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venerdì 25 gennaio 2008

La barca dell’ecumenismo non sarebbe mai uscita dal porto se non fosse stata mossa dall’ampia corrente di preghiera e spinta dal soffio dello Spirito


(Caravaggio, "Conversione di san Paolo")

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Joseph Ratzinger: "Paolo riteneva che un un apostolo non dovesse preoccuparsi di avere l’opinione pubblica dalla sua parte. No, egli voleva scuotere le coscienze!"

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Giovedì, 25 gennaio 2008


Cari fratelli e sorelle,

la festa della Conversione di San Paolo ci pone nuovamente alla presenza di questo grande Apostolo, scelto da Dio per essere il suo "testimone davanti a tutti gli uomini" (At 22,15).

Per Saulo di Tarso, il momento dell’incontro con Cristo risorto sulla via di Damasco segnò la svolta decisiva della vita. Si attuò allora la sua completa trasformazione, una vera e propria conversione spirituale. In un istante, per intervento divino, l’accanito persecutore della Chiesa di Dio si ritrovò cieco brancolante nel buio, ma con nel cuore ormai una grande luce che lo avrebbe portato, di lì a poco, ad essere un ardente apostolo del Vangelo. La consapevolezza che solo la grazia divina aveva potuto realizzare una simile conversione non abbandonò mai Paolo.

Quando egli aveva già dato il meglio di sé, consacrandosi instancabilmente alla predicazione del Vangelo, scrisse con rinnovato fervore: "Ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me" (1 Cor 15,10). Infaticabile come se l’opera della missione dipendesse interamente dai suoi sforzi, San Paolo fu tuttavia animato sempre dalla profonda persuasione che tutta la sua forza proveniva dalla grazia di Dio operante in lui.

Questa sera, le parole dell’Apostolo sul rapporto tra sforzo umano e grazia divina risuonano colme di un significato del tutto particolare. A conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, siamo ancor più coscienti di quanto l’opera della ricomposizione dell’unità, che richiede ogni nostra energia e sforzo, sia comunque infinitamente superiore alle nostre possibilità.

L’unità con Dio e con i nostri fratelli e sorelle è un dono che viene dall’Alto, che scaturisce dalla comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo e che in essa si accresce e si perfeziona. Non è in nostro potere decidere quando o come questa unità si realizzerà pienamente. Solo Dio potrà farlo!

Come San Paolo, anche noi riponiamo la nostra speranza e fiducia "nella grazia di Dio che è con noi". Cari fratelli e sorelle, questo vuole implorare la preghiera che insieme eleviamo al Signore, affinché sia Lui a illuminarci e sostenerci nella costante nostra ricerca di unità.

Ed ecco allora assumere il suo valore più pieno l’esortazione di Paolo ai cristiani di Tessalonica: "Pregate continuamente" (1 Ts 5,17), che è stata scelta come tema della Settimana di preghiera di quest’anno.

L’Apostolo conosce bene quella comunità nata dalla sua attività missionaria, e nutre per essa grandi speranze. Ne conosce sia i meriti che le debolezze. Tra i suoi membri, infatti, non mancano comportamenti, atteggiamenti e dibattiti suscettibili di creare tensioni e conflitti, e Paolo interviene per aiutare la comunità a camminare nell’unità e nella pace.

Alla conclusione dell’epistola, con una bontà quasi paterna, egli aggiunge una serie di esortazioni molto concrete, invitando i cristiani a favorire la partecipazione di tutti, a sostenere i deboli, ad essere pazienti, a non rendere male per male ad alcuno, a cercare sempre il bene, ad essere sempre lieti e a rendere grazie in ogni circostanza (cfr 1 Ts 5,12-22). Al centro di queste esortazioni, pone l’imperativo "pregate continuamente". Gli altri ammonimenti perderebbero infatti forza e coerenza, se non fossero sostenuti dalla preghiera. L’unità con Dio e con gli altri si costruisce innanzitutto mediante una vita di preghiera, nella costante ricerca della "volontà di Dio in Cristo Gesù verso di noi" (cfr 1 Ts 5,18).

L’invito rivolto da San Paolo ai Tessalonicesi è sempre attuale. Davanti alle debolezze ed ai peccati che impediscono ancora la piena comunione dei cristiani, ognuna di queste esortazioni ha mantenuto la sua pertinenza, ma ciò è particolarmente vero per l’imperativo "pregate continuamente". Che cosa diventerebbe il movimento ecumenico senza la preghiera personale o comune, affinché "tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me ed io in te" (Gv 17,21)? Dove trovare lo "slancio supplementare" di fede, di carità e di speranza di cui ha oggi un particolare bisogno la nostra ricerca dell’unità? Il nostro desiderio di unità non dovrebbe limitarsi ad occasioni sporadiche, ma divenire parte integrante di tutta la nostra vita di preghiera. Sono stati uomini e donne formati nella Parola di Dio e nella preghiera gli artigiani della riconciliazione e dell’unità in ogni fase della storia. È il cammino della preghiera che ha aperto la strada al movimento ecumenico, così come lo conosciamo oggi. A partire dalla metà del XVIII secolo, sono emersi difatti vari movimenti di rinnovamento spirituale, desiderosi di contribuire per mezzo della preghiera alla promozione dell’unità dei cristiani.
Fin dall’inizio, gruppi di cattolici, animati da personalità religiose di spicco, hanno partecipato attivamente a simili iniziative. La preghiera per l’unità è stata sostenuta anche da miei venerati Predecessori, come Papa Leone XIII, il quale, già nel 1895, raccomandava l’introduzione di una novena di preghiera per l’unità dei cristiani. Questi sforzi, compiuti secondo le possibilità della Chiesa del tempo, intendevano attuare la preghiera pronunciata da Gesù stesso nel Cenacolo "perché tutti siano una cosa sola" (Gv 17,21). Non esiste pertanto un ecumenismo genuino che non affondi le sue radici nella preghiera.

Quest’anno celebriamo il centesimo anniversario dell’"Ottavario per l’unità della Chiesa", divenuto in seguito "Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani". Cento anni fa, Padre Paul Wattson, all’epoca ancora ministro episcopaliano, ideò un ottavario di preghiera per l’unità, che fu celebrato per la prima volta a Graymoor (New York) dal 18 al 25 gennaio 1908. Questa sera, è con grande gioia che rivolgo il mio saluto al Ministro Generale e alla delegazione internazionale dei Fratelli e delle Sorelle francescani dell’Atonement, Congregazione fondata da Padre Paul Wattson e promotrice della sua eredità spirituale. Negli anni trenta del secolo scorso, l’ottavario di preghiera conobbe importanti adattamenti dietro impulso soprattutto dell’Abbé Paul Couturier di Lione, anch’egli grande promotore dell’ecumenismo spirituale. Il suo invito a "pregare per l’unità della Chiesa così come Cristo la vuole e secondo i mezzi che Lui vuole", permise a cristiani di tutte le tradizioni di unirsi in una sola preghiera per l’unità.

Rendiamo grazie a Dio per il grande movimento di preghiera che, da cento anni, accompagna e sostiene i credenti in Cristo nella loro ricerca di unità. La barca dell’ecumenismo non sarebbe mai uscita dal porto se non fosse stata mossa da quest’ampia corrente di preghiera e spinta dal soffio dello Spirito Santo.

Congiuntamente alla Settimana di preghiera, molte comunità religiose e monastiche hanno invitato ed aiutato i loro membri a "pregare continuamente" per l’unità dei cristiani. In questa occasione che ci vede riuniti, ricordiamo in particolare la vita e la testimonianza di Suor Maria Gabriella dell’Unità (1914-1936), suora trappista del monastero di Grottaferrata (attualmente a Vitorchiano). Quando la sua superiora, incoraggiata dall’Abbé Paul Couturier, invitò le sorelle a pregare e a fare dono di sé per l’unità dei cristiani, Suor Maria Gabriella si sentì immediatamente coinvolta e non esitò a dedicare la sua giovane esistenza a questa grande causa. Oggi stesso ricorre il venticinquesimo anniversario della sua beatificazione da parte del mio predecessore, Papa Giovanni Paolo II. Quell’evento ebbe luogo in questa Basilica precisamente il 25 gennaio 1983, durante la celebrazione di chiusura della Settimana di Preghiera per l’Unità. Nella sua omelia, il Servo di Dio ebbe a sottolineare i tre elementi su cui si costruisce la ricerca dell’unità: la conversione, la croce e la preghiera. Su questi tre elementi si fondarono anche la vita e la testimonianza di Suor Maria Gabriella.

L’ecumenismo ha un forte bisogno, oggi come ieri, del grande "monastero invisibile" di cui parlava l’Abbé Paul Couturier, di quella vasta comunità di cristiani di tutte le tradizioni che, senza clamore, pregano ed offrono la loro vita affinché si realizzi l’unità.

Inoltre, da quarant’anni esatti, le comunità cristiane di tutto il mondo ricevono per la Settimana meditazioni e preghiere preparate congiuntamente dalla Commissione "Fede e Costituzione" del Consiglio Ecumenico delle Chiese e dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Questa felice collaborazione ha permesso di ampliare il vasto circolo di preghiera e preparare i suoi contenuti in maniera più adeguata. Questa sera, saluto cordialmente il Rev. Dott. Samuel Kobia, Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, che è venuto a Roma per unirsi a noi nel centenario della Settimana di preghiera. Sono lieto per la presenza dei membri del "Gruppo Misto di Lavoro", che saluto con affetto. Il Gruppo Misto è lo strumento di cooperazione tra la Chiesa cattolica ed il Consiglio Ecumenico delle Chiese nella nostra ricerca comune di unità. E, come ogni anno, rivolgo il mio saluto fraterno anche ai vescovi, ai sacerdoti, ai pastori delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali che hanno qui a Roma i loro rappresentanti. La vostra partecipazione a questa preghiera è espressione tangibile dei legami che ci uniscono in Cristo Gesù: "Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20).

In questa storica Basilica, il 28 giugno prossimo, si aprirà l’anno consacrato alla testimonianza e all’insegnamento dell’apostolo Paolo. Che il suo instancabile fervore nel costruire il Corpo di Cristo nell’unità ci aiuti a pregare incessantemente per la piena unità di tutti i cristiani! Amen!

