martedì 11 dicembre 2007

FAMIGLIA UMANA, COMUNITÀ DI PACE (MESSAGGIO PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2008)


Vedi anche:

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2008 , 11.12.2007

Crippa (Il Foglio): quando i giornali titolano su altro, significa che Benedetto XVI ha toccato un punto nevralgico, che si vorrebbe evitare..:-)

Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008: i commenti de "Il Tempo", "La Padania", di John Allen e di "Repubblica"

Messaggio del Papa per la Giornata della Pace 2008: lo speciale di "Avvenire"

La radice della vera pace nel Messaggio di Benedetto XVI (Avvenire)

Vian (Direttore Osservatore): il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace va letto con fiducia ed ottimismo

Tutela ambientale, disarmo e sicurezza siano sviluppate in favore e non a scapito della pace: il Messaggio del Papa presentato in Sala Stampa vaticana

L'ecologismo del Papa: «Prima viene l'uomo e poi l'ambiente» (Caterina Maniaci per "Libero")


MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2008

FAMIGLIA UMANA, COMUNITÀ DI PACE

1. All'inizio di un nuovo anno desidero far pervenire il mio fervido augurio di pace, insieme con un caloroso messaggio di speranza agli uomini e alle donne di tutto il mondo. Lo faccio proponendo alla riflessione comune il tema con cui ho aperto questo messaggio, e che mi sta particolarmente a cuore: Famiglia umana, comunità di pace.

Di fatto, la prima forma di comunione tra persone è quella che l'amore suscita tra un uomo e una donna decisi ad unirsi stabilmente per costruire insieme una nuova famiglia. Ma anche i popoli della terra sono chiamati ad instaurare tra loro rapporti di solidarietà e di collaborazione, quali s'addicono a membri dell'unica famiglia umana: « Tutti i popoli — ha sentenziato il Concilio Vaticano II — formano una sola comunità, hanno un'unica origine, perché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra (cfr At 17,26), ed hanno anche un solo fine ultimo, Dio »(1).

Famiglia, società e pace

2. La famiglia naturale, quale intima comunione di vita e d'amore, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna(2), costituisce « il luogo primario dell'“umanizzazione” della persona e della società »(3), la « culla della vita e dell'amore »(4). A ragione, pertanto, la famiglia è qualificata come la prima società naturale, « un'istituzione divina che sta a fondamento della vita delle persone, come prototipo di ogni ordinamento sociale »(5).

3. In effetti, in una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace: la giustizia e l'amore tra fratelli e sorelle, la funzione dell'autorità espressa dai genitori, il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l'aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l'altro e, se necessario, a perdonarlo. Per questo la famiglia è la prima e insostituibile educatrice alla pace. Non meraviglia quindi che la violenza, se perpetrata in famiglia, sia percepita come particolarmente intollerabile.

Pertanto, quando si afferma che la famiglia è « la prima e vitale cellula della società »(6), si dice qualcosa di essenziale. La famiglia è fondamento della società anche per questo: perché permette di fare determinanti esperienze di pace. Ne consegue che la comunità umana non può fare a meno del servizio che la famiglia svolge. Dove mai l'essere umano in formazione potrebbe imparare a gustare il « sapore » genuino della pace meglio che nel « nido » originario che la natura gli prepara? Il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l'uso del vocabolario della pace. Nell'inflazione dei linguaggi, la società non può perdere il riferimento a quella « grammatica » che ogni bimbo apprende dai gesti e dagli sguardi della mamma e del papà, prima ancora che dalle loro parole.

4. La famiglia, poiché ha il dovere di educare i suoi membri, è titolare di specifici diritti. La stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, che costituisce un'acquisizione di civiltà giuridica di valore veramente universale, afferma che « la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato »(7). Da parte sua, la Santa Sede ha voluto riconoscere una speciale dignità giuridica alla famiglia pubblicando la Carta dei diritti della famiglia. Nel Preambolo si legge: « I diritti della persona, anche se espressi come diritti dell'individuo, hanno una fondamentale dimensione sociale, che trova nella famiglia la sua nativa e vitale espressione »(8). I diritti enunciati nella Carta sono espressione ed esplicitazione della legge naturale, iscritta nel cuore dell'essere umano e a lui manifestata dalla ragione. La negazione o anche la restrizione dei diritti della famiglia, oscurando la verità sull'uomo, minaccia gli stessi fondamenti della pace.

5. Pertanto, chi anche inconsapevolmente osteggia l'istituto familiare rende fragile la pace nell'intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale « agenzia » di pace. È questo un punto meritevole di speciale riflessione: tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all'accoglienza responsabile di una nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile dell'educazione dei figli, costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace. La famiglia ha bisogno della casa, del lavoro o del giusto riconoscimento dell'attività domestica dei genitori, della scuola per i figli, dell'assistenza sanitaria di base per tutti. Quando la società e la politica non si impegnano ad aiutare la famiglia in questi campi, si privano di un'essenziale risorsa a servizio della pace. In particolare, i mezzi della comunicazione sociale, per le potenzialità educative di cui dispongono, hanno una speciale responsabilità nel promuovere il rispetto per la famiglia, nell'illustrarne le attese e i diritti, nel metterne in evidenza la bellezza.

L'umanità è una grande famiglia

6. Anche la comunità sociale, per vivere in pace, è chiamata a ispirarsi ai valori su cui si regge la comunità familiare. Questo vale per le comunità locali come per quelle nazionali; vale anzi per la stessa comunità dei popoli, per la famiglia umana che vive in quella casa comune che è la terra. In questa prospettiva, però, non si può dimenticare che la famiglia nasce dal « sì » responsabile e definitivo di un uomo e di una donna e vive del « sì » consapevole dei figli che vengono via via a farne parte. La comunità familiare per prosperare ha bisogno del consenso generoso di tutti i suoi membri. È necessario che questa consapevolezza diventi convinzione condivisa anche di quanti sono chiamati a formare la comune famiglia umana. Occorre saper dire il proprio « sì » a questa vocazione che Dio ha inscritto nella stessa nostra natura. Non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle. È perciò essenziale che ciascuno si impegni a vivere la propria vita in atteggiamento di responsabilità davanti a Dio, riconoscendo in Lui la sorgente originaria della propria, come dell'altrui, esistenza. È risalendo a questo supremo Principio che può essere percepito il valore incondizionato di ogni essere umano, e possono essere poste così le premesse per l'edificazione di un'umanità pacificata. Senza questo Fondamento trascendente, la società è solo un'aggregazione di vicini, non una comunità di fratelli e sorelle, chiamati a formare una grande famiglia.

Famiglia, comunità umana e ambiente

7. La famiglia ha bisogno di una casa, di un ambiente a sua misura in cui intessere le proprie relazioni. Per la famiglia umana questa casa è la terra, l'ambiente che Dio Creatore ci ha dato perché lo abitassimo con creatività e responsabilità. Dobbiamo avere cura dell'ambiente: esso è stato affidato all'uomo, perché lo custodisca e lo coltivi con libertà responsabile, avendo sempre come criterio orientatore il bene di tutti. L'essere umano, ovviamente, ha un primato di valore su tutto il creato. Rispettare l'ambiente non vuol dire considerare la natura materiale o animale più importante dell'uomo. Vuol dire piuttosto non considerarla egoisticamente a completa disposizione dei propri interessi, perché anche le future generazioni hanno il diritto di trarre beneficio dalla creazione, esprimendo in essa la stessa libertà responsabile che rivendichiamo per noi. Né vanno dimenticati i poveri, esclusi in molti casi dalla destinazione universale dei beni del creato. Oggi l'umanità teme per il futuro equilibrio ecologico. È bene che le valutazioni a questo riguardo si facciano con prudenza, nel dialogo tra esperti e saggi, senza accelerazioni ideologiche verso conclusioni affrettate e soprattutto concertando insieme un modello di sviluppo sostenibile, che garantisca il benessere di tutti nel rispetto degli equilibri ecologici. Se la tutela dell'ambiente comporta dei costi, questi devono essere distribuiti con giustizia, tenendo conto delle diversità di sviluppo dei vari Paesi e della solidarietà con le future generazioni. Prudenza non significa non assumersi le proprie responsabilità e rimandare le decisioni; significa piuttosto assumere l'impegno di decidere assieme e dopo aver ponderato responsabilmente la strada da percorrere, con l'obiettivo di rafforzare quell'alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell'amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino.

8. Fondamentale, a questo riguardo, è « sentire » la terra come « nostra casa comune » e scegliere, per una sua gestione a servizio di tutti, la strada del dialogo piuttosto che delle decisioni unilaterali. Si possono aumentare, se necessario, i luoghi istituzionali a livello internazionale, per affrontare insieme il governo di questa nostra « casa »; ciò che più conta, tuttavia, è far maturare nelle coscienze la convinzione della necessità di collaborare responsabilmente. I problemi che si presentano all'orizzonte sono complessi e i tempi stringono. Per far fronte in modo efficace alla situazione, bisogna agire concordi. Un ambito nel quale sarebbe, in particolare, necessario intensificare il dialogo tra le Nazioni è quello della gestione delle risorse energetiche del pianeta. Una duplice urgenza, a questo riguardo, si pone ai Paesi tecnologicamente avanzati: occorre rivedere, da una parte, gli elevati standard di consumo dovuti all'attuale modello di sviluppo, e provvedere, dall'altra, ad adeguati investimenti per la differenziazione delle fonti di energia e per il miglioramento del suo utilizzo. I Paesi emergenti hanno fame di energia, ma talvolta questa fame viene saziata ai danni dei Paesi poveri i quali, per l'insufficienza delle loro infrastrutture, anche tecnologiche, sono costretti a svendere le risorse energetiche in loro possesso. A volte, la loro stessa libertà politica viene messa in discussione con forme di protettorato o comunque di condizionamento, che appaiono chiaramente umilianti.

Famiglia, comunità umana ed economia

9. Condizione essenziale per la pace nelle singole famiglie è che esse poggino sul solido fondamento di valori spirituali ed etici condivisi. Occorre però aggiungere che la famiglia fa un'autentica esperienza di pace quando a nessuno manca il necessario, e il patrimonio familiare — frutto del lavoro di alcuni, del risparmio di altri e della attiva collaborazione di tutti — è bene gestito nella solidarietà, senza eccessi e senza sprechi. Per la pace familiare è dunque necessaria, da una parte, l'apertura ad un patrimonio trascendente di valori, ma al tempo stesso non è priva di importanza, dall'altra, la saggia gestione sia dei beni materiali che delle relazioni tra le persone. Il venir meno di questa componente ha come conseguenza l'incrinarsi della fiducia reciproca a motivo delle incerte prospettive che minacciano il futuro del nucleo familiare.

10. Un discorso simile va fatto per quell'altra grande famiglia che è l'umanità nel suo insieme. Anche la famiglia umana, oggi ulteriormente unificata dal fenomeno della globalizzazione, ha bisogno, oltre che di un fondamento di valori condivisi, di un'economia che risponda veramente alle esigenze di un bene comune a dimensioni planetarie. Il riferimento alla famiglia naturale si rivela, anche da questo punto di vista, singolarmente suggestivo. Occorre promuovere corrette e sincere relazioni tra i singoli esseri umani e tra i popoli, che permettano a tutti di collaborare su un piano di parità e di giustizia. Al tempo stesso, ci si deve adoperare per una saggia utilizzazione delle risorse e per un'equa distribuzione della ricchezza. In particolare, gli aiuti dati ai Paesi poveri devono rispondere a criteri di sana logica economica, evitando sprechi che risultino in definitiva funzionali soprattutto al mantenimento di costosi apparati burocratici. Occorre anche tenere in debito conto l'esigenza morale di far sì che l'organizzazione economica non risponda solo alle crude leggi del guadagno immediato, che possono risultare disumane.

Famiglia, comunità umana e legge morale

11. Una famiglia vive in pace se tutti i suoi componenti si assoggettano ad una norma comune: è questa ad impedire l'individualismo egoistico e a legare insieme i singoli, favorendone la coesistenza armoniosa e l'operosità finalizzata. Il criterio, in sé ovvio, vale anche per le comunità più ampie: da quelle locali, a quelle nazionali, fino alla stessa comunità internazionale. Per avere la pace c'è bisogno di una legge comune, che aiuti la libertà ad essere veramente se stessa, anziché cieco arbitrio, e che protegga il debole dal sopruso del più forte. Nella famiglia dei popoli si verificano molti comportamenti arbitrari, sia all'interno dei singoli Stati sia nelle relazioni degli Stati tra loro. Non mancano poi tante situazioni in cui il debole deve piegare la testa davanti non alle esigenze della giustizia, ma alla nuda forza di chi ha più mezzi di lui. Occorre ribadirlo: la forza va sempre disciplinata dalla legge e ciò deve avvenire anche nei rapporti tra Stati sovrani.

