lunedì 7 gennaio 2008

IL MAGISTERO DELLA CHIESA NEGLI SCRITTI DEI PREDECESSORI DI PAPA BENEDETTO XVI


Questa sezione nasce per conoscere meglio il Magistero della Chiesa su alcune tematiche specifiche.
Dal momento che, in questo periodo, va di moda contrapporre Benedetto XVI ai suoi predecessori, puo' anche essere l'occasione per confutare pregiudizi e inesattezze (per usare un eufemismo) che poco o nulla hanno a che vedere con la verita'. Chiedo a tutti di segnalare testi, omelie e discorsi. Grazie :-)

Raffaella

IL PONTIFICATO DI GIOVANNI PAOLO II

LA FIGURA DI KAROL WOJTYLA, GIOVANNI PAOLO II

LA BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II (1° MAGGIO 2011): LO SPECIALE DEL BLOG

ANNIVERSARI DELLA MORTE DI GIOVANNI PAOLO II: SPECIALE

IL PONTIFICATO DI GIOVANNI PAOLO I

LA FIGURA DI ALBINO LUCIANI, PAPA GIOVANNI PAOLO I

IL PONTIFICATO DI PAOLO VI

LA FIGURA DI GIOVANNI BATTISTA MONTINI, PAPA PAOLO VI

IL PONTIFICATO DI GIOVANNI XXIII

LA FIGURA DI ANGELO GIUSEPPE RONCALLI

IL PONTIFICATO DI PIO XII

LA FIGURA DI EUGENIO PACELLI, PAPA PIO XII

UN COMITATO PER PIO XII: COMUNICATO STAMPA ED APPELLO

IL PONTIFICATO DI PIO XI

«Ci vuole un Papa missionario» disse Ratti a Roncalli (Guasco). Tra Milano e Roma (Ravasi)

Chiesa cattolica e leggi razziali. E Pio XI disse: «Sono veramente amareggiato Come Papa e come italiano» (Osservatore Romano)

Achille Ratti, Papa Pio XI, e la Cina (Osservatore Romano)

L'ABORTO

Qualche giornale parla di attacco senza precedenti di Benedetto XVI alla legge 194. Falso! Leggiamo che cosa disse Giovanni Paolo II nel 1998...

Giovanni Paolo II e l'aborto: alcuni testi...

Giovanni XXIII e Paolo VI sull'aborto: alcuni testi

Papa Wojtyla alla Sapienza: "La norma giuridica è chiamata a definire lo statuto giuridico dell'embrione quale soggetto di diritti che...

IL CONCILIO VATICANO II E L'ABORTO: I TESTI

LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI

Finalmente! Inos Biffi chiarisce alcuni punti sull'indissolubilità del matrimonio cristiano di fronte alla confusione anche nella Chiesa (O.R.)

Comunione ai divorziati risposati...che cosa insegnava Giovanni Paolo II? E Benedetto XVI? Ecco i testi...

Papa Benedetto XVI sui divorziati risposati: "Da Prefetto della CDF ho invitato i vescovi a riflettere sull'invalidità di un sacramento celebrato senza fede ma..."

Papa Benedetto XVI: "Quanti non possono ricevere la comunione trovano comunque nel suo desiderio e nella partecipazione all'Eucaristia una forza e un'efficacia salvatrice" (Omelia della Santa Messa conclusiva del 49° Congresso Eucaristico Internazionale in Québec)

IL CELIBATO SACERDOTALE

Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici. A cura del card. Piacenza per l'Osservatore Romano

La Parola di Dio e il celibato apostolico del vescovo. Una testimonianza di amore (Marc Ouellet)

Riflessione su celibato e matrimonio. Un unico amore (Giuseppe Versaldi)

La lectio del Card. Piacenza ai seminaristi di Torino sulla castità

Dibattito sul celibato ecclesiastico: le opinioni di Scaraffia, Gennari, Lynch, Amicone, Silva e Melloni (Il Foglio)

Il vero significato della legge sul celibato sacerdotale. Un dono non un'imposizione (Versaldi)

Celibato sacerdotale: un dibattito su "Il Foglio" fra Gianni Gennari e Roberto De Mattei

Le ragioni del celibato sacerdotale. In un libro le risposte a trenta domande scottanti (Péter Erdő)

Una donna non può essere sacerdote. Dagli apostoli a Wojtyla, ecco perché (Messori)

Il celibato sacerdotale: che cosa insegna il Concilio Vaticano II? E Benedetto XVI? Ecco i testi...

Nicola Bux: "Il celibato sacerdotale consiglio di Dio divenuto necessità" (Osservatore Romano)

L'ENCICLICA "HUMANAE VITAE" DI PAOLO VI

Il Papa: "Solo gli occhi del cuore riescono a cogliere le esigenze proprie di un grande amore, capace di abbracciare la totalità dell’essere umano" (Messaggio del Santo Padre al Congresso internazionale "Humanae vitae: attualità e profezia di un’Enciclica")

Benedetto XVI: "L'Humanae Vitae non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato" (Discorso del Santo Padre ai partecipanti al Congresso internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense, nel 40° Anniversario dell’Enciclica "Humanae vitae")

Chiesa e contraccezione: che cosa affermavano Paolo VI e Giovanni Paolo II?

La "teoria del genere" nei testi di Giovanni Paolo II

Aspetti teologici e dottrinali dell'«Humanae vitae». Veramente liberi e liberamente veri (Card. Caffarra per l'Osservatore Romano)

La verità dell'«Humanae vitae» nelle parole e negli scritti dell'arcivescovo Karol Wojtyla (Osservatore Romano)

I motivi e lo scopo dell'Humanae vitae secondo Paolo VI: genesi di un'enciclica (Osservatore Romano)

L’"Humanae vitae", documento a difesa della dignità umana: l'opinione della prof.ssa Maria Luisa Di Pietro e di Giovanni Maria Vian (Radio Vaticana)

Mons. Fisichella: "L'Humanae vitae è un documento profetico e coraggioso a difesa della vita e dell’amore responsabile" (Radio Vaticana)

"Lettera aperta" al Papa sul Corriere. Padre Lombardi: "Propaganda a pagamento: chi l'ha pagata e perchè? Infondate le accuse su Hiv" (Sir e R.V.)

Lettera aperta (a pagamento) sul Corriere della sera a Benedetto XVI sulla contraccezione. Il Papa non ha avuto tanto spazio sul Corriere per la Gmg

"Humanae vitae": il lacerante dissenso dottrinale all'enciclica da parte di alcuni preti e teologi americani (card. Stafford per l'Osservatore Romano)

Giovanni Maria Vian: «Humanae vitae», un segno di contraddizione (Osservatore Romano)

Lucetta Scaraffia: "Rivoluzione sessuale e secolarizzazione". A quarant'anni dalla "Humanae vitae" (Osservatore Romano)

Il significato del congresso internazionale a quarant'anni dall'"Humanae vitae": Una questione attuale. Anzi, futura (Osservatore)

La portata profetica dell’«Humanae Vitae»

Il Papa sull'Humanae Vitae: "L’amore coniugale, aperto al dono inestimabile della vita, sappia coniugare libertà e verità" (Radio Vaticana)

Lucetta Scaraffia sull'Humanae Vitae: Fiducia di Paolo VI nella persona di fronte alla “liberalizzazione sessuale” (Zenit)

Humanae Vitae, Mons. Rino Fisichella: "La natura non è un'invenzione cattolica" (Osservatore Romano)

Un convegno alla Pontificia Università Lateranense per i quarant'anni dell' enciclica «Humanae vitae»: "Diritti umani imposti ma non rispettati"

Emma Fattorini a Liberation: "Oggi l'Humanae Vitae di Paolo VI potrebbe sembrare un testo profetico"

Convegno alla Lateranense sulla Humanae Vitae a 40 anni dalla promulgazione: intervista con il prof. Giovanni Maria Vian (Radio Vaticana)

LA FIGURA DI PIO IX

Giovanni XXIII: "Pio IX è l'ispiratore del Concilio Vaticano II"

Giovanni Paolo II: "Pio IX indisse il Concilio Ecumenico Vaticano I, che chiarì con magisteriale autorità alcune questioni allora dibattute..."

LA LEGGE 40 SULLA FECONDAZIONE ASSISTITA

Che cosa disse Giovanni Paolo II a proposito della legge sulla fecondazione assistita? E Benedetto XVI? Ecco i testi...

OMAGGI AI PREDECESSORI

Papa Wojtyla: "So di non essere io solo ad agire in ciò che faccio come Successore di Pietro" (da "Memoria e identità")

Dio e il coraggio (brano tratto da "Alzatevi, andiamo" di Giovanni Paolo II)

IL CONCILIO VATICANO II

Card. Bertone: "Giovanni Paolo II e la sua visione del Concilio" (Osservatore Romano)

L'omaggio di Benedetto XVI a Paolo VI: "Appare sempre più grande, quasi sovrumano, il merito di Paolo VI nel presiedere il Concilio"

Benny Lai: "I Rapporti del card. Siri con Roncalli e Montini, la difesa di Padre Pio, l’alleanza con Ratzinger al Concilio" (Galeazzi)

DISCORSI ED ENCICLICHE

«La Civiltà Cattolica» e l'enciclica mai pubblicata di Pio XI contro il razzismo. L'«Humani generis unitas» non fu affatto nascosta (Osservatore)

Benedetto XVI e Paolo VI in Australia: "A Sydney due Papi per un mondo nuovo" (Osservatore Romano)

La "teoria del genere" nei testi di Giovanni Paolo II

Come Successore di Pietro sono qui, presso la tomba di Paolo, per ravvivare nella fede questa “grazia dell’apostolato”


VISITA ALLA BASILICA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA DEL VESCOVO DI ROMA BENEDETTO XVI, 25.04.2005

Per esprimere il legame inseparabile della Chiesa di Roma con l’Apostolo delle Genti, insieme al Pescatore di Galilea, il Romano Pontefice si reca questo pomeriggio, alle ore 18.30, nella Basilica di San Paolo sulla Via Ostiense, per venerare il «Trofeo» dell’Apostolo Paolo.
Nel corso della visita, il Santo Padre Benedetto XVI si rivolge ai presenti con le parole della Lettera di San Paolo ai Romani (1, 1-6.8-9.11-12.14-15) e dopo la venerazione del Sepolcro dell’Apostolo, tiene la seguente omelia:


OMELIA DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari Fratelli e Sorelle nel Signore!


