lunedì 10 marzo 2008

"L’uomo è sempre uomo con tutta la sua dignità, anche se in stato di coma, anche se allo stadio di embrione..."


SANTA PASQUA 2006-2007-2008

VISITE PASTORALI DEL SANTO PADRE NELLA DIOCESI DI ROMA

Il Papa all'Angelus: "La morte del corpo è un sonno da cui Dio ci può ridestare in qualsiasi momento" (Angelus, 9 marzo 2008)

Vedi anche:

"Quella sete di infinito": il commento di Fabio Zavattaro all'omelia del Papa a San Lorenzo in Piscibus (Sir)

Omelia del Santo Padre a San Lorenzo in Piscibus: lo speciale del Corriere della sera

Lo scienziato Cabibbo ed il sociologo Acquaviva commentano l'omelia del Papa a San Lorenzo in Piscibus (Radio Vaticana)

Papa Ratzinger su scienza ed etica: «In coma o embrione, l’uomo è sempre uomo» (Il Messaggero)

"Il Papa: l'uomo resta uomo anche se è embrione o in coma" (Pinna e Lorenzoni)

Il Papa: difendere l'embrione e il malato in stato di coma Senza temere la morte: «La vita non è nelle nostre mani»

Il Papa difende la vita: «L’uomo rimane uomo dall’embrione al coma» (Tornielli per "Il Giornale")

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

SERVIZIO DI STEFANO MARIA PACI (Skytg24)

SANTA MESSA NELLA CHIESA DI SAN LORENZO IN PISCIBUS NEL 25° ANNIVERSARIO DEL CENTRO INTERNAZIONALE GIOVANILE SAN LORENZO, 09.03.2008

Questa mattina alle ore 10 il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa nella Chiesa di San Lorenzo in Piscibus, in occasione del 25.mo anniversario dell’istituzione del Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, inaugurato da Papa Giovanni Paolo II il 13 marzo 1983.
Al Suo arrivo in via Pfeiffer, il Papa è stato accolto dai Cardinali: Paul Josef Cordes, Titolare della Chiesa di San Lorenzo in Piscibus; Stanisław Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici; José Saraiva Martins, Responsabile del Palazzo di Via Pfeiffer 10, e Renato Raffaele Martino.

Nel corso della Celebrazione Eucaristica - alla quale hanno preso parte gli animatori del Centro e che è stata introdotta dagli indirizzi di omaggio del Cardinale Stanisław Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici e di due giovani - dopo la proclamazione del Vangelo, il Papa ha pronunciato la seguente omelia:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!


È per me una grande gioia poter commemorare insieme con voi, in questa bella chiesa romanica, il 25° anniversario del Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, voluto dall’amato Papa Giovanni Paolo II in prossimità della Basilica di San Pietro e da lui inaugurato il 13 marzo del 1983. La Santa Messa che qui viene celebrata ogni venerdì sera costituisce per molti giovani, venuti da varie parti del mondo per studiare nelle università romane, un importante appuntamento spirituale e una significativa occasione per prendere contatto con Cardinali e Vescovi della Curia Romana, come pure con Vescovi dei cinque continenti di passaggio a Roma per le loro visite ad limina. Sono venuto qui, come avete ricordato, non poche volte anch’io a celebrare l’Eucaristia quando ero Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ed è stata sempre una bella esperienza incontrare ragazzi e ragazze di tante regioni della terra che in questo Centro trovano un importante punto di accoglienza e di riferimento.
Ed è proprio a voi, cari giovani, che rivolgo anzitutto il mio cordiale saluto, ringraziandovi per la calorosa accoglienza che mi avete riservato. Saluto inoltre tutti voi che avete voluto intervenire a questa solenne, e ad un tempo familiare, celebrazione. Saluto in modo speciale i Signori Cardinali e i Presuli presenti. Tra di essi permettete che citi in particolare il Cardinale Paul Josef Cordes, titolare di questa chiesa di San Lorenzo in Piscibus, ed il Cardinale Stanisław Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, che ringrazio per le gentili espressioni di benvenuto rivoltemi all’inizio della Santa Messa, insieme ai due portavoce dei giovani. Saluto Mons. Josef Clemens, Segretario del Pontificio Consiglio, l’équipe di giovani, sacerdoti e seminaristi che animano questo Centro sotto la guida della Sezione Giovani del medesimo Dicastero, e quanti a vario titolo offrono il loro apporto. Mi riferisco alle Associazioni, ai Movimenti e alle Comunità qui rappresentate, con una menzione speciale per la Comunità dell’Emmanuele, che da vent’anni coordina con grande fedeltà le diverse iniziative e che ha creato una Scuola di Missione a Roma, da cui provengono alcuni dei giovani qui presenti. Saluto inoltre i cappellani e i volontari che qui hanno lavorato nei passati venticinque anni al servizio della gioventù. A tutti e ciascuno il mio affettuoso saluto.

Veniamo adesso al Vangelo di questo giorno dedicato ad un tema grande, fondamentale: che cosa è la vita? che cosa è la morte? come vivere? come morire?

San Giovanni, per farci meglio capire questo mistero della vita e la risposta di Gesù, usa per questa unica realtà della vita due parole diverse, per indicare le diverse dimensioni di questa realtà "vita": la parola bíos e la parola zoé.

Bíos, come si capisce facilmente, significa questo grande biocosmo, questa biosfera che va dalle singole cellule primitive fino agli organismi più organizzati, più sviluppati; questo grande albero della vita, nel quale tutte le possibilità di questa realtà bíos si sono sviluppate. A questo albero della vita appartiene l’uomo; egli fa parte di questo cosmo della vita che comincia con un miracolo: nella materia inerte si sviluppa un centro vitale; la realtà che noi chiamiamo organismo.

Ma l’uomo, pur essendo parte di questo grande biocosmo, lo trascende perché è parte pure di quella realtà che san Giovanni chiama zoé. È un nuovo livello della vita, in cui l’essere si apre alla conoscenza. Certo, l’uomo è sempre uomo con tutta la sua dignità, anche se in stato di coma, anche se allo stadio di embrione, ma se egli vive solo biologicamente, non sono realizzate e sviluppate tutte le potenzialità del suo essere.

L’uomo è chiamato ad aprirsi a nuove dimensioni. Egli è un essere che conosce. Certo anche gli animali conoscono, ma solo le cose che sono interessanti per la loro vita biologica.

La conoscenza dell’uomo va oltre; egli vuol conoscere tutto, tutta la realtà, la realtà nella sua totalità; vuol sapere che cosa è questo suo essere e che cosa è il mondo. Ha sete di una conoscenza dell’infinito, vuole arrivare alla fonte della vita, vuole bere a questa fonte, trovare la vita stessa.