12. Sulla natura e la funzione della legge la Chiesa si è pronunciata molte volte: la norma giuridica che regola i rapporti delle persone tra loro, disciplinando i comportamenti esterni e prevedendo anche sanzioni per i trasgressori, ha come criterio la norma morale basata sulla natura delle cose. La ragione umana, peraltro, è capace di discernerla, almeno nelle sue esigenze fondamentali, risalendo così alla Ragione creatrice di Dio che sta all'origine di tutte le cose. Questa norma morale deve regolare le scelte delle coscienze e guidare tutti i comportamenti degli esseri umani. Esistono norme giuridiche per i rapporti tra le Nazioni che formano la famiglia umana? E se esistono, sono esse operanti? La risposta è: sì, le norme esistono, ma per far sì che siano davvero operanti bisogna risalire alla norma morale naturale come base della norma giuridica, altrimenti questa resta in balia di fragili e provvisori consensi.

13. La conoscenza della norma morale naturale non è preclusa all'uomo che rientra in se stesso e, ponendosi di fronte al proprio destino, si interroga circa la logica interna delle più profonde inclinazioni presenti nel suo essere. Pur con perplessità e incertezze, egli può giungere a scoprire, almeno nelle sue linee essenziali, questa legge morale comune che, al di là delle differenze culturali, permette agli esseri umani di capirsi tra loro circa gli aspetti più importanti del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto. È indispensabile risalire a questa legge fondamentale impegnando in questa ricerca le nostre migliori energie intellettuali, senza lasciarci scoraggiare da equivoci e fraintendimenti. Di fatto, valori radicati nella legge naturale sono presenti, anche se in forma frammentata e non sempre coerente, negli accordi internazionali, nelle forme di autorità universalmente riconosciute, nei principi del diritto umanitario recepito nelle legislazioni dei singoli Stati o negli statuti degli Organismi internazionali. L'umanità non è « senza legge ». È tuttavia urgente proseguire nel dialogo su questi temi, favorendo il convergere anche delle legislazioni dei singoli Stati verso il riconoscimento dei diritti umani fondamentali. La crescita della cultura giuridica nel mondo dipende, tra l'altro, dall'impegno di sostanziare sempre le norme internazionali di contenuto profondamente umano, così da evitare il loro ridursi a procedure facilmente aggirabili per motivi egoistici o ideologici.

Superamento dei conflitti e disarmo

14. L'umanità vive oggi, purtroppo, grandi divisioni e forti conflitti che gettano ombre cupe sul suo futuro. Vaste aree del pianeta sono coinvolte in tensioni crescenti, mentre il pericolo che si moltiplichino i Paesi detentori dell'arma nucleare suscita motivate apprensioni in ogni persona responsabile. Sono ancora in atto molte guerre civili nel Continente africano, sebbene in esso non pochi Paesi abbiano fatto progressi nella libertà e nella democrazia. Il Medio Oriente è tuttora teatro di conflitti e di attentati, che influenzano anche Nazioni e regioni limitrofe, rischiando di coinvolgerle nella spirale della violenza. Su un piano più generale, si deve registrare con rammarico l'aumento del numero di Stati coinvolti nella corsa agli armamenti: persino Nazioni in via di sviluppo destinano una quota importante del loro magro prodotto interno all'acquisto di armi. In questo funesto commercio le responsabilità sono molte: vi sono i Paesi del mondo industrialmente sviluppato che traggono lauti guadagni dalla vendita di armi e vi sono le oligarchie dominanti in tanti Paesi poveri che vogliono rafforzare la loro situazione mediante l'acquisto di armi sempre più sofisticate. È veramente necessaria in tempi tanto difficili la mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un'efficace smilitarizzazione, soprattutto nel campo delle armi nucleari. In questa fase in cui il processo di non proliferazione nucleare sta segnando il passo, sento il dovere di esortare le Autorità a riprendere con più ferma determinazione le trattative in vista dello smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti. Nel rinnovare questo appello, so di farmi eco dell'auspicio condiviso da quanti hanno a cuore il futuro dell'umanità.

15. Sessant'anni or sono l'Organizzazione delle Nazioni Unite rendeva pubblica in modo solenne la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948–2008). Con quel documento la famiglia umana reagiva agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, riconoscendo la propria unità basata sulla pari dignità di tutti gli uomini e ponendo al centro della convivenza umana il rispetto dei diritti fondamentali dei singoli e dei popoli: fu quello un passo decisivo nel difficile e impegnativo cammino verso la concordia e la pace. Uno speciale pensiero merita anche la ricorrenza del 25o anniversario dell'adozione da parte della Santa Sede della Carta dei diritti della famiglia (1983–2008), come pure il 40o anniversario della celebrazione della prima Giornata Mondiale della Pace (1968–2008). Frutto di una provvidenziale intuizione di Papa Paolo VI, ripresa con grande convinzione dal mio amato e venerato predecessore, Papa Giovanni Paolo II, la celebrazione di questa Giornata ha offerto nel corso degli anni la possibilità di sviluppare, attraverso i Messaggi pubblicati per la circostanza, un'illuminante dottrina da parte della Chiesa a favore di questo fondamentale bene umano. È proprio alla luce di queste significative ricorrenze che invito ogni uomo e ogni donna a prendere più lucida consapevolezza della comune appartenenza all'unica famiglia umana e ad impegnarsi perché la convivenza sulla terra rispecchi sempre di più questa convinzione da cui dipende l'instaurazione di una pace vera e duratura. Invito poi i credenti ad implorare da Dio senza stancarsi il grande dono della pace. I cristiani, per parte loro, sanno di potersi affidare all'intercessione di Colei che, essendo Madre del Figlio di Dio fattosi carne per la salvezza dell'intera umanità, è Madre comune.

A tutti l'augurio di un lieto Anno nuovo!

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2007

BENEDICTUS PP. XVI


(1) Dich. Nostra aetate, 1.

(2) Cfr. Conc. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 48.

(3) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 40: AAS 81 (1989) 469.

(4) Ibidem.

(5) Pont. Cons. della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 211.

(6) Conc. Vat. II, Decr. Apostolicam actuositatem, 11.

(7) Art. 16/3.

(8) Pontificio Consiglio per la Famiglia, Carta dei diritti della famiglia, 24 novembre 1983, Preambolo, A.

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domenica 9 dicembre 2007

Giovanni Battista metteva in guardia dall'ipocrisia di chi si sentiva al sicuro per il solo fatto di appartenere al popolo eletto


LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 09.12.2007

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Ieri, solennità dell’Immacolata Concezione, la liturgia ci ha invitato a volgere lo sguardo verso Maria, madre di Gesù e madre nostra, Stella di speranza per ogni uomo.

Oggi, seconda domenica di Avvento, ci presenta l’austera figura del Precursore, che l’evangelista Matteo introduce così: "In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»" (Mt 3,1-2).

La sua missione è stata quella di preparare e spianare la via davanti al Messia, chiamando il popolo d’Israele a pentirsi dei propri peccati e a correggere ogni iniquità. Con parole esigenti Giovanni Battista annunciava il giudizio imminente: "Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco" (Mt 3,10).

Metteva in guardia soprattutto dall’ipocrisia di chi si sentiva al sicuro per il solo fatto di appartenere al popolo eletto: davanti a Dio – diceva – nessuno ha titoli da vantare, ma deve portare "frutti degni di conversione" (Mt 3,8).

Mentre prosegue il cammino dell’Avvento, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale di Cristo, risuona nelle nostre comunità questo richiamo di Giovanni Battista alla conversione. E’ un invito pressante ad aprire il cuore e ad accogliere il Figlio di Dio che viene in mezzo a noi per rendere manifesto il giudizio divino. Il Padre – scrive l’evangelista Giovanni – non giudica nessuno, ma ha affidato al Figlio il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo (cfr Gv 5,22.27). Ed è oggi, nel presente, che si gioca il nostro destino futuro; è con il concreto comportamento che teniamo in questa vita che decidiamo della nostra sorte eterna. Al tramonto dei nostri giorni sulla terra, al momento della morte, saremo valutati in base alla nostra somiglianza o meno con il Bambino che sta per nascere nella povera grotta di Betlemme, poiché è Lui il criterio di misura che Dio ha dato all’umanità. Il Padre celeste, che nella nascita del suo Unigenito Figlio ci ha manifestato il suo amore misericordioso, ci chiama a seguirne le orme facendo, come Lui, delle nostre esistenze un dono di amore. E i frutti dell’amore sono quei "degni frutti di conversione" a cui fa riferimento san Giovanni Battista, mentre con parole sferzanti si rivolge ai farisei e ai sadducei accorsi, tra la folla, al suo battesimo.

Mediante il Vangelo, Giovanni Battista continua a parlare attraverso i secoli, ad ogni generazione. Le sue chiare e dure parole risultano quanto mai salutari per noi, uomini e le donne del nostro tempo, in cui anche il modo di vivere e percepire il Natale risente purtroppo, assai spesso, di una mentalità materialistica.

La "voce" del grande profeta ci chiede di preparare la via al Signore che viene, nei deserti di oggi, deserti esteriori ed interiori, assetati dell’acqua viva che è Cristo. Ci guidi la Vergine Maria ad una vera conversione del cuore, perché possiamo compiere le scelte necessarie per sintonizzare le nostre mentalità con il Vangelo.

DOPO L’ANGELUS

Nel pomeriggio di giovedì 13 dicembre prossimo incontrerò gli universitari degli Atenei romani, al termine della Santa Messa che sarà presieduta dal Cardinale Camillo Ruini. Vi attendo numerosi, cari giovani, per prepararci al santo Natale invocando il dono dello Spirito di sapienza per tutta la comunità universitaria.

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"Insegnaci, Maria, a credere, a sperare e ad amare con Te; indicaci la via che conduce alla pace, la via verso il regno di Gesù!"


Vedi anche:

SOLENNITA' DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE: LO SPECIALE DEL BLOG


ATTO DI VENERAZIONE ALL’IMMACOLATA A PIAZZA DI SPAGNA , 08.12.2007

Alle ore 15.45 di oggi, Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, il Santo Padre Benedetto XVI lascia il Vaticano e si reca a Piazza di Spagna per il tradizionale atto di venerazione all’Immacolata.
Lungo il percorso, il Papa compie una breve sosta davanti alla Chiesa della Santissima Trinità, dove riceve l’omaggio dell’Associazione Commercianti Via Condotti.
Al Suo arrivo in Piazza di Spagna, il Santo Padre benedice un cesto di rose che viene poi deposto ai piedi della Colonna dell’Immacolata.
Al termine dell’atto di venerazione il Santo Padre saluta in collegamento televisivo i fedeli riuniti presso i Santuari mariani di Lourdes e Fourvière (Lione).
Questo il testo dell’omelia che il Santo Padre pronuncia nel corso dell’atto di venerazione all’Immacolata a Piazza di Spagna:


OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

in un appuntamento divenuto ormai tradizionale, ci ritroviamo qui, in Piazza di Spagna, per offrire il nostro omaggio floreale alla Madonna, nel giorno in cui tutta la Chiesa celebra la festa della sua Immacolata Concezione. Seguendo le orme dei miei Predecessori, anch’io mi unisco a voi, cari fedeli di Roma, per sostare con affetto e amore filiali ai piedi di Maria, che da centocinquant’anni ormai veglia dall’alto di questa colonna sulla nostra Città. Quello odierno è dunque un gesto di fede e di devozione che la nostra comunità cristiana ripete di anno in anno, quasi a ribadire il proprio impegno di fedeltà verso Colei che, in tutte le circostanze della vita quotidiana, ci assicura il suo aiuto e la sua materna protezione.