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domenica 13 gennaio 2008

Portando i figli al fonte battesimale i genitori i genitori diventano collaboratori di Dio nel trasmettere ai loro figli la vita anche spirituale


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SANTA MESSA NELLA CAPPELLA SISTINA E AMMINISTRAZIONE DEL SACRAMENTO DEL BATTESIMO , 13.01.2008

Alle ore 10 di oggi - Festa del Battesimo del Signore - il Santo Padre Benedetto XVI presiede nella Cappella Sistina la Santa Messa nel corso della quale amministra il Sacramento del Battesimo a 13 bambini.
Dopo la lettura del Santo Vangelo, il Papa pronuncia la seguente omelia:


OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

l’odierna celebrazione è sempre per me motivo di gioia speciale. Amministrare il sacramento del Battesimo, nel giorno della festa del Battesimo del Signore, è infatti uno dei momenti più espressivi della nostra fede, in cui possiamo quasi vedere, attraverso i segni della liturgia, il mistero della vita. In primo luogo, vita umana, rappresentata qui in particolare da questi 13 bambini che sono il frutto del vostro amore, cari genitori, ai quali rivolgo il mio cordiale saluto, estendendolo ai padrini, alle madrine e agli altri parenti ed amici presenti. C’è poi il mistero della vita divina, che oggi Dio dona a questi piccoli mediante la rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo. Dio è vita, come è anche stupendamente rappresentato da alcune pitture che impreziosiscono questa Cappella Sistina.

Non sembri però fuori luogo se accostiamo subito, all’esperienza della vita, quella opposta e cioè la realtà della morte. Tutto ciò che ha inizio sulla terra prima o poi finisce, come l’erba del campo, che spunta al mattino e avvizzisce la sera. Però nel Battesimo il piccolo essere umano riceve una vita nuova, la vita della grazia, che lo rende capace di entrare in relazione personale con il Creatore, e questo per sempre, per tutta l’eternità. Sfortunatamente l’uomo è capace di spegnere questa nuova vita con il suo peccato, riducendosi ad una situazione che la Sacra Scrittura chiama "morte seconda". Mentre nelle altre creature, che non sono chiamate all’eternità, la morte significa soltanto la fine dell’esistenza sulla terra, in noi il peccato crea una voragine che rischia di inghiottirci per sempre, se il Padre che è nei cieli non ci tende la sua mano.

Ecco, cari fratelli, il mistero del Battesimo: Dio ha voluto salvarci andando lui stesso fino in fondo all’abisso della morte, perché ogni uomo, anche chi è caduto tanto in basso da non vedere più il cielo, possa trovare la mano di Dio a cui aggrapparsi e risalire dalle tenebre a rivedere la luce per la quale egli è fatto. Tutti sentiamo, tutti percepiamo interiormente che la nostra esistenza è un desiderio di vita che invoca una pienezza, una salvezza. Questa pienezza di vita ci viene data nel Battesimo.

Abbiamo sentito poco fa il racconto del battesimo di Gesù nel Giordano. Fu un battesimo diverso da quello che questi bambini stanno per ricevere, ma non privo di un profondo rapporto con esso. In fondo, tutto il mistero di Cristo nel mondo si può riassumere con questa parola, "battesimo", che in greco significa "immersione".

Il Figlio di Dio, che condivide dall’eternità con il Padre e con lo Spirito Santo la pienezza della vita, è stato "immerso" nella nostra realtà di peccatori, per renderci partecipi della sua stessa vita: si è incarnato, è nato come noi, è cresciuto come noi e, giunto all’età adulta, ha manifestato la sua missione iniziando proprio con il "battesimo di conversione" dato da Giovanni il Battista. Il suo primo atto pubblico, come abbiamo ascoltato poco fa, è stato scendere al Giordano, confuso tra i peccatori penitenti, per ricevere quel battesimo. Giovanni naturalmente non voleva, ma Gesù insistette, perché quella era la volontà del Padre (cfr Mt 3,13-15).

Perché dunque il Padre ha voluto questo? Perché ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo come Agnello a prendere su di sé il peccato del mondo (cfr Gv 1,29)? Narra l’evangelista che, quando Gesù uscì dall’acqua, scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza di colomba, mentre la voce del Padre dal cielo lo proclamava "Figlio prediletto" (Mt 3,17). Fin da quel momento dunque Gesù fu rivelato come Colui che è venuto a battezzare l’umanità nello Spirito Santo: è venuto a portare agli uomini la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10), la vita eterna, che risuscita l’essere umano e lo guarisce interamente, corpo e spirito, restituendolo al progetto originario per il quale è stato creato. Il fine dell’esistenza di Cristo è stato appunto donare all’umanità la vita di Dio, il suo Spirito d’amore, perché ogni uomo possa attingere da questa sorgente inesauribile di salvezza. Ecco perché san Paolo scrive ai Romani che noi siamo stati battezzati nella morte di Cristo per avere la sua stessa vita di risorto (cfr Rm 6,3-4). Ecco perché i genitori cristiani, come quest’oggi voi, portano appena possibile i loro figli al fonte battesimale, sapendo che la vita, che essi hanno loro comunicato, invoca una pienezza, una salvezza che solo Dio può dare. E in questo modo i genitori diventano collaboratori di Dio nel trasmettere ai loro figli non solo la vita fisica ma anche quella spirituale.

Cari genitori, insieme con voi ringrazio il Signore per il dono di questi bambini ed invoco la sua assistenza perché vi aiuti ad educarli e a inserirli nel Corpo spirituale della Chiesa. Mentre offrite loro ciò che è necessario alla crescita e alla salute, voi, aiutati dai padrini, siete impegnati a sviluppare in essi la fede, la speranza e la carità, le virtù teologali che sono proprie della vita nuova ad essi donata nel sacramento del Battesimo. Assicurerete ciò con la vostra presenza, con il vostro affetto; l’assicurerete prima di tutto e soprattutto con la preghiera, presentandoli quotidianamente a Dio, affidandoli a Lui in ogni stagione della loro esistenza. Certo per crescere sani e forti, questi bambini e bambine avranno bisogno di cure materiali e di tante attenzioni; ciò però che sarà loro più necessario, anzi indispensabile è conoscere, amare e servire fedelmente Dio, per avere la vita eterna. Cari genitori, siate per loro i primi testimoni di una fede autentica in Dio!

C’è nel rito del Battesimo un segno eloquente, che esprime proprio la trasmissione della fede ed è la consegna, per ognuno dei battezzandi, di una candela accesa alla fiamma del cero pasquale: è la luce di Cristo risorto che voi vi impegnate a trasmettere ai vostri figli. Così, di generazione in generazione, noi cristiani ci trasmettiamo la luce di Cristo, in modo che quando Egli ritornerà, possa trovarci con questa fiamma ardente tra le mani. Nel corso del rito io vi dirò: "A voi, genitori e padrini, è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare". Alimentate sempre, cari fratelli e sorelle, la fiamma della fede con l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio e l’assidua comunione con Gesù Eucaristia. Vi aiutino in questa stupenda, anche se non facile, missione i santi Protettori dei quali questi tredici bambini prenderanno i nomi. Aiutino, questi Santi, soprattutto loro, i battezzandi, a corrispondere alle vostre premure di genitori cristiani. Sia in particolare la Vergine Maria ad accompagnare loro e voi, cari genitori, ora e sempre. Amen!

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martedì 1 gennaio 2008

La famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, è culla della vita e dell’amore e la prima e insostituibile educatrice alla pace


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SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO E NELLA 41a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE , 01.01.2008

Alle ore 10 di questa mattina, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Celebrazione della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e in occasione della 41ª Giornata Mondiale della Pace sul tema: "Famiglia umana, comunità di pace".
Concelebrano con il Papa il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato; il Card. Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti; Mons. Fernando Filoni, Arcivescovo tit. di Volturno, Sostituto della Segreteria di Stato; Mons. Dominique Mamberti, Arcivescovo tit. di Sagona, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato; Mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo tit. di Bisarcio, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della Santa Messa
:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Iniziamo quest’oggi un nuovo anno e ci prende per mano la speranza cristiana; lo iniziamo invocando su di esso la benedizione divina ed implorando, per intercessione di Maria, Madre di Dio, il dono della pace: per le nostre famiglie, per le nostre città, per il mondo intero. Con questo auspicio saluto tutti voi qui presenti ad iniziare dagli illustri Ambasciatori del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, convenuti a questa celebrazione in occasione della Giornata Mondiale della Pace. Saluto il Cardinale Tarcisio Bertone, mio Segretario di Stato, il Cardinale Renato Raffaele Martino e tutti i componenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Ad essi sono particolarmente grato per il loro impegno nel diffondere il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, che quest’anno ha come tema: "Famiglia umana, comunità di pace".

La pace. Nella prima Lettura, tratta dal Libro dei Numeri, abbiamo ascoltato l’invocazione: "Il Signore ti conceda pace" (6,26); il Signore doni pace a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, al mondo intero. Tutti aspiriamo a vivere nella pace, ma la pace vera, quella annunciata dagli angeli nella notte di Natale, non è semplice conquista dell’uomo o frutto di accordi politici; è innanzitutto dono divino da implorare costantemente e, allo stesso tempo, impegno da portare avanti con pazienza restando sempre docili ai comandi del Signore. Quest’anno, nel Messaggio per l’odierna Giornata Mondiale della Pace, ho voluto porre in luce lo stretto rapporto che esiste tra la famiglia e la costruzione della pace nel mondo.

La famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, è "culla della vita e dell’amore" e "la prima e insostituibile educatrice alla pace". Proprio per questo la famiglia è "la principale ‘agenzia’ di pace" e "la negazione o anche la restrizione dei diritti della famiglia, oscurando la verità dell’uomo, minaccia gli stessi fondamenti della pace" (cfr nn. 1-5).

Poiché poi l’umanità è una "grande famiglia", se vuole vivere in pace non può non ispirarsi a quei valori sui quali si fonda e si regge la comunità familiare. La provvidenziale coincidenza di varie ricorrenze ci sprona quest’anno ad uno sforzo ancor più sentito per realizzare la pace nel mondo.

Sessant’anni or sono, nel 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite rese pubblica la "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo"; quarant’anni fa il mio venerato Predecessore Paolo VI celebrò la prima Giornata Mondiale della Pace; quest’anno inoltre ricorderemo il 25° anniversario dell’adozione da parte della Santa Sede della "Carta dei diritti della famiglia". "Alla luce di queste significative ricorrenze – riprendo qui quanto ho scritto proprio a conclusione del Messaggio – invito ogni uomo e ogni donna a prendere più lucida consapevolezza della comune appartenenza all’unica famiglia umana e ad impegnarsi perché la convivenza sulla terra rispecchi sempre più questa convinzione da cui dipende l’instaurazione di una pace vera e duratura".