E abbiamo toccato così una seconda dimensione: l’uomo non è solo un essere che conosce; egli vive anche in relazione di amicizia, di amore.

Oltre alla dimensione della conoscenza della verità e dell’essere, esiste, inseparabile da questa, la dimensione della relazione, dell’amore. E qui l’uomo si avvicina maggiormente alla fonte della vita, dalla quale vuol bere per avere la vita in abbondanza, per avere la vita stessa.

Potremmo dire che tutta la scienza è un’unica grande lotta per la vita; lo è soprattutto la medicina. In fin dei conti, la medicina è ricerca di contrapporsi alla morte, è ricerca dell’immortalità. Ma possiamo trovare la medicina che ci assicuri l’immortalità?

È proprio questa la questione del Vangelo di oggi.

Proviamo ad immaginare che la medicina arrivi a trovare la ricetta contro la morte, la ricetta dell’immortalità. Anche in quel caso, si tratterebbe pur sempre di una medicina che si collocherebbe entro la biosfera, una medicina certamente utile anche per la nostra vita spirituale e umana, ma di per sé una medicina confinata entro questa biosfera.

È facile immaginare quel che succederebbe se la vita biologica dell’uomo fosse senza fine, fosse immortale: ci ritroveremmo in un mondo invecchiato, un mondo pieno di vecchi, un mondo che non lascerebbe più spazio ai giovani, al rinnovarsi della vita. Comprendiamo così che questo non può essere quel tipo di immortalità a cui aspiriamo; non è questa la possibilità di bere alla fonte della vita che noi tutti desideriamo.

Proprio a questo punto in cui, da una parte, capiamo di non poter sperare in un prolungamento infinito della vita biologica e tuttavia, dall’altra, desideriamo bere alla fonte stessa della vita per godere di una vita senza fine, proprio a questo punto interviene il Signore e ci parla nel Vangelo dicendo: "Io sono la Risurrezione e la Vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno". "Io sono la Risurrezione": bere alla fonte della vita è entrare in comunione con questo amore infinito che è la fonte della vita. Incontrando Cristo, entriamo in contatto, anzi in comunione, con la vita stessa e abbiamo già attraversato la soglia della morte, perché siamo in contatto, al di là della vita biologica, con la vita vera.

I Padri della Chiesa hanno chiamato l’Eucaristia farmaco dell’immortalità. Ed è così, perché nell’Eucaristia entriamo in contatto, anzi in comunione, con il corpo risorto di Cristo, entriamo nello spazio della vita già risorta, della vita eterna.

Entriamo in comunione con questo corpo che è animato dalla vita immortale e siamo così già da ora e per sempre nello spazio della vita stessa. E così questo Vangelo è anche una profonda interpretazione di che cos’è l’Eucaristia e ci invita a vivere realmente dell’Eucaristia per poter essere così trasformati nella comunione dell’amore. Questa è la vera vita. Il Signore nel Vangelo di Giovanni dice: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza".

Vita in abbondanza non è, come alcuni pensano, consumare tutto, avere tutto, poter fare tutto ciò che si vuole. In quel caso vivremmo per le cose morte, vivremmo per la morte. Vita in abbondanza è essere in comunione con la vera vita, con l’amore infinito. È così che entriamo realmente nell’abbondanza della vita e diveniamo portatori della vita anche per gli altri.

I prigionieri di guerra che erano in Russia per dieci anni e più, esposti al freddo e alla fame, dopo essere ritornati hanno detto: "Potevo sopravvivere perché sapevo di essere aspettato. Sapevo che c’erano persone che mi aspettavano, che ero necessario e atteso".

Questo amore che li aspettava è stata l’efficace medicina della vita contro tutti i mali. In realtà, noi tutti siamo aspettati. Il Signore ci aspetta e non solo ci aspetta; è presente e ci tende la mano. Accettiamo la mano del Signore e preghiamolo di concederci di vivere realmente, di vivere l’abbondanza della vita e di poter così comunicare anche ai nostri contemporanei la vera vita, la vita in abbondanza. Amen.

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domenica 9 marzo 2008

Il Papa all'Angelus: "La morte del corpo è un sonno da cui Dio ci può ridestare in qualsiasi momento"


(Caravaggio, "La Resurrezione di Lazzaro")

SANTA PASQUA 2006-2007-2008

"L’uomo è sempre uomo con tutta la sua dignità, anche se in stato di coma, anche se allo stadio di embrione..." (Omelia "a braccio" presso la chiesa di San Lorenzo in Piscibus, 9 marzo 2008)

PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL'ANGELUS: AUDIO INTEGRALE (Radio Vaticana)

Vedi anche:

SERVIZIO DI STEFANO MARIA PACI (SKYTG24)

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LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 09.03.2008

Di ritorno dalla visita al Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, dove ha celebrato la Santa Messa, a mezzogiorno il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro per il consueto appuntamento domenicale.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana
:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

nel nostro itinerario quaresimale siamo giunti alla Quinta Domenica, caratterizzata dal Vangelo della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45).

Si tratta dell’ultimo grande "segno" compiuto da Gesù, dopo il quale i sommi sacerdoti riunirono il Sinedrio e deliberarono di ucciderlo; e decisero di uccidere anche lo stesso Lazzaro, che era la prova vivente della divinità di Cristo, Signore della vita e della morte. In realtà, questa pagina evangelica mostra Gesù quale vero Uomo e vero Dio.

Anzitutto l’evangelista insiste sulla sua amicizia con Lazzaro e le sorelle Marta e Maria. Egli sottolinea che a loro "Gesù voleva molto bene" (Gv 11,5), e per questo volle compiere il grande prodigio. "Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato, ma io vado a svegliarlo" (Gv 11,11) – così parlò ai discepoli, esprimendo con la metafora del sonno il punto di vista di Dio sulla morte fisica: Dio la vede appunto come un sonno, da cui ci può risvegliare. Gesù ha dimostrato un potere assoluto nei confronti di questa morte: lo si vede quando ridona la vita al giovane figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,11-17) e alla fanciulla di dodici anni (cfr Mc 5,35-43). Proprio di lei disse: "Non è morta, ma dorme" (Mc 5,39), attirandosi la derisione dei presenti. Ma in verità è proprio così: la morte del corpo è un sonno da cui Dio ci può ridestare in qualsiasi momento.

Questa signoria sulla morte non impedì a Gesù di provare sincera com-passione per il dolore del distacco. Vedendo piangere Marta e Maria e quanti erano venuti a consolarle, anche Gesù "si commosse profondamente, si turbò" e infine "scoppiò in pianto" (Gv 11,33.35).