Rendo grazie a Dio che, all’inizio del mio ministero di Successore di Pietro, mi concede di sostare in preghiera presso il sepolcro dell’apostolo Paolo.

E’ questo per me un pellegrinaggio tanto desiderato, un gesto di fede, che compio a nome mio, ma anche a nome della diletta Diocesi di Roma, della quale il Signore mi ha costituito Vescovo e Pastore, e della Chiesa universale affidata alle mie premure pastorali. Un pellegrinaggio, per così dire, alle radici della missione, di quella missione che Cristo risorto affidò a Pietro, agli Apostoli e, in modo singolare, anche a Paolo, spingendolo ad annunciare il Vangelo alle genti, fino a giungere in questa Città, dove, dopo avere a lungo predicato il Regno di Dio (At 28,31), rese con il sangue l’estrema testimonianza al suo Signore, che lo aveva "conquistato" (Fil 3,12) e inviato.

Prima ancora che la Provvidenza lo conducesse a Roma, l’Apostolo scrisse ai cristiani di questa Città, capitale dell’Impero, la sua Lettera più importante sotto il profilo dottrinale. Ne è stata proclamata poc’anzi la parte iniziale, un denso preambolo in cui l’Apostolo saluta la comunità di Roma presentandosi quale "servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione" (Rm 1,1). E più avanti aggiunge: "Per mezzo di lui [Cristo] abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti" (Rm 1,5).

Cari amici, come Successore di Pietro, sono qui per ravvivare nella fede questa "grazia dell’apostolato", perché Dio, secondo un’altra espressione dell’Apostolo delle genti, mi ha affidato "la sollecitudine per tutte le Chiese" (2 Cor 11,28).

E’ dinanzi ai nostri occhi l’esempio del mio amato e venerato predecessore Giovanni Paolo II, un Papa missionario, la cui attività così intensa, testimoniata da oltre cento viaggi apostolici oltre i confini d’Italia, è davvero inimitabile. Che cosa lo spingeva ad un simile dinamismo se non lo stesso amore di Cristo che trasformò l’esistenza di san Paolo (cfr 2 Cor 5,14)? Voglia il Signore alimentare anche in me un simile amore, perché non mi dia pace di fronte alle urgenze dell’annuncio evangelico nel mondo di oggi.

La Chiesa è per sua natura missionaria, suo compito primario è l’evangelizzazione. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dedicato all’attività missionaria il Decreto denominato, appunto, "Ad gentes", che ricorda come "gli Apostoli… seguendo l’esempio di Cristo, «predicarono la parola della verità e generarono le Chiese» (S. Aug., Enarr. in Ps. 44,23: PL 36,508)" e che "è compito dei loro successori dare continuità a quest’opera, perché «la parola di Dio corra e sia glorificata» (2 Ts 3,1) e il Regno di Dio sia annunciato e stabilito in tutta la terra" (n. 1).

All’inizio del terzo millennio, la Chiesa sente con rinnovata vivezza che il mandato missionario di Cristo è più che mai attuale. Il Grande Giubileo del Duemila l’ha condotta a "ripartire da Cristo", contemplato nella preghiera, perché la luce della sua verità sia irradiata a tutti gli uomini, anzitutto con la testimonianza della santità. Mi è caro qui ricordare il motto che san Benedetto pose nella sua Regola, esortando i suoi monaci a "nulla assolutamente anteporre all’amore di Cristo" (cap. 4). In effetti, la vocazione sulla via di Damasco portò Paolo proprio a questo: a fare di Cristo il centro della sua vita, lasciando tutto per la sublimità della conoscenza di lui e del suo mistero d’amore, ed impegnandosi poi ad annunciarlo a tutti, specialmente ai pagani, "a gloria del suo nome" (Rm 1,5). La passione per Cristo lo portò a predicare il Vangelo non solo con la parola, ma con la stessa vita, sempre più conformata al suo Signore. Alla fine, Paolo annunciò Cristo con il martirio, e il suo sangue, insieme a quello di Pietro e di tanti altri testimoni del Vangelo, irrigò questa terra e rese feconda la Chiesa di Roma, che presiede alla comunione universale della carità (cfr s. Ignazio Ant., Ad Rom., Inscr.: Funk, I, 252).

Il secolo ventesimo è stato un tempo di martirio. Lo ha messo in grande risalto il Papa Giovanni Paolo II, che ha chiesto alla Chiesa di "aggiornare il Martirologio" e ha canonizzato e beatificato numerosi martiri della storia recente. Se dunque il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, all’inizio del terzo millennio è lecito attendersi una rinnovata fioritura della Chiesa, specialmente là dove essa ha maggiormente sofferto per la fede e per la testimonianza del Vangelo.

Questo auspicio affidiamo all’intercessione di san Paolo. Voglia egli ottenere alla Chiesa di Roma, in particolare al suo Vescovo, e a tutto il Popolo di Dio, la gioia di annunciare e testimoniare a tutti la Buona Novella di Cristo Salvatore.

© Copyright 2005 - Libreria Editrice Vaticana

Udienza di Benedetto XVI ai rappresentanti dei mezzi di comunicazione sociale


DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI RAPPRESENTANTI DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE SOCIALE

Aula Paolo VI
Sabato, 23 aprile 2005


Illustri Signori, gentili Signore!

1. E’ con piacere che incontro e cordialmente saluto voi, giornalisti, fotografi, operatori televisivi e quanti, a vario titolo, appartenete al mondo della comunicazione. Grazie per la vostra visita e particolarmente per il servizio che avete reso in questi giorni alla Santa Sede e alla Chiesa cattolica. Un cordiale saluto rivolgo a Monsignor John Patrick Foley, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome dei presenti.

Si può dire che, grazie al vostro lavoro, per diverse settimane l’attenzione del mondo intero è rimasta fissa sulla Basilica, sulla Piazza San Pietro e sul Palazzo Apostolico, all’interno del quale il mio Predecessore, l’indimenticabile Papa Giovanni Paolo II ha chiuso serenamente la sua terrena esistenza, e dove in seguito, nella Cappella Sistina, i Signori Cardinali hanno eletto me come suo Successore.

2. Questi eventi ecclesiali di storica importanza hanno avuto anche per vostro merito una copertura mondiale. So bene quanta fatica ciò ha comportato per voi, costretti a restare lontani dalla famiglia e dalle vostre case, lavorando con orari prolungati e in condizioni non sempre agevoli. Mi sono note la competenza e la dedizione con cui avete svolto questo non facile compito. Di tutto vorrei ringraziarvi a nome mio personale e specialmente dei cattolici che, vivendo in Paesi assai distanti da Roma, hanno potuto condividere questi momenti emozionanti di fede in tempo reale. Prodigi e straordinarie potenzialità dei mezzi moderni di comunicazione sociale!

Al promettente sviluppo di questi strumenti guardava già il Concilio Vaticano II. Ad essi, infatti, i Padri Conciliari vollero dedicare il primo dei loro documenti in cui si afferma che tali mezzi "per loro natura sono in grado di raggiungere e muovere non solo i singoli uomini, ma le stesse moltitudini e l’intera umanità" (Inter mirifica, 1). Dal 4 dicembre 1963, quando venne promulgato, il Decreto Inter mirifica ad oggi l’umanità ha conosciuto ed è tuttora testimone di una straordinaria rivoluzione mediatica, che ha investito ogni aspetto e ambito dell’umana esistenza.

3. Consapevole della sua missione e dell’importanza dei media, la Chiesa, specialmente a partire dal Concilio Vaticano II, ha cercato la collaborazione con il mondo della comunicazione sociale.
Grande artefice di questo dialogo aperto e sincero è stato senz’altro anche Giovanni Paolo II che con voi, operatori delle comunicazioni sociali, ha intrattenuto in oltre 26 anni di Pontificato costanti e fecondi rapporti. Ed è proprio ai responsabili delle comunicazioni sociali che egli ha voluto dedicare uno dei suoi ultimi documenti, la Lettera Apostolica dello scorso 24 gennaio nella quale ricorda che "la nostra è un’epoca di comunicazione globale, dove tanti momenti dell’esistenza umana si snodano attraverso processi mediatici, o perlomeno con essi devono confrontarsi" (Il rapido sviluppo, 3).

E’ mio desiderio proseguire questo fruttuoso dialogo, e condivido, in proposito, quanto ha osservato Giovanni Paolo II che cioè "il fenomeno attuale delle comunicazioni sociali spinge la Chiesa ad una sorta di revisione pastorale e culturale così da essere in grado da affrontare in modo adeguato il passaggio epocale che stiamo vivendo"(ibid., 8).

4. Perché gli strumenti di comunicazione sociale possano rendere un positivo servizio al bene comune, occorre l’apporto responsabile di tutti e di ciascuno. E’ necessaria una sempre migliore comprensione delle prospettive e delle responsabilità che il loro sviluppo comporta in ordine ai riflessi che di fatto si verificano sulla coscienza e sulla mentalità degli individui come sulla formazione della pubblica opinione.