Il nostro pensiero si volge ora naturalmente alla Madonna, che oggi invochiamo come Madre di Dio. Fu il Papa Paolo VI a trasferire al primo gennaio la festa della Divina Maternità di Maria, che un tempo cadeva l’11 di ottobre. Prima infatti della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, nel primo giorno dell’anno si celebrava la memoria della circoncisione di Gesù nell’ottavo giorno dopo la sua nascita - come segno della sottomissione alla legge, il suo inserimento ufficiale nel popolo eletto - e la domenica seguente si celebrava la festa del nome di Gesù. Di queste ricorrenze scorgiamo qualche traccia nella pagina evangelica che è stata poco fa proclamata, in cui san Luca riferisce che otto giorni dopo la nascita il Bambino venne circonciso e gli fu posto il nome di Gesù, "come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre" (Lc 2,21). Quella odierna pertanto, oltre che essere una quanto mai significativa festa mariana, conserva pure un contenuto fortemente cristologico, perché, potremmo dire, prima della Madre, riguarda proprio il Figlio, Gesù vero Dio e vero Uomo.

Al mistero della divina maternità di Maria, la Theotokos, fa riferimento l’apostolo Paolo nella Lettera ai Galati. "Quando venne la pienezza del tempo, - egli scrive - Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge" (4,4).

In poche parole troviamo sintetizzati il mistero dell’incarnazione del Verbo eterno e la divina maternità di Maria: il grande privilegio della Vergine sta proprio nell’essere Madre del Figlio che è Dio. A otto giorni dal Natale trova pertanto la sua più logica e giusta collocazione questa festa mariana.

Infatti, nella notte di Betlemme, quando "diede alla luce il suo figlio primogenito" (Lc 2,7), si compirono le profezie concernenti il Messia. "Una Vergine concepirà e partorirà un figlio", aveva preannunciato Isaia (7,14); "ecco concepirai nel seno e partorirai un figlio", disse a Maria l’angelo Gabriele (Lc 1,31); e ancora un angelo del Signore - narra l’evangelista Matteo -, apparendo in sogno a Giuseppe, lo rassicurò dicendogli: "non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio"(Mt 1,20-21).

Il titolo di Madre di Dio è il fondamento di tutti gli altri titoli con cui la Madonna è stata venerata e continua ad essere invocata di generazione in generazione, in Oriente e in Occidente.

Al mistero della sua divina maternità fanno riferimento tanti inni e tante preghiere della tradizione cristiana, come ad esempio un’antifona mariana del tempo natalizio, l’Alma Redemptoris mater con la quale così preghiamo: "Tu quae genuisti, natura mirante, tuum sanctum Genitorem, Virgo prius ac posterius – Tu, nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo Creatore, Madre sempre vergine". Cari fratelli e sorelle, contempliamo quest’oggi Maria, madre sempre vergine del Figlio unigenito del Padre; impariamo da Lei ad accogliere il Bambino che per noi è nato a Betlemme. Se nel Bimbo nato da Lei riconosciamo il Figlio eterno di Dio e lo accogliamo come il nostro unico Salvatore, possiamo essere detti e lo siamo realmente figli di Dio: figli nel Figlio. Scrive l’Apostolo: "Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli" (Gal 4,4).

L’evangelista Luca ripete più volte che la Madonna meditava silenziosa su questi eventi straordinari nei quali Iddio l’aveva coinvolta. Lo abbiamo ascoltato anche nel breve brano evangelico che quest’oggi la liturgia ci ripropone. "Maria serbava queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). Il verbo greco usato "sumbállousa" letteralmente significa "mettere insieme" e fa pensare a un mistero grande da scoprire poco a poco. Il Bambino che vagisce nella mangiatoia, pur apparentemente simile a tutti i bimbi del mondo, è al tempo stesso del tutto differente: è il Figlio di Dio, è Dio, vero Dio e vero uomo. Questo mistero – l’incarnazione del Verbo e la divina maternità di Maria – è grande e certamente non facile da comprendere con la sola umana intelligenza.

Alla scuola di Maria però possiamo cogliere con il cuore quello che gli occhi e la mente non riescono da soli a percepire, né possono contenere. Si tratta, infatti, di un dono così grande che solo nella fede ci è dato accogliere pur senza tutto comprendere. Ed è proprio in questo cammino di fede che Maria ci viene incontro, ci è sostegno e guida.

Lei è madre perché ha generato nella carne Gesù; lo è perché ha aderito totalmente alla volontà del Padre. Scrive sant’Agostino: "Di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa divina maternità, se lei il Cristo non l’avesse portato nel cuore, con una sorte più fortunata di quando lo concepì nella carne" (De sancta Virginitate, 3,3). E nel suo cuore Maria continuò a conservare, a "mettere insieme" gli eventi successivi di cui sarà testimone e protagonista, sino alla morte in croce e alla risurrezione del suo Figlio Gesù.

Cari fratelli e sorelle, solo conservando nel cuore, mettendo cioè insieme e trovando un’unità di tutto ciò che viviamo, possiamo addentrarci, seguendo Maria, nel mistero di un Dio che per amore si è fatto uomo e ci chiama a seguirlo sulla strada dell’amore; amore da tradurre ogni giorno in un generoso servizio ai fratelli. Possa il nuovo anno, che oggi fiduciosi iniziamo, essere un tempo nel quale avanzare in quella conoscenza del cuore, che è la sapienza dei santi. Preghiamo perché, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il Signore "faccia brillare il suo volto" su di noi, ci "sia propizio" (cfr Nm 6,24-7), e ci benedica. Possiamo esserne certi: se non ci stanchiamo di ricercare il suo volto, se non cediamo alla tentazione dello scoraggiamento e del dubbio, se pur fra le tante difficoltà che incontriamo restiamo sempre ancorati a Lui, sperimenteremo la potenza del suo amore e della sua misericordia. Il fragile Bambino che la Vergine quest’oggi mostra al mondo, ci renda operatori di pace, testimoni di Lui, Principe della pace. Amen!

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Dio si è fatto come noi per farci come Lui: figli nel Figlio, dunque uomini liberi dalla legge del peccato


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CELEBRAZIONE DEI VESPRI E TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO , 31.12.2007

OMELIA DEL SANTO PADRE:

Cari fratelli e sorelle!

Anche quest’anno, al suo chiudersi ormai, siamo raccolti nella Basilica Vaticana per celebrare i Primi Vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio. La liturgia fa coincidere questa significativa festa mariana con la fine e l’inizio dell’anno solare. Alla contemplazione del mistero della divina maternità si unisce pertanto il cantico della nostra gratitudine per il 2007 che tramonta e per il 2008 che già intravediamo. Il tempo passa e il suo scorrere inesorabile ci induce a volgere lo sguardo con intima riconoscenza a Colui che è eterno, al Signore del tempo. Ringraziamolo insieme, cari fratelli e sorelle, a nome dell’intera Comunità diocesana di Roma.
A ciascuno di voi rivolgo il mio saluto. In primo luogo, saluto il Cardinale Vicario, i Vescovi Ausiliari, i sacerdoti, le persone consacrate, come pure i tanti fedeli laici qui convenuti. Saluto il Signor Sindaco e le Autorità presenti, ed estendo il mio pensiero all’intera popolazione di Roma e, in modo speciale, a quanti versano in condizione di difficoltà e di disagio. A tutti assicuro la mia vicinanza cordiale, avvalorata da un costante ricordo nella preghiera.
Nella breve lettura che abbiamo ascoltato, tratta dalla Lettera ai Galati, san Paolo, parlando della liberazione dell’uomo operata da Dio con il mistero dell’Incarnazione, accenna in maniera molto discreta a Colei per mezzo della quale il Figlio di Dio è entrato nel mondo: “Quando venne la pienezza del tempo, - egli scrive - Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4).

Nella “donna” la Chiesa contempla i lineamenti di Maria di Nazaret, donna singolare perché chiamata a realizzare una missione che la pone in strettissimo rapporto con Cristo: anzi, un rapporto assolutamente unico, perché Maria è la Madre del Salvatore. Con altrettanta evidenza, però, possiamo e dobbiamo affermare che è madre nostra perché, vivendo la sua singolarissima relazione materna con il Figlio, ne ha condiviso la missione per noi e per la salvezza di tutti gli uomini.

ContemplandoLa, la Chiesa scorge in Lei i tratti della propria fisionomia: Maria vive la fede e la carità; Maria è una creatura, salvata anch’essa dall’unico Salvatore; Maria collabora all’iniziativa di salvezza dell’intera umanità. Così Maria costituisce per la Chiesa la propria immagine più vera: Colei nella quale la Comunità ecclesiale deve continuamente scoprire il senso autentico della sua vocazione e del proprio mistero.
Questo breve ma denso brano paolino prosegue poi mostrando come il fatto che il Figlio abbia assunto la natura umana apra la prospettiva di un radicale mutamento della stessa condizione dell’uomo. Vi si dice che “Dio mandò il suo Figlio… per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,5). Il Verbo incarnato trasforma dall’interno l’esistenza umana, partecipando a noi il suo essere Figlio del Padre.

Si è fatto come noi per farci come Lui: figli nel Figlio, dunque uomini liberi dalla legge del peccato. Non è questo un motivo fondamentale per elevare a Dio il nostro ringraziamento? Un ringraziamento che non può non essere ancor più motivato alla fine di un anno, considerando i tanti benefici e la costante sua assistenza che abbiamo sperimentato nell’arco dei dodici mesi trascorsi.

Ecco perché ogni comunità cristiana, questa sera, si raccoglie e canta il Te Deum, tradizionale inno di lode e di azione di grazie alla Santissima Trinità. Così faremo anche noi, al termine di questo nostro incontro liturgico, dinanzi al Santissimo Sacramento.
Cantando pregheremo: “Te ergo, quaesumus, tuis famulis subveni, quos pretioso sanguine redemisti – Soccorri, te ne preghiamo, i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso”. Questa è la nostra preghiera, stasera: soccorri, Signore, con la tua misericordia gli abitanti della nostra Città, nella quale, come altrove, gravi carenze e povertà pesano sulla vita delle persone e delle famiglie, impedendo di guardare al futuro con fiducia; non pochi, soprattutto giovani, sono attratti da una falsa esaltazione o, meglio, profanazione del corpo e dalla banalizzazione della sessualità; come enumerare poi le molteplici sfide che, legate al consumismo e al secolarismo, interpellano i credenti e gli uomini di buona volontà? Per dire tutto in una parola, anche a Roma si avverte quel deficit di speranza e di fiducia nella vita che costituisce il male “oscuro” della moderna società occidentale.