Il cuore di Cristo è divino-umano: in Lui Dio e Uomo si sono perfettamente incontrati, senza separazione e senza confusione. Egli è l’immagine, anzi, l’incarnazione del Dio che è amore, misericordia, tenerezza paterna e materna, del Dio che è Vita.

Perciò dichiarò solennemente a Marta: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno".

E aggiunse: "Credi tu questo?" (Gv 11,25-26). Una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi; una domanda che certamente ci supera, supera la nostra capacità di comprendere, e ci chiede di affidarci a Lui, come Lui si è affidato al Padre. Esemplare è la risposta di Marta: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo" (Gv 11,27). Sì, o Signore! Anche noi crediamo, malgrado i nostri dubbi e le nostre oscurità; crediamo in Te, perché Tu hai parole di vita eterna; vogliamo credere in Te, che ci doni una speranza affidabile di vita oltre la vita, di vita autentica e piena nel tuo Regno di luce e di pace.

Affidiamo questa preghiera a Maria Santissima. Possa la sua intercessione rafforzare la nostra fede e la nostra speranza in Gesù, specialmente nei momenti di maggiore prova e difficoltà.

DOPO L’ANGELUS

Nei giorni scorsi, la violenza e l’orrore hanno nuovamente insanguinato la Terra Santa, alimentando una spirale di distruzione e di morte che sembra non avere fine. Mentre vi invito a domandare con insistenza al Signore Onnipotente il dono della pace per quella regione, desidero affidare alla Sua misericordia le tante vittime innocenti ed esprimere solidarietà alle famiglie e ai feriti.

Incoraggio, inoltre, le Autorità israeliane e palestinesi nel loro proposito di continuare a costruire, attraverso il negoziato, un futuro pacifico e giusto per i loro popoli e a tutti chiedo, in nome di Dio, di lasciare le vie tortuose dell’odio e della vendetta e di percorrere responsabilmente cammini di dialogo e di fiducia.

È questo il mio auspicio anche per l’Iraq, mentre trepidiamo ancora per la sorte di Sua Eccellenza Mons. Rahho e di tanti iracheni che continuano a subire una violenza cieca ed assurda, certamente contraria ai voleri di Dio.

Giovedì prossimo, 13 marzo, alle ore 17,30, presiederò nella Basilica di San Pietro una Liturgia Penitenziale per i giovani della Diocesi di Roma.

Sarà un momento forte di preparazione alla XXIII Giornata Mondiale della Gioventù, che celebreremo la Domenica delle Palme e che culminerà nel luglio prossimo con il grande incontro di Sydney. Cari giovani di Roma, vi invito tutti a questo appuntamento con la Misericordia di Dio! Ai sacerdoti e ai responsabili raccomando di favorire la partecipazione dei giovani facendo proprie le parole dell’apostolo Paolo: "Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo: … lasciatevi riconciliare con Dio" (2 Cor 5,20).

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sabato 8 marzo 2008

La fede suppone la ragione e la perfeziona, e la ragione, illuminata dalla fede, trova la forza per elevarsi alla conoscenza di Dio...


Vedi anche:

Benedetto XVI invita la Chiesa a ballare con i lupi (Il Foglio)

Il Papa, il discorso su fede e ragione e la "sporcizia nella Chiesa" (Giansoldati)

Mons. Ravasi commenta il discorso del Papa al Pontificio Consiglio della Cultura: «Così il Vangelo è lievito nella massa»

Discorso del Papa sul secolarismo, fede e ragione: "Importante tessera nel mosaico di interpretazione del nostro tempo (Botturi per "Avvenire")

Benedetto XVI: «La secolarizzazione minaccia la Chiesa» (Bobbio per "L'Eco di Bergamo")

Il grido d’allarme di Papa Ratzinger: «Deriva secolare nella Chiesa» (Tornielli)

La Chiesa è minacciata dalla secolarizzazione, bisogna rafforzare il dialogo tra scienza e fede e richiamare l'umanità ai "valori alti" (R.V.)

BENEDETTO XVI: SERVE UN DIALOGO FECONDO TRA SCIENZA E FEDE

UDIENZA AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA PLENARIA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA, 08.03.2008

Alle ore 12.30 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura e rivolge loro il discorso che pubblichiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
cari Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
gentili Signore, illustri Signori!


Sono lieto di accogliervi, in occasione dell'Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, congratulandomi per il lavoro che svolgete e, in particolare, per il tema scelto per questa Sessione: "La Chiesa e la sfida della secolarizzazione".

È questa una questione fondamentale per il futuro dell’umanità e della Chiesa. La secolarizzazione, che spesso si muta in secolarismo abbandonando l’accezione positiva di secolarità, mette a dura prova la vita cristiana dei fedeli e dei pastori, e voi l’avete, durante i vostri lavori, interpretata e trasformata anche in una sfida provvidenziale così da proporre risposte convincenti ai quesiti e alle speranze dell’uomo, nostro contemporaneo.

Ringrazio l’Arcivescovo Mons. Gianfranco Ravasi, da pochi mesi Presidente del Dicastero, per le cordiali parole con le quali si è fatto vostro interprete e ha illustrato la scansione dei vostri lavori. Sono grato anche a voi tutti per l’impegno profuso nel far sì che la Chiesa si ponga in dialogo con i movimenti culturali di questo nostro tempo, e sia così conosciuto sempre più capillarmente l’interesse che la Santa Sede nutre per il vasto e variegato mondo della cultura. Oggi più che mai, infatti, la reciproca apertura tra le culture è un terreno privilegiato per il dialogo tra uomini e donne impegnati nella ricerca di un autentico umanesimo, aldilà delle divergenze che li separano.

La secolarizzazione, che si presenta nelle culture come impostazione del mondo e dell’umanità senza riferimento alla Trascendenza, invade ogni aspetto della vita quotidiana e sviluppa una mentalità in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dall’esistenza e dalla coscienza umana. Questa secolarizzazione non è soltanto una minaccia esterna per i credenti, ma si manifesta già da tempo in seno alla Chiesa stessa.

Snatura dall’interno e in profondità la fede cristiana e, di conseguenza, lo stile di vita e il comportamento quotidiano dei credenti.

Essi vivono nel mondo e sono spesso segnati, se non condizionati, dalla cultura dell’immagine che impone modelli e impulsi contraddittori, nella negazione pratica di Dio: non c’è più bisogno di Dio, di pensare a Lui e di ritornare a Lui. Inoltre, la mentalità edonistica e consumistica predominante favorisce, nei fedeli come nei pastori, una deriva verso la superficialità e un egocentrismo che nuoce alla vita ecclesiale.