Non si può poi non porre in evidenza il bisogno di chiari riferimenti alla responsabilità etica di chi lavora in tale settore, specialmente per quanto riguarda la sincera ricerca della verità e la salvaguardia della centralità e della dignità della persona. Solo a queste condizioni i media possono rispondere al disegno di Dio che li ha posti a nostra disposizione "per scoprire, usare, far conoscere la verità, anche la verità sulla nostra dignità e sul nostro destino di figli suoi, eredi del suo Regno eterno" (ibid., 14).

5. Illustri Signori, gentili Signore, vi ringrazio ancora per l’importante servizio che rendete alla società. A ciascuno giunga il mio cordiale apprezzamento con l’assicurazione d’un ricordo nella preghiera per tutte le vostre intenzioni. Estendo il mio saluto alle vostre famiglie e a quanti fanno parte delle vostre comunità di lavoro. Per intercessione della celeste Madre di Cristo, invoco abbondanti su ciascuno i doni di Dio, in pegno dei quali a tutti imparto la mia Benedizione.

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

Il Papa ai cardinali: "Vi prego, non fatemi mai mancare questo vostro sostegno!"


DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AGLI EMINENTISSIMI SIGNORI CARDINALI PRESENTI IN ROMA

Sala Clementina
Venerdì, 22 aprile 2005


Venerati Fratelli Cardinali!

1. Vi incontro anche quest’oggi e vorrei farvi parte, in maniera semplice e fraterna, dello stato d’animo che sto vivendo in questi giorni.

Alle intense emozioni provate in occasione della morte del mio venerato predecessore Giovanni Paolo II e poi durante il Conclave e soprattutto al suo epilogo si assommano un intimo bisogno di silenzio e due sentimenti tra loro complementari: un vivo desiderio del cuore di ringraziare e un senso di umana impotenza dinanzi all’alto compito che mi attende.

Innanzitutto la gratitudine. Sento, in primo luogo, di dover rendere grazie a Dio, che mi ha voluto, nonostante la mia umana fragilità, quale Successore dell’apostolo Pietro, e mi ha affidato il compito di reggere e guidare la Chiesa, perché sia nel mondo sacramento di unità per l’intero genere umano (cfr Lumen gentium, 1). Ne siamo certi, è l’eterno Pastore a condurre con la forza del suo Spirito il suo gregge, ad esso assicurando, in ogni tempo, Pastori da Lui scelti.

In questi giorni si è levata corale la preghiera del popolo cristiano per il nuovo Pontefice e davvero emozionante è stato il primo incontro con i fedeli, l’altro ieri sera, in Piazza San Pietro: a tutti, Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, giovani e anziani giunga il mio più sentito ringraziamento per questa loro spirituale solidarietà.

2. Un vivo ringraziamento sento di dover rivolgere a ciascuno di voi, venerati Fratelli, cominciando dal Signor Cardinale Angelo Sodano che, facendosi interprete dei comuni sentimenti, mi ha indirizzato poc’anzi affettuose espressioni e cordiali voti augurali. Con lui ringrazio il Signor Cardinale Camerlengo Eduardo Martínez Somalo, per il servizio generosamente reso in questa delicata fase di passaggio.

Desidero poi estendere la mia sincera riconoscenza a tutti i membri del Collegio Cardinalizio per l’attiva collaborazione da essi prestata alla gestione della Chiesa durante la Sede Vacante. Con particolare affetto vorrei salutare i Cardinali che, a motivo della loro età o per malattia, non hanno preso parte al Conclave. A ciascuno sono grato per l’esempio che hanno dato di disponibilità e di comunione fraterna, come pure per la loro intensa preghiera, espressioni entrambi di amore fedele alla Chiesa, sposa di Cristo.

Un grazie sentito non posso, inoltre, non rivolgere a quanti, con diverse mansioni, hanno cooperato all’organizzazione e allo svolgimento del Conclave, aiutando in molti modi i Cardinali a trascorrere nel modo più sicuro e tranquillo queste giornate cariche di responsabilità.

3. Venerati Fratelli, a voi il mio più personale ringraziamento per la fiducia che avete riposto in me eleggendomi Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale. E’ un atto di fiducia che costituisce un incoraggiamento a intraprendere questa nuova missione con più serenità, perché sono persuaso di poter contare, oltre che sull’indispensabile aiuto di Dio, anche sulla vostra generosa collaborazione.

Vi prego, non fatemi mai mancare questo vostro sostegno! Se da una parte mi sono presenti i limiti della mia persona e delle mie capacità, dall’altra so bene qual è la natura della missione che mi è affidata e che mi accingo a svolgere con atteggiamento di interiore dedizione. Non si tratta qui di onori, bensì di servizio da svolgere con semplicità e disponibilità, imitando il nostro Maestro e Signore, che non venne per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28), e nell’Ultima Cena lavò i piedi degli apostoli comandando loro di fare altrettanto (cfr Gv 13,13-14).

Non resta pertanto, a me e a tutti noi insieme, che accettare dalla Provvidenza la volontà di Dio e fare del nostro meglio per corrispondervi, aiutandoci gli uni gli altri nell’adempimento dei rispettivi compiti a servizio della Chiesa.

4. Mi è caro in questo momento riandare col pensiero ai venerati miei Predecessori, il beato Giovanni XXIII, i servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo I e specialmente Giovanni Paolo II, la cui testimonianza nei giorni scorsi, più che mai, ci ha sostenuto e la cui presenza continuiamo ad avvertire sempre viva. Il doloroso evento della sua morte, dopo un periodo di grandi prove e sofferenze, si è rivelato in realtà con caratteristiche pasquali, come egli aveva auspicato nel suo Testamento (24.II - 1.III.1980). La luce e la forza di Cristo risorto sono state irradiate nella Chiesa da quella sorta di “ultima Messa” che egli ha celebrato nella sua agonia, culminata nell’“Amen” di una vita interamente offerta, per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, per la salvezza del mondo.

5. Venerati Fratelli! Ciascuno tornerà ora nella rispettiva Sede per riprendere il suo lavoro, ma spiritualmente resteremo uniti nella fede e nell’amore del Signore, nel vincolo della celebrazione eucaristica, nella preghiera insistente e nella condivisione del quotidiano ministero apostolico.

La vostra spirituale vicinanza, i vostri illuminati consigli e la vostra fattiva cooperazione saranno per me un dono del quale vi sarò sempre riconoscente e uno stimolo a portare a compimento il mandato affidatomi con totale fedeltà e dedizione.

Alla Vergine Madre di Dio, che ha accompagnato con la sua silenziosa presenza i passi della Chiesa nascente e ha confortato la fede degli Apostoli, affido tutti noi e le attese, le speranze e le preoccupazioni dell’intera comunità dei cristiani. Sotto la materna protezione di Maria, Mater Ecclesiae, vi invito a camminare docili e obbedienti alla voce del suo divin Figlio e nostro Signore Gesù Cristo. Invocandone il costante patrocinio, imparto di cuore la Benedizione Apostolica a ognuno di voi e a quanti la Provvidenza divina affida alle vostre cure pastorali.

Copyright 2005 © Libreria Editrice Vaticana

domenica 6 gennaio 2008

Ogni autentico credente, con la piccola luce che porta dentro di sé, può e deve essere di aiuto a chi si trova al suo fianco


Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007-2008


LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 06.01.2008

Al termine della Santa Messa celebrata nella Basilica Vaticana in occasione della Solennità dell’Epifania del Signore, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana
:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo oggi con gioia l’Epifania del Signore, cioè la sua manifestazione ai popoli del mondo intero, rappresentati dai Magi che giunsero dall’Oriente per rendere omaggio al Re dei Giudei. Osservando i fenomeni celesti, questi misteriosi personaggi avevano visto sorgere una stella nuova e, istruiti anche dalle antiche profezie, avevano riconosciuto in essa il segno della nascita del Messia, discendente di Davide (cfr Mt 2,1-12). Fin dal suo primo apparire, dunque, la luce di Cristo incomincia ad attirare a sé gli uomini "che Dio ama" (Lc 2,14), di ogni lingua, popolo e cultura. E’ la forza dello Spirito Santo che muove i cuori e le menti alla ricerca della verità, della bellezza, della giustizia, della pace.
E’ quanto il Servo di Dio Giovanni Paolo II afferma nell’Enciclica Fides et ratio: "L’uomo si trova in un cammino di ricerca umanamente interminabile: ricerca di verità e ricerca di una persona a cui affidarsi" (n. 33): i Magi hanno trovato entrambe queste realtà nel Bambino di Betlemme.

Gli uomini e le donne di ogni generazione, in questo loro peregrinare, hanno bisogno di essere orientati: quale stella possono dunque seguire? Dopo essersi posata "sopra il luogo dove si trovava il bambino" (Mt 2,9), la stella che aveva guidato i Magi cessò la sua funzione, ma la sua luce spirituale è sempre presente nella parola del Vangelo, che è anche oggi in grado di guidare ogni uomo a Gesù. Quella stessa parola, che altro non è se non il riflesso di Cristo vero uomo e vero Dio, è autorevolmente echeggiata dalla Chiesa per ogni anima ben disposta.

Anche la Chiesa, pertanto, svolge per l’umanità la missione della stella. Ma qualcosa del genere si può dire di ogni cristiano, chiamato a rischiarare con la parola e la testimonianza della vita i passi dei fratelli. Quanto è importante allora che noi cristiani siamo fedeli alla nostra vocazione! Ogni autentico credente è sempre in cammino nel proprio personale itinerario di fede e, al tempo stesso, con la piccola luce che porta dentro di sé, può e deve essere di aiuto a chi si trova al suo fianco, e magari stenta a trovare la strada che conduce a Cristo.