Ma se evidenti sono le deficienze, non mancano però le luci e i motivi di speranza su cui implorare la speciale benedizione divina. Proprio in questa prospettiva, cantando il Te Deum pregheremo: “Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati tuae – Salva il tuo popolo, Signore, guarda e proteggi i tuoi figli che sono la tua eredità”. O Signore, guarda e proteggi, in particolare, la comunità diocesana impegnata con crescente vigore sulla frontiera dell’educazione, per rispondere a quella grande “emergenza educativa” di cui ebbi a parlare l’11 giugno scorso, incontrando i partecipanti al Convegno diocesano, e cioè la difficoltà che si avverte nel trasmettere alla nuove generazioni i valori-base dell’esistenza e di un retto comportamento (cfr L’Osservatore Romano, 13 giugno 2007, p. 4). Senza clamori, con paziente fiducia, cerchiamo di far fronte a tale emergenza, anzitutto nell’ambito della famiglia, ed è senz’altro confortante constatare che il lavoro intrapreso in questi ultimi anni dalle parrocchie, dai movimenti e dalle associazioni per la pastorale familiare continua a svilupparsi e a portare i suoi frutti.
Proteggi inoltre, Signore, le iniziative missionarie che coinvolgono il mondo giovanile: esse stanno crescendo e vedono un numero ormai rilevante di giovani assumersi in prima persona la responsabilità e la gioia dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo. In questo contesto, come non ringraziare Iddio per il prezioso servizio pastorale offerto al mondo delle Università romane? Qualcosa di analogo conviene avviare, pur tra non poche difficoltà, anche nelle scuole.
Benedici, Signore, i molti giovani e adulti che negli ultimi decenni si sono consacrati al sacerdozio per la diocesi di Roma: attualmente ben 28 diaconi attendono l’Ordinazione presbiterale, prevista per il prossimo mese di aprile. Così ringiovanisce l’età media del clero ed è possibile far fronte all’espandersi delle necessità pastorali, come anche venire in aiuto ad altre Diocesi. Aumenta, specialmente nelle periferie, il bisogno di nuovi complessi parrocchiali, e sono otto quelli attualmente in costruzione, dopo che io stesso ho avuto il piacere recentemente di consacrare l’ultimo dei già terminati: la parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi. È bello toccare con mano la gioia e la gratitudine degli abitanti di un quartiere, che entrano per la prima volta nella loro nuova chiesa. “In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum – Signore, tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno”. L’inno maestoso del Te Deum si chiude con questo grido di fede, di totale fiducia in Dio, con questa solenne proclamazione della nostra speranza. È Cristo la nostra speranza “affidabile”, ed a questo tema ho dedicato la recente Enciclica dal titolo Spe salvi. Ma la nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri, e soltanto così essa è veramente speranza anche per ciascuno di noi (cfr n. 48). Cari fratelli e sorelle della Chiesa di Roma, chiediamo al Signore che faccia di ciascuno di noi un autentico fermento di speranza nei vari ambienti, perché si possa costruire per l’intera città un futuro migliore. È questo il mio augurio per tutti alla vigilia di un nuovo anno, augurio che affido alla materna intercessione di Maria, Madre di Dio e Stella della speranza, Amen!

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sabato 29 dicembre 2007

VISITA PASTORALE DEL PAPA A SANTA MARIA DI LEUCA E BRINDISI (14-15 GIUGNO 2008): LO SPECIALE DEL BLOG


DISCORSI ED OMELIE DEL SANTO PADRE A SANTA MARIA DI LEUCA E BRINDISI

VISITA PASTORALE DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI A S. MARIA DI LEUCA E BRINDISI (14-15 GIUGNO 2008): IL PROGRAMMA UFFICIALE DIFFUSO DALLA SANTA SEDE

Il Papa a Brindisi: i video di domenica 15 giugno

Il Papa nel Salento: i video di sabato 14 giugno

ALTRI ARTICOLI E COMMENTI:

In un libro donato al Papa i ricordi del viaggio a Brindisi (Osservatore Romano)

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La lezione pugliese di Papa Ratzinger (Leo Lestingi)

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Benedetto XVI a Santa Maria di Leuca: "Nel cuore della devozione mariana dei pugliesi" (Osservatore Romano)

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Il Papa a Brindisi indica lo stile da seguire (Zavattaro)

Il Papa: «Sacerdoti, pregare è il primo servizio alle vostre comunità» (Muolo)

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Rosso "malpela" l'inviata del Corsera in Puglia, l'unica ad avere sentito un attacco a Vendola sabato ed essere tornata a casa la domenica...

Ratzinger a Brindisi davanti a 70mila fedeli parla anche di accoglienza: no al pietismo sì alla solidarietà (Unità)

NOTIZIE, RASSEGNA STAMPA E COMMENTI DEL 16 GIUGNO 2008:

L'abbraccio di un popolo in festa. Successo oltre ogni attesa per la visita del Papa a Brindisi (Osservatore Romano)

Con lo sguardo rivolto a Oriente: la visita del Papa in Puglia (Osservatore Romano)

Il congedo del Papa ieri dalla Puglia: le prime reazioni dei fedeli e non solo, nelle parole dell’arcivescovo di Brindisi, Rocco Talucci (R.V.)

IL PAPA IN PUGLIA: NOTA SIR

Il Papa: «Vita, famiglia, fede: le radici di Brindisi» (Ruggiero)

Intervista al vaticanista Mimmo Muolo: "Papa Ratzinger guarda alla profondità"

Il Papa chiede il dialogo per Medio Oriente e Iran (Pinna)

«Sicurezza e riparo, la Chiesa come un porto» (Bobbio)

PAPA IN PUGLIA: PER I FEDELI COMUNIONE IN GINOCCHIO (Agi)

Full immersion salentina per il Papa

DA BRINDISI IL PAPA INCORAGGIA RIPRESA MORALE E SPIRITUALE (Agi)

Il Papa: con Teheran scegliere il dialogo (Tornielli)

NOTIZIE, RASSEGNA STAMPA E COMMENTI DEL 15 GIUGNO 2008:

L'appello del Papa per il porto di Brindisi "Cooperazione e pace nel mediterraneo". Benedetto XVI accolto da oltre settantamila fedeli (Repubblica)

Il viaggio "ai confini della terra" del Papa in Salento (Delle Foglie)

L'abbraccio di Santa Maria di Leuca. Il Papa: «Quanto calore nei volti della gente» (Strippoli e Della Rocca)

Santità, bentornato in Puglia (analisi di Leo Lestingi)

Il Papa: "La Chiesa è fatta di peccatori che si lasciano trasformare da Dio in santi" (Radio Vaticana)

L'incontro del Pontefice con le monache di clausura della diocesi brindisina (Radio Vaticana e Avvenire)

Benedetto XVI sferza i fedeli nel suo viaggio nel Mezzogiorno. «Gli apostoli? Peccarono anche loro»

In 70 mila per la messa del Papa a Brindisi: "La compassione cristiana non ha niente a che vedere col pietismo e l'assistenzialismo"

Il Papa a Brindisi: «Giovani, attenti ai paradisi artificiali» (Bobbio)

Il Papa: la Chiesa speranza per il Sud (Bobbio)

MIGLIAIA DI FEDELI ATTENDONO IL PAPA AL PORTO DI BRINDISI

Colloquio con monsignor Rocco Talucci, arcivescovo di Brindisi-Ostuni: "L'inizio di una nuova storia di fede" (Osservatore)

IL PAPA NEL SALENTO: SERVE RINNOVAMENTO MORALE CONTRO SOPRAFFAZIONE. APPELLO CONTRO LA DISOCCUPAZIONE E PER LA FAMIGLIA (Agi)

È iniziata la visita pastorale a Santa Maria di Leuca e Brindisi (Osservatore Romano)

NOTIZIE, RASSEGNA STAMPA E COMMENTI DEL 14 GIUGNO 2008:

Benedetto XVI approda a Santa Maria di Leuca: le tappe della visita

Il Papa a Santa Maria di Leuca: "Nel Mezzoggiorno non prevarranno furbizia e sopraffazione"

IL PAPA ARRIVA A BRINDISI ACCOLTO DA MIGLIAIA DI FEDELI AL PORTO

IN MIGLIAIA ACCOLGONO IL PAPA A SANTA MARIA DI LEUCA

Diciassette secoli dopo Giulio I, un pontefice raggiunge il Sud del Salento

Leuca e Brindisi: il Papa visita il Salento. Tre gli annulli speciali

Brindisi attende Benedetto XVI e gli dedica un seminario (Muolo e Morelli)

Santa Maria di Leuca attende Benedetto XVI. Incontro al Papa assieme alla Vergine (Russo)

Due giornate dense di incontri in terra pugliese (Osservatore Romano)

L'attesa di Benedetto XVI in Puglia (Radio Vaticana)

Il Papa oggi a Santa Maria di Leuca e Brindisi per il suo decimo viaggio pastorale in Italia (Radio Vaticana)

Visita in Puglia: oriente ed occidente di fronte al Papa

A colloquio con monsignor De Grisantis, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca: "L'attesa di un evento che riapre alla speranza" (Osservatore)

La visita pastorale a Santa Maria di Leuca e a Brindisi: "Benedetto XVI nel Salento che chiede sviluppo" (Di Cicco per l'Osservatore)

ARTICOLI E COMMENTI PRECEDENTI LA VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE:

Tutto pronto per la visita pastorale del Papa in Puglia...

La Puglia è pronta per l’abbraccio al Papa (Sconosciuto e Russo)

Domani il Papa a Santa Maria di Leuca e Brindisi (Radio Vaticana)

PAPA A BRINDISI: TIR SOSPENDONO PROTESTA

Sabato e domenica il Papa sarà in Puglia: interviste a Mons. De Grisantis (Ugento-S. Maria di Leuca) e a Mons. Talucci (Brindisi-Ostuni)

Il weekend di Benedetto XVI in Puglia. Da notare: i camionisti protestano ma non contro il Papa!

Così il Papa a Brindisi e Santa Maria di Leuca (Muolo). Giovani protagonisti (Sconosciuto)

Visita del Papa a Brindisi: Mons. Talucci illustra i preparativi

A Brindisi “task force” del Vaticano in preparazione della visita del Papa

PAPA/ NEL 2008 TRASFERTE A SAVONA-GENOVA, BRINDISI E CAGLIARI

Gioia e gratitudine dei fedeli nelle diocesi italiane in cui è stata annunciata la visita del Papa nel 2008

VISITA DEL SANTO PADRE A SANTA MARIA DI LEUCA E BRINDISI: IL PROGRAMMA DIFFUSO DALLE DIOCESI

martedì 25 dicembre 2007

In qualche modo l’umanità attende Dio, la sua vicinanza. Ma quando arriva il momento, non ha posto per Lui!


(Filippo Lippi, "Natività")

Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007


SANTA MESSA DELLA NOTTE NELLA SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE , 24.12.2006

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

"Per Maria si compirono i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (cfr Lc 2,6s).