La "morte di Dio" annunciata, nei decenni passati, da tanti intellettuali cede il posto ad uno sterile culto dell’individuo. In questo contesto culturale, c’è il rischio di cadere in un’atrofia spirituale e in un vuoto del cuore, caratterizzati talvolta da forme surrogate di appartenenza religiosa e di vago spiritualismo.

Si rivela quanto mai urgente reagire a simile deriva mediante il richiamo dei valori alti dell’esistenza, che danno senso alla vita e possono appagare l’inquietudine del cuore umano alla ricerca della felicità: la dignità della persona umana e la sua libertà, l’uguaglianza tra tutti gli uomini, il senso della vita e della morte e di ciò che ci attende dopo la conclusione dell’esistenza terrena.

In questa prospettiva il mio predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, consapevole dei cambiamenti radicali e rapidi delle società, con insistenza richiamò l’urgenza di incontrare l’uomo sul terreno della cultura per trasmettergli il Messaggio evangelico. Proprio per questo istituì il Pontificio Consiglio della Cultura, per dare un nuovo impulso all’azione della Chiesa nel fare incontrare il Vangelo con la pluralità delle culture nelle varie parti del mondo (cfr Lettera al Card. Casaroli, in: AAS LXXIV, 6, pp. 683-688). La sensibilità intellettuale e la carità pastorale del Papa Giovanni Paolo II lo spinsero a mettere in risalto il fatto che la rivoluzione industriale e le scoperte scientifiche hanno permesso di rispondere a domande che prima erano parzialmente soddisfatte solo dalla religione. La conseguenza è stata che l’uomo contemporaneo ha spesso l’impressione di non aver più bisogno di nessuno per comprendere, spiegare e dominare l’universo; si sente il centro di tutto, la misura di tutto.

Più recentemente la globalizzazione, per mezzo delle nuove tecnologie dell’informazione, ha avuto non di rado come esito anche la diffusione in tutte le culture di molte componenti materialistiche e individualistiche dell’Occidente. Sempre più la formula "Etsi Deus non daretur" diventa un modo di vivere che trae origine da una specie di "superbia" della ragione – realtà pur creata e amata da Dio – la quale si ritiene sufficiente a se stessa e si chiude alla contemplazione e alla ricerca di una Verità che la supera.

La luce della ragione, esaltata, ma in realtà impoverita, dall’Illuminismo, si sostituisce radicalmente alla luce della fede, alla luce di Dio (cfr Benedetto XVI, Allocuzione per l’incontro con l’Università di Roma "La Sapienza", 17 gennaio 2008). Grandi, perciò, sono le sfide con le quali la missione delle Chiesa deve confrontarsi in questo ambito.

Quanto mai importante si rivela perciò l’impegno del Pontificio Consiglio della Cultura per un dialogo fecondo tra scienza e fede. È un confronto tanto atteso dalla Chiesa, ma anche dalla comunità scientifica, e vi incoraggio a proseguirlo.

In esso la fede suppone la ragione e la perfeziona, e la ragione, illuminata dalla fede, trova la forza per elevarsi alla conoscenza di Dio e delle realtà spirituali. In questo senso la secolarizzazione non favorisce lo scopo ultimo della scienza che è al servizio dell’uomo, "imago Dei".

Questo dialogo continui nella distinzione delle caratteristiche specifiche della scienza e della fede. Infatti, ognuna ha propri metodi, ambiti, oggetti di ricerca, finalità e limiti, e deve rispettare e riconoscere all’altra la sua legittima possibilità di esercizio autonomo secondo i propri principi (cfr Gaudium et spes, 36); entrambe sono chiamate a servire l’uomo e l’umanità, favorendo lo sviluppo e la crescita integrale di ciascuno e di tutti.

Esorto soprattutto i Pastori del gregge di Dio a una missione instancabile e generosa per affrontare, sul terreno del dialogo e dell’incontro con le culture, dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza, il preoccupante fenomeno della secolarizzazione, che indebolisce la persona e la ostacola nel suo innato anelito verso la Verità tutta intera.

Possano, così, i discepoli di Cristo, grazie al servizio reso in particolare dal vostro Dicastero, continuare ad annunciare Cristo nel cuore delle culture, perché Egli è la luce che illumina la ragione, l’uomo e il mondo. Siamo posti anche noi di fronte al monito rivolto all’angelo della Chiesa di Efeso: "Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza ... Ho, però, da rimproverarti che hai abbandonato il tuo primo amore" (Ap 2,2.4). Facciamo nostro il grido dello Spirito e della Chiesa: "Vieni!" (Ap 22,17), e lasciamoci invadere il cuore dalla risposta del Signore: "Sì, verrò presto!" (Ap 22,20). Egli è la nostra speranza, la luce per il nostro cammino, la forza per annunciare la salvezza con coraggio apostolico giungendo fino al cuore di tutte le culture. Dio vi assista nello svolgimento della vostra ardua ma esaltante missione!

Affidando a Maria, Madre della Chiesa e Stella della Nuova Evangelizzazione, il futuro del Pontificio Consiglio della Cultura e quello di tutti i suoi membri, vi imparto di tutto cuore la Benedizione Apostolica.

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Indirizzo di saluto dell'Arcivescovo Ravasi a Benedetto XVI

ROMA, lunedì, 10 marzo 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'indirizzo di saluto di monsignor Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, a Benedetto XVI in occasione dell’udienza di sabato al termine della Plenaria di questo Dicastero della Santa Sede.

* * *

Santità,

non è senza emozione che, come ultimo chiamato fra tutti (cf. 1 Corinzi 15, 8), do voce all’ideale famiglia dei membri, dei consultori e del personale del Pontificio Consiglio della Cultura che è ora riunita davanti a Lei per esprimerLe l’affetto del cuore, la condivisione nei pensieri e la sintonia nelle speranze. Alle spalle c’è un percorso di analisi e studio iniziato già col mio caro e stimato predecessore, il cardinale Paul Poupard, e proseguito attraverso una ricerca che è approdata nei giorni scorsi all’assemblea plenaria del dicastero con le sue riflessioni e coi suoi dialoghi vivi e intensi.