Mentre ci disponiamo alla preghiera dell’Angelus, rivolgo i miei auguri più cordiali ai fratelli e alle sorelle delle Chiese Orientali che, seguendo il Calendario Giuliano, domani celebreranno il Santo Natale: è una grande gioia condividere la celebrazione dei misteri della fede, nella multiforme ricchezza dei Riti che attestano la bimillenaria storia della Chiesa. Insieme con le Comunità dell’Oriente cristiano, molto devote alla Santa Madre di Dio, invochiamo la protezione di Maria sulla Chiesa universale, affinché diffonda nel mondo intero il Vangelo di Cristo, Lumen gentium, luce di tutti i popoli.

DOPO L’ANGELUS

Oggi si celebra la Giornata Missionaria Mondiale dell’Infanzia. Da più di 160 anni, per iniziativa del vescovo francese Charles de Forbin Janson, l’Infanzia di Gesù è diventata l’icona per l’impegno dei bambini cristiani che aiutano la Chiesa nel suo compito di evangelizzazione con la preghiera, il sacrificio e i gesti di solidarietà. Migliaia di bambini vanno incontro alle necessità di altri bambini, spinti dall’amore che il Figlio di Dio, fattosi fanciullo, ha portato sulla terra. Dico grazie a questi piccoli e prego perché siano sempre missionari del Vangelo. Ringrazio anche i loro animatori, che li accompagnano sulla strada della generosità, della fraternità, della fede gioiosa che genera speranza.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

La Chiesa vuole mettersi al servizio dell'umanità e assolve appieno "la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore"


Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE

SOLENNE MESSA A SAN PIETRO PER L'EPIFANIA

Il neosocialismo “no global” di papa Ratzinger (Giovanna Chirri per "La Gazzetta del Mezzogiorno online"

Il Papa esorta a vivere con sobrietà (Chirri per "La Gazzetta del sud")


CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DELLA EPIFANIA DEL SIGNORE , 06.01.2008

Alle ore 10 di oggi, Solennità dell’Epifania del Signore, il Santo Padre Benedetto XVI celebra la Santa Messa nella Basilica Vaticana.
Riportiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal Santo Padre nel corso della celebrazione
:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo oggi Cristo, Luce del mondo, e la sua manifestazione alle genti. Nel giorno di Natale il messaggio della liturgia suonava così: “Hodie descendit lux magna super terram – Oggi una grande luce discende sulla terra” (Messale Romano). A Betlemme, questa “grande luce” apparve a un piccolo nucleo di persone, un minuscolo “resto d’Israele”: la Vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e alcuni pastori. Una luce umile, come è nello stile del vero Dio; una fiammella accesa nella notte: un fragile neonato, che vagisce nel silenzio del mondo… Ma accompagnava quella nascita nascosta e sconosciuta l’inno di lode delle schiere celesti, che cantavano gloria e pace (cfr Lc 2,13-14).

Così quella luce, pur modesta nel suo apparire sulla terra, si proiettava con potenza nei cieli: la nascita del Re dei Giudei era stata annunciata dal sorgere di una stella, visibile da molto lontano. Fu questa la testimonianza di “alcuni Magi”, giunti da oriente a Gerusalemme poco dopo la nascita di Gesù, al tempo del re Erode (cfr Mt 2,1-2). Ancora una volta si richiamano e si rispondono il cielo e la terra, il cosmo e la storia. Le antiche profezie trovano riscontro nel linguaggio degli astri. “Una stella spunta da Giacobbe / e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24,17), aveva annunciato il veggente pagano Balaam, chiamato a maledire il popolo d’Israele, e che invece lo benedisse perché – gli rivelò Dio – “quel popolo è benedetto” (Nm 22,12). Cromazio di Aquileia, nel suo Commento al Vangelo di Matteo, mette in relazione Balaam con i Magi: “Quegli profetizzò che Cristo sarebbe venuto; costoro lo scorsero con gli occhi della fede”. E aggiunge un’osservazione importante: “La stella era scorta da tutti, ma non tutti ne compresero il senso. Allo stesso modo il Signore e Salvatore nostro è nato per tutti, ma non tutti lo hanno accolto” (ivi, 4,1-2). Appare qui il significato, nella prospettiva storica, del simbolo della luce applicato alla nascita di Cristo: esso esprime la speciale benedizione di Dio sulla discendenza di Abramo, destinata ad estendersi a tutti i popoli della terra.

L’avvenimento evangelico che ricordiamo nell’Epifania – la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme – ci rimanda così alle origini della storia del popolo di Dio, cioè alla chiamata di Abramo. Siamo al capitolo 12° del Libro della Genesi. I primi 11 capitoli sono come grandi affreschi che rispondono ad alcune domande fondamentali dell’umanità: qual è l’origine dell’universo e del genere umano? Da dove viene il male? Perché ci sono diverse lingue e civiltà?
Tra i racconti iniziali della Bibbia, compare una prima “alleanza”, stabilita da Dio con Noè, dopo il diluvio. Si tratta di un’alleanza universale, che riguarda tutta l’umanità: il nuovo patto con il clan di Noè è insieme patto con “ogni carne” – per usare il linguaggio biblico – cioè con ogni essere vivente. Questa alleanza, che possiamo definire pre-istorica e che rinnova la benedizione dei progenitori Adamo ed Eva, è fondamentale perché rimane come base di tutto il disegno che Dio poi realizzerà nella storia, ad iniziare da Abramo.

Ma prima della chiamata di Abramo si trova un altro grande affresco molto importante per capire il senso dell’Epifania: quello della torre di Babele. Afferma il testo sacro che in origine “tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole” (Gn 11,1). Poi gli uomini dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra” (Gn 11,4). La conseguenza di questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra (cfr Gn 11,7-8). Questo significa “Babele”, e fu una sorta di maledizione, simile alla cacciata dal paradiso terrestre.

A questo punto inizia la storia della benedizione, con la chiamata di Abramo: incomincia il grande disegno di Dio per fare dell’umanità una famiglia, mediante l’alleanza con un popolo nuovo, da Lui scelto perché sia una benedizione in mezzo a tutte le genti (cfr Gn 12,1-3). Questo piano divino è tuttora in corso: risale a circa quattromila anni fa e ha avuto il suo momento culminante nel mistero di Cristo duemila anni or sono; da allora sono iniziati gli “ultimi tempi”, nel senso che il disegno è stato pienamente rivelato e realizzato in Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La stessa Chiesa, depositaria della benedizione, è santa e composta di peccatori, segnata dalla tensione tra il “già” e il “non ancora”. Nella pienezza dei tempi Gesù Cristo è venuto a portare a compimento l’alleanza: Lui stesso, vero Dio e vero uomo, è il Sacramento della fedeltà di Dio al suo disegno di salvezza per l’intera umanità.

L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la verità. E’ l’inizio di un movimento opposto a quello di Babele: dalla confusione alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione. Scorgiamo un legame tra l’Epifania e la Pentecoste: se il Natale di Cristo, che è il Capo, è anche il Natale della Chiesa, suo corpo, noi vediamo nei Magi i popoli che si aggregano al resto d’Israele, preannunciando il grande segno della “Chiesa poliglotta”, attuato dallo Spirito Santo cinquanta giorni dopo la Pasqua. E’ sempre affascinante allargare lo sguardo sulla storia della salvezza in tutta la sua ampiezza, per ammirare la bellezza del disegno di Dio, proiezione nella storia del suo essere Comunione trinitaria, Amore fedele e tenace, che mai viene meno alla sua alleanza di generazione in generazione. E’ questo il “mistero” di cui parla san Paolo nelle sue Lettere, anche nel brano della Lettera agli Efesini poc’anzi proclamato: l’Apostolo afferma che tale mistero “gli è stato fatto conoscere per rivelazione” (Ef 3,2).

Questo “mistero” costituisce la speranza della storia, è il mistero di una benedizione che vuole raggiungere tutti i popoli e tutti gli esseri umani perché possano vivere come fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre. Sta qui la verità sull’uomo e sull’intera sua storia. Tale disegno, preannunciato dai profeti, è stato rivelato in Gesù Cristo, ed ora si sta realizzando mediante la Chiesa.

Ma esso è contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l’umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi. La Chiesa è al servizio di questo “mistero” di benedizione per l’intera umanità. Essa assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell’autentico progresso.

Infatti resta sempre valida la parola di Dio rivelata per mezzo del profeta Isaia: “… le tenebre ricoprono la terra, / nebbia fitta avvolge le nazioni; / ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te” (Is 60,2). Quanto il profeta annuncia a Gerusalemme, si compie nella Chiesa di Cristo: “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60,3). E il ritornello del Salmo 66 ripete: “Ti lodino i popoli, Dio, / ti lodino i popoli tutti” (vv. 4 e 6). È vero: le genti possono conoscere la via della salvezza se sul popolo di Dio risplende la luce del volto del Signore. Risalta anche qui come la benedizione di Dio per Israele sia destinata a rinnovarsi e ricadere su tutti i popoli. Questa verità permane immutata nella Chiesa, con una sola, ma sostanziale novità: che in Gesù Cristo Dio ha mostrato il suo volto, “la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini si sono manifestati” (Tt 3,4), come scrive san Paolo a Tito.
Con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli, alla Chiesa universale come nuovo Israele che accoglie nel suo seno l’intera umanità. Anche oggi, tuttavia, resta vero quanto diceva il profeta: “nebbia fitta avvolge le nazioni”. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. “Questa grande speranza – ho scritto nell’Enciclica Spe salvi – può essere solo Dio … non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano” (n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto.

Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità.

È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile. Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio.

Il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti ad un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza. Ce lo ottenga Maria, accompagnandoci nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua materna protezione. Amen!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

© Copyright Radio Vaticana

venerdì 4 gennaio 2008

Il Papa alle suore di Madre Teresa: "Sono qui per dirvi che il Papa vi vuole bene e vi è vicino"


Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007

Il Papa incontra le Missionarie della Carità: una suora gli mette al collo una collana rossa

Nella prima visita del 2008, Benedetto XVI incontra le Missionarie della Carità che gestiscono la Casa di accoglienza “Dono di Maria”

VIDEO CTV/RADIO VATICANA/H20

VIDEO SKYTG24


VISITA DEL SANTO PADRE ALLA CASA "DONO DI MARIA" DELLE MISSIONARIE DELLA CARITÀ IN VATICANO , 04.01.2008

Alle ore 11 di questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI si reca in visita alla Casa "Dono di Maria" delle Missionarie della Carità in Vaticano.
Al suo arrivo, le Novizie accolgono il Papa con una danza di benvenuto della tradizione indiana.
All’ingresso della Casa il Santo Padre è accolto dalla Superiora Regionale Suor Maria Pia, dalla Superiora uscente Suor Mark, e dalla nuova Superiora Suor Agnes-Marie.
Quindi il Papa entra nella Casa e nella Sala mensa delle donne, dopo il saluto di Suor Mark, pronuncia il discorso che riportiamo di seguito
:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari amici,

sono venuto a farvi visita all’inizio del nuovo anno mentre ancora respiriamo il clima familiare del Natale, e colgo subito l’occasione per formulare a tutti il mio più fervido e cordiale augurio. Con affetto saluto voi qui presenti, insieme a coloro che, grazie al collegamento televisivo, ci seguono e sono uniti a noi dagli altri ambienti di questa casa chiamata "Dono di Maria". Per tanti anni, quando ero Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, ho trascorso diverse ore della giornata accanto a questa vostra benemerita istituzione voluta dal mio venerato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, e da lui affidata alla Beata Teresa di Calcutta.

Ho potuto così apprezzare il generoso servizio di carità evangelica che le Missionarie della Carità da quasi 20 anni ormai svolgono con l’aiuto e la collaborazione di tante persone di buona volontà. Oggi eccomi tra voi per rinnovare la mia gratitudine alle suore, ai volontari e ai vari collaboratori. Eccomi soprattutto per manifestare la mia vicinanza spirituale a voi, cari amici, che in questa casa trovate amorevole accoglienza, ascolto, comprensione e un quotidiano sostegno sia materiale che spirituale.

Sono qui per dirvi che il Papa vi vuole bene e vi è vicino. Ringrazio la Superiora delle Missionarie della Carità che conclude il suo servizio e si è fatta interprete dei vostri comuni sentimenti, rivolgendomi a nome di tutti gentili parole di benvenuto. Saluto la nuova Superiora che assume la responsabilità della Casa, con quello stile di docile disponibilità, tipico delle figlie spirituali di Madre Tersa di Calcutta.

Quando nacque questa casa, la Beata Madre Teresa volle chiamarla "Dono di Maria", quasi auspicando che qui si possa sperimentare sempre l’amore della Santa Vergine. Per chiunque venga a bussare alla porta, è infatti un dono di Maria sentirsi accolto dalle braccia amorevoli delle Suore e dei volontari. È ancora un dono di Maria la presenza di chi si ferma ad ascoltare le persone in difficoltà e a servirle con quella stessa attitudine che sospinse prontamente la Madre del Signore verso Santa Elisabetta. Che questo stile di amore evangelico suggelli e contraddistingua sempre la vostra vocazione perché, oltre all’aiuto materiale, possiate comunicare a quanti quotidianamente incontrate quella stessa passione per Cristo e quel luminoso "sorriso di Dio" che hanno animato l’esistenza di Madre Teresa.

Amava dire Madre Teresa: è Natale ogni volta che noi permettiamo a Gesù di amare gli altri attraverso di noi. Il Natale è mistero di amore, il mistero dell’Amore. Il tempo natalizio, ripresentando alla nostra contemplazione la nascita di Gesù a Betlemme, ci mostra l’infinita bontà di Dio che, facendosi Bambino, ha voluto venire incontro alla povertà e alla solitudine degli uomini; ha accettato di abitare tra noi condividendo le nostre quotidiane difficoltà; non ha esitato a portare insieme a noi il peso dell’esistenza, con le sue fatiche e le sue preoccupazioni. E’ nato per noi, per restare con noi ed offrire a chiunque gli apre la porta del proprio cuore il dono della sua gioia, della sua pace, del suo amore.

Nascendo in una grotta, perché non c’era posto per Lui altrove, Gesù ha conosciuto i disagi che molti tra voi sperimentano. Il Natale ci aiuta a comprendere che Iddio non ci abbandona mai e sempre ci viene incontro, ci protegge e si preoccupa di ciascuno di noi, perché ogni persona, soprattutto la più piccola e indifesa, è preziosa ai suoi occhi di Padre ricco di tenerezza e misericordia. Per noi e per la nostra salvezza Egli ha inviato nel mondo il suo Figlio, che nel mistero del Natale contempliamo come l’Emanuele, Dio-con-noi.

Con questi sentimenti rinnovo a tutti voi i miei più fervidi auguri per il nuovo anno appena iniziato assicurandovi il mio quotidiano ricordo nella preghiera. E mentre invoco la materna protezione di Maria, Madre di Cristo e nostra, a tutti dono con affetto la mia Benedizione.

Al termine del discorso, il Santo Padre Benedetto XVI si reca all’ingresso della Sala mensa degli uomini e, dopo aver benedetto i presenti, visita il Reparto delle donne ammalate.


PAROLE DI SALUTO DEL SANTO PADRE AL TERMINE DELLA VISITA

Dopo aver visitato le ammalate, il Papa si reca nella Chiesa di San Salvatore in Ossibus, adiacente alla Casa "Dono di Maria", dove sono presenti le Missionarie della Carità, una rappresentanza di Collaboratori laici, Padre Robert Conroy, Superiore Generale dei Missionari della Carità, e Padre Sebastian Vazhakala, Superiore Generale dei Fratelli Contemplativi Missionari della Carità. Quindi la Superiora Regionale, Suor Maria Pia, legge il saluto di Suor Nirmala, Superiora Generale delle Missionarie della Carità. Al termine, il Santo Padre pronuncia le parole di saluto che riportiamo di seguito:

SALUTO DEL SANTO PADRE

Care sorelle e cari fratelli,

vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza. Vi prego di far giungere a Suor Nirmala il mio saluto più cordiale, assicurandole la mia preghiera per lei e per la Congregazione. Sono lieto di incontrare insieme i Superiori Generali dei due rami maschili della famiglia fondata dalla Beata Madre Teresa, i Missionari della Carità e i Fratelli Contemplativi Missionari della Carità. Saluto inoltre con viva cordialità i collaboratori laici e gli invitati qui presenti, estendendo il mio apprezzamento a tutti coloro che in questo luogo prestano il loro servizio per far sì che gli ospiti possano sentirsi come a casa propria. Tutti insieme voi formate una catena di carità cristiana senza la quale questa Casa, come ogni opera di volontariato, non potrebbe esistere e continuare a servire tante forme di disagio e di bisogno. A ciascuno di voi, pertanto, va la mia riconoscenza e il mio incoraggiamento, perché so che quanto fate qui ad ogni fratello e sorella, lo fate come a Cristo stesso.
La visita che oggi ho desiderato compiere si ricollega a quelle, numerose, del mio amato predecessore, il servo di Dio Giovanni Paolo II. Egli volle fortemente questa Casa di accoglienza per i più poveri, proprio qui dove è il centro stesso della Chiesa, accanto a Pietro, che servì, seguì e amò Gesù, il Signore. Questo nostro incontro avviene quasi a vent’anni dalla costruzione ed inaugurazione di questa Casa all’interno delle Mura Leonine. Era infatti il 21 maggio del 1988, quando l’amato Giovanni Paolo II inaugurò il "Dono di Maria". Quanti gesti di condivisione, di carità concreta sono stati compiuti in questi anni tra queste mura! Essi sono un segno e un esempio per le comunità cristiane, perché si impegnino ad essere sempre comunità accoglienti ed aperte.

Il bel nome di questa casa, "Dono di Maria", ci invita, all’inizio del nuovo anno, a fare instancabilmente dono della nostra vita. La Vergine Maria, che ha offerto tutta se stessa all’Onnipotente ed è stata ricolmata di ogni grazia e benedizione con la venuta del Figlio di Dio, ci insegni a fare della nostra esistenza un dono quotidiano a Dio Padre, nel servizio ai fratelli e nell’ascolto della Sua parola e della Sua volontà. E come i santi Magi venuti da lontano per adorare il Re-Messia, andate anche voi, cari fratelli e sorelle, per le strade del mondo, seguendo l’esempio di Madre Teresa, testimoniando sempre con gioia l’amore di Gesù, specialmente verso gli ultimi e i poveri, e dal Cielo la beata vostra Fondatrice vi accompagni e protegga.