Questa manifestazione religiosa è al tempo stesso un’occasione per offrire a quanti a Roma vivono o vi trascorrono alcuni giorni come pellegrini e turisti, l’opportunità di sentirsi, pur nella diversità delle culture, un’unica famiglia che si raccoglie attorno ad una Madre che ha condiviso le quotidiane fatiche di ogni donna e mamma di famiglia. Una madre però del tutto singolare, prescelta da Dio per una missione unica e misteriosa, quella di generare alla vita terrena il Verbo eterno del Padre, venuto nel mondo per la salvezza di tutti gli uomini.

E Maria, Immacolata nella sua concezione verginale - così la veneriamo quest’oggi con devota riconoscenza -, ha percorso il suo pellegrinaggio terreno sorretta da una fede intrepida, una speranza incrollabile e un amore umile e sconfinato, seguendo le orme del suo figlio Gesù. Gli è stata accanto con materna sollecitudine dalla nascita al Calvario, dove ha assistito alla sua crocifissione impietrita dal dolore, ma incrollabile nella speranza. Ella ha poi sperimentato la gioia della risurrezione, all’alba del terzo giorno, del nuovo giorno, quando il Crocifisso ha lasciato il sepolcro vincendo per sempre e in modo definitivo il potere del peccato e della morte.

Maria, nel cui grembo verginale Dio si è fatto uomo, è nostra Madre! Dall’alto della croce infatti, Gesù, prima di portare a compimento il suo sacrificio, ce l’ha donata come madre e a Lei ci ha affidati come suoi figli. Mistero di misericordia e di amore, dono che arricchisce la Chiesa di una feconda maternità spirituale. Volgiamo soprattutto quest’oggi il nostro sguardo verso di Lei, cari fratelli e sorelle, e, implorando il suo aiuto, disponiamoci a far tesoro di ogni suo materno insegnamento.

Questa nostra celeste Madre non ci invita forse a fuggire il male e a compiere il bene seguendo docilmente la legge divina iscritta nel cuore di ogni cristiano? Lei, che ha conservata la speranza pur nel sommo della prova, non ci chiede forse di non perderci d’animo quando la sofferenza e la morte bussano alla porta delle nostre case? non ci chiede di guardare fiduciosi al nostro futuro? Non ci esorta la Vergine Immacolata ad essere fratelli gli uni degli altri, tutti accomunati dall’impegno di costruire insieme un mondo più giusto, solidale e pacifico?

Sì, cari amici! Ancora una volta, in questo giorno solenne, la Chiesa addita al mondo Maria come segno di sicura speranza e di definitiva vittoria del bene sul male. Colei che invochiamo "piena di grazia" ci ricorda che siamo tutti fratelli e che Dio è il nostro Creatore e il nostro Padre. Senza di Lui, o ancor peggio contro di Lui, noi uomini non potremo mai trovare la strada che conduce all’amore, non potremo mai sconfiggere il potere dell’odio e della violenza, non potremo mai costruire una stabile pace.

Accolgano gli uomini di ogni nazione e cultura questo messaggio di luce e di speranza: lo accolgano come dono dalle mani di Maria, Madre dell’intera umanità. Se la vita è un cammino, e questo cammino si fa spesso buio, duro e faticoso, quale stella potrà illuminarlo? Nella mia Enciclica Spe salvi, resa pubblica all’inizio dell’Avvento, ho scritto che la Chiesa guarda a Maria e la invoca come "stella della speranza" (n. 49). Nel nostro comune viaggio sul mare della storia abbiamo bisogno di "luci di speranza", di persone cioè che traggono luce da Cristo "ed offrono così orientamento per la nostra traversata" (ibid.). E chi meglio di Maria può essere per noi "Stella di speranza"? Lei, con il suo "sì", con l’offerta generosa della libertà ricevuta dal Creatore, ha consentito alla speranza dei millenni di diventare realtà, di entrare in questo mondo e nella sua storia. Per mezzo suo Dio si è fatto carne, è divenuto uno di noi, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi.

Per questo, animati da filiale confidenza, Le diciamo: "Insegnaci, Maria, a credere, a sperare e ad amare con Te; indicaci la via che conduce alla pace, la via verso il regno di Gesù. Tu, Stella della speranza, che trepidante ci attendi nella luce intramontabile dell’eterna Patria, brilla su di noi e guidaci nelle vicende di ogni giorno, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen!".

Je m’associe aux pèlerins rassemblés dans les sanctuaires mariaux de Lourdes et de Fourvière pour honorer la Vierge Marie, en cette Année jubilaire du 150e anniversaire des apparitions de Notre-Dame à sainte Bernadette. Grâce à leur confiance en Marie et à son exemple, ils deviendront de véritables disciples du Sauveur. Par les pèlerinages, ils donnent de nombreux visages d’Église aux personnes qui sont en recherche et qui viennent visiter les sanctuaires. Dans leur chemin spirituel, ils sont appelés à déployer la grâce de leur Baptême, à se nourrir de l’Eucharistie, à puiser dans la prière la force pour le témoignage et la solidarité avec tous leurs frères en humanité. Puissent les sanctuaires développer leur vocation à la prière et à l’accueil des personnes qui veulent, notamment par le sacrement du Pardon, retrouver le chemin de Dieu. J’adresse aussi mes vœux cordiaux à toutes les personnes, notamment les jeunes, qui célèbrent dans la joie la fête de l’Immaculée Conception, particulièrement les illuminations de la métropole lyonnaise. Je demande à la Vierge Marie de veiller sur les habitants de Lyon et de Lourdes, et je leur accorde à tous, ainsi qu’aux pèlerins qui s’associent aux cérémonies, une affectueuse Bénédiction apostolique.

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sabato 8 dicembre 2007

Che tristezza quando i ragazzi smarriscono lo stupore, l’incanto dei sentimenti più belli, il valore del rispetto del corpo!


(Bartolomé Esteban Perez Murillo, "Immacolata Concezione")

Vedi anche:

SOLENNITA' DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE: LO SPECIALE DEL BLOG


LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 08.12.2007

Alle ore 12 di oggi, Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana
:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Sul cammino dell’Avvento brilla la stella di Maria Immacolata, "segno di sicura speranza e di consolazione" (Conc. Vat. II, Cost. Lumen gentium, 68). Per giungere a Gesù, luce vera, sole che ha dissipato tutte le tenebre della storia, abbiamo bisogno di luci vicine a noi, persone umane che riflettono la luce di Cristo e illuminano così la strada da percorrere.

E quale persona è più luminosa di Maria? Chi può essere per noi stella di speranza meglio di lei, aurora che ha annunciato il giorno della salvezza? (cfr Enc. Spe salvi, 49).

Per questo la liturgia ci fa celebrare oggi, in prossimità del Natale, la festa solenne dell’Immacolata Concezione di Maria: il mistero della grazia di Dio che ha avvolto fin dal primo istante della sua esistenza la creatura destinata a diventare la Madre del Redentore, preservandola dal contagio del peccato originale. Guardando Lei, noi riconosciamo l’altezza e la bellezza del progetto di Dio per ogni uomo: diventare santi e immacolati nell’amore (cfr Ef 1,4), ad immagine del nostro Creatore.

Che grande dono avere per madre Maria Immacolata! Una madre splendente di bellezza, trasparente all’amore di Dio. Penso ai giovani di oggi, cresciuti in un ambiente saturo di messaggi che propongono falsi modelli di felicità.
Questi ragazzi e ragazze rischiano di perdere la speranza perché sembrano spesso orfani del vero amore, che riempie di significato e di gioia la vita. È stato questo un tema caro al mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, che tante volte ha proposto alla gioventù del nostro tempo Maria quale "Madre del bell’amore".

Non poche esperienze ci dicono purtroppo che gli adolescenti, i giovani e persino i bambini sono facili vittime della corruzione dell’amore, ingannati da adulti senza scrupoli i quali, mentendo a se stessi e a loro, li attirano nei vicoli senza uscita del consumismo: anche le realtà più sacre, come il corpo umano, tempio del Dio dell’amore e della vita, diventano così oggetti di consumo; e questo sempre più presto, già nella preadolescenza. Che tristezza quando i ragazzi smarriscono lo stupore, l’incanto dei sentimenti più belli, il valore del rispetto del corpo, manifestazione della persona e del suo insondabile mistero!

A tutto questo ci richiama Maria, l’Immacolata, che contempliamo in tutta la sua bellezza e santità. Dalla croce Gesù l’ha affidata a Giovanni e a tutti i discepoli (cfr Gv 19,27), e da allora è diventata per l’umanità intera Madre, Madre della speranza. A Lei rivolgiamo con fede la nostra preghiera, mentre ci rechiamo idealmente in pellegrinaggio a Lourdes dove proprio quest’oggi ha inizio uno speciale anno giubilare in occasione del 150° anniversario delle sue apparizioni nella grotta di Massabielle. Maria Immacolata, "stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!" (Enc. Spe salvi, 50).

DOPO L’ANGELUS

In questa solennità mariana, come di consueto rivolgo un saluto particolare alla Pontificia Accademia dell’Immacolata e al suo Presidente, il Cardinale Andrea Maria Deskur. Su tutti i membri ed amici dell’Accademia invoco la costante protezione della Vergine Maria.

Arrivederci nel pomeriggio a Piazza di Spagna!

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giovedì 6 dicembre 2007

Il Papa ai Battisti: "Si realizzi la nostra speranza di riconciliazione"


Il Papa ai battisti: affrontare le questioni controverse con apertura, rispetto reciproco e fedeltà alla verità

Si realizzi la nostra speranza di riconciliazione

"Se vogliamo che la nostra speranza di riconciliazione e di maggiore fratellanza si realizzi" occorrono "spirito di apertura, rispetto reciproco e fedeltà alla verità liberatrice e alla forza salvifica del Vangelo di Gesù Cristo". È quanto auspicato da Benedetto XVI nell'udienza alla Delegazione dell'Alleanza Battista Mondiale svoltasi giovedì mattina, 6 dicembre, nella Sala dei Papi. Ecco il suo discorso:

Dear Friends,
I offer a cordial welcome to you, the members of the joint international commission sponsored by the Baptist World Alliance and the Pontifical Council for Promoting Christian Unity. I am pleased that you have chosen as the site of your meeting this city of Rome, where the Apostles Peter and Paul proclaimed the Gospel and crowned their witness to the Risen Lord by the shedding of their blood. It is my hope that your conversations will bear abundant fruit for the progress of dialogue and the increase of understanding and cooperation between Catholics and Baptists.
The theme which you have chosen for this phase of contacts - The Word of God in the Life of the Church: Scripture, Tradition and Koinonia - offers a promising context for the examination of such historically controverted issues as the relationship between Scripture and Tradition, the understanding of Baptism and the sacraments, the place of Mary in the communion of the Church, and the nature of oversight and primacy in the Church's ministerial structure. If our hope for reconciliation and greater fellowship between Baptists and Catholics is to be realized, issues such as these need to be faced together, in a spirit of openness, mutual respect and fidelity to the liberating truth and saving power of the Gospel of Jesus Christ.
As believers in Christ, we acknowledge him as the one mediator between God and humanity (1 Tim 2: 5), our Saviour, our Redeemer. He is the cornerstone (Eph 2: 21; 1 Pet 2: 4-8); and the head of the body, which is the Church (Col 1: 18). In this Advent season, we look to his coming with prayerful expectation. Today, as ever, the world needs our common witness to Christ and to the hope brought by the Gospel. Obedience to the Lord's will should constantly spur us, then, to strive for that unity so movingly expressed in his priestly prayer: "that they may all be one... so that the world may believe" (Jn 17: 21). For the lack of unity between Christians "openly contradicts the will of Christ, provides a stumbling block to the world, and harms the most holy cause of proclaiming the good news to every creature" (Unitatis Redintegratio, 1).
Dear friends, I offer you my cordial good wishes and the assurance of my prayers for the important work which you have undertaken. Upon your conversations, and upon each of you and your loved ones, I gladly invoke the Holy Spirit's gifts of wisdom, understanding, strength and peace
.