È stato un itinerario ramificato condotto all’interno di un orizzonte complesso e variegato, quello della secolarizzazione, fenomeno per altro già compaginato con le stesse origini della storia cristiana, come attesta il severo monito paolino, indirizzato ai cristiani di Roma, a «non conformarsi al secolo presente» (Romani 12, 2), stingendo la propria identità spirituale e culturale in un modello capace di spegnere il fremito della fede, di snervare l’ardore della carità, di annebbiare la ricerca della verità. È una tentazione che si ripresenta costantemente e che si insinua fortemente nelle nostre comunità cristiane ove crescono sempre più, come ai tempi dell’Apostolo, i vari Dema che «preferiscono il secolo presente» (2 Timoteo 4,10), incapaci di essere nel mondo senza diventare del mondo.

A differenza della sana secolarità che ha una sua corretta identità e autonomia, nella città secolarizzata – in cui ora viviamo, pensiamo e operiamo – Dio non viene necessariamente sfrattato ma è reso irrilevante o imprigionato in forme meramente sacrali o magiche. Come affermava un saggio appena edito sull’attuale Secular Age, «la ricerca individuale della felicità nella cultura dei consumi assorbe quasi interamente il nostro tempo e le nostre energie», relegando la persona umana solo entro le frontiere del contingente e dell’immediato, privandola di ogni anelito o inquietudine trascendente. Nella recente Lettera alla Diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione Lei, Santità, delineava e denunciava «un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita».

Eppure continuiamo ad essere certi della verità che «l’uomo supera infinitamente l’uomo», per usare la celebre espressione pascaliana, e che la Chiesa ha davanti a sé, proprio in quella città secolarizzata, spazi aperti per far germogliare un nuovo umanesimo cristiano e per far brillare una fede autentica, limpida e pura. Là potrà far risuonare in modo nuovo e incisivo la Parola di Dio, capace di fecondare i deserti dell’indifferenza e della superficialità e di essere come fuoco e spada che infrange il rifiuto e l’ostilità. Là si potranno riproporre con vigore i grandi valori morali e i temi escatologici, riportando nel dibattito culturale il potente e grandioso elaborato intellettuale dei secoli passati. Là si dovrà ritessere con rigore e vigore il dialogo rispettoso tra scienza e fede.

A queste sfide alle quali Lei, Santità, costantemente spinge la Chiesa è nostro desiderio dedicarci, a partire da questi giorni di riflessione e di confronto. Ma soprattutto a partire dalla Sua parola, che ora attendiamo con slancio e passione, e dalla Sua benedizione apostolica. Saranno come una luce che ci accompagnerà e guiderà nel nostro percorso di ricerca e di testimonianza lungo le vie della città secolare e secolarizzata che si diramano davanti a noi.

[S. E. Mons. Gianfranco RAVASI]

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venerdì 7 marzo 2008

Il Papa al Pontificio Comitato di Scienze Storiche: "La perdita della memoria provoca nell’individuo la perdita dell’identità"


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UDIENZA AI MEMBRI DEL PONTIFICIO COMITATO DI SCIENZE STORICHE, 07.03.2008

Alle 12.20 di questa mattina, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i Membri del Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Di seguito pubblichiamo il testo del discorso del Papa ai membri del Comitato:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Reverendo Monsignore,
Illustri Signori, gentili Signore
!

Sono lieto di rivolgerVi una speciale parola di saluto e di apprezzamento per il lavoro che svolgete in un campo di grande interesse per la vita della Chiesa. Mi congratulo col vostro Presidente e con ciascuno di voi per il cammino fatto in questi anni.

Come voi ben sapete, fu Leone XIII che, di fronte a una storiografia orientata dallo spirito del suo tempo e ostile alla Chiesa, pronunciò la nota frase: "Non abbiamo paura della pubblicità dei documenti" e rese accessibile alla ricerca l'archivio della Santa Sede.

Al contempo, creò quella commissione di Cardinali per la promozione degli studi storici, che voi, professoresse e professori, potete considerare come antenata del Pontifico Comitato di Scienze Storiche, di cui siete membri. Leone XIII era convinto del fatto che lo studio e la descrizione della storia autentica della Chiesa non potessero che rivelarsi favorevoli ad essa.

Da allora il contesto culturale ha vissuto un profondo cambiamento. Non si tratta più solo di affrontare una storiografia ostile al cristianesimo e alla Chiesa. Oggi è la storiografia stessa ad attraversare una crisi più seria, dovendo lottare per la propria esistenza in una società plasmata dal positivismo e dal materialismo.

Entrambe queste ideologie hanno condotto a uno sfrenato entusiasmo per il progresso che, animato da spettacolari scoperte e successi tecnici, malgrado le disastrose esperienze del secolo scorso, determina la concezione della vita di ampi settori della società. Il passato appare, così, solo come uno sfondo buio, sul quale il presente e il futuro risplendono con ammiccanti promesse. A ciò è legata ancora l'utopia di un paradiso sulla terra, a dispetto del fatto che tale utopia si sia dimostrata fallace.

Tipico di questa mentalità è il disinteresse per la storia, che si traduce nell’emarginazione delle scienze storiche. Dove sono attive queste forze ideologiche, la ricerca storica e l’insegnamento della storia ale scuole di ogni livello e grado vengono trascurati. Ciò produce una società che, dimentica del proprio passato e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi futuri. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica.

Il pericolo cresce in misura sempre maggiore a causa dell’eccessiva enfasi data alla storia contemporanea, soprattutto quando le ricerche in questo settore sono condizionate da una metodologia ispirata al positivismo e alla sociologia. Vengono ignorati, altresì, importanti ambiti della realtà storica, perfino intere epoche.

Ad esempio, in molti piani di studio l’insegnamento della storia inizia solamente a partire dagli eventi della Rivoluzione Francese. Prodotto inevitabile di tale sviluppo è una società ignara del proprio passato e quindi priva di memoria storica. Non è chi non veda la gravità di una simile conseguenza: come la perdita della memoria provoca nell’individuo la perdita dell’identità, in modo analogo questo fenomeno si verifica per la società nel suo complesso.

E’ evidente come tale oblío storico comporti un pericolo per l’integrità della natura umana in tutte le sue dimensioni. La Chiesa, chiamata da Dio Creatore ad adempiere al dovere di difendere l’uomo e la sua umanità, ha a cuore una cultura storica autentica, un effettivo progresso delle scienze storiche. La ricerca storica ad alto livello rientra infatti anche in senso più stretto nello specifico interesse della Chiesa.

Pur quando non riguarda la storia propriamente ecclesiastica, l’analisi storica concorre comunque alla descrizione di quello spazio vitale in cui la Chiesa ha svolto e svolge la sua missione attraverso i secoli. Indubbiamente la vita e l’azione ecclesiali sono sempre state determinate, facilitate o rese più difficili dai diversi contesti storici. La Chiesa non è di questo mondo ma vive in esso e per esso.