Queste frasi, sempre di nuovo ci toccano il cuore. È arrivato il momento che l’Angelo aveva preannunziato a Nazaret: “Darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo” (cfr Lc 1,31). È arrivato il momento che Israele aveva atteso da tanti secoli, durante tante ore buie – il momento in qualche modo atteso da tutta l’umanità in figure ancora confuse: che Dio si prendesse cura di noi, che uscisse dal suo nascondimento, che il mondo diventasse sano e che Egli rinnovasse tutto. Possiamo immaginare con quanta preparazione interiore, con quanto amore Maria sia andata incontro a quell’ora. Il breve accenno: “Lo avvolse in fasce” ci lascia intravedere qualcosa della santa gioia e dello zelo silenzioso di quella preparazione.

Erano pronte le fasce, affinché il bimbo potesse essere accolto bene. Ma nell’albergo non c’è posto. In qualche modo l’umanità attende Dio, la sua vicinanza. Ma quando arriva il momento, non ha posto per Lui. È tanto occupata con se stessa, ha bisogno di tutto lo spazio e di tutto il tempo in modo così esigente per le proprie cose, che non rimane nulla per l’altro – per il prossimo, per il povero, per Dio. E quanto più gli uomini diventano ricchi, tanto più riempiono tutto con se stessi. Tanto meno può entrare l’altro.

Giovanni, nel suo Vangelo, puntando all’essenziale ha approfondito la breve notizia di san Luca sulla situazione in Betlemme: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (1,11). Ciò riguarda innanzitutto Betlemme: il Figlio di Davide viene nella sua città, ma deve nascere in una stalla, perché nell’albergo non c’è posto per Lui. Riguarda poi Israele: l’inviato viene dai suoi, ma non lo si vuole. Riguarda in realtà l’intera umanità: Colui per il quale è stato fatto il mondo, il primordiale Verbo creatore entra nel mondo, ma non viene ascoltato, non viene accolto.

Queste parole riguardano in definitiva noi, ogni singolo e la società nel suo insieme. Abbiamo tempo per il prossimo che ha bisogno della nostra, della mia parola, del mio affetto? Per il sofferente che ha bisogno di aiuto? Per il profugo o il rifugiato che cerca asilo? Abbiamo tempo e spazio per Dio? Può Egli entrare nella nostra vita? Trova uno spazio in noi, o abbiamo occupato tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della nostra vita per noi stessi?

Grazie a Dio, la notizia negativa non è l’unica, né l’ultima che troviamo nel Vangelo. Come in Luca incontriamo l’amore della madre Maria e la fedeltà di san Giuseppe, la vigilanza dei pastori e la loro grande gioia, come in Matteo incontriamo la visita dei sapienti Magi, venuti da lontano, così anche Giovanni ci dice: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Esistono quelli che lo accolgono e così, a cominciare dalla stalla, dall’esterno, cresce silenziosamente la nuova casa, la nuova città, il nuovo mondo. Il messaggio di Natale ci fa riconoscere il buio di un mondo chiuso, e con ciò illustra senz’altro una realtà che vediamo quotidianamente. Ma esso ci dice anche, che Dio non si lascia chiudere fuori. Egli trova uno spazio, entrando magari per la stalla; esistono degli uomini che vedono la sua luce e la trasmettono.

Mediante la parola del Vangelo, l’Angelo parla anche a noi, e nella sacra liturgia la luce del Redentore entra nella nostra vita. Se siamo pastori o sapienti – la luce e il suo messaggio ci chiamano a metterci in cammino, ad uscire dalla chiusura dei nostri desideri ed interessi per andare incontro al Signore ed adorarlo. Lo adoriamo aprendo il mondo alla verità, al bene, a Cristo, al servizio di quanti sono emarginati e nei quali Egli ci attende.

In alcune rappresentazioni natalizie del tardo Medioevo e dell’inizio del tempo moderno la stalla appare come un palazzo un po’ fatiscente. Se ne può ancora riconoscere la grandezza di una volta, ma ora è andato in rovina, le mura sono diroccate – è diventato, appunto, una stalla.

Pur non avendo nessuna base storica, questa interpretazione, nel suo modo metaforico, esprime tuttavia qualcosa della verità che si nasconde nel mistero del Natale. Il trono di Davide, al quale era promessa una durata eterna, è vuoto. Altri dominano sulla Terra santa. Giuseppe, il discendente di Davide, è un semplice artigiano; il palazzo, di fatto, è diventato una capanna. Davide stesso aveva cominciato da pastore.

Quando Samuele lo cercò per l’unzione, sembrava impossibile e contraddittorio che un simile pastore-ragazzino potesse diventare il portatore della promessa di Israele. Nella stalla di Betlemme, proprio lì dove era stato il punto di partenza, ricomincia la regalità davidica in modo nuovo – in quel bimbo avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Il nuovo trono dal quale questo Davide attirerà il mondo a sé è la Croce.

Il nuovo trono – la Croce – corrisponde al nuovo inizio nella stalla. Ma proprio così viene costruito il vero palazzo davidico, la vera regalità. Questo nuovo palazzo è così diverso da come gli uomini immaginano un palazzo e il potere regale. Esso è la comunità di quanti si lasciano attrarre dall’amore di Cristo e con Lui diventano un corpo solo, un’umanità nuova. Il potere che proviene dalla Croce, il potere della bontà che si dona – è questa la vera regalità. La stalla diviene palazzo – proprio a partire da questo inizio, Gesù edifica la grande nuova comunità, la cui parola-chiave cantano gli Angeli nell’ora della sua nascita: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” – uomini che depongono la loro volontà nella sua, diventando così uomini di Dio, uomini nuovi, mondo nuovo.

Gregorio di Nissa, nelle sue omelie natalizie ha sviluppato la stessa visione partendo dal messaggio di Natale nel Vangelo di Giovanni: “Ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (Gv 1,14).

Gregorio applica questa parola della tenda alla tenda del nostro corpo, diventato logoro e debole; esposto dappertutto al dolore ed alla sofferenza. E la applica all’intero cosmo, lacerato e sfigurato dal peccato. Che cosa avrebbe detto, se avesse visto le condizioni, in cui si trova oggi la terra a causa dell’abuso delle energie e del loro egoistico sfruttamento senza alcun riguardo?

Anselmo di Canterbury, in una maniera quasi profetica, ha una volta descritto in anticipo ciò che noi oggi vediamo in un mondo inquinato e minacciato per il suo futuro: “Tutto era come morto, aveva perso la sua dignità, essendo stato fatto per servire a coloro che lodano Dio. Gli elementi del mondo erano oppressi, avevano perso il loro splendore a causa dell’abuso di quanti li rendevano servi dei loro idoli, per i quali non erano stati creati” (PL 158, 955s). Così, secondo la visione di Gregorio, la stalla nel messaggio di Natale rappresenta la terra maltrattata. Cristo non ricostruisce un qualsiasi palazzo. Egli è venuto per ridare alla creazione, al cosmo la sua bellezza e la sua dignità: è questo che a Natale prende il suo inizio e fa giubilare gli Angeli. La terra viene rimessa in sesto proprio per il fatto che viene aperta a Dio, che ottiene nuovamente la sua vera luce e, nella sintonia tra volere umano e volere divino, nell’unificazione dell’alto col basso, recupera la sua bellezza, la sua dignità. Così Natale è una festa della creazione ricostituita. A partire da questo contesto i Padri interpretano il canto degli Angeli nella Notte santa: esso è l’espressione della gioia per il fatto che l’alto e il basso, cielo e terra si trovano nuovamente uniti; che l’uomo è di nuovo unito a Dio. Secondo i Padri fa parte del canto natalizio degli Angeli che ora Angeli e uomini possano cantare insieme e in questo modo la bellezza del cosmo si esprima nella bellezza del canto di lode. Il canto liturgico – sempre secondo i Padri – possiede una sua dignità particolare per il fatto che è un cantare insieme ai cori celesti. È l’incontro con Gesù Cristo che ci rende capaci di sentire il canto degli Angeli, creando così la vera musica che decade quando perdiamo questo con-cantare e con-sentire.

Nella stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto. Alla fine della nostra meditazione natalizia vorrei citare una parola straordinaria di sant’Agostino. Interpretando l’invocazione della Preghiera del Signore: “Padre nostro che sei nei cieli”, egli domanda: che cosa è questo – il cielo? E dove è il cielo? Segue una risposta sorprendente: “…che sei nei cieli – ciò significa: nei santi e nei giusti. I cieli sono, sì, i corpi più alti dell’universo, ma tuttavia corpi, che non possono essere se non in un luogo. Se, però, si crede che il luogo di Dio sia nei cieli come nelle parti più alte del mondo, allora gli uccelli sarebbero più fortunati di noi, perché vivrebbero più vicini a Dio. Ma non è scritto: ‘Il Signore è vicino a quanti abitano sulle alture o sulle montagne’, ma invece: ‘Il Signore è vicino ai contriti di cuore’ (Sal 34[33],19), espressione che si riferisce all’umiltà. Come il peccatore viene chiamato ‘terra’, così al contrario il giusto può essere chiamato ‘cielo’” (Serm. in monte II 5, 17).

Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore. E il cuore di Dio, nella Notte santa, si è chinato giù fin nella stalla: l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra. Con l’umiltà dei pastori mettiamoci in cammino, in questa Notte santa, verso il Bimbo nella stalla! Tocchiamo l’umiltà di Dio, il cuore di Dio! Allora la sua gioia toccherà noi e renderà più luminoso il mondo. Amen.

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lunedì 17 dicembre 2007

Anche oggi, come al tempo dei martiri, pur in forme diverse, il messaggio salvifico di Cristo viene contrastato. Diamo reagione della nostra speranza!


VISITE PASTORALI DEL SANTO PADRE NELLA DIOCESI DI ROMA

Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA DI SANTA MARIA DEL ROSARIO AI COLLI PORTUENSI

III Domenica di Avvento, 16 dicembre 2007

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI


Cari fratelli e sorelle,

"Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino" (Fil 4,4-5). Con quest'invito alla gioia inizia l'antifona d'ingresso della Santa Messa in questa terza domenica di Avvento che, proprio per questo viene chiamata domenica "Gaudete".

In verità, tutto l'Avvento è un invito a gioire perché "il Signore viene", perché viene a salvarci. Risuonano confortatrici quasi ogni giorno, in queste settimane, le parole del profeta Isaia dirette al popolo ebreo esule in Babilonia dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme e sfiduciato di poter far ritorno nella città santa in rovina. "Quanti sperano nel Signore riacquistano forza – assicura il profeta – mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi" (Is 40,31). E ancora, "gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto" (ibid. 35,10). La liturgia dell'Avvento ci ripete costantemente che dobbiamo destarci dal sonno dell'abitudine e della mediocrità, dobbiamo abbandonare la tristezza e lo scoraggiamento; occorre che rinfranchiamo i nostri cuori perché "il Signore è vicino".