A voi qui presenti, agli ospiti della casa ed a tutti i collaboratori rinnovo di cuore la Benedizione Apostolica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 2 gennaio 2008

Dio ha voluto essere il Dio con noi ed ha una madre, che è la nostra madre


Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE

BENEDETTO XVI ALL'UDIENZA GENERALE: RISCOPRIRE “L’IMPORTANZA DI MARIA” NELLA VITA DELLA CHIESA

Alla prima udienza generale dell'anno, il Papa parla di Maria "Madre di Dio" e le affida il 2008

VIDEO CTV/RADIO VATICANA/H2O


UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 2 gennaio 2008


La Divina Maternità di Maria

Cari fratelli e sorelle!

Un’antichissima formula di benedizione, riportata nel Libro dei Numeri, recita: “Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,24–26).
Con queste parole che la liturgia ci ha fatto riascoltare ieri, primo giorno dell’anno, vorrei formulare cordiali auguri a voi, qui presenti, e a quanti in queste feste natalizie mi hanno fatto pervenire attestati di affettuosa vicinanza spirituale.

Ieri abbiamo celebrato la solenne festa di Maria, Madre di Dio. “Madre di Dio”, Theotokos, è il titolo attribuito ufficialmente a Maria nel V secolo, esattamente nel Concilio di Efeso del 431, ma affermatosi nella devozione del popolo cristiano già a partire dal III secolo, nel contesto delle accese discussioni di quel periodo sulla persona di Cristo. Si sottolineava, con quel titolo, che Cristo è Dio ed è realmente nato come uomo da Maria: veniva così preservata la sua unità di vero Dio e di vero uomo. In verità, quantunque il dibattito sembrasse vertere su Maria, esso riguardava essenzialmente il Figlio.

Volendo salvaguardare la piena umanità di Gesù, alcuni Padri suggerivano un termine più attenuato: invece del titolo di Theotokos, proponevano quello di Christotokos, “Madre di Cristo”; giustamente però ciò venne visto come una minaccia alla dottrina della piena unità della divinità con l’umanità di Cristo. Perciò, dopo ampia discussione, nel Concilio di Efeso del 431, come ho detto, venne solennemente confermata, da una parte, l’unità delle due nature, quella divina e quella umana, nella persona del Figlio di Dio (cfr DS, n. 250) e, dall’altra, la legittimità dell’attribuzione alla Vergine del titolo di Theotokos, Madre di Dio (ibid., n. 251).

Dopo questo Concilio si registrò una vera esplosione di devozione mariana e furono costruite numerose chiese dedicate alla Madre di Dio. Tra queste primeggia la Basilica di Santa Maria Maggiore, qui a Roma. La dottrina concernente Maria, Madre di Dio, trovò inoltre nuova conferma nel Concilio di Calcedonia (451) in cui Cristo fu dichiarato “vero Dio e vero uomo (…) nato per noi e per la nostra salvezza da Maria, Vergine e Madre di Dio, nella sua umanità” (DS, n. 301). Com’è noto, il Concilio Vaticano II ha raccolto in un capitolo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, l’ottavo, la dottrina su Maria, ribadendone la divina maternità. Il capitolo s’intitola: “La Beata Maria Vergine, Madre di Dio, nel mistero di Cristo e della Chiesa”.

La qualifica di Madre di Dio, così profondamente legata alle festività natalizie, è pertanto l'appellativo fondamentale con cui la Comunità dei credenti onora, potremmo dire, da sempre la Vergine Santa. Essa esprime bene la missione di Maria nella storia della salvezza. Tutti gli altri titoli attribuiti alla Madonna trovano il loro fondamento nella sua vocazione ad essere la Madre del Redentore, la creatura umana eletta da Dio per realizzare il piano della salvezza, incentrato sul grande mistero dell'incarnazione del Verbo divino.

In questi giorni di festa ci siamo soffermati a contemplare nel presepe la rappresentazione della Natività. Al centro di questa scena troviamo la Vergine Madre che offre Gesù Bambino alla contemplazione di quanti si recano ad adorare il Salvatore: i pastori, la gente povera di Betlemme, i Magi venuti dall’Oriente.

Più tardi, nella festa della “Presentazione del Signore”, che celebreremo il 2 febbraio, saranno il vecchio Simeone e la profetessa Anna a ricevere dalle mani della Madre il piccolo Bambino e ad adorarlo.

La devozione del popolo cristiano ha sempre considerato la nascita di Gesù e la divina maternità di Maria come due aspetti dello stesso mistero dell'incarnazione del Verbo divino e perciò non ha mai considerato la Natività come una cosa del passato. Noi siamo “contemporanei” dei pastori, dei magi, di Simeone e di Anna, e mentre andiamo con loro siamo pieni di gioia, perchè Dio ha voluto essere il Dio con noi ed ha una madre, che è la nostra madre.

Dal titolo di “Madre di Dio” derivano poi tutti gli altri titoli con cui la Chiesa onora la Madonna, ma questo è il fondamentale. Pensiamo al privilegio dell’“Immacolata Concezione”, all’essere cioè immune dal peccato fin dal suo concepimento: Maria fu preservata da ogni macchia di peccato perché doveva essere la Madre del Redentore. La stessa cosa vale per il titolo di “Assunta”: non poteva essere soggetta alla corruzione derivante dal peccato originale Colei che aveva generato il Salvatore.
E sappiamo che tutti questi privilegi non sono concessi per allontanare Maria da noi, ma al contrario per renderla vicina; infatti, essendo totalmente con Dio, questa Donna è vicinissima a noi e ci aiuta come madre e come sorella.
Anche il posto unico e irripetibile che Maria ha nella Comunità dei credenti deriva da questa sua fondamentale vocazione ad essere la Madre del Redentore. Proprio in quanto tale, Maria è anche la Madre del Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa. Giustamente, pertanto, durante il Concilio Vaticano II, il 21 novembre 1964, Paolo VI attribuì solennemente a Maria il titolo di “Madre della Chiesa”.


Proprio perché Madre della Chiesa, la Vergine è anche Madre di ciascuno di noi, che siamo membra del Corpo mistico di Cristo. Dalla Croce Gesù ha affidato la Madre ad ogni suo discepolo e, allo stesso tempo, ha affidato ogni suo discepolo all'amore della Madre sua. L'evangelista Giovanni conclude il breve e suggestivo racconto con le parole: “E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19,27). Così è la traduzione italiana del testo greco: “εis tà íδια”, egli l’accolse nella realtà propria, nel suo proprio essere. Così che fa parte della sua vita e le due vite si compenetrano; e questo accettarla (εis tà íδια) nella propria vita è il testamento del Signore. Dunque, al momento supremo del compimento della missione messianica, Gesù lascia a ciascuno dei suoi discepoli, come eredità preziosa, la sua stessa Madre, la Vergine Maria.

Cari fratelli e sorelle, in questi primi giorni dell'anno, siamo invitati a considerare attentamente l’importanza della presenza di Maria nella vita della Chiesa e nella nostra esistenza personale. Affidiamoci a Lei perchè guidi i nostri passi in questo nuovo periodo di tempo che il Signore ci dona da vivere, e ci aiuti ad essere autentici amici del suo Figlio e così anche coraggiosi artefici del suo Regno nel mondo, Regno della luce e della verità. Buon Anno a tutti! È questo l'augurio che desidero rivolgere a voi qui presenti e ai vostri cari in questa prima Udienza generale del 2008. Che il nuovo anno, iniziato sotto il segno della Vergine Maria, ci faccia sentire più vivamente la sua presenza materna, così che, sostenuti e confortati dalla protezione della Vergine, possiamo contemplare con occhi rinnovati il volto del suo Figlio Gesù e camminare più speditamente sulle vie del bene.

Ancora una volta, Buon Anno a tutti!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 1 gennaio 2008

Maria dunque, dopo aver dato una carne mortale all’Unigenito Figlio di Dio, è diventata madre dei credenti e dell’intera umanità


(Sandro Botticelli, "Annunciazione")

Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 01.01.2008

Al termine della Santa Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella ricorrenza della 41a Giornata Mondiale della Pace, il Santo Padre Benedetto XVI, prima di recitare l’Angelus, rivolge ai fedeli e ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro le seguenti parole:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Abbiamo iniziato un nuovo anno e auguro che esso sia per tutti sereno e proficuo. Lo affido alla celeste protezione della Madonna, che oggi la liturgia ci fa invocare con il suo titolo più importante, quello di Madre di Dio.

Con il suo "sì" all’Angelo, il giorno dell’Annunciazione, la Vergine ha concepito nel suo seno, per opera dello Spirito Santo, il Verbo eterno, e nella notte di Natale lo ha dato alla luce. A Betlemme, nella pienezza dei tempi, è nato da Maria Gesù: il Figlio di Dio si è fatto uomo per la nostra salvezza e la Vergine è diventata vera Madre di Dio. Questo immenso dono che Maria ha ricevuto non è riservato a Lei soltanto, ma è per tutti noi. Nella sua verginità feconda, infatti, Iddio ha donato "agli uomini i beni della salvezza eterna… perché per mezzo di lei abbiamo ricevuto l’autore della vita" (cfr Orazione colletta).

Maria dunque, dopo aver dato una carne mortale all’Unigenito Figlio di Dio, è diventata madre dei credenti e dell’intera umanità.