Se ora prendiamo in considerazione la storia ecclesiastica dal punto di vista teologico, rileviamo un altro aspetto importante. Suo compito essenziale si rivela infatti la complessa missione di indagare e chiarire quel processo di ricezione e di trasmissione, di paralépsis e di paràdosis, attraverso il quale si è sostanziata, nel corso dei secoli, la ragione d’essere della Chiesa. E’ indubbio infatti che la Chiesa possa trarre ispirazione nelle sue scelte attingendo al suo plurisecolare tesoro di esperienze e di memorie.

Desidero dunque, illustri Membri del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, incoraggiarVi di tutto cuore a impegnarVi come avete finora fatto al servizio della Santa Sede per il raggiungimento di questi obiettivi, mantenendo il Vostro diuturno e meritorio impegno nella ricerca e nell’insegnamento. Mi auguro che, in sinergia con l’attività di altri, seri e autorevoli colleghi, possiate riuscire a perseguire con efficacia i pur ardui obiettivi che Vi siete proposti e a operare per una sempre più autentica scienza storica.

Con questi sentimenti ed assicurando un ricordo per Voi e per il Vostro delicato impegno nella mia preghiera, a tutti imparto una speciale Benedizione Apostolica.

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Occorre oggi far sperimentare a chi si confessa quella tenerezza divina verso i peccatori pentiti che tanti episodi evangelici mostrano...


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Vedi anche:

Il cardinale Stafford: il futuro della confessione dipende dalla consapevolezza dei sacerdoti (Osservatore Romano)

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CORSO ANNUALE PROMOSSO DALLA PENITENZIERIA APOSTOLICA, 07.03.2008

A fine mattinata, nell’Aula delle Benedizioni, il Papa ha ricevuto in udienza i partecipanti al Corso annuale sul Foro interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica e ha loro rivolto il discorso che pubblichiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Cardinale,
Venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari Penitenzieri delle Basiliche Romane!


Sono lieto di accogliervi, mentre volge al termine il corso sul foro interno che la Penitenzieria Apostolica promuove da diversi anni durante la Quaresima. Con un programma accuratamente preparato, questo annuale incontro rende un prezioso servizio alla Chiesa e contribuisce a mantenere vivo il senso della santità del sacramento della Riconciliazione. Rivolgo, pertanto, un cordiale ringraziamento a chi lo organizza e, in particolare, al Penitenziere Maggiore, il Cardinale James Francis Stafford, che saluto ringraziandolo per le cortesi parole da lui rivoltemi. Insieme a lui saluto e ringrazio il Reggente e il personale della Penitenzieria, come pure i benemeriti Religiosi di diversi Ordini che amministrano il sacramento della Penitenza nelle Basiliche Papali dell’Urbe. Saluto inoltre tutti i partecipanti al corso.

La Quaresima è un tempo quanto mai propizio per meditare sulla realtà del peccato alla luce dell’infinita misericordia di Dio, che il sacramento della Penitenza manifesta nella sua forma più alta.

Colgo, pertanto, volentieri l’occasione per proporre alla vostra attenzione alcune riflessioni sull’amministrazione di questo Sacramento nella nostra epoca, che purtroppo va sempre più smarrendo il senso del peccato.

Occorre oggi far sperimentare a chi si confessa quella tenerezza divina verso i peccatori pentiti che tanti episodi evangelici mostrano con accenti di intensa commozione.

Prendiamo ad esempio la pagina famosa del Vangelo di Luca che presenta la peccatrice perdonata (cfr Lc 7,36-50). Simone, fariseo e ricco "notabile" della città, tiene in casa sua un banchetto in onore di Gesù.

Inaspettatamente dal fondo della sala entra un’ospite non invitata né prevista: una nota prostituta.

Comprensibile il disagio dei presenti, di cui tuttavia la donna non pare preoccuparsi. Essa avanza e, in modo piuttosto furtivo, si ferma ai piedi di Gesù. Le sono giunte all’orecchio le sue parole di perdono e di speranza per tutti, anche per le prostitute; è commossa e se ne sta lì silenziosa. Bagna con le lacrime i piedi di Gesù, li asciuga con i capelli, li bacia e li unge di un soave profumo. Così facendo la peccatrice vuole esprimere l’affetto e la riconoscenza che nutre verso il Signore con gesti a lei familiari, anche se socialmente censurati.

Di fronte all'imbarazzo generale, è proprio Gesù ad affrontare la situazione: "Simone, ho una cosa da dirti". "Parla pure, Maestro", gli risponde il padrone di casa. Conosciamo tutti la risposta di Gesù con una parabola che potremmo riassumere nelle seguenti parole che il Signore sostanzialmente dice a Simone: "Vedi? Questa donna sa di essere peccatrice e, mossa dall’amore, chiede comprensione e perdono. Tu, invece, presumi di essere giusto e sei forse convinto di non aver nulla di grave da farti perdonare".

Eloquente il messaggio che traspare dal brano evangelico: a chi molto ama, Iddio tutto perdona. Chi confida in se stesso e nei propri meriti è come accecato dal suo io e il suo cuore si indurisce nel peccato. Chi invece si riconosce debole e peccatore si affida a Dio e da Lui ottiene grazia e perdono. E’ proprio questo il messaggio che occorre trasmettere: ciò che più conta è di far comprendere che nel sacramento della Riconciliazione, qualsiasi peccato si sia commesso, se lo si riconosce umilmente e ci si accosta fiduciosi al sacerdote confessore, si sperimenta sempre la gioia pacificatrice del perdono di Dio. In questa prospettiva, assume notevole importanza il vostro Corso, che mira a preparare confessori ben formati dal punto di vista dottrinale e capaci di far sperimentare ai penitenti l’amore misericordioso del Padre celeste. Non è forse vero che oggi si assiste ad una certa disaffezione nei confronti di questo Sacramento? Quando si insiste solo sull’accusa dei peccati, che pure deve esserci e occorre aiutare i fedeli a comprenderne l’importanza, si rischia di relegare in secondo piano ciò che in esso è centrale, e cioè l'incontro personale con Dio, Padre di bontà e di misericordia. Nel cuore della celebrazione sacramentale non sta il peccato, ma la misericordia di Dio, che è infinitamente più grande di ogni nostra colpa.

L’impegno dei Pastori, e specialmente dei confessori, deve essere anche quello di porre in evidenza il legame stretto che esiste tra il sacramento della Riconciliazione e un’esistenza orientata decisamente alla conversione. Occorre che tra la pratica del sacramento della Confessione e una vita tesa a seguire sinceramente il Cristo si instauri una sorta di "circolo virtuoso" inarrestabile, nel quale la grazia del Sacramento sostenga ed alimenti l’impegno ad essere fedeli discepoli del Signore.