Questa è una nostra traduzione italiana del discorso del Papa:

Cari amici,
vi porgo un cordiale benvenuto, membri della commissione internazionale congiunta promossa dall'Alleanza Mondiale Battista e dal Pontifico Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani. Sono lieto che abbiate scelto quale luogo del vostro incontro questa città di Roma, in cui gli Apostoli Pietro e Paolo proclamarono il Vangelo e, versando il proprio sangue, coronarono la propria testimonianza del Signore Risorto.
Auspico che le vostre conversazioni rechino frutti abbondanti per il progresso del dialogo e l'aumento della comprensione e della cooperazione fra cattolici e battisti.
Il tema che avete scelto per questa fase dei vostri contatti, La Parola di Dio nella vita della Chiesa: Scritture, Tradizione e Koinonia, offre un contesto promettente per l'esame di questioni storicamente controverse quali il rapporto fra le Scritture e la tradizione, l'idea del Battesimo e dei Sacramenti, il ruolo di Maria nella comunione della Chiesa e la natura della supervisione e del primato nella struttura ministeriale della Chiesa. Se vogliamo che la nostra speranza di riconciliazione e di maggiore fratellanza fra Battisti e cattolici si realizzi, dobbiamo affrontare tali questioni insieme, con spirito di apertura, rispetto reciproco e fedeltà alla verità liberatrice e alla forza salvifica del Vangelo di Gesù Cristo.
In quanto credenti in Cristo, lo riconosciamo come unico mediatore fra Dio e l'umanità (1 Tm 2, 5), nostro Salvatore, nostro Redentore. Egli è la pietra d'angolo (Ef, 2, 21; 1 Pt 2, 4-8) e il capo di quel corpo che è la Chiesa (Col 1, 18). In questa stagione di Avvento attendiamo la sua venuta con trepidazione orante. Oggi, come sempre, il mondo ha bisogno della nostra testimonianza comune di Cristo e della speranza che il Vangelo reca con sé. L'obbedienza alla volontà del Signore dovrebbe costantemente spronarci ad operare per quell'unità espressa in modo tanto commovente nella sua preghiera sacerdotale: "perché tutti siano una sola cosa... perché il mondo creda" (Gv 17, 20). La mancanza di unità fra cristiani "si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura" (Unitatis redintegratio, n. 1).
Cari amici, vi formulo i miei cordiali auspici e vi assicuro delle mie preghiere per l'opera importante che avete intrapreso. Sui vostri colloqui e su ognuno di voi e dei vostri cari invoco volentieri i doni dello Spirito Santo di sapienza, discernimento, forza e pace.

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(©L'Osservatore Romano - 7 dicembre 2007)

mercoledì 5 dicembre 2007

«Con quale nome vuoi essere chiamato?» «Vocabor Benedictus XVI», «Mi chiamerò Benedetto XVI»


UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 27 aprile 2005

Carissimi Fratelli e Sorelle!

Sono lieto di accogliervi e rivolgo un cordiale saluto a quanti siete qui presenti, come pure a coloro che ci seguono mediante la radio e la televisione.
Come ho già espresso nel primo incontro con i Signori Cardinali, proprio mercoledì della settimana scorsa nella Cappella Sistina, sperimento nell’animo sentimenti tra loro contrastanti in questi giorni d’inizio del mio ministero petrino: stupore e gratitudine nei confronti di Dio che ha sorpreso innanzitutto me stesso, chiamandomi a succedere all’apostolo Pietro; interiore trepidazione dinanzi alla grandezza del compito e delle responsabilità che mi sono state affidate. Mi dà però serenità e gioia la certezza dell’aiuto di Dio, della sua Madre Santissima, la Vergine Maria, e dei santi Protettori; mi è di sostegno anche la vicinanza spirituale dell’intero Popolo di Dio al quale, come domenica scorsa ho avuto modo di ripetere, continuo a chiedere di accompagnarmi con insistente preghiera.

Dopo la pia dipartita del mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, riprendono quest’oggi le tradizionali Udienze generali del mercoledì. Ritorniamo così nella normalità. In questo primo incontro vorrei anzitutto soffermarmi sul nome che ho scelto divenendo Vescovo di Roma e Pastore universale della Chiesa.

Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato Pontefice Benedetto XV, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli, profondamente convinto che il grande bene della pace è innanzitutto dono di Dio, dono purtroppo fragile e prezioso da invocare, tutelare e costruire giorno dopo giorno con l’apporto di tutti.

Il nome Benedetto evoca, inoltre, la straordinaria figura del grande “Patriarca del monachesimo occidentale”, san Benedetto da Norcia, compatrono d’Europa insieme ai santi Cirillo e Metodio e le sante donne Brigida di Svezia, Caterina da Siena ed Edith Stein. La progressiva espansione dell’Ordine benedettino da lui fondato ha esercitato un influsso enorme nella diffusione del cristianesimo in tutto il Continente. San Benedetto è perciò molto venerato anche in Germania e, in particolare, nella Baviera, la mia terra d’origine; costituisce un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà.

Di questo Padre del Monachesimo occidentale conosciamo la raccomandazione lasciata ai monaci nella sua Regola: “Nulla assolutamente antepongano a Cristo” (Regola 72,11; cfr 4,21). All’inizio del mio servizio come Successore di Pietro chiedo a san Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza. Egli sia sempre al primo posto nei nostri pensieri e in ogni nostra attività!

Ritorna con affetto il mio pensiero al venerato predecessore Giovanni Paolo II , al quale siamo debitori di una straordinaria eredità spirituale. “Le nostre comunità cristiane – ha scritto nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte – devono diventare autentiche scuole di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero invaghimento del cuore - così il Papa Giovanni Paolo II” (n. 33). Queste indicazioni ha cercato di porre in atto egli stesso dedicando le catechesi del mercoledì degli ultimi tempi al commento dei Salmi delle Lodi e dei Vespri. Come egli fece all’inizio del suo pontificato, quando volle proseguire le riflessioni avviate dal suo Predecessore sulle virtù cristiane (cfr Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978], pp. 60-63), così anch’io intendo riproporre nei prossimi appuntamenti settimanali il commento da lui preparato sulla seconda parte dei Salmi e Cantici che compongono i Vespri. Con il prossimo mercoledì quindi riprenderò proprio da dove si erano interrotte le sue catechesi, nell’Udienza generale del 26 gennaio scorso.

Cari Amici, grazie di nuovo per la vostra visita, grazie per l’affetto di cui mi circondate. Sono sentimenti che ricambio cordialmente con una speciale benedizione, che imparto a voi qui presenti, ai vostri familiari e a tutte le persone care.

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Il primo e principale impegno di San Cromazio fu quello di porsi in ascolto della Parola, per essere capace di farsene poi annunciatore...


I PADRI DELLA CHIESA NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO XVI

Vedi anche:

BENEDETTO XVI: UDIENZA, “LA CHIESA È UNICA”, CRISTO “VERO DIO E VERO UOMO”

VIDEO SKYTG24 (Stefano Maria Paci)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 5 dicembre 2007


San Cromazio d’Aquileia

Cari fratelli e Sorelle!

nelle ultime due catechesi abbiamo fatto un'escursione attraverso le Chiese d'Oriente di lingua semitica, meditando su Afraate persiano e sant'Efrem siro; oggi ritorniamo nel mondo latino, al Nord dell'Impero Romano, con san Cromazio di Aquileia. Questo Vescovo svolse il suo ministero nell’antica Chiesa di Aquileia, fervente centro di vita cristiana situato nella Decima regione dell’Impero romano, la Venetia et Histria. Nel 388, quando Cromazio salì sulla cattedra episcopale della città, la comunità cristiana locale aveva già maturato una storia gloriosa di fedeltà al Vangelo. Tra la metà del terzo e i primi anni del quarto secolo le persecuzioni di Decio, di Valeriano e di Diocleziano avevano mietuto un gran numero di martiri. Inoltre, la Chiesa di Aquileia si era misurata, come tante altre Chiese del tempo, con la minaccia dell’eresia ariana. Lo stesso Atanasio – l’alfiere dell’ortodossia nicena, che gli ariani avevano cacciato in esilio –, per qualche tempo trovò rifugio ad Aquileia. Sotto la guida dei suoi Vescovi, la comunità cristiana resistette alle insidie dell’eresia e rinsaldò la propria adesione alla fede cattolica.

Nel settembre del 381 Aquileia fu sede di un Sinodo, che vide convenire circa 35 Vescovi dalle coste dell’Africa, dalla valle del Rodano e da tutta la Decima regione. Il Sinodo si proponeva di debellare gli ultimi residui dell’arianesimo in Occidente. Al Concilio prese parte anche il presbitero Cromazio, in qualità di esperto del Vescovo di Aquileia, Valeriano (370/1-387/8). Gli anni intorno al Sinodo del 381 rappresentano "l’età d’oro" della comunità aquileiese. San Girolamo, che era nativo della Dalmazia, e Rufino di Concordia parlano con nostalgia del loro soggiorno ad Aquileia (370-373), in quella specie di cenacolo teologico che Girolamo non esita a definire tamquam chorus beatorum, "come un coro di beati" (Cronaca: PL XXVII,697-698). In questo cenacolo – che ricorda per alcuni aspetti le esperienze comunitarie condotte da Eusebio di Vercelli e da Agostino – si formarono le più notevoli personalità delle Chiese dell’Alto Adriatico.

Ma già nella sua famiglia Cromazio aveva imparato a conoscere e ad amare Cristo. Ce ne parla, con termini pieni di ammirazione, lo stesso Girolamo, che paragona la madre di Cromazio alla profetessa Anna, le sue due sorelle alle vergini prudenti della parabola evangelica, Cromazio stesso e il suo fratello Eusebio al giovane Samuele (cfr Ep VII: PL XXII,341). Di Cromazio e di Eusebio Girolamo scrive ancora: "Il beato Cromazio e il santo Eusebio erano fratelli per il vincolo del sangue, non meno che per l’identità degli ideali" (Ep. VIII: PL XXII,342).

Cromazio era nato ad Aquileia verso il 345. Venne ordinato diacono e poi presbitero; infine fu eletto Pastore di quella Chiesa (a. 388). Ricevuta la consacrazione episcopale dal Vescovo Ambrogio, si dedicò con coraggio ed energia a un compito immane per la vastità del territorio affidato alla sue cure pastorali: la giurisdizione ecclesiastica di Aquileia, infatti, si estendeva dai territori attuali della Svizzera Baviera, Austria e Slovenia, giungendo fino all’Ungheria.
Quanto Cromazio fosse conosciuto e stimato nella Chiesa del suo tempo, lo si può arguire da un episodio della vita di san Giovanni Crisostomo. Quando il Vescovo di Costantinopoli fu esiliato dalla sua sede, scrisse tre lettere a quelli che egli riteneva i più importanti Vescovi d’Occidente, per ottenerne l’appoggio presso gli imperatori: una lettera la scrisse al Vescovo di Roma, la seconda al Vescovo di Milano, la terza al Vescovo di Aquileia, Cromazio appunto (Ep. CLV: PG LII, 702). Anche per lui, quelli erano tempi difficili a motivo della precaria situazione politica. Molto probabilmente Cromazio morì in esilio, a Grado, mentre cercava di scampare alle scorrerie dei barbari, nello stesso anno 407 nel quale moriva anche il Crisostomo.

Quanto a prestigio e importanza, Aquileia era la quarta città della penisola italiana, e la nona dell’Impero romano: anche per questo motivo essa attirava le mire dei Goti e degli Unni. Oltre a causare gravi lutti e distruzioni, le invasioni di questi popoli compromisero gravemente la trasmissione delle opere dei Padri conservate nella biblioteca episcopale, ricca di codici. Andarono dispersi anche gli scritti di san Cromazio, che finirono qua e là, e furono spesso attribuiti ad altri autori: a Giovanni Crisostomo (anche per l’equivalente inizio dei due nomi, Chromatius come Chrysostomus); oppure ad Ambrogio e ad Agostino; e anche a Girolamo, che Cromazio aveva aiutato molto nella revisione del testo e nella traduzione latina della Bibbia. La riscoperta di gran parte dell’opera di Cromazio è dovuta a felici e fortunose vicende, che hanno consentito solo in anni recenti di ricostruire un corpus di scritti abbastanza consistente: più di una quarantina di sermoni, dei quali una decina frammentari, e oltre sessanta trattati di commento al Vangelo di Matteo.