Ed è proprio nel nome di Maria, madre di Dio e degli uomini, che da 40 anni si celebra, il primo giorno dell’anno, la Giornata Mondiale della Pace. Il tema che ho scelto per l’odierna circostanza è: "Famiglia umana, comunità di pace". Lo stesso amore che costruisce e tiene unita la famiglia, cellula vitale della società, favorisce l’instaurarsi tra i popoli della terra di quei rapporti di solidarietà e di collaborazione che si addicono a membri dell’unica famiglia umana. Lo ricorda il Concilio Vaticano II quando afferma che "tutti i popoli costituiscono una sola comunità, hanno un’unica origine … ed hanno anche un solo fine ultimo, Dio" (Dichiarazione Nostra aetate, 1). Esiste pertanto uno stretto legame tra famiglia, società e pace. "Chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare – osservo nel Messaggio per questa Giornata della Pace – rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale «agenzia» di pace" (n. 5). Ed inoltre, "non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle" (n. 6). E’ allora veramente importante che ciascuno assuma le proprie responsabilità davanti a Dio e riconosca in Lui la sorgente originaria della propria e dell’altrui esistenza. Da questa consapevolezza scaturisce un impegno a fare dell’umanità una vera comunità di pace, retta da una "legge comune, che aiuti la libertà ad essere veramente se stessa … e che protegga il debole dal sopruso del più forte" (n. 11).

Maria, Madre del Principe della pace, sostenga la Chiesa nel suo operare instancabilmente al servizio della pace, e aiuti la comunità dei popoli, che celebra nel 2008 il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, a percorrere un cammino di autentica solidarietà e di stabile pace.

DOPO L’ANGELUS

Ringrazio cordialmente quanti mi hanno fatto pervenire espressioni augurali per il nuovo anno. In modo speciale sono riconoscente al Signor Presidente della Repubblica Italiana, che lo ha fatto ieri sera nel messaggio televisivo alla nazione. Ricambio ben volentieri il suo augurio, formulando ogni migliore auspicio per la sua alta missione e per la concordia e la prosperità dell’amato popolo italiano.

In occasione della Giornata Mondiale della Pace sono innumerevoli le iniziative promosse dalle Comunità ecclesiali in ogni continente. A tutti i promotori e i partecipanti giunga il mio apprezzamento, con l’incoraggiamento ad essere sempre e dovunque testimoni di pace e di riconciliazione. Saluto in particolare quanti hanno dato vita alla manifestazione denominata "Pace in tutte le terre", organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio a Roma e in molte altre città del mondo.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

La famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, è culla della vita e dell’amore e la prima e insostituibile educatrice alla pace


Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007


SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO E NELLA 41a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE , 01.01.2008

Alle ore 10 di questa mattina, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Celebrazione della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e in occasione della 41ª Giornata Mondiale della Pace sul tema: "Famiglia umana, comunità di pace".
Concelebrano con il Papa il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato; il Card. Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti; Mons. Fernando Filoni, Arcivescovo tit. di Volturno, Sostituto della Segreteria di Stato; Mons. Dominique Mamberti, Arcivescovo tit. di Sagona, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato; Mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo tit. di Bisarcio, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della Santa Messa
:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Iniziamo quest’oggi un nuovo anno e ci prende per mano la speranza cristiana; lo iniziamo invocando su di esso la benedizione divina ed implorando, per intercessione di Maria, Madre di Dio, il dono della pace: per le nostre famiglie, per le nostre città, per il mondo intero. Con questo auspicio saluto tutti voi qui presenti ad iniziare dagli illustri Ambasciatori del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, convenuti a questa celebrazione in occasione della Giornata Mondiale della Pace. Saluto il Cardinale Tarcisio Bertone, mio Segretario di Stato, il Cardinale Renato Raffaele Martino e tutti i componenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Ad essi sono particolarmente grato per il loro impegno nel diffondere il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, che quest’anno ha come tema: "Famiglia umana, comunità di pace".

La pace. Nella prima Lettura, tratta dal Libro dei Numeri, abbiamo ascoltato l’invocazione: "Il Signore ti conceda pace" (6,26); il Signore doni pace a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, al mondo intero. Tutti aspiriamo a vivere nella pace, ma la pace vera, quella annunciata dagli angeli nella notte di Natale, non è semplice conquista dell’uomo o frutto di accordi politici; è innanzitutto dono divino da implorare costantemente e, allo stesso tempo, impegno da portare avanti con pazienza restando sempre docili ai comandi del Signore. Quest’anno, nel Messaggio per l’odierna Giornata Mondiale della Pace, ho voluto porre in luce lo stretto rapporto che esiste tra la famiglia e la costruzione della pace nel mondo.

La famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, è "culla della vita e dell’amore" e "la prima e insostituibile educatrice alla pace". Proprio per questo la famiglia è "la principale ‘agenzia’ di pace" e "la negazione o anche la restrizione dei diritti della famiglia, oscurando la verità dell’uomo, minaccia gli stessi fondamenti della pace" (cfr nn. 1-5).

Poiché poi l’umanità è una "grande famiglia", se vuole vivere in pace non può non ispirarsi a quei valori sui quali si fonda e si regge la comunità familiare. La provvidenziale coincidenza di varie ricorrenze ci sprona quest’anno ad uno sforzo ancor più sentito per realizzare la pace nel mondo.

Sessant’anni or sono, nel 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite rese pubblica la "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo"; quarant’anni fa il mio venerato Predecessore Paolo VI celebrò la prima Giornata Mondiale della Pace; quest’anno inoltre ricorderemo il 25° anniversario dell’adozione da parte della Santa Sede della "Carta dei diritti della famiglia". "Alla luce di queste significative ricorrenze – riprendo qui quanto ho scritto proprio a conclusione del Messaggio – invito ogni uomo e ogni donna a prendere più lucida consapevolezza della comune appartenenza all’unica famiglia umana e ad impegnarsi perché la convivenza sulla terra rispecchi sempre più questa convinzione da cui dipende l’instaurazione di una pace vera e duratura".

Il nostro pensiero si volge ora naturalmente alla Madonna, che oggi invochiamo come Madre di Dio. Fu il Papa Paolo VI a trasferire al primo gennaio la festa della Divina Maternità di Maria, che un tempo cadeva l’11 di ottobre. Prima infatti della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, nel primo giorno dell’anno si celebrava la memoria della circoncisione di Gesù nell’ottavo giorno dopo la sua nascita - come segno della sottomissione alla legge, il suo inserimento ufficiale nel popolo eletto - e la domenica seguente si celebrava la festa del nome di Gesù. Di queste ricorrenze scorgiamo qualche traccia nella pagina evangelica che è stata poco fa proclamata, in cui san Luca riferisce che otto giorni dopo la nascita il Bambino venne circonciso e gli fu posto il nome di Gesù, "come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre" (Lc 2,21). Quella odierna pertanto, oltre che essere una quanto mai significativa festa mariana, conserva pure un contenuto fortemente cristologico, perché, potremmo dire, prima della Madre, riguarda proprio il Figlio, Gesù vero Dio e vero Uomo.

Al mistero della divina maternità di Maria, la Theotokos, fa riferimento l’apostolo Paolo nella Lettera ai Galati. "Quando venne la pienezza del tempo, - egli scrive - Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge" (4,4).

In poche parole troviamo sintetizzati il mistero dell’incarnazione del Verbo eterno e la divina maternità di Maria: il grande privilegio della Vergine sta proprio nell’essere Madre del Figlio che è Dio. A otto giorni dal Natale trova pertanto la sua più logica e giusta collocazione questa festa mariana.

Infatti, nella notte di Betlemme, quando "diede alla luce il suo figlio primogenito" (Lc 2,7), si compirono le profezie concernenti il Messia. "Una Vergine concepirà e partorirà un figlio", aveva preannunciato Isaia (7,14); "ecco concepirai nel seno e partorirai un figlio", disse a Maria l’angelo Gabriele (Lc 1,31); e ancora un angelo del Signore - narra l’evangelista Matteo -, apparendo in sogno a Giuseppe, lo rassicurò dicendogli: "non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio"(Mt 1,20-21).

Il titolo di Madre di Dio è il fondamento di tutti gli altri titoli con cui la Madonna è stata venerata e continua ad essere invocata di generazione in generazione, in Oriente e in Occidente.

Al mistero della sua divina maternità fanno riferimento tanti inni e tante preghiere della tradizione cristiana, come ad esempio un’antifona mariana del tempo natalizio, l’Alma Redemptoris mater con la quale così preghiamo: "Tu quae genuisti, natura mirante, tuum sanctum Genitorem, Virgo prius ac posterius – Tu, nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo Creatore, Madre sempre vergine". Cari fratelli e sorelle, contempliamo quest’oggi Maria, madre sempre vergine del Figlio unigenito del Padre; impariamo da Lei ad accogliere il Bambino che per noi è nato a Betlemme. Se nel Bimbo nato da Lei riconosciamo il Figlio eterno di Dio e lo accogliamo come il nostro unico Salvatore, possiamo essere detti e lo siamo realmente figli di Dio: figli nel Figlio. Scrive l’Apostolo: "Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli" (Gal 4,4).

L’evangelista Luca ripete più volte che la Madonna meditava silenziosa su questi eventi straordinari nei quali Iddio l’aveva coinvolta. Lo abbiamo ascoltato anche nel breve brano evangelico che quest’oggi la liturgia ci ripropone. "Maria serbava queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). Il verbo greco usato "sumbállousa" letteralmente significa "mettere insieme" e fa pensare a un mistero grande da scoprire poco a poco. Il Bambino che vagisce nella mangiatoia, pur apparentemente simile a tutti i bimbi del mondo, è al tempo stesso del tutto differente: è il Figlio di Dio, è Dio, vero Dio e vero uomo. Questo mistero – l’incarnazione del Verbo e la divina maternità di Maria – è grande e certamente non facile da comprendere con la sola umana intelligenza.

Alla scuola di Maria però possiamo cogliere con il cuore quello che gli occhi e la mente non riescono da soli a percepire, né possono contenere. Si tratta, infatti, di un dono così grande che solo nella fede ci è dato accogliere pur senza tutto comprendere. Ed è proprio in questo cammino di fede che Maria ci viene incontro, ci è sostegno e guida.

