il mondo ci appare come un "giardino", dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione sociale, di ogni lingua, popolo e cultura. Ognuno è diverso dall’altro, con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale" (Angelus, 1° novembre 2008)

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI 2007

La santità non è una condizione di privilegio, in realtà diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi di ogni uomo! (Angelus, 1° novembre 2007)

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI 2006

ANGELUS

Piazza San Pietro
Mercoledì, 1° novembre 2006


Cari fratelli e sorelle,

celebriamo oggi la solennità di Tutti i Santi e domani commemoreremo i fedeli defunti. Queste due ricorrenze liturgiche, molto sentite, ci offrono una singolare opportunità per meditare sulla vita eterna. L'uomo moderno l'aspetta ancora questa vita eterna, o ritiene che essa appartenga a una mitologia ormai superata? In questo nostro tempo, più che nel passato, si è talmente assorbiti dalle cose terrene, che talora riesce difficile pensare a Dio come protagonista della storia e della nostra stessa vita. L'esistenza umana però, per sua natura, è protesa a qualcosa di più grande, che la trascenda; è insopprimibile nell'essere umano l'anelito alla giustizia, alla verità, alla felicità piena. Dinanzi all'enigma della morte, sono vivi in molti il desiderio e la speranza di ritrovare nell'aldilà i propri cari. Come pure è forte la convinzione di un giudizio finale che ristabilisca la giustizia, l'attesa di un definitivo confronto in cui a ciascuno sia dato quanto gli è dovuto.

"Vita eterna" per noi cristiani non indica però solo una vita che dura per sempre, bensì una nuova qualità di esistenza, pienamente immersa nell'amore di Dio, che libera dal male e dalla morte e ci pone in comunione senza fine con tutti i fratelli e le sorelle che partecipano dello stesso Amore. L'eternità, pertanto, può essere già presente al centro della vita terrena e temporale, quando l'anima, mediante la grazia, è congiunta a Dio, suo ultimo fondamento. Tutto passa, solo Dio non muta.

Dice un Salmo: "Vengono meno la mia carne e il mio cuore; / ma la roccia del mio cuore è Dio, / è Dio la mia sorte per sempre" (Sal 72/73, 26). Tutti i cristiani, chiamati alla santità, sono uomini e donne che vivono saldamente ancorati a questa "Roccia"; hanno i piedi sulla terra, ma il cuore già nel Cielo, definitiva dimora degli amici di Dio.
Cari fratelli e sorelle, meditiamo su queste realtà con l'animo volto verso il nostro ultimo e definitivo destino, che dà senso alle situazioni quotidiane. Ravviviamo il gioioso sentimento della comunione dei santi e lasciamoci attrarre da loro verso la meta della nostra esistenza: l'incontro faccia a faccia con Dio. Preghiamo che questa sia l'eredità di tutti i fedeli defunti, non soltanto dei nostri cari, ma anche di tutte le anime, specialmente quelle più dimenticate e bisognose della misericordia divina. La Vergine Maria, Regina di Tutti i Santi, ci guidi a scegliere in ogni momento la vita eterna, la "vita del mondo che verrà" - come diciamo nel Credo; un mondo già inaugurato dalla risurrezione di Cristo, e di cui possiamo affrettare l'avvento con la nostra conversione sincera e le opere di carità.

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CAPPELLA PAPALE PER LA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Mercoledì, 1° novembre 2006


Il Santo Padre ha introdotto la Celebrazione e l'atto penitenziale con le seguenti parole:

Fratelli e sorelle amatissimi, noi oggi contempliamo il mistero della comunione dei santi del cielo e della terra. Noi non siamo soli, ma siamo avvolti da una grande nuvola di testimoni: con loro formiamo il Corpo di Cristo, con loro siamo figli di Dio, con loro siamo fatti santi dello Spirito Santo. Gioia in cielo, esulti la terra! La gloriosa schiera dei santi intercede per noi presso il Signore, ci accompagna nel nostro cammino verso il Regno, ci sprona a tenere fisso lo sguardo su Gesù il Signore, che verrà nella gloria in mezzo ai suoi santi. Disponiamoci a celebrare il grande mistero della fede e dell'amore, confessandoci bisognosi della misericordia di Dio.

Cari fratelli e sorelle,

la nostra celebrazione eucaristica si è aperta con l'esortazione "Rallegriamoci tutti nel Signore". La liturgia ci invita a condividere il gaudio celeste dei santi, ad assaporarne la gioia. I santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio.
Quest'oggi la Chiesa festeggia la sua dignità di "madre dei santi, immagine della città superna" (A. Manzoni), e manifesta la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Non le mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli, ma è nei santi che essa riconosce i suoi tratti caratteristici, e proprio in loro assapora la sua gioia più profonda. Nella prima Lettura, l'autore del libro dell'Apocalisse li descrive come "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7, 9). Questo popolo comprende i santi dell'Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell'inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca. Li accomuna tutti la volontà di incarnare nella loro esistenza il Vangelo, sotto l'impulso dell'eterno animatore del Popolo di Dio che è lo Spirito Santo.
Ma "a che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità?". Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. È domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: "I nostri santi - egli dice - non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri" (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco dunque il significato dell'odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i santi: felici di vivere vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere Santo significa: vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia. E questa è la vocazione di noi tutti, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, ed oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione.

Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? All'interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d'animo di fronte alle difficoltà. "Se uno mi vuol servire - Egli ci ammonisce - mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12, 26). Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita (Cfr Gv 12, 24-25). L'esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio. Hanno perseverato nel loro impegno, "sono passati attraverso la grande tribolazione - si legge nell'Apocalisse - e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (v. 14). I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12); loro eterna dimora è il Paradiso. L'esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l'unica vera causa di tristezza e di infelicità per l'uomo è vivere lontano da Lui.

La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell'uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6, 3). Nella seconda Lettura, l'apostolo Giovanni osserva: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi.

Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all'amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il "perdere se stessi", e proprio così ci rende felici.

Così siamo arrivati al Vangelo di questa festa, all'annuncio delle Beatitudini che poco fa abbiamo sentito risuonare in questa Basilica. Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cfr Mt 5, 3-10). In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. È Lui, infatti, il vero povero in spirito, l'afflitto, il mite, l'affamato e l'assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l'operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela - ognuno nelle sue circostanze - anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Lui l'impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell'ago (cfr Mc 10, 25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5, 48).

Cari fratelli e sorelle, entriamo ora nel cuore della Celebrazione eucaristica, stimolo e nutrimento di santità. Tra poco si farà presente nel modo più alto Cristo, vera Vite, a cui, come tralci, sono uniti i fedeli che sono sulla terra ed i santi del cielo. Più stretta pertanto sarà la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria. Nel Prefazio proclameremo che i santi sono per noi amici e modelli di vita. Invochiamoli perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo! Amen.

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI 2005

ANGELUS

Piazza San Pietro
Martedì, 1° novembre 2005


Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo oggi la solennità di Tutti i Santi, che ci fa gustare la gioia di far parte della grande famiglia degli amici di Dio, o, come scrive san Paolo, di "partecipare alla sorte dei santi nella luce" (Col 1,12). La Liturgia ripropone l’espressione colma di meraviglia dell’apostolo Giovanni: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3,1). Sì, diventare santi significa realizzare pienamente quello che già siamo in quanto elevati, in Cristo Gesù, alla dignità di figli adottivi di Dio (cfr Ef 1,5; Rm 8,14-17). Con l’incarnazione del Figlio, la sua morte e risurrezione, Dio ha voluto riconciliare a Sé l’umanità ed aprirla alla condivisione della stessa sua vita. Chi crede in Cristo Figlio di Dio rinasce "dall’alto", è come rigenerato per opera dello Spirito Santo (cfr Gv 3,1-8). Questo mistero si attua nel sacramento del Battesimo, mediante il quale la madre Chiesa dà alla luce i "santi".

La vita nuova, ricevuta nel Battesimo, non è soggetta alla corruzione e al potere della morte. Per chi vive in Cristo la morte è il passaggio dal pellegrinaggio terreno alla patria del Cielo, dove il Padre accoglie tutti i suoi figli, "di ogni nazione, razza, popolo e lingua", come leggiamo oggi nel Libro dell’Apocalisse (7,9). Per questo è molto significativo e appropriato che dopo la festa di Tutti i Santi la Liturgia ci faccia celebrare domani la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. La "comunione dei santi", che professiamo nel Credo, è una realtà che si costruisce quaggiù, ma che si manifesterà pienamente quando noi vedremo Dio "così come egli è" (1 Gv 3,2). E’ la realtà di una famiglia legata da profondi vincoli di spirituale solidarietà, che unisce i fedeli defunti a quanti sono pellegrini nel mondo. Un legame misterioso ma reale, alimentato dalla preghiera e dalla partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Nel Corpo mistico di Cristo le anime dei fedeli si incontrano superando la barriera della morte, pregano le une per le altre, realizzano nella carità un intimo scambio di doni. In tale dimensione di fede si comprende anche la prassi di offrire per i defunti preghiere di suffragio, in modo speciale il Sacrificio eucaristico, memoriale della Pasqua di Cristo, che ha aperto ai credenti il passaggio alla vita eterna.

Unendomi spiritualmente a quanti si recano nei cimiteri per pregare per i loro defunti, anch’io domani pomeriggio mi raccoglierò in preghiera nelle Grotte Vaticane presso le tombe dei Papi, che fanno corona al sepolcro dell’apostolo Pietro, e avrò un ricordo speciale per l’amato Giovanni Paolo II.
Cari amici, la tradizionale sosta di questi giorni presso le tombe dei nostri defunti sia un’occasione per pensare senza timore al mistero della morte e coltivare quell’incessante vigilanza che ci prepara ad affrontarlo con serenità. Ci aiuti in questo la Vergine Maria, Regina dei Santi, alla quale ora con fiducia filiale ci rivolgiamo.

© Copyright 2005 - Libreria Editrice Vaticana