Cromazio fu sapiente maestro e zelante pastore. Il suo primo e principale impegno fu quello di porsi in ascolto della Parola, per essere capace di farsene poi annunciatore: nel suo insegnamento egli parte sempre dalla Parola di Dio, e ad essa sempre ritorna. Alcune tematiche gli sono particolarmente care: anzitutto il mistero trinitario, che egli contempla nella sua rivelazione lungo tutta la storia della salvezza. Poi il tema dello Spirito Santo: Cromazio richiama costantemente i fedeli alla presenza e all’azione della terza Persona della Santissima Trinità nella vita della Chiesa. Ma con particolare insistenza il santo Vescovo ritorna sul mistero di Cristo. Il Verbo incarnato è vero Dio e vero uomo: ha assunto integralmente l’umanità, per farle dono della propria divinità. Queste verità, ribadite con insistenza anche in funzione antiariana, approderanno una cinquantina di anni più tardi alla definizione del Concilio di Calcedonia. La forte sottolineatura della natura umana di Cristo conduce Cromazio a parlare della Vergine Maria. La sua dottrina mariologica è tersa e precisa. A lui dobbiamo alcune suggestive descrizioni della Vergine Santissima: Maria è la "vergine evangelica capace di accogliere Dio"; è la "pecorella immacolata e inviolata", che ha generato l’"agnello ammantato di porpora" (cfr Sermo XXIII,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, p. 134).

Il Vescovo di Aquileia mette spesso la Vergine in relazione con la Chiesa: entrambe, infatti, sono "vergini" e "madri". L’ecclesiologia di Cromazio è sviluppata soprattutto nel commento a Matteo. Ecco alcuni concetti ricorrenti: la Chiesa è unica, è nata dal sangue di Cristo; è veste preziosa intessuta dallo Spirito Santo; la Chiesa è là dove si annuncia che Cristo è nato dalla Vergine, dove fiorisce la fraternità e la concordia.

Un’immagine a cui Cromazio è particolarmente affezionato è quella della nave sul mare in tempesta — e i suoi erano tempi di tempesta, come abbiamo sentito — : "Non c’è dubbio", afferma il santo Vescovo, "che questa nave rappresenta la Chiesa" (cfr Tract. XLII,5: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 260).

Da zelante pastore qual è, Cromazio sa parlare alla sua gente con linguaggio fresco, colorito e incisivo. Pur non ignorando il perfetto cursus latino, preferisce ricorrere al linguaggio popolare, ricco di immagini facilmente comprensibili. Così, ad esempio, prendendo spunto dal mare, egli mette a confronto, da una parte, la pesca naturale di pesci che, tirati a riva, muoiono; e, dall’altra, la predicazione evangelica, grazie alla quale gli uomini vengono tratti in salvo dalle acque limacciose della morte, e introdotti alla vita vera (cfr Tract. XVI,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 106). Sempre nell’ottica del buon pastore, in un periodo burrascoso come il suo, funestato dalle scorrerie dei barbari, egli sa mettersi a fianco dei fedeli per confortarli e per aprirne l’animo alla fiducia in Dio, che non abbandona mai i suoi figli.

Raccogliamo infine, a conclusione di queste riflessioni, un’esortazione di Cromazio, ancor oggi perfettamente valida: "Preghiamo il Signore con tutto il cuore e con tutta la fede - raccomanda il Vescovo di Aquileia in un suo Sermone -preghiamolo di liberarci da ogni incursione dei nemici, da ogni timore degli avversari. Non guardi i nostri meriti, ma la sua misericordia, lui che anche in passato si degnò di liberare i figli di Israele non per i loro meriti, ma per la sua misericordia. Ci protegga con il solito amore misericordioso, e operi per noi ciò che il santo Mosè disse ai figli di Israele: Il Signore combatterà in vostra difesa, e voi starete in silenzio. È lui che combatte, è lui che riporta la vittoria… E affinché si degni di farlo, dobbiamo pregare il più possibile. Egli stesso infatti dice per bocca del profeta: Invocami nel giorno della tribolazione; io ti libererò, e tu mi darai gloria" (Sermo XVI,4: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, pp. 100-102).

Così, proprio all'inizio del tempo di Avvento, san Cromazio ci ricorda che l'Avvento è tempo di preghiera, in cui occorre entrate in contatto con Dio. Dio ci conosce, conosce me, conosce ognuno di noi, mi vuol bene, non mi abbandona. Andiamo avanti con questa fiducia nel tempo liturgico appena iniziato.

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martedì 4 dicembre 2007

Il Papa ai vescovi coreani: "Incoraggio le iniziative concrete di riconciliazione per il bene di quanti vivono nella Corea del Nord"


Benedetto XVI ai vescovi di Corea e al prefetto apostolico di Ulaanbaatar (Mongolia) in visita "ad limina"

Incoraggio le iniziative concrete di riconciliazione per il bene di quanti vivono nella Corea del Nord

"Sono consapevole dei gesti concreti di riconciliazione compiuti per il benessere di quanti vivono nella Corea del Nord. Incoraggio queste iniziative e invoco la sollecitudine provvidenziale di Dio Onnipotente su tutti i nordcoreani". Lo ha detto il Papa ai presuli della Conferenza episcopale di Corea ricevuti in udienza insieme con il prefetto apostolico di Ulaanbaatar (Mongolia), nella mattina di lunedì 3 dicembre, in occasione della visita "ad limina Apostolorum". Ecco il discorso di Benedetto XVI:

Dear Brother Bishops,
"God is love, and he who abides in love abides in God, and God abides in him" (1 Jn 4: 16). With fraternal greetings I welcome you, the Bishops of Korea and the Apostolic Prefect of Ulaanbaatar, and I thank the Most Reverend John Chang Yik, President of the Episcopal Conference, for the kind sentiments expressed on your behalf. I warmly reciprocate them and assure you, and those entrusted to your pastoral care, of my prayers and solicitude. As servants of the Gospel, you have come to see Peter (cf. Gal 1: 18) and to strengthen the bonds of collegiality which express the Church's unity in diversity and safeguard the tradition handed down by the Apostles (cf. Pastores Gregis, 57).
The Church in your countries has made remarkable progress since the arrival of missionaries in the region over four hundred years ago, and their return to Mongolia just fifteen years ago. This growth is due in no small part to the outstanding witness of the Korean Martyrs and others throughout Asia who remained steadfastly faithful to Christ and his Church. The endurance of their testimony speaks eloquently of the fundamental concept of communio that unifies and vivifies ecclesial life in all its dimensions.
The Evangelist John's numerous exhortations to abide in the love and truth of Christ evoke the image of a sure and safe dwelling place. God first loves us and we, drawn towards his gift of living water, "constantly drink anew from the original source, which is Jesus Christ, from whose pierced heart flows the love of God" (Deus Caritas Est, 7). Yet Saint John also had to urge his communities to remain in that love, for already some had been enticed by the distractions which lead to interior weakness and eventual detachment from the communio of believers.
This admonition to remain in Christ's love also has a particular significance for you today. Your reports attest to the lure of materialism and the negative effects of a secularist mentality. When men and women are drawn away from the Lord's dwelling place they inevitably wander in a wilderness of individual isolation and social fragmentation, for "it is only in the Word made flesh that the mystery of man truly becomes clear" (Gaudium et Spes, 22).
Dear Brothers, from this perspective it is evident that to be effective shepherds of hope you must strive to ensure that the bond of communion which unites Christ to all the baptized is safeguarded and experienced as the heart of the mystery of the Church (cf. Ecclesia in Asia, 24). With their eyes fixed on the Lord, the faithful must echo anew the Martyrs' cry of faith: "we know and believe the love God has for us" (1 Jn 4: 16). Such faith is sustained and nurtured by an ongoing encounter with Jesus Christ who comes to men and women through the Church: the sign and sacrament of communion with God and of unity among all people (cf. Lumen Gentium, 1). The gateway to this mystery of communion with God is of course Baptism. This sacrament of initiation, far more than a social ritual or welcome into a particular community, is the initiative of God (cf. Rite of Baptism, 98). Those reborn through the waters of new life enter the door of the universal Church and are drawn into the dynamism of the life of faith. Indeed, the profound importance of this sacrament underscores your growing concern that not a few of the numerous adults received into the Church in your region every year fail to maintain a commitment to "the full participation in liturgical celebrations which is ... a right and obligation by reason of ... Baptism" (Sacrosanctum Concilium, 14). I encourage you to ensure, especially through a joyous mystagogia, that the "flame of faith" is kept "alive in the hearts" (Rite of Baptism, 100) of the newly baptized.
The word communio also refers of course to the Eucharistic centre of the Church as Saint Paul eloquently teaches (cf. 1 Cor 10: 16-17). The Eucharist roots our understanding of the Church in the intimate encounter between Jesus and humanity and reveals the source of ecclesial unity: Christ's act of giving himself to us makes us his body. The commemoration of Christ's death and resurrection in the Eucharist is the "supreme sacramental manifestation of communio in the Church" (Ecclesia de Eucharistia, 38) whereby local Churches allow themselves to be drawn into the open arms of the Lord and strengthened in unity within the one Body (cf. Sacramentum Caritatis, 15).
Your programmes designed to highlight the importance of Sunday Mass should be infused with a sound and stimulating catechesis on the Eucharist. This will foster a renewed understanding of the authentic dynamism of Christian life among your faithful. I join you in urging the laity - and in a special way the young people in your region - to explore the depth and breadth of our Eucharistic communion. Gathered every Sunday in the Lord's House, we are consumed by Christ's love and truth and empowered to bring hope to the world.
Dear Brothers, consecrated men and women are rightly recognized as "witnesses and artisans of that plan of communion which stands at the centre of history according to God" (Vita Consecrata, 46). Please assure the men and women Religious in your territories of my appreciation of the prophetic contribution they are making to ecclesial life in your nations. I am confident that, faithful to their essential nature and respective charisms, they will bear bold witness to the specifically Christian "gift of self for love of the Lord Jesus and, in him, of every member of the human family" (ibid., 3).
For your own part, I encourage you to ensure that Religious are welcomed and supported in their efforts to contribute to the common task of spreading God's Kingdom. One of the most beautiful aspects of the Church's history is surely her schools of spirituality. By articulating and sharing these living treasures with the laity, Religious will do much to enhance the vibrancy of ecclesial life within your jurisdictions. They will help to dispel the notion that communion means mere uniformity as they witness to the vitality of the Holy Spirit enlivening the Church in every generation.
I wish to conclude by briefly reiterating the importance of the promotion of marriage and family life in your region. Your efforts in this field stand at the heart of the evangelization of culture and contribute much to the well-being of society as a whole. This vital apostolate, in which many priests and Religious are already engaged, rightly belongs also to the laity. The growing complexity of matters regarding the family - including the advances in biomedical science about which I spoke recently to Korea's Ambassador to the Holy See - raises the question of providing appropriate training for those committed to working in this area. In this regard, I wish to draw your attention to the valuable contribution made by the Institute for Studies on Marriage and Family Life now present in many parts of the world.
Lastly, dear Brothers, I ask you to convey to your people my particular gratitude for their generosity to the universal Church. Both the growing number of missionaries and the contributions offered by the laity are an eloquent sign of their selfless spirit. I am also aware of the practical gestures of reconciliation undertaken for the well-being of those in North Korea. I encourage these initiatives and invoke Almighty God's providential care upon all North Koreans. Throughout the ages, Asia has given the Church and the world a host of heroes of the faith who are commemorated in the great song of praise: Te martyrum candidatus laudat exercitus. May they stand as perennial witnesses to the truth and love which all Christians are called to proclaim. With fraternal affection I commend you to the intercession of Mary, model of all disciples, and I cordially impart my Apostolic Blessing to you and the priests, Religious, and lay faithful of your Dioceses and Prefecture
.