Il tempo quaresimale, nel quale ci troviamo, ci ricorda che la nostra vita cristiana deve tendere sempre alla conversione e quando ci si accosta frequentemente al sacramento della Riconciliazione resta vivo nel credente l’anelito alla perfezione evangelica.

Se viene meno quest’anelito incessante, la celebrazione del Sacramento rischia purtroppo di diventare qualche cosa di formale che non incide nel tessuto della vita quotidiana. D’altra parte, se, pur essendo animati dal desiderio di seguire Gesù, non ci si confessa regolarmente, si rischia poco a poco di rallentare il ritmo spirituale sino a indebolirlo sempre di più e forse anche spegnerlo.

Cari fratelli, non è difficile comprendere il valore che ha nella Chiesa il vostro ministero di dispensatori della misericordia divina per la salvezza delle anime. Seguite ed imitate l’esempio di tanti santi confessori, che, con il loro intuito spirituale, aiutavano i penitenti a rendersi conto che la celebrazione regolare del sacramento della Penitenza e la vita cristiana tesa alla santità sono componenti inscindibili d’uno stesso itinerario spirituale per ogni battezzato. E non dimenticate di essere voi stessi esempi di autentica vita cristiana. La Vergine Maria, Madre di misericordia e di speranza, aiuti voi qui presenti, e tutti i confessori a svolgere con zelo e gioia questo grande servizio da cui dipende così intensamente la vita della Chiesa. Io vi assicuro un ricordo nella preghiera e con affetto vi benedico.

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giovedì 6 marzo 2008

Il Papa ai vescovi del Guatemala: "La Chiesa fonte di speranza contro violenza e povertà"


VIDEO RADIO VATICANA/CTV

Il discorso del Papa ai vescovi del Guatemala in visita "ad limina Apostolorum"

La Chiesa fonte di speranza contro violenza e povertà

La Chiesa è chiamata a essere fonte di speranza di fronte alla violenza, alla povertà e alla cultura della morte: ecco l'incoraggiamento di Benedetto XVI ai vescovi del Guatemala ricevuti in udienza, nella mattina di giovedì 6 marzo, in occasione della visita "ad limina Apostolorum".

La traduzione del discorso del Papa

Signor Cardinale,
Cari fratelli nell'Episcopato
,

È per me motivo di gioia ricevervi questa mattina in occasione della visita ad limina con la quale rinnovate i vincoli di comunione delle vostre Chiese particolari con il Vescovo di Roma. Ringrazio per le parole che, a nome vostro, mi ha rivolto monsignor Pablo Vizcaíno Prado, vescovo di Suchipétequez-Retalhuleu e Presidente della Conferenza episcopale, e vi saluto tutti con affetto, chiedendovi di trasmettere la mia stima all'amato popolo guatemalteco. Gli incontri che ho avuto con ognuno di voi mi hanno avvicinato alla vita quotidiana e alle aspirazioni dei vostri concittadini, e anche al sollecito lavoro pastorale che state portando avanti nella vostra nazione.

Serbate nel vostro cuore di pastori la preoccupazione per l'aumento della violenza e della povertà che colpisce grandi settori della popolazione, provocando una forte emigrazione in altri paesi, con gravi conseguenze nell'ambito personale e familiare.

È una situazione che invita a rinnovare i vostri sforzi per mostrare a tutti il volto misericordioso del Signore, del quale la Chiesa è chiamata a essere immagine, accompagnando e servendo con generosità e dedizione soprattutto quelli che soffrono e i più indifesi. In effetti, la carità e l'assistenza ai fratelli bisognosi "appartengono alla natura della Chiesa e sono espressione irrinunciabile della sua stessa essenza" (cfr Deus caritas est, n. 25).

Dio ha benedetto il popolo guatemalteco con un profondo sentimento religioso, ricco di espressioni popolari, che devono maturare in comunità cristiane salde, che celebrino con gioia la loro fede come membra vive del Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12, 27), e siano fedeli al fondamento degli Apostoli.

Sapete molto bene che la fermezza della fede e la partecipazione ai sacramenti rendono forti i vostri fedeli dinanzi al rischio delle sette o di gruppi che si dicono carismatici, che creano disorientamento e giungono a mettere in pericolo la comunione ecclesiale.

La tradizione della vostre culture trova nella famiglia, cellula primaria della società, il nucleo essenziale dell'esistenza e della trasmissione della fede e dei valori, ma che oggi si scontra con serie sfide pastorali e umane. Per questo la Chiesa si dedica sempre con particolare attenzione a formare saldamente quanti si preparano a contrarre matrimonio, infondendo costantemente fede e speranza nelle famiglie e vegliando affinché, con gli aiuti necessari, possano adempiere le loro responsabilità.
Nel vostro ministero contate sull'inestimabile collaborazione dei sacerdoti, che devono vedere nel proprio vescovo un vero padre e maestro, molto vicino a loro, nel quale trovare aiuto nei loro bisogni spirituali e materiali, e anche un consiglio appropriato nei momenti di difficoltà. Hanno sempre bisogno di incoraggiamento per perseverare nel cammino dell'autentica santità sacerdotale, come veri uomini di preghiera (cfr Novo millennio ineunte, n. 32), e anche di mezzi adeguati per ampliare la loro formazione umana e teologica, che permetta loro di assumere compiti particolarmente delicati, come quelli di professori, formatori o direttori spirituali nei vostri seminari. Con il loro esempio e il loro zelo pastorale, devono essere una chiamata vivente per i giovani e i meno giovani a dedicarsi interamente al Signore, collaborando con la grazia divina perché il Signore "mandi operai nella sua messe" (Mt 9, 38).
Il II Congresso Missionario Americano celebrato in Guatemala nel 2003 ha implicato una sfida a portare nelle diocesi e nei vicariati un'esperienza vissuta più intensa dell'impegno missionario, includendola nel nuovo piano globale della Conferenza episcopale. Ora, alla luce anche delle conclusioni della V Conferenza dell'Episcopato dell'America Latina e dei Caraibi, ad Aparecida, dovete rafforzare la vostra identità e portare a termine gli impegni evangelizzatori che lì avete assunto. A tal fine, così come ha fatto il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nella sua prima visita nel vostro paese, vi incoraggio a continuare con spirito rinnovato la missione evangelizzatrice della Chiesa nel quadro dei cambiamenti culturali attuali e della globalizzazione, conferendo nuovo vigore alla predicazione e alla catechesi, proclamando Gesù Cristo, il Figlio di Dio, come fondamento e ragione d'essere di ogni credente.