Lei è madre perché ha generato nella carne Gesù; lo è perché ha aderito totalmente alla volontà del Padre. Scrive sant’Agostino: "Di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa divina maternità, se lei il Cristo non l’avesse portato nel cuore, con una sorte più fortunata di quando lo concepì nella carne" (De sancta Virginitate, 3,3). E nel suo cuore Maria continuò a conservare, a "mettere insieme" gli eventi successivi di cui sarà testimone e protagonista, sino alla morte in croce e alla risurrezione del suo Figlio Gesù.

Cari fratelli e sorelle, solo conservando nel cuore, mettendo cioè insieme e trovando un’unità di tutto ciò che viviamo, possiamo addentrarci, seguendo Maria, nel mistero di un Dio che per amore si è fatto uomo e ci chiama a seguirlo sulla strada dell’amore; amore da tradurre ogni giorno in un generoso servizio ai fratelli. Possa il nuovo anno, che oggi fiduciosi iniziamo, essere un tempo nel quale avanzare in quella conoscenza del cuore, che è la sapienza dei santi. Preghiamo perché, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il Signore "faccia brillare il suo volto" su di noi, ci "sia propizio" (cfr Nm 6,24-7), e ci benedica. Possiamo esserne certi: se non ci stanchiamo di ricercare il suo volto, se non cediamo alla tentazione dello scoraggiamento e del dubbio, se pur fra le tante difficoltà che incontriamo restiamo sempre ancorati a Lui, sperimenteremo la potenza del suo amore e della sua misericordia. Il fragile Bambino che la Vergine quest’oggi mostra al mondo, ci renda operatori di pace, testimoni di Lui, Principe della pace. Amen!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

Dio si è fatto come noi per farci come Lui: figli nel Figlio, dunque uomini liberi dalla legge del peccato


Vedi anche:

FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2006-2007


CELEBRAZIONE DEI VESPRI E TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO , 31.12.2007

OMELIA DEL SANTO PADRE:

Cari fratelli e sorelle!

Anche quest’anno, al suo chiudersi ormai, siamo raccolti nella Basilica Vaticana per celebrare i Primi Vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio. La liturgia fa coincidere questa significativa festa mariana con la fine e l’inizio dell’anno solare. Alla contemplazione del mistero della divina maternità si unisce pertanto il cantico della nostra gratitudine per il 2007 che tramonta e per il 2008 che già intravediamo. Il tempo passa e il suo scorrere inesorabile ci induce a volgere lo sguardo con intima riconoscenza a Colui che è eterno, al Signore del tempo. Ringraziamolo insieme, cari fratelli e sorelle, a nome dell’intera Comunità diocesana di Roma.
A ciascuno di voi rivolgo il mio saluto. In primo luogo, saluto il Cardinale Vicario, i Vescovi Ausiliari, i sacerdoti, le persone consacrate, come pure i tanti fedeli laici qui convenuti. Saluto il Signor Sindaco e le Autorità presenti, ed estendo il mio pensiero all’intera popolazione di Roma e, in modo speciale, a quanti versano in condizione di difficoltà e di disagio. A tutti assicuro la mia vicinanza cordiale, avvalorata da un costante ricordo nella preghiera.
Nella breve lettura che abbiamo ascoltato, tratta dalla Lettera ai Galati, san Paolo, parlando della liberazione dell’uomo operata da Dio con il mistero dell’Incarnazione, accenna in maniera molto discreta a Colei per mezzo della quale il Figlio di Dio è entrato nel mondo: “Quando venne la pienezza del tempo, - egli scrive - Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4).

Nella “donna” la Chiesa contempla i lineamenti di Maria di Nazaret, donna singolare perché chiamata a realizzare una missione che la pone in strettissimo rapporto con Cristo: anzi, un rapporto assolutamente unico, perché Maria è la Madre del Salvatore. Con altrettanta evidenza, però, possiamo e dobbiamo affermare che è madre nostra perché, vivendo la sua singolarissima relazione materna con il Figlio, ne ha condiviso la missione per noi e per la salvezza di tutti gli uomini.

ContemplandoLa, la Chiesa scorge in Lei i tratti della propria fisionomia: Maria vive la fede e la carità; Maria è una creatura, salvata anch’essa dall’unico Salvatore; Maria collabora all’iniziativa di salvezza dell’intera umanità. Così Maria costituisce per la Chiesa la propria immagine più vera: Colei nella quale la Comunità ecclesiale deve continuamente scoprire il senso autentico della sua vocazione e del proprio mistero.
Questo breve ma denso brano paolino prosegue poi mostrando come il fatto che il Figlio abbia assunto la natura umana apra la prospettiva di un radicale mutamento della stessa condizione dell’uomo. Vi si dice che “Dio mandò il suo Figlio… per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,5). Il Verbo incarnato trasforma dall’interno l’esistenza umana, partecipando a noi il suo essere Figlio del Padre.

Si è fatto come noi per farci come Lui: figli nel Figlio, dunque uomini liberi dalla legge del peccato. Non è questo un motivo fondamentale per elevare a Dio il nostro ringraziamento? Un ringraziamento che non può non essere ancor più motivato alla fine di un anno, considerando i tanti benefici e la costante sua assistenza che abbiamo sperimentato nell’arco dei dodici mesi trascorsi.

Ecco perché ogni comunità cristiana, questa sera, si raccoglie e canta il Te Deum, tradizionale inno di lode e di azione di grazie alla Santissima Trinità. Così faremo anche noi, al termine di questo nostro incontro liturgico, dinanzi al Santissimo Sacramento.
Cantando pregheremo: “Te ergo, quaesumus, tuis famulis subveni, quos pretioso sanguine redemisti – Soccorri, te ne preghiamo, i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso”. Questa è la nostra preghiera, stasera: soccorri, Signore, con la tua misericordia gli abitanti della nostra Città, nella quale, come altrove, gravi carenze e povertà pesano sulla vita delle persone e delle famiglie, impedendo di guardare al futuro con fiducia; non pochi, soprattutto giovani, sono attratti da una falsa esaltazione o, meglio, profanazione del corpo e dalla banalizzazione della sessualità; come enumerare poi le molteplici sfide che, legate al consumismo e al secolarismo, interpellano i credenti e gli uomini di buona volontà? Per dire tutto in una parola, anche a Roma si avverte quel deficit di speranza e di fiducia nella vita che costituisce il male “oscuro” della moderna società occidentale.

Ma se evidenti sono le deficienze, non mancano però le luci e i motivi di speranza su cui implorare la speciale benedizione divina. Proprio in questa prospettiva, cantando il Te Deum pregheremo: “Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati tuae – Salva il tuo popolo, Signore, guarda e proteggi i tuoi figli che sono la tua eredità”. O Signore, guarda e proteggi, in particolare, la comunità diocesana impegnata con crescente vigore sulla frontiera dell’educazione, per rispondere a quella grande “emergenza educativa” di cui ebbi a parlare l’11 giugno scorso, incontrando i partecipanti al Convegno diocesano, e cioè la difficoltà che si avverte nel trasmettere alla nuove generazioni i valori-base dell’esistenza e di un retto comportamento (cfr L’Osservatore Romano, 13 giugno 2007, p. 4). Senza clamori, con paziente fiducia, cerchiamo di far fronte a tale emergenza, anzitutto nell’ambito della famiglia, ed è senz’altro confortante constatare che il lavoro intrapreso in questi ultimi anni dalle parrocchie, dai movimenti e dalle associazioni per la pastorale familiare continua a svilupparsi e a portare i suoi frutti.
Proteggi inoltre, Signore, le iniziative missionarie che coinvolgono il mondo giovanile: esse stanno crescendo e vedono un numero ormai rilevante di giovani assumersi in prima persona la responsabilità e la gioia dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo. In questo contesto, come non ringraziare Iddio per il prezioso servizio pastorale offerto al mondo delle Università romane? Qualcosa di analogo conviene avviare, pur tra non poche difficoltà, anche nelle scuole.
Benedici, Signore, i molti giovani e adulti che negli ultimi decenni si sono consacrati al sacerdozio per la diocesi di Roma: attualmente ben 28 diaconi attendono l’Ordinazione presbiterale, prevista per il prossimo mese di aprile. Così ringiovanisce l’età media del clero ed è possibile far fronte all’espandersi delle necessità pastorali, come anche venire in aiuto ad altre Diocesi. Aumenta, specialmente nelle periferie, il bisogno di nuovi complessi parrocchiali, e sono otto quelli attualmente in costruzione, dopo che io stesso ho avuto il piacere recentemente di consacrare l’ultimo dei già terminati: la parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi. È bello toccare con mano la gioia e la gratitudine degli abitanti di un quartiere, che entrano per la prima volta nella loro nuova chiesa. “In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum – Signore, tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno”. L’inno maestoso del Te Deum si chiude con questo grido di fede, di totale fiducia in Dio, con questa solenne proclamazione della nostra speranza. È Cristo la nostra speranza “affidabile”, ed a questo tema ho dedicato la recente Enciclica dal titolo Spe salvi. Ma la nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri, e soltanto così essa è veramente speranza anche per ciascuno di noi (cfr n. 48). Cari fratelli e sorelle della Chiesa di Roma, chiediamo al Signore che faccia di ciascuno di noi un autentico fermento di speranza nei vari ambienti, perché si possa costruire per l’intera città un futuro migliore. È questo il mio augurio per tutti alla vigilia di un nuovo anno, augurio che affido alla materna intercessione di Maria, Madre di Dio e Stella della speranza, Amen!

© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana

© Copyright Radio Vaticana