Quest'oggi, c'è per noi un ulteriore motivo di rallegrarci, cari fedeli della Parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi, ed è la dedicazione della vostra nuova chiesa parrocchiale, che sorge sullo stesso luogo dove il mio amato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, l'8 novembre 1998, celebrò la santa Messa in occasione della sua visita pastorale alla vostra comunità. La solenne liturgia della dedicazione di questo tempio costituisce un'occasione di intenso gaudio spirituale per tutto il Popolo di Dio che vive in questa zona. Mi unisco volentieri anch'io alla vostra legittima soddisfazione di avere finalmente una vostra chiesa accogliente e funzionale. Il luogo in cui essa è costruita evoca un passato di fulgide testimonianze cristiane. Proprio qui nelle vicinanze sono, infatti, ubicate le catacombe di Generosa, dove la tradizione vuole siano stati sepolti tre fratelli - Simplicio, Faustino e Viatrice (Beatrice) - vittime della persecuzione scatenata nell'anno 303, e le cui reliquie vengono conservate, in parte a Roma nella chiesa di san Nicola in Carcere e a Monte Savello, e in parte a Fulda, in Germania, città che dall'VIII secolo, grazie al fatto che san Bonifacio vi portò le reliquie, onora i Martiri Portuensi come suoi compatroni. A questo proposito, saluto il Vescovo di Fulda, Mons. Josef Algermissen, presente a questa Celebrazione, ed anche Mons. Carlo Liberati, Arcivescovo–Prelato di Pompei: Santuario mariano con cui la vostra parrocchia ha stabilito uno spirituale gemellaggio.

La dedicazione di questa chiesa parrocchiale acquista un significato davvero speciale per voi che abitate in questo quartiere. I giovani martiri che allora morirono per rendere testimonianza a Cristo non sono forse un potente stimolo per voi , cristiani di oggi, a perseverare nel seguire fedelmente Gesù? E la protezione della Vergine del santo Rosario non vi chiede di essere uomini e donne di fede profonda come lo fu Lei?

Anche oggi, pur in forme diverse, il messaggio salvifico di Cristo viene contrastato e i cristiani, non meno di ieri, sono chiamati a rendere ragione della loro speranza, a offrire al mondo la testimonianza della Verità dell'Unico che salva e redime! Questa nuova chiesa sia pertanto uno spazio privilegiato per crescere nella conoscenza e nell'amore di Colui che tra pochi giorni accoglieremo nella gioia del suo Natale come Redentore del mondo e nostro Salvatore.

Permettete ora che, profittando della dedicazione di questa nuova bella chiesa, io ringrazi quanti hanno contribuito a costruirla. So quanto la diocesi di Roma si stia impegnando da ormai molti anni per assicurare a ogni quartiere di una città in costante crescita adeguati complessi parrocchiali. Saluto e ringrazio, in primo luogo, il Cardinale Vicario, e con lui il Vescovo Ausiliare Ernesto Mandara, Segretario dell'Opera Romana per la Preservazione della Fede e la Provvista di Nuove Chiese in Roma. Saluto e ringrazio in particolare voi, cari parrocchiani, che in vari modi vi siete impegnati per la realizzazione di questo centro parrocchiale, che si va ad aggiungere agli oltre cinquanta già funzionanti grazie al notevole sforzo economico della Diocesi, di tanti fedeli e cittadini di buona volontà e alla collaborazione delle pubbliche istituzioni. In questa domenica, che è proprio dedicata al sostegno di tale opera meritoria, chiedo a tutti di proseguire in questo impegno con generosità.

Vorrei poi salutare con affetto il Vescovo Ausiliare del Settore Ovest, Mons. Benedetto Tuzia, il vostro Parroco, Don Gerard Charles Mc Carthy, che ringrazio per le calde parole che mi ha voluto rivolgere all'inizio della nostra solenne celebrazione. Saluto i sacerdoti suoi collaboratori appartenenti alla Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo, alla quale dal 1997 è affidata la cura pastorale di questa parrocchia, e qui rappresentata dal Superiore generale, Mons. Massimo Camisasca. Saluto le Suore Oblate del Divino Amore e le Missionarie di san Carlo che prestano con dedizione la loro opera in questa comunità, e tutti i gruppi di fanciulli, di giovani, di famiglie, e di anziani che animano la vita della parrocchia. Un saluto cordiale giunga anche ai vari movimenti ecclesiali presenti, tra i quali la Gioventù Ardente Mariana, Comunione e Liberazione, il Rinnovamento Carismatico Cattolico, la Fraternità di Santa Maria degli Angeli ed il gruppo di volontariato Santa Teresina. Mi è caro inoltre incoraggiare quanti con la Caritas parrocchiale cercano di andare incontro alle tante esigenze del quartiere, specialmente rispondendo alle attese dei più poveri e bisognosi. Saluto, infine, le Autorità presenti e le personalità che hanno voluto prendere parte a questa nostra assemblea liturgica. Cari amici! Viviamo oggi una giornata che corona gli sforzi, le fatiche, i sacrifici compiuti e l'impegno della comunità di costituirsi come comunità cristiana matura, desiderosa di avere uno spazio riservato definitivamente al culto di Dio. L'odierna celebrazione è quanto mai ricca di parole e di simboli che ci aiutano a comprendere il valore profondo di quanto stiamo compiendo. Raccogliamo perciò l'insegnamento che ci viene dalle letture poc'anzi proclamate.

La prima Lettura è tratta dal libro di Neemia, un libro che ci racconta la ricomposizione della comunità ebraica dopo l'esilio, la dispersione e la distruzione di Gerusalemme. E' quindi il libro delle origini di una comunità, ed è pieno di speranza. Nel brano or ora letto ci sono al centro due grandi figure: un sacerdote, Esdra, e un laico, Neemia, che sono rispettivamente l'autorità religiosa e l'autorità civile di quel tempo. Il testo descrive il momento solenne in cui si ricostituisce ufficialmente, dopo la dispersione, la piccola comunità giudaica; è il momento della riproclamazione pubblica della legge, e il tutto si svolge in un clima di semplicità e di povertà. L'ascolto avviene in un clima di grande intensità spirituale. Alcuni cominciano a piangere per la gioia di potere di nuovo, dopo la tragedia della distruzione di Gerusalemme, ascoltare in libertà la parola di Dio. E Neemia li ammonisce dicendo che quello è un giorno di festa e che, per avere forza dal Signore, bisogna gioire, esprimendo riconoscenza per i doni di Dio.

Questa lettura non suscita anche in voi, cari fedeli, tanta commozione? In questo momento quanti ricordi si affollano nella vostra mente! Quanta fatica per costruire, anno dopo anno, la comunità! Quanti sogni, quanti progetti, quante difficoltà! Ora però ci è data l'opportunità di proclamare e ascoltare la parola di Dio in una bella chiesa, che favorisce il raccoglimento e suscita gioia; una chiesa che vuole essere costante richiamo ad una fede salda e all'impegno di crescere come comunità unita. Rendiamo grazie a Dio per i suoi doni e ringraziamo tutti coloro che sono stati gli artefici della costruzione di questa chiesa.

Nella seconda Lettura, tratta dall'Apocalisse, ci viene narrata una visione stupenda. Il progetto di Dio per la sua Chiesa e per l'intera umanità è una città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo risplendente della gloria divina. L'autore cerca di descriverla questa città meravigliosa, paragonandola alle gemme più preziose, e infine precisa che essa poggia sulla persona e sul messaggio degli apostoli. L'evangelista Giovanni ci suggerisce così che la comunità vivente è più sacra del tempio materiale che consacriamo. E per costruire questo tempio vivente, spirituale – che siete voi -, occorre tanta preghiera, occorre valorizzare ogni opportunità che offrono la liturgia, la catechesi, e le molteplici attività pastorali, caritative, missionarie, e culturali che conservano "giovane" la vostra promettente parrocchia. La cura che mostriamo per l'edificio materiale – aspergendolo con l'acqua benedetta, ungendolo con l'olio, spargendolo di incenso – sia segno e stimolo di una più intensa cura nel difendere e promuovere il tempio delle persone, formato da voi, cari parrocchiani.

Infine, la pagina evangelica, che abbiamo ascoltato, racconta di un colloquio tra Gesù e i suoi, in particolare con Pietro; un colloquio tutto incentrato sulla persona del divino Maestro. La gente ha intuito qualcosa di lui; alcuni pensano che sia Giovanni Battista redivivo, altri Elia ritornato sulla terra, altri ancora il profeta Geremia. Pietro, a nome dei discepoli, dichiara che Gesù è assai più di un profeta: è il Messia di Dio, – Cristo – il Figlio del Dio vivente.

E il Signore dice a lui solennemente: tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa. Pietro diviene la pietra, associato per la sua fede a Gesù, è la roccia su cui è fondata la Chiesa. In tal modo, ancora una volta, vediamo che è Gesù Cristo l'unica e indefettibile roccia su cui poggia la nostra fede, su cui viene costruita questa parrocchia.

E Gesù lo incontriamo nell'ascolto delle Sacre Scritture; è presente e si fa nostro cibo nell'Eucaristia, vive nella comunità parrocchiale. Tutto, quindi, nella chiesa edificio e nella Chiesa comunità parla di Gesù, tutto è relativo a Lui, tutto a Lui fa riferimento. E il Signore ci raccoglie nella grande comunità della Chiesa di tutti i tempi e luoghi, stretta in comunione con il Successore di Pietro come roccia dell'unità. L'azione dei Vescovi e dei presbiteri, l'impegno apostolico e missionario di ogni fedele è proclamare e testimoniare con le parole e con la vita che Lui, il Figlio di Dio fatto uomo, è il nostro unico Salvatore.

A Gesù chiediamo di guidare la vostra comunità e di farla crescere sempre più nella fedeltà al suo Vangelo; domandiamogli di suscitare tante e sante vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie; di rendere tutti i parrocchiani disponibili a seguire l'esempio dei santi Martiri Portuensi. Affidiamo questa nostra preghiera alle mani materne di Maria, Regina del Rosario. Sia Lei ad ottenere che si verifichi per noi, in questo giorno, la parola conclusiva della prima lettura. "La gioia del signore sia la nostra forza" (cfr Ne 8,10). Solo la gioia del Signore e la forza della fede in Lui possono rendere, infatti, proficuo il cammino della vostra parrocchia. E così sia!