Questa è una nostra traduzione italiana del discorso del Papa:

Cari Fratelli Vescovi,
"Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui" (1 Gv 4, 16). Salutandovi fraternamente vi porgo il benvenuto, Vescovi della Corea e Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar, e ringrazio il Rev.mo John Chang Yik, Presidente della Conferenza Episcopale, per i cordiali sentimenti espressi a vostro nome. Li ricambio con affetto e assicuro voi e quanti sono affidati alla vostra cura pastorale delle mie preghiere e della mia sollecitudine. Quali Servi del Vangelo, siete venuti a vedere Pietro (cfr Gal 1, 18) e a rafforzare i vincoli di collegialità che esprimono l'unità della Chiesa nella diversità e tutelano la tradizione trasmessa dagli Apostoli (Cfr Pastores gregis, n. 57).
La Chiesa nei vostri Paesi ha compiuto notevoli progressi dall'arrivo dei missionari nella regione più di quattrocento anni fa e dal loro ritorno in Mongolia appena quindici anni fa. Questo sviluppo è dovuto in gran parte all'eccezionale testimonianza dei martiri coreani e di altri paesi asiatici, che sono rimasti saldamente fedeli a Cristo e alla sua Chiesa. La durata della loro testimonianza esprime eloquentemente il concetto fondamentale di communio che unifica e vivifica la vita ecclesiale in tutte le sue dimensioni.
Le numerose esortazioni dell'evangelista Giovanni a proseguire nell'amore e nella verità di Cristo evocano l'immagine di una dimora certa e sicura. Dio per primo ci ama e noi, spinti verso il dono dell'acqua viva, dobbiamo "bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio" (Deus caritas est, n. 7).
Tuttavia, san Giovanni ha anche esortato le sue comunità a stare in quell'amore poiché già alcuni si erano fatti irretire dalle distrazioni che conducono alla debolezza interiore e a un possibile distacco dalla communio dei credenti.
Questo monito a rimanere nell'amore di Cristo riveste un significato particolare anche per voi oggi. I vostri rapporti attestano il fascino esercitato dal materialismo e gli effetti negativi di una mentalità secolarista. Quando uomini e donne vengono trascinati lontano dalla dimora del Signore, vagano inevitabilmente in una regione selvaggia di isolamento individuale e di frammentazione sociale, perché "in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo" (Gaudium et spes, n. 22).
Cari Fratelli, da questa prospettiva è evidente che per essere pastori efficienti di speranza dovete adoperarvi per garantire che il vincolo di comunione che unisce Cristo a tutti i battezzati sia tutelato e vissuto come il centro del mistero della Chiesa (Cfr Ecclesia in Asia, n. 24). Non distogliendo mai lo sguardo dal Signore, i fedeli devono ripetere nuovamente il grido dei martiri della fede: "Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi" (1 Gv 4, 16). Questa fede è sostenuta e alimentata da un incontro permanente con Gesù Cristo che giunge fra gli uomini e le donne attraverso la Chiesa: il segno e il sacramento di comunione con Dio e di unità fra tutte le persone (cfr Lumen gentium, n. 1). L'accesso a questo mistero di comunione con Dio è di certo il Battesimo. Questo sacramento di iniziazione, lungi dall'essere un rituale sociale o di benvenuto in una particolare comunità, è l'iniziativa di Dio (Cfr Rito del Battesimo, n. 99). Quanti rinascono attraverso l'acqua di nuova vita entrano a far parte della Chiesa universale e sono inseriti nel dinamismo della vita di fede. Infatti, la profonda importanza di questo sacramento sottolinea la vostra crescente preoccupazione per il fatto che non pochi dei numerosi adulti che entrano a far parte della Chiesa nella vostra regione ogni anno non riescono a onorare questo impegno alla "piena partecipazione alle celebrazioni liturgiche che è... diritto e dovere in forza... del battesimo" (Sacrosanctum Concilium, n. 14). Vi incoraggio a garantire, in particolare attraverso una gioiosa mistagogia, che la "fiamma della fede" venga mantenuta "viva nei cuori" (cfr Rito del Battesimo, n. 100) dei nuovi battezzati.
Come insegna eloquentemente san Paolo (cfr 1 Cor 10, 16-17) la parola communio si riferisce anche al centro eucaristico della Chiesa. L'Eucaristia radica la nostra idea della Chiesa nell'incontro intimo fra Gesù e l'umanità e rivela la fonte dell'unità ecclesiale: l'atto di Cristo di donarsi a noi fa di noi il suo corpo. La commemorazione della morte e della resurrezione di Cristo nell'Eucaristia è "la suprema manifestazione sacramentale della comunione nella Chiesa" (Ecclesia de Eucharistia, n. 38) laddove le Chiese locali permettono di farsi accogliere dalle braccia aperte del Signore e di farsi rafforzare nell'unità nell'unico Corpo (cfr Sacramentum caritatis, n. 15).
I vostri programmi volti a evidenziare l'importanza della Messa domenicale dovrebbero essere trasmessi mediante una sana e stimolante catechesi sull'Eucaristia. Ciò promuoverà una rinnovata comprensione del dinamismo autentico della vita cristiana fra i vostri fedeli. Mi unisco a voi nell'esortare il laicato, e in particolare i giovani della vostra regione, a esplorare la profondità e la vastità della nostra comunione eucaristica. Riuniti ogni domenica nella Casa del Signore veniamo consumati dall'amore e dalla verità di Cristo e dotati della forza di recare speranza al mondo.
Cari fratelli, uomini e donne consacrate sono giustamente riconosciuti come "testimoni e artefici di quel "progetto di comunione" che sta al vertice della storia dell'uomo secondo Dio" (Vita consecrata, n. 46). Vi prego di assicurare i religiosi, uomini e donne, nei vostri territori del mio apprezzamento del contributo profetico che stanno rendendo alla vita ecclesiale nelle vostre nazioni. Confido nel fatto che, fedeli alla loro natura essenziale e ai rispettivi carismi, renderanno una coraggiosa testimonianza dello specifico "dono di sé per amore del Signore Gesù e, in Lui, di ogni componente della famiglia umana" (ibidem, 3)
Da parte vostra, vi incoraggio ad assicurare che i religiosi vengano accolti e sostenuti nei loro sforzi volti a contribuire al compito comune di diffondere il Regno di Dio. Uno degli aspetti più belli della storia della Chiesa è certamente quello relativo alle sue scuole di spiritualità. Articolando e condividendo questi tesori vivi con i laici, i religiosi faranno molto per promuovere una vita ecclesiale vibrante nelle vostre giurisdizioni. Contribuiranno a sfatare l'idea che comunione significhi mera uniformità, testimoniando la vitalità dello Spirito Santo che anima la Chiesa in ogni generazione.
Desidero concludere ripetendo brevemente quanto è importante la promozione del matrimonio e della vita familiare nella vostra regione. I vostri sforzi in questo campo sono al centro dell'evangelizzazione della cultura e contribuiscono molto al benessere della società nel suo complesso. Questo apostolato vitale, in cui numerosi sacerdoti e religiosi sono già impegnati, appartiene giustamente anche al laicato. La crescente complessità di questioni relative alla famiglia, inclusi i progressi della scienza biomedica di cui ho parlato recentemente all'Ambasciatore di Corea presso la Santa Sede, solleva il problema di offrire una formazione appropriata a quanti sono impegnati in questo ambito. A tale proposito, desidero richiamare la vostra attenzione sul contributo prezioso dell'Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia, ora presente in molte parti del mondo.
Infine, cari Fratelli, vi chiedo di trasmettere al vostro popolo la mia particolare gratitudine per la sua generosità verso la Chiesa universale. Il numero crescente di missionari e i contributi offerti dai laici sono un eloquente segno del loro spirito di generosità. Sono anche consapevole dei gesti concreti di riconciliazione compiuti per il benessere di quanti vivono nella Corea del Nord. Incoraggio queste iniziative e invoco la sollecitudine provvidenziale di Dio Onnipotente su tutti i nordcoreani.
Nel corso dei secoli, l'Asia ha dato alla Chiesa e al mondo una schiera di eroi della fede che sono commemorati nel grande inno di lode: "Te martyrum candidatus laudat exercitus". Che possano essere testimoni perenni della verità e dell'amore che tutti i cristiani sono chiamati a proclamare. Con affetto fraterno vi affido all'intercessione di Maria, modello di tutti i discepoli, e imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica a voi e ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli laici delle vostre Diocesi e della vostra Prefettura.

(©L'Osservatore Romano - 3-4 dicembre 2007)

domenica 2 dicembre 2007

L’uomo è l’unica creatura libera di dire di sì o di no all’eternità, cioè a Dio


CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA DOMENICA I DI AVVENTO , 01.12.2007

Alle 17 di questo pomeriggio, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Celebrazione dei Primi Vespri della Domenica I di Avvento. Nel corso della Celebrazione il Papa pronuncia la seguente omelia:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

L’Avvento è, per eccellenza, il tempo della speranza. Ogni anno, questo atteggiamento fondamentale dello spirito si risveglia nel cuore dei cristiani che, mentre si preparano a celebrare la grande festa della nascita di Cristo Salvatore, ravvivano l’attesa del suo ritorno glorioso, alla fine dei tempi. La prima parte dell’Avvento insiste proprio sulla parusia, sull’ultima venuta del Signore. Le antifone di questi Primi Vespri sono tutte orientate, con diverse sfumature, verso tale prospettiva. La breve Lettura, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi (5,23-24), fa riferimento esplicito alla venuta finale di Cristo, usando proprio il termine greco parusia (v. 23). L’Apostolo esorta i cristiani a conservarsi irreprensibili, ma soprattutto li incoraggia a confidare in Dio, che "è fedele" (v. 24) e non mancherà di operare la santificazione in quanti corrisponderanno alla sua grazia.

Tutta questa liturgia vespertina invita alla speranza indicando, all’orizzonte della storia, la luce del Salvatore che viene: "quel giorno brillerà una grande luce" (2ª ant.); "verrà il Signore in tutta la sua gloria" (3ª ant.); "il suo splendore riempie l’universo" (Antifone al Magnificat). Questa luce, che promana dal futuro di Dio, si è già manifestata nella pienezza dei tempi; perciò la nostra speranza non è priva di fondamento, ma si appoggia su un avvenimento che si colloca nella storia e al tempo stesso eccede la storia: è l’avvenimento costituito da Gesù di Nazaret. L’evangelista Giovanni applica a Gesù il titolo di "luce": è un titolo che appartiene a Dio. Nel Credo infatti noi professiamo che Gesù Cristo è "Dio da Dio, Luce da Luce".

Al tema della speranza ho voluto dedicare la mia seconda Enciclica, che è stata pubblicata ieri. Sono lieto di offrirla idealmente a tutta la Chiesa in questa prima Domenica di Avvento, affinché, durante la preparazione al Santo Natale, le comunità e i singoli fedeli possano leggerla e meditarla, per riscoprire la bellezza e la profondità della speranza cristiana. Questa, in effetti, è inseparabilmente legata alla conoscenza del volto di Dio, quel volto che Gesù, il Figlio Unigenito, ci ha rivelato con la sua incarnazione, con la sua vita terrena e la sua predicazione, e soprattutto con la sua morte e risurrezione. La vera e sicura speranza è fondata sulla fede in Dio Amore, Padre misericordioso, che "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16), affinché gli uomini e con loro tutte le creature possano avere la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). L’Avvento, pertanto, è tempo favorevole alla riscoperta di una speranza non vaga e illusoria, ma certa e affidabile, perché "ancorata" in Cristo, Dio fatto uomo, roccia della nostra salvezza.

Fin dall’inizio, come emerge dal Nuovo Testamento e segnatamente dalle Lettere degli Apostoli, una nuova speranza distinse i cristiani da quanti vivevano la religiosità pagana. Scrivendo agli Efesini, san Paolo ricorda loro che, prima di abbracciare la fede in Cristo, essi erano "senza speranza e senza Dio in questo mondo" (2,12). Questa espressione appare quanto mai attuale per il paganesimo dei nostri giorni: possiamo riferirla in particolare al nichilismo contemporaneo, che corrode la speranza nel cuore dell’uomo, inducendolo a pensare che dentro di lui e intorno a lui regni il nulla: nulla prima della nascita, nulla dopo la morte. In realtà, se manca Dio, viene meno la speranza. Tutto perde di "spessore". E’ come se venisse a mancare la dimensione della profondità ed ogni cosa si appiattisse, privata del suo rilievo simbolico, della sua "sporgenza" rispetto alla mera materialità. E’ in gioco il rapporto tra l’esistenza qui ed ora e ciò che chiamiamo "aldilà": esso non è un luogo dove finiremo dopo la morte, è invece la realtà di Dio, la pienezza della vita a cui ogni essere umano è, per così dire, proteso. A questa attesa dell’uomo Dio ha risposto in Cristo con il dono della speranza.

L’uomo è l’unica creatura libera di dire di sì o di no all’eternità, cioè a Dio. L’essere umano può spegnere in se stesso la speranza eliminando Dio dalla propria vita. Come può avvenire questo? Come può succedere che la creatura "fatta per Dio", intimamente orientata a Lui, la più vicina all’Eterno, possa privarsi di questa ricchezza? Dio conosce il cuore dell’uomo. Sa che chi lo rifiuta non ha conosciuto il suo vero volto, e per questo non cessa di bussare alla nostra porta, come umile pellegrino in cerca di accoglienza. Ecco perché il Signore concede nuovo tempo all’umanità: affinché tutti possano arrivare a conoscerlo! E’ questo anche il senso di un nuovo anno liturgico che inizia: è un dono di Dio, il quale vuole nuovamente rivelarsi nel mistero di Cristo, mediante la Parola e i Sacramenti. Mediante la Chiesa vuole parlare all’umanità e salvare gli uomini di oggi.