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domenica 16 dicembre 2007

Card. Ratzinger: La nostra generazione è convinta di essere molto “sveglia”. E ciò nonostante dobbiamo dire che essa, in un senso più profondo, dorme!


Vedi anche:

DISCORSI E OMELIE DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007

Grazie al nostro Marco possiamo leggere questa meravigliosa e "profetica" omelia pronunciata dall'allora cardinale Ratzinger il 12 dicembre 2003, in occasione del venerdi' della seconda settimana di Avvento. In essa possiamo trovare moltissimi temi attuali, non da ultima la speranza e la gioia di cui parla costantemente Benedetto XVI. C'e' anche un cenno alla GMG di Colonia. Allora il cardinale non poteva immaginare che sarebbe stato proprio lui, come Papa, il protagonista dell'evento :-)
Raffaella


Trascrizione dell'omelia pronunciata a braccio dal cardinale Joseph Ratzinger, Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, 12 dicembre 2003

Letture

Orazione - Rafforza, o Padre, la nostra vigilanza nell'attesa del tuo Figlio, perché, illuminati dalla sua parola di salvezza, andiamo incontro a lui con le lampade accese.
Prima lettura (dal libro del profeta Isaia, 48, 17-19) - Le nostre sventure dipendono solo dalla nostra infedeltà al Signore, dal fatto d'aver abbandonato la strada che Dio ci ha indicato.
Dal Vangelo secondo Matteo (11, 16-19) - E' possibile chiudere gli occhi sulle opere di Dio, e in particolare su Gesù Cristo, la Sapienza incarnata. Questo avviene per la nostra incoerenza e contraddizione nel non riconoscerlo.

OMELIA

Cari amici, fratelli e sorelle, i testi della liturgia di oggi, del venerdì della seconda settimana di Avvento, sono pieni di luce per il nostro cammino e ci aiutano di realizzare l’essenza dell’attesa che poi è l’essenza del nostro essere cristiani.
Vorrei cominciare con l’orazione: la parola fondamentale dell’orazione di oggi è “vigilanza” che tra l’altro è la parola chiave di tutto l’Avvento. Vigilanza, essere vigilanti, che cosa vuol dire?
Chi dorme è chiuso in se stesso, non percepisce la realtà fuori di sé, e anche nei suoi sogni non è in grado di percepire la realtà, ma solo ombre riflesse della sua mente, del suo subcosciente. Svegliandosi, esce dal carcere, dal muro di sé e percepisce la realtà stessa che lo circonda. Si apre ad essa.

La nostra generazione è convinta di essere realmente molto “sveglia”, più di tutte le altre generazioni precedenti solo perché percepisce molto più del mondo: il nostro occhio va fino alle distanze più lontane, distanze immense sia spaziali che temporali. E nello stesso tempo siamo capaci di entrare anche all’interno della materia, fino alle ultime particelle che la compongono.

L’orizzonte è allargato enormemente, così anche le nostre possibilità di agire in questo mondo.

E ciò nonostante dobbiamo dire che questa generazione, in un senso più profondo, dorme. È chiusa in sé, perché vede soltanto quanto può fare e avere, e si ferma alla facciata esteriore della realtà, alle cose materiali che può prendere in mano. Ma proprio così, siamo sempre più chiusi in noi stessi e non siamo più capaci di andare realmente all’infinito, di vedere la trasparenza della luce divina nella materia creata, in noi stessi l’occhio del nostro cuore: i nostri sensi interiori sono ottenebrati dal vedere tutte queste cose esteriori che ci aiutano a fare e ad avere, non rispondono più, non funzionano più, non hanno più accesso alla vera realtà, alla grandezza del mondo. È per questo che dormiamo. Dorme la nostra generazione.

Tramite l’Avvento il Signore ci dice di risvegliarci, di uscire da questo cerchio, da questo carcere del materiale, di aprire i cuori e cominciare a vedere la realtà più grande, il senso di Dio nel mondo, la presenza di Dio nel Signore Gesù Cristo, nella sua Parola, nei suoi sacramenti.

Questo è il primo imperativo che ci obbliga anche ad andare avanti per aprire gli occhi del cuore e ad aiutare i nostri amici, i nostri contemporanei perché possano ricominciare a vedere la vera profondità e la vera grandezza della realtà. Vedere è anche partire e così logicamente dalla parola vigilanza viene fuori l’altra, propria del cammino d’Avvento: “andare incontro al Signore”.

La fede non è un mucchio di idee, ma un’avventura della vita, un cammino, un mettersi in moto verso il Signore e il cammino esteriore che facciamo preparandoci a Colonia, dovrebbe essere nello stesso tempo e soprattutto un cammino interiore, un uscire da noi stessi per andare incontro a Dio, alla vera realtà, all’amore e al prossimo.

Appaiono poi una terza parola, importante in questa orazione, la Parola di Dio, chiamata Luce e l’invito ad accendere le lampade del nostro essere per arrivare al Signore. Cosa vuol dire questo?

Se vediamo la storia della Chiesa, la storia dei santi, vediamo queste “lampade” accese che illuminano il mondo, e vediamo che esse non solo illuminano questo tempo, ma saranno decorazioni e luce nella festa eterna dell’amore di Dio. Cominciamo con i martiri dei primi secoli, con i grandi dottori, Agostino, Ambrogio, Bonaventura, Tommaso, lampade accese che illuminano il cammino della storia e continuano ad illuminare. E san Francesco d’Assisi, san Carlo Borromeo, san Domenico, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieaux, fino a Massimiliano Kolbe, Padre Pio, Edith Stein, Madre Teresa …

Realmente, nell’oscura notte della storia, perché spesso è oscura - pensiamo alle violenze di questo tempo, a tutte le guerre - sono veramente lampade accese che illuminano, ci fanno vedere che c’è luce, che l’uomo non è una creatura fallita, ma può essere simile a Dio, conformandosi nella strada dell’amore perché Dio è amore. E siamo simili a Dio nella misura in cui percorriamo la strada dell’amore.
Passiamo ora dall’orazione alla lettura e al Vangelo. Ambedue sono intimamente connesse tra di loro e si vede proprio oggi , tra la lettura e il Vangelo, l’intima unità dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Le letture parlano della sofferenza di Dio nel rapporto con la sua creatura uomo. Dio soffre. Perché non si impone con forza con la sua onnipotenza a questa creatura? Va chiedendo il suo amore, va incontro alla nostra libertà, perché desidera non una cosa da ottenere con forza, ma desidera amore, cioè il sì libero, e così lascia alla nostra libertà di dire sì o di dire anche no, alla sua offerta e invito di amore.

Purtroppo succede che la creatura uomo dica quasi sempre di no e pensi che solo il dire no, rappresenti la prova della libertà. Dio cerca l’uomo con tutti i registri possibili; il Signore lo dice in questa parabola di oggi, cerca il cammino del rigore, della severità, nel Sinai, nel tempo dei profeti, nelle parole di Giovanni battista.

E l’uomo risponde: no, io sono libero, non accetto il rigore di questi comandamenti, prendo la mia strada. Dio cerca anche con la strada dell’umiltà, della bontà, della sua vita, dell’amore all’uomo. E cosa succede? Anche qui l’uomo dice no, anzi, deride questo Dio debole che cerca il suo consenso e si rivela così non onnipotente.
Abbiamo questa parola, abbiamo suonato il flauto e non avete cantato o ballato, lamento e non avete pianto… L’uomo non entra in questo gioco del divino amore, si oppone. Questa è la tristezza e la sofferenza divina con questa sua storia.
E nella lettura sentiamo questo lamento di Dio: se avesse prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume…
La stessa parola ritorna nel salmo 81, forse fatto anche dello stesso periodo: se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti nutrirei con miele con fior di frumento.
E la stessa parola ritorna anche nella bocca del Signore: se avessi compreso anche tu la via della pace. A Gerusalemme, probabilmente molti di voi conoscono la cappella sulla collina il Signore piange, che è stata costruita sul punto dove Gesù vedendo la sua città avrebbe detto queste parole. Se tu avessi compreso, anche tu la via della pace.

E la storia prova la verità di questo lamento di Dio.

Il testo della lettura, così come del salmo, probabilmente appartengono al tempo dell’esilio. Prima Geremia aveva detto con chiarezza ai re e a tutti i potenti di Israele, ”non fate questa guerra contro Babilonia”, non comportatevi come se Israele fosse uno dei grandi poteri che può entrare in guerra contro Babele, non fate questo e non pensate questo. L’elezione, l’essere totalmente a Dio e tutt’altra cosa. Fate pace e rimarrete in questo paese.

Ma non l’hanno sentito, Israele non ha ascoltato, è andato per 70 anni in esilio, è sparito dalla storia, come soggetto proprio. Il Signore prende proprio la stessa predicazione di Geremia: non entrate in opposizione militare contro i romani, non pensate che il Signore sia un guerriero che vi dia forze militari che non avete.
Prendete la strada del pentimento, della fede, dell’amore, la strada della comunione con Dio, che sola può trasformare il mondo. Ma di nuovo non ascoltarono, facendo come la generazione di Geremia. Credono a Barabba … e alla fine è la distruzione di Gerusalemme, e san Luca dice nel Vangelo: va calpestata la città di Gerusalemme dai pagani, fino alla fine del mondo.

E le stesse parole sono vere anche nel nostro presente, nel secolo che viviamo: perché non avete ascoltato? Può di nuovo dire il Signore. Avreste potuto evitare il disastro del governo comunista che ha distrutto le anime e la terra, avreste potuto evitare questo grande disastro del nazismo che è una vergogna per noi, una ferita all’umanità, soprattutto della coscienza, particolarmente del popolo tedesco.
Non hanno ascoltato, Signore. Così vediamo la verità che è questo lamento di Dio, che è nello stesso tempo non solo una descrizione del passato, ma un avviso e un’ammonizione forte a noi e alla nostra generazione: ascoltate finalmente, la cosa non è ancora persa, ascoltate e seguite il Signore, il Signore della pace e non il signore della guerra.
È una parola che il Signore dice proprio a voi, la nuova generazione che ha in mano la chiave del futuro. È un grido forte: ascoltate, non c’è una sorte inevitabile. È libertà dell’uomo di dire sì, a questi cambiamenti per il meglio. E il nostro dovere, il vostro dovere è veramente di ascoltare, cari fratelli, e prendere questa strada con coraggio, gridare anche al mondo questo, anche se non vuol sentire, per lo meno far sentire questo lamento e grido del Signore, con tutto il peso del passato che conosciamo …
Così, queste parole dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono uguali, dicono la stessa cosa per generazioni diverse, e anche tra di noi la storia appare ancora aperta nelle nostre mani. Questa è la grande sfida che ci è data dai testi della liturgia di oggi.

Ma, alla fine del Vangelo, dopo la tristezza degli uomini di tante generazioni, e il pericolo che anche quelli di questa generazione dicano no, appare tuttavia una parola di gioia: una parola di promessa vittoriosa. Il Signore dice, nonostante tutto, alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere.

Sentendo questo, prima ci domandiamo: è vero che Dio è sapiente? Possiamo dire che Dio è la sapienza, che Cristo vinto sulla croce è la sapienza? In realtà il Signore vinto ha lasciato un germe della nuova vita per il suo popolo e per il mondo, un lievito che trasformerà tutto. È così creata una nuova forma di vivere la fede.

La Gerusalemme terrestre è stata distrutta sì, ma dalla croce di Cristo cresce una nuova Gerusalemme, una città nuova diffusa in tutte le parti del mondo, nelle piccole e anche nelle grandi comunità dei credenti. Cresce una città nuova, animata dalla fede, una immagine della Gerusalemme futura. E la sapienza va giustificata per le sue opere, nascono le prime comunità cristiane, un nuovo umanesimo, un amore per i sofferenti e i poveri che prima non esisteva nel mondo, una luce della verità che illumina le strade dell’umanità, trasforma il mondo e nonostante la vittoria del male.
Abbiamo già parlato della strada delle lampade accese, una strada di luce che si apre sempre di più nella storia. È stata così creata una nuova città, una nuova vita.

Nell’Apocalisse sta scritto: ho visto una folla immensa, vestiti di bianco, che vengono dalla grande tribolazione e sono la nuova umanità. La sapienza è giustificata. Dio è sapiente, nonostante queste sconfitte cresce la nuova umanità, cresce il dono dell’amore della fede della speranza che ci ha dato Cristo.
San Luca nel suo Vangelo trasmette questa parola con una variante, dicendo: la sapienza è stata giustificata dai suoi figli, i figli di Cristo, i suoi fratelli. Cominciando dai primi martiri, fino ai grandi testimoni di oggi, essi giustificano Cristo come la vera sapienza divina. E così il testo invita ad essere figli della sapienza e a fare le opere della sapienza, per trasformare il mondo.
Alla fine, i testi arrivano proprio nel concreto della liturgia; il testo citato nel salmo 81 dice, se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti avrei dato il miele ti avrei nutrito con fior di frumento. Il Signore ci nutre con fior di frumento, con se stesso, ci dà questo pane, nella piccola quantità di frumento dona se stesso. Si mette nelle nostre mani, nei nostri cuori.
Preghiamo il Signore Gesù che ci illumini, che ci permetta di ascoltare e di realizzare la sua Parola. E così di essere suoi figli, di fare le sue opere, opere della sapienza divina. Amen.

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Non cediamo mai alla tentazione di ricercare successi e appoggi umani piuttosto che contare solo e sempre su Colui che è venuto nel mondo per salvarci


Vedi anche:

Biografia del cardinale Stickler

CAPPELLA PAPALE PER LE ESEQUIE DEL SIGNOR CARDINALE ALFONS MARIA STICKLER

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Venerdì, 14 dicembre 2007


Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle
!

Raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali, diamo al caro Cardinale Alfons Maria Stickler l’ultimo saluto.
Egli ha condiviso con noi tanti anni di lavoro nella vigna del Signore. Ora Dio lo ha chiamato a sé dopo una lunga giornata terrena, per accoglierlo tra le sue braccia paterne e misericordiose. Mentre ci stringiamo con affetto attorno ai familiari, alla Congregazione salesiana nella quale emise la prima professione il 15 agosto del 1928, e a tutti coloro che lo hanno conosciuto ed apprezzato, rivolgiamo fiduciosi lo sguardo verso il Cielo da dove ci viene l’unica luce che può illuminare il mistero della vita e della morte. Il tempo liturgico dell’Avvento, mentre ci prepara a rivivere il dono del Natale del Redentore, ci stimola anche a proiettarci con fiducia verso l’ultima e definitiva sua venuta. Per questo nostro fratello si è ormai compiuta la “beata speranza” che, come ripetiamo ogni giorno nella celebrazione eucaristica, attendiamo cercando di vivere nel nostro pellegrinaggio sulla terra “liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento”.

L’Apostolo delle genti ci ha ricordato poc’anzi che se moriamo con Cristo, “vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà” (2 Tm 2,11-12). L’intero progetto di vita del cristiano non può che essere modellato su Cristo: tutto con Lui, per Lui e in Lui a gloria di Dio Padre. Non è stata forse tale fondamentale verità ad orientare l’esistenza di questo nostro fratello? Egli aveva scelto come suo motto episcopale: “Omnia et in omnibus Christus” e spiegava, al tramonto ormai dei suoi anni, come queste parole siano state la guida di ogni sua scelta e decisione. “Alla base della mia attività – scriveva qualche anno fa – c’è sempre stato l’ideale della fede e della vita cristiana che si incentra in Cristo redentore e poi fondatore della Chiesa. Tutti i miei sforzi e i miei studi sono serviti ad approfondire soprattutto il sapere religioso con piena fedeltà al Papa”. Ed aggiungeva: “Come salesiano seguo i tre ideali trasmessici da don Bosco: l’amore per l’Eucaristia, la devozione alla Madonna, la fedeltà al Santo Padre”. Sapeva bene che amare Cristo è amare la sua Chiesa, che è sempre santa, come nota nel testamento spirituale, “nonostante la debolezza, qualche volta scandalosa di noi suoi rappresentanti e membri, nel passato e nel presente”. Conosceva le contrarietà e le sfide con cui i cristiani devono misurarsi in questa nostra epoca, e concludeva che soltanto un vero amore per Cristo può renderli coraggiosi e perseveranti nel difendere le verità della fede cattolica.

A questo proposito, quante volte il Cardinale Alfons Maria Stickler avrà letto e meditato la pagina evangelica che anche oggi è stata proclamata nella nostra assemblea! L’evangelista Matteo, che ci accompagnerà lungo tutto quest’anno liturgico, alle otto Beatitudini poste in apertura del Discorso della Montagna, ne aggiunge un’altra che così suona: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”, e conclude: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11-12).

Noi tutti, cari fratelli e sorelle, che con il Battesimo siamo stati chiamati a seguire e servire Gesù, sappiamo di non potere e non dover attenderci plauso e riconoscimenti su questa terra.

La vera ricompensa del discepolo fedele è “nei cieli”: è Cristo stesso. Non dimentichiamo mai questa verità! Non cediamo mai alla tentazione di ricercare successi ed appoggi umani piuttosto che contare solo e sempre su Colui che è venuto nel mondo per salvarci e sulla croce ci ha redenti! Qualunque sia il servizio che Iddio ci chiama a svolgere nella sua vigna, sia sempre animato da umile adesione alla sua volontà!

Che questo sia stato, pur con le umane fragilità e debolezze, l’orientamento dell’intera vicenda umana del caro Cardinale Stickler emerge dal suo testamento spirituale, dove egli annotava: “Tutta questa mia vita è stata un disegno e una realizzazione superiore, alla quale io non ho potuto fare altro che - spesso neanche con piena valutazione di causa - consentire. Così tutta la mia vita era ed è opera della Divina Provvidenza”. Un’esistenza spesa totalmente dapprima nell’insegnamento, e poi nel servizio alla Santa Sede. Nato a Neunkirchen, nell’Austria inferiore, il 23 agosto del 1910, Alfons Maria entrò giovane nel noviziato della Congregazione salesiana in Germania e, compiuti gli studi filosofici e teologici dapprima in Germania, poi in Austria, e successivamente a Torino e Roma, fu ordinato sacerdote 70 anni or sono, il 27 marzo del 1937 nell’Arcibasilica Lateranense. Completato il corso accademico nell’Institutum Utriusque Iuris dell’Apollinare, iniziò ad insegnare presso la Facoltà di Diritto Canonico nell’Università Salesiana, a Torino e a Roma dove essa fu appunto trasferita. In tale Università divenne, dal 1953 al 1958, Decano della Facoltà di Diritto Canonico e poi Rettore Magnifico (1958–1966) e Preside del neo fondato Institutum Altioris Latinitatis sino al 1968. Fu per lui una vera sorpresa la nomina da parte del Servo di Dio Papa Paolo VI, nel 1971, a Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove ebbe modo di svolgere un’intensa attività di studioso, di cui danno concreta testimonianza vari volumi e saggi di Storia del Diritto Canonico da lui curati. Fece parte di tre Commissioni del Concilio Vaticano II e fu Consultore di Congregazioni Romane, nonché membro della Commissione per il nuovo Codice e del Pontificio Comitato di Scienze storiche, oltre che di tante altre istituzioni culturali internazionali. L’8 settembre 1983 fu chiamato ad essere Pro-Bibliotecario di Santa Romana Chiesa e il 1° novembre successivo, come osserva nel suo testamento, ebbe “in età avanzata la grande grazia della pienezza del sacerdozio per le mani dello stesso Santo Padre” Giovanni Paolo II, che l’anno seguente gli affidò anche l’incarico di Pro Archivista di Santa Romana Chiesa e il 25 maggio del 1985 lo volle insignire della dignità cardinalizia. Terminato il suo servizio attivo alla Santa Sede, questo nostro amico continuò a svolgere la sua azione culturale e pastorale, al tempo stesso dedicandosi ancor più alla riflessione e alla preghiera. Ogni giorno, come faceva dal primo anno di professione religiosa, invocava lo Spirito Santo con l’inno Veni Sancte Spiritus, e per questo era persuaso che se aveva potuto essere utile in qualche cosa alla Congregazione e alla Chiesa “ciò lo si deve allo Spirito Santo”. Mercoledì scorso, la morte lo ha introdotto nel regno della pace e della luce eterna.

Il nostro fraterno auspicio è che possa ora godere della meritata ricompensa e contemplare il fulgore della Verità eterna. Nella prima Lettura, il Profeta Daniele ha ricordato che “i saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre” (Dn 12,3). Che così sia per questo nostro stimato Confratello nel sacerdozio e nell’episcopato! Lo accolga Maria Santissima, di cui egli scrisse: “La Madonna sarà anche nel momento della mia morte la vera mamma che dona il suo amore e la sua misericordia anche ai figli meno fedeli”. Lo accompagnino san Giovanni Bosco e i Santi e i Beati salesiani. Noi, con affetto e riconoscenza, ci uniamo all’invocazione con cui il Cardinale Stickler chiude il testamento spirituale: “Credo, spero, amo; perdona la mia debolezza nella fede, nella speranza e nella carità e conducimi, o mio Dio, nel regno del Tuo amore. Amen”.

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