E lo fa andando loro incontro, per "cercare e salvare ciò che era perduto" (Lc 19,10). In questa prospettiva, la celebrazione dell’Avvento è la risposta della Chiesa Sposa all’iniziativa sempre nuova di Dio Sposo, "che è, che era e che viene" (Ap 1,8). All’umanità che non ha più tempo per Lui, Dio offre altro tempo, un nuovo spazio per rientrare in se stessa, per rimettersi in cammino, per ritrovare il senso della speranza.

Ecco allora la sorprendente scoperta: la mia, la nostra speranza è preceduta dall’attesa che Dio coltiva nei nostri confronti! Sì, Dio ci ama e proprio per questo attende che noi torniamo a Lui, che apriamo il cuore al suo amore, che mettiamo la nostra mano nella sua e ci ricordiamo di essere suoi figli. Questa attesa di Dio precede sempre la nostra speranza, esattamente come il suo amore ci raggiunge sempre per primo (cfr 1 Gv 4,10). In questo senso la speranza cristiana è detta "teologale": Dio ne è la fonte, il sostegno e il termine. Che grande consolazione in questo mistero! Il mio Creatore ha posto nel mio spirito un riflesso del suo desiderio di vita per tutti. Ogni uomo è chiamato a sperare corrispondendo all’attesa che Dio ha su di lui. Del resto, l’esperienza ci dimostra che è proprio così. Che cosa manda avanti il mondo, se non la fiducia che Dio ha nell’uomo? E’ una fiducia che ha il suo riflesso nei cuori dei piccoli, degli umili, quando attraverso le difficoltà e le fatiche si impegnano ogni giorno a fare del loro meglio, a compiere quel poco di bene che però agli occhi di Dio è tanto: in famiglia, nel posto di lavoro, a scuola, nei diversi ambiti della società. Nel cuore dell’uomo è indelebilmente scritta la speranza, perché Dio nostro Padre è vita, e per la vita eterna e beata siamo fatti.

Ogni bambino che nasce è segno della fiducia di Dio nell’uomo ed è conferma, almeno implicita, della speranza che l’uomo nutre in un futuro aperto sull’eterno di Dio. A questa speranza dell’uomo Dio ha risposto nascendo nel tempo come piccolo essere umano. Ha scritto sant’Agostino: "Avremmo potuto credere che la tua Parola fosse lontana dal contatto dell’uomo e disperare di noi, se questa Parola non si fosse fatta carne e non avesse abitato in mezzo a noi" (Conf. X, 43, 69, cit. in Spe salvi, 29).

Lasciamoci allora guidare da Colei che ha portato nel cuore e nel grembo il Verbo incarnato. O Maria, Vergine dell’attesa e Madre della speranza, ravviva in tutta la Chiesa lo spirito dell’Avvento, perché l’umanità intera si rimetta in cammino verso Betlemme, dove è venuto, e di nuovo verrà a visitarci il Sole che sorge dall’alto (cfr Lc 1,78), Cristo nostro Dio. Amen.

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Che cos'è la speranza? Consiste in sostanza nella conoscenza di Dio, ella scoperta del suo cuore di Padre buono e misericordioso


Vedi anche:

VIDEO DI SKYTG24


LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 02.12.2007

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Con questa prima domenica di Avvento inizia un nuovo anno liturgico: il Popolo di Dio si rimette in cammino, per vivere il mistero di Cristo nella storia. Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13,8); la storia invece muta e chiede di essere costantemente evangelizzata; ha bisogno di essere rinnovata dall’interno e l’unica vera novità è Cristo: è Lui il pieno suo compimento, il futuro luminoso dell’uomo e del mondo. Risorto dai morti, Gesù è il Signore a cui Dio sottometterà tutti i nemici, compresa la stessa morte (cfr 1 Cor 15,25-28).
L’Avvento è pertanto il tempo propizio per risvegliare nei nostri cuori l’attesa di Colui "che è, che era e che viene" (Ap 1,8). Il Figlio di Dio è già venuto a Betlemme venti secoli or sono, viene in ogni momento nell’anima e nella comunità disposti a riceverlo, verrà di nuovo alla fine dei tempi, per "giudicare i vivi e i morti". Il credente è perciò sempre vigilante, animato dall’intima speranza di incontrare il Signore, come dice il Salmo: "Io spero nel Signore, / l’anima spera nella sua parola. / L’anima mia attende il Signore / più che le sentinelle l’aurora" (Sal 129,5-6).

Questa domenica è, dunque, un giorno quanto mai indicato per offrire alla Chiesa intera e a tutti gli uomini di buona volontà la mia seconda Enciclica, che ho voluto dedicare proprio al tema della speranza cristiana.

Si intitola Spe salvi, perché si apre con l’espressione di san Paolo: "Spe salvi facti sumus - Nella speranza siamo stati salvati" (Rm 8,24).

In questo, come in altri passi del Nuovo Testamento, la parola "speranza" è strettamente connessa con la parola "fede". E’ un dono che cambia la vita di chi lo riceve, come dimostra l’esperienza di tanti santi e sante. In che cosa consiste questa speranza, così grande e così "affidabile" da farci dire che in essa noi abbiamo la "salvezza"? Consiste in sostanza nella conoscenza di Dio, nella scoperta del suo cuore di Padre buono e misericordioso.

Gesù, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha rivelato il suo volto, il volto di un Dio talmente grande nell’amore da comunicarci una speranza incrollabile, che nemmeno la morte può incrinare, perché la vita di chi si affida a questo Padre si apre sulla prospettiva dell’eterna beatitudine.

Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio – del vero Dio! – altrimenti restano privi di speranza. La scienza contribuisce molto al bene dell’umanità, - senza dubbio - ma non è in grado di redimerla. L’uomo viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale. Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio, dal Dio che è l’amore, che in Gesù ci ha visitati e ci ha donato la vita, e in Lui tornerà alla fine dei tempi. E’ in Cristo che speriamo, è Lui che attendiamo!

Con Maria, sua Madre, la Chiesa va incontro allo Sposo: lo fa con le opere della carità, perché la speranza, come la fede, si dimostra nell’amore.

Buon Avvento a tutti!

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Il Signore ci avverte di attenderlo vigilando, perche' la sua venuta non può essere programmata o pronosticata, ma sarà improvvisa ed imprevedibile


(Filippo Lippi, "Annunciazione")

Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007


VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI ALL’OSPEDALE ROMANO "SAN GIOVANNI BATTISTA" DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA , 02.12.2007

Questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI si reca in visita all’Ospedale romano "San Giovanni Battista" alla Magliana.
Ad accogliere il Papa al suo arrivo sono, tra gli altri: S.A. Fra’ Andrew Bertie, Principe e Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta; il Cardinale Camillo Ruini, Vicario generale per la diocesi di Roma; il Cardinale Pio Laghi, Patrono dell’Ordine melitense, con il Prelato dell’Ordine S.E. Mons. Angelo Acerbi; S.E. Mons. Benedetto Tuzia, Ausiliare per il Settore ovest e S.E. Mons. Armando Brambilla, Ausiliare, Delegato per la pastorale sanitaria.
Alle ore 9, in un padiglione coperto dell’ospedale, il Papa presiede la celebrazione della Santa Messa della prima domenica di Avvento. All’inizio della liturgia - alla quale partecipano i degenti con i loro familiari, il personale medico e paramedico, i dignitari dello SMOM - Fra’ Andrew Bertie ed un ammalato rivolgono al Santo Padre gli indirizzi di omaggio.

Conclusa la celebrazione eucaristica, Benedetto XVI saluta i rappresentanti del Sovrano Consiglio dell’Ordine di Malta, i Cappellani e le Religiose della Congregazione "Madre del Carmelo" che prestano servizio presso il nosocomio, quindi sale al primo piano per visitare il Reparto Unità del Risveglio, struttura specializzata nel trattamento dei pazienti usciti dal coma. Al termine della visita, il Papa rientra in Vaticano.

Di seguito pubblichiamo il testo dell’omelia che il Santo Padre Benedetto XVI pronuncia nel corso della celebrazione eucaristica
:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

"Andiamo con gioia incontro al Signore". Queste parole, che abbiamo ripetuto nel ritornello del Salmo responsoriale, interpretano bene i sentimenti che occupano il nostro cuore quest’oggi, prima domenica di Avvento. La ragione per cui possiamo andare avanti con gioia, come ci ha esortato a fare l’apostolo Paolo, sta nel fatto che è ormai vicina la nostra salvezza. Il Signore viene!
Con questa consapevolezza intraprendiamo l’itinerario dell’Avvento, preparandoci a celebrare con fede l’evento straordinario del Natale del Signore. Durante le prossime settimane, giorno dopo giorno, la liturgia offrirà alla nostra riflessione testi dell’Antico Testamento, che richiamano quel vivo e costante desiderio che tenne desta nel popolo ebraico l’attesa della venuta del Messia. Vigili nella preghiera, cerchiamo anche noi di preparare il nostro cuore ad accogliere il Salvatore che verrà a mostrarci la sua misericordia e a donarci la sua salvezza.

Proprio perché tempo di attesa, l’Avvento è tempo di speranza ed alla speranza cristiana ho voluto dedicare la mia seconda Enciclica presentata l’altro ieri ufficialmente: essa inizia con le parole rivolte da san Paolo ai cristiani di Roma: "Spe salvi facti sumus - nella speranza siamo stati salvati" (8,24).

Nell’Enciclica scrivo tra l’altro che "noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere" (n. 31). La certezza che solo Dio può essere la nostra salda speranza animi tutti noi, raccolti stamane in questa casa nella quale si lotta contro la malattia, sorretti dalla solidarietà.

E vorrei profittare della mia visita al vostro ospedale, gestito dall’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta, per consegnare idealmente l’Enciclica alla comunità cristiana di Roma e, in particolare, a coloro che, come voi, sono a diretto contatto con la sofferenza e la malattia. È un testo che vi invito ad approfondire, per trovarvi le ragioni di quella "speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: … anche un presente faticoso" (n. 1).

Cari fratelli e sorelle, "il Dio della speranza che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede per la potenza dello Spirito Santo, sia con tutti voi!". Con quest’augurio che il sacerdote rivolge all’assemblea all’inizio della Santa Messa, vi saluto cordialmente. Saluto, in primo luogo, il Cardinale Vicario Camillo Ruini e il Cardinale Pio Laghi, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, i Presuli e i sacerdoti presenti, i cappellani e le suore che qui prestano il loro servizio. Saluto con deferenza Sua Altezza Eminentissima Frà Andrew Bertie, Principe e Gran maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, che ringrazio per i sentimenti espressi a nome della Direzione, del personale amministrativo, sanitario e infermieristico e di quanti prestano in diversi modi la loro opera nell’ospedale. Estendo il mio saluto alle distinte Autorità, con un particolare pensiero per il Dirigente sanitario, come anche per il Rappresentante dei malati, ai quali va il mio ringraziamento per le parole che mi hanno rivolto all’inizio della Celebrazione.

Ma il saluto più affettuoso è per voi, cari malati e per i vostri familiari, che con voi condividono ansie e speranze. Il Papa vi è spiritualmente vicino e vi assicura la sua quotidiana preghiera; vi invita a trovare in Gesù sostegno e conforto e a non perdere mai la fiducia. La liturgia dell’Avvento ci ripeterà lungo le prossime settimane di non stancarci d’invocarlo; ci esorterà ad andargli incontro, sapendo che Egli stesso costantemente viene a visitarci. Nella prova e nella malattia Dio ci visita misteriosamente e, se ci abbandoniamo alla sua volontà, possiamo sperimentare la potenza del suo amore. Gli ospedali e le case di cura, proprio perché abitati da persone provate dal dolore, possono diventare luoghi privilegiati dove testimoniare l’amore cristiano che alimenta la speranza e suscita propositi di fraterna solidarietà. Nella Colletta abbiamo così pregato: "O Dio, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene". Sì! Apriamo il cuore ad ogni persona, specialmente se in difficoltà, perché facendo del bene a quanti sono nel bisogno ci disponiamo ad accogliere Gesù che in essi viene a visitarci.

E’ quanto voi, cari fratelli e sorelle, cercate di fare in quest’ospedale dove al centro delle preoccupazioni di tutti sta l’accoglienza amorevole e qualificata dei pazienti, la tutela della loro dignità e l’impegno a migliorarne la qualità della vita. La Chiesa, attraverso i secoli, si è resa particolarmente "prossima" a coloro che soffrono. Di questo spirito s’è fatto partecipe il vostro benemerito Sovrano Militare Ordine di Malta, che fin dagli inizi si è dedicato all’assistenza dei pellegrini in Terra Santa mediante un Ospizio-Infermeria. Mentre perseguiva il fine della difesa della cristianità, il Sovrano Ordine di Malta si prodigava nel curare i malati, specialmente quelli poveri ed emarginati. Testimonianza di quest’amore fraterno è anche quest’ospedale che, sorto intorno agli anni 70 del secolo scorso, è diventato oggi un presidio di alto livello tecnologico e una casa di solidarietà, dove accanto al personale sanitario operano con generosa dedizione numerosi volontari.

Cari Cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta, cari medici, infermieri e quanti qui lavorate, voi tutti siete chiamati a rendere un importante servizio agli ammalati e alla società, un servizio che esige abnegazione e spirito di sacrificio. In ogni malato, chiunque esso sia, sappiate riconoscere e servire Cristo stesso; fategli percepire, con i vostri gesti e le vostre parole, i segni del suo amore misericordioso. Per compiere bene questa "missione", cercate, come ci ricorda san Paolo nella seconda Lettura, di "indossare le armi della luce" (Rm 13, 12), che sono la Parola di Dio, i doni dello Spirito, la grazia dei Sacramenti, le virtù teologali e cardinali; lottate contro il male ed abbandonate il peccato che rende tenebrosa la nostra esistenza. All’inizio di un nuovo anno liturgico, rinnoviamo i nostri buoni propositi di vita evangelica. "E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno" (Rm 13,11), esorta l’Apostolo; è tempo cioè di convertirsi, di destarsi dal letargo del peccato, per disporsi fiduciosi ad accogliere "il Signore che viene". Per questo, l’Avvento è tempo di preghiera e di vigile attesa.

Alla "vigilanza", che tra l’altro è la parola chiave di tutto questo periodo liturgico, ci esorta la pagina evangelica proclamata poco fa: "Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà" (Mt 24,42). Gesù, che nel Natale è venuto tra noi e tornerà glorioso alla fine dei tempi, non si stanca di visitarci continuamente, negli eventi di ogni giorno.

Ci chiede e ci avverte di attenderlo vegliando, poiché la sua venuta non può essere programmata o pronosticata, ma sarà improvvisa e imprevedibile. Solo chi è desto non è colto alla sprovvista. Che non vi succeda, Egli avverte, quel che avvenne al tempo di Noè, quando gli uomini mangiavano e bevevano spensieratamente, e furono colti impreparati dal diluvio (cfr Mt 24,37-38). Che cosa il Signore vuole farci comprendere con questo ammonimento, se non che non dobbiamo lasciarci assorbire dalle realtà e preoccupazioni materiali sino al punto da restarne irretiti?

"Vegliate dunque…". Ascoltiamo l’invito di Gesù nel Vangelo e prepariamoci a rivivere con fede il mistero della nascita del Redentore, che ha riempito l’universo di gioia; prepariamoci ad accogliere il Signore nel suo incessante venirci incontro negli eventi della vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia; prepariamoci ad incontrarlo nell’ultima sua definitiva venuta. Il suo passaggio è sempre fonte di pace e, se la sofferenza, retaggio dell’umana natura, diventa talora quasi insopportabile, con l’avvento del Salvatore "la sofferenza – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode" (Enc. Spe salvi, 37). Confortati da questa parola, proseguiamo la Celebrazione eucaristica, invocando sui malati, sui familiari e su quanti lavorano in quest’ospedale e sull’intero Ordine dei Cavalieri di Malta la materna protezione di Maria, Vergine dell’attesa e della speranza.

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sabato 1 dicembre 2007

Il Papa: incoraggio le Ong ad opporre al relativismo la grande creatività della verità circa l'innata dignità dell'uomo e dei diritti che ne derivano


Vedi anche:

"Spe salvi" e discorso alle Ong cattoliche: il Papa eterno incompreso...dai media! Vladimir per Europa (grandioso articolo sui vaticanisti)


Il Papa non ha attaccato l'Onu? Abbiamo letto male? Padre Lombardi ci ha bacchettato? Non importa: noi giornali andiamo dritti per la nostra strada!

Padre Lombardi deplora le forzature anti-Onu dei media dopo il discorso del Papa alle ONG cattoliche (da Petrus)

Titoli e servizi sull’Onu rischiano di creare una polemica che non c’è

Polemica (inventata) Papa-Onu: ecco come sono andate veramente le cose...agenzie e giornali prendano atto!

"Libero" profetico: le parole del Papa alle Ong appariranno sui giornali come l'ennesima "crociata"

Falsa polemica Papa-Onu: i commenti di Accattoli e Politi. Notare bene: i titoli non corrispondono ai testi degli articoli

Come creare un caso che non esiste: polemica Papa-Onu. Basterebbe leggere il discorso del Papa. O forse c'entrano i consensi intorno alla "Spe salvi"?

Padre Lombardi: le agenzie ed i tg hanno "forzato" il discorso del Papa alle Ong

Il Papa: il dibattito internazionale è segnato dal relativismo


UDIENZA AI PARTECIPANTI AL FORUM DI ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE DI ISPIRAZIONE CATTOLICA , 01.12.2007

Alle ore 12 di oggi, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i partecipanti al Forum di Organizzazioni non-governative (ONG) di ispirazione cattolica, in corso di svolgimento a Roma. Al forum prendono parte 85 Organizzazioni non-governative che fanno riferimento, nella loro presenza ed attività in ambito internazionale, all'insegnamento evangelico e alla Dottrina Sociale della Chiesa.
Di seguito pubblichiamo il testo del discorso che il Papa ha rivolto ai partecipanti, convenuti nella Sala Clementina:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

Eccellenze,
Rappresentanti della Santa Sede presso gli Organismi Internazionali,
cari amici,


sono lieto di dare il mio benvenuto a tutti voi che siete convenuti a Roma per riflettere insieme sul contributo che le Organizzazioni non Governative (ONG) di ispirazione cattolica possono offrire, in stretta collaborazione con la Santa Sede, alla soluzione delle tante problematiche e sfide che affronta la molteplice attività delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni internazionali e regionali. A ciascuno di voi rivolgo il mio cordiale saluto. Ringrazio in particolare il Sostituto della Segreteria di Stato che si è fatto cortese interprete dei comuni sentimenti, delineandomi nel contempo gli obbiettivi del vostro Forum. Saluto, inoltre, il giovane rappresentante delle Organizzazioni non Governative, qui presente.

Ai lavori di quest’importante riunione prendono parte rappresentanti di realtà nate negli anni in cui sbocciava per la prima volta l’azione del laicato cattolico a livello internazionale, come pure membri di altre associazioni sorte recentemente, di pari passo con l’attuale processo di integrazione globale. Vi è poi chi si dedica prevalentemente all’azione di advocacy, e chi si occupa principalmente della gestione concreta di progetti di cooperazione allo sviluppo. Alcune vostre organizzazioni si configurano nella Chiesa come Associazioni Pubbliche e Private di Fedeli o partecipano al carisma di taluni Istituti di Vita Consacrata, altre hanno solo un riconoscimento giuridico nell’ordine civile e annoverano fra i loro membri anche non cattolici e non cristiani. Tutti, però, vi accomuna l’unica passione per la dignità dell’uomo, quella stessa passione che ispira costantemente l’azione della Santa Sede presso le diverse istanze internazionali. Ed è proprio per questo che si è voluto promuovere l’incontro di questi giorni: per esprimervi cioè gratitudine e apprezzamento per quanto già fate, collaborando attivamente con i Rappresentanti Pontifici presso gli Organismi Internazionali. Allo stesso tempo si intende rendere ancor più stretta e, dunque, più efficace questa comune azione al servizio del bene integrale della persona umana e dell’umanità.

Non bisogna, del resto, dimenticare che questa unità di scopi è possibile realizzarla attraverso ruoli e modalità diverse. Infatti, mentre la diplomazia multilaterale della Santa Sede deve, prevalentemente, affermare i grandi principi fondamentali della vita internazionale, perché il contributo specifico della Gerarchia Chiesa è "servire la formazione della coscienza, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili" (Deus Caritas est, 28, a), dall’altra parte "il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici - nel caso della vita internazionale, dei diplomatici cristiani e dei membri delle ONG - che sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica... a configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità (Ibid., 29).

La cooperazione internazionale tra i Governi, nata già alla fine del secolo XIX e sviluppatasi sempre più nel secolo scorso, nonostante le tragiche interruzioni delle due guerre mondiali, ha contribuito significativamente alla creazione di un ordine internazionale più giusto.
A tale riguardo, possiamo osservare con soddisfazione ai risultati ottenuti, quali il riconoscimento universale del primato giuridico e politico dei diritti umani, la fissazione di obiettivi condivisi per il pieno godimento dei diritti economici e sociali da parte di tutti gli abitanti della terra, la promozione della ricerca di un sistema economico mondiale giusto e, ultimamente, la salvaguardia dell’ambiente e la promozione del dialogo interculturale.

Tuttavia, spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica che pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità nonché alla possibilità di un agire etico fondato sul riconoscimento della legge morale naturale. Viene così di fatto ad imporsi una concezione del diritto e della politica, in cui il consenso tra gli Stati, ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche, risulterebbe essere la sola ed ultima fonte delle norme internazionali. I frutti amari di tale logica relativistica nella vita internazionale sono purtroppo evidenti: si pensi, ad esempio, al tentativo di considerare come diritti dell’uomo le conseguenze di certi stili egoistici di vita, oppure al disinteresse per le necessità economiche e sociali dei popoli più deboli, o al disprezzo del diritto umanitario e ad una difesa selettiva dei diritti umani.

Auspico che lo studio e il confronto di questi giorni permetta di individuare modi efficaci e concreti per far recepire a livello internazionale gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa.

In tale senso, vi incoraggio ad opporre al relativismo la grande creatività della verità circa l’innata dignità dell’uomo e dei diritti che ne conseguono. Una tale creatività consentirà di dare una risposta più adeguata alle molteplici sfide presenti nell’odierno dibattito internazionale e soprattutto permetterà di promuovere iniziative concrete, che vanno vissute in spirito di comunione e libertà.

Occorre uno spirito di solidarietà che conduca a promuovere uniti quei principi etici non "negoziabili" per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale. Solidarietà intrisa di forte senso di amore fraterno che porti ad apprezzare le iniziative altrui, a facilitarle e a collaborare con esse. In forza di questo spirito non si mancherà, ogni volta che sia utile o necessario, di coordinarsi sia tra le diverse ONG sia con i Rappresentanti della Santa Sede, sempre nel rispetto della diversità di natura, di fini istituzionali e dei metodi operativi. D’altra parte, un autentico spirito di libertà, vissuto nella solidarietà, spingerà l’iniziativa dei membri delle ONG ad espandersi in una vasta pluralità di orientamenti e di soluzioni circa le questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno. Infatti, se vissuti nella solidarietà, il legittimo pluralismo e la diversità non solo non diventano motivo di divisione e concorrenza, ma sono condizione di maggiore efficacia. L’azione delle Organizzazioni che voi rappresentate sarà dunque veramente feconda se resterà fedele al Magistero della Chiesa, ancorata nella comunione con i suoi Pastori e soprattutto con il Successore di Pietro, ed affronterà con un’apertura prudente le sfide dell’ora presente.

Cari amici, vi rinnovo il mio grazie per l’odierna vostra presenza e per il vostro impegno nel promuovere la causa della giustizia e della pace all’interno dell’umana famiglia. Mentre vi assicuro il mio speciale ricordo nella preghiera, invoco su di voi e sulle Organizzazioni che rappresentate la protezione materna di Maria, Regina Mundi, imparto con affetto la mia Benedizione Apostolica a voi, alle vostre famiglie e a quanti sono membri delle vostre Associazioni.

© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana

IL TESTO DEL DISCORSO IN INGLESE