L'evangelizzazione delle culture è un compito prioritario affinché la Parola di Dio divenga accessibile a tutti e, accolta nella mente e nel cuore, sia luce che le illumini e acqua che le purifichi con il messaggio del Vangelo che porta la salvezza per tutto il genere umano.

Nel concludere il nostro incontro, desidero incoraggiarvi a continuare a guidare il Popolo di Dio che vi è stato affidato. Che, con la vostra parola e il vostro esempio, la Chiesa continui a risplendere come fonte di speranza per tutti! Portate il mio saluto affettuoso e la mia benedizione ai vostri sacerdoti, religiosi, religiose e agli altri fedeli, specialmente a quanti collaborano con maggiore dedizione all'opera dell'evangelizzazione. Invoco su di loro e su di voi la materna protezione di Nuestra Señora del Rosario, Patrona del Guatemala, e vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

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(©L'Osservatore Romano - 7 marzo 2008)

mercoledì 5 marzo 2008

Quello del successore di Pietro è un ruolo unico nella Chiesa, perché "a un solo apostolo è affidato ciò che a tutti gli apostoli è comunicato"


(Raffaello Sanzio, "Dialogo tra Leone il Grande e Attila")

I PADRI DELLA CHIESA NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO XVI

CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO ORIGINALE (Radio Vaticana)

Vedi anche:

Udienza generale: i video

Benedetto XVI all'udienza generale dedicata a S. Leone Magno: il primato del Papa necessario per servire l'unica Chiesa di Cristo (Radio Vaticana)

BENEDETTO XVI: UDIENZA, “LA LITURGIA CRISTIANA NON È UN RICORDO”

L’UDIENZA GENERALE, 05.03.2008

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta in due momenti distinti: alle ore 10.30, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di studenti italiani; successivamente, nell’Aula Paolo VI, ha tenuto la catechesi e salutato i pellegrini provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri Apostolici, si è soffermato sulla figura di San Leone Magno.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti
.

San Leone Magno

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo il nostro cammino tra i Padri della Chiesa, veri astri che brillano da lontano, nel nostro incontro di oggi ci accostiamo alla figura di un Papa, che nel 1754 fu proclamato da Benedetto XIV Dottore della Chiesa: si tratta di san Leone Magno.

Come indica l’appellativo presto attribuitogli dalla tradizione, egli fu davvero uno dei più grandi Pontefici che abbiano onorato la Sede romana, contribuendo moltissimo a rafforzarne l’autorità e il prestigio. Primo Vescovo di Roma a portare il nome di Leone, adottato in seguito da altri dodici Sommi Pontefici, è anche il primo Papa di cui ci sia giunta la predicazione, da lui rivolta al popolo che gli si stringeva attorno durante le celebrazioni.

E’ spontaneo pensare a lui anche nel contesto delle attuali udienze generali del mercoledì, appuntamenti che negli ultimi decenni sono divenuti per il Vescovo di Roma una forma consueta di incontro con i fedeli e con tanti visitatori provenienti da ogni parte del mondo.

Leone era originario della Tuscia. Divenne diacono della Chiesa di Roma intorno all’anno 430, e col tempo acquistò in essa una posizione di grande rilievo. Questo ruolo di spicco indusse nel 440 Galla Placidia, che in quel momento reggeva l’Impero d’Occidente, a inviarlo in Gallia per sanare una difficile situazione. Ma nell’estate di quell’anno il Papa Sisto III – il cui nome è legato ai magnifici mosaici di Santa Maria Maggiore – morì, e a succedergli fu eletto proprio Leone, che ne ricevette la notizia mentre stava appunto svolgendo la sua missione di pace in Gallia.

Rientrato a Roma, il nuovo Papa fu consacrato il 29 settembre del 440. Iniziava così il suo pontificato, che durò oltre ventun anni, e che è stato senza dubbio uno dei più importanti nella storia della Chiesa. Alla sua morte, il 10 novembre del 461, il Papa fu sepolto presso la tomba di san Pietro. Le sue reliquie sono custodite anche oggi in uno degli altari della Basilica vaticana.

Quelli in cui visse Papa Leone erano tempi molto difficili: il ripetersi delle invasioni barbariche, il progressivo indebolirsi in Occidente dell’autorità imperiale e una lunga crisi sociale avevano imposto al Vescovo di Roma – come sarebbe accaduto con evidenza ancora maggiore un secolo e mezzo più tardi, durante il pontificato di Gregorio Magno – di assumere un ruolo rilevante anche nelle vicende civili e politiche. Ciò non mancò, ovviamente, di accrescere l’importanza e il prestigio della Sede romana.

Celebre è rimasto soprattutto un episodio della vita di Leone. Esso risale al 452, quando il Papa a Mantova, insieme a una delegazione romana, incontrò Attila, capo degli Unni, e lo dissuase dal proseguire la guerra d’invasione con la quale già aveva devastato le regioni nordorientali dell’Italia. E così salvò il resto della Penisola. Questo importante avvenimento divenne presto memorabile, e rimane come un segno emblematico dell’azione di pace svolta dal Pontefice.

Non altrettanto positivo fu purtroppo, tre anni dopo, l’esito di un’altra iniziativa papale, segno comunque di un coraggio che ancora ci stupisce: nella primavera del 455 Leone non riuscì infatti a impedire che i Vandali di Genserico, giunti alle porte di Roma, invadessero la città indifesa, che fu saccheggiata per due settimane.

Tuttavia il gesto del Papa – che, inerme e circondato dal suo clero, andò incontro all’invasore per scongiurarlo di fermarsi – impedì almeno che Roma fosse incendiata e ottenne che dal terribile sacco fossero risparmiate le Basiliche di San Pietro, di San Paolo e di San Giovanni, nelle quali si rifugiò parte della popolazione terrorizzata.

Conosciamo bene l’azione di Papa Leone, grazie ai suoi bellissimi sermoni – ne sono conservati quasi cento in uno splendido e chiaro latino – e grazie alle sue lettere, circa centocinquanta.

In questi testi il Pontefice appare in tutta la sua grandezza, rivolto al servizio della verità nella carità, attraverso un esercizio assiduo della parola, che lo mostra nello stesso tempo teologo e pastore. Leone Magno, costantemente sollecito dei suoi fedeli e del popolo di Roma, ma anche della comunione tra le diverse Chiese e delle loro necessità, fu sostenitore e promotore instancabile del primato romano, proponendosi come autentico erede dell’apostolo Pietro: di questo si mostrarono ben consapevoli i numerosi Vescovi, in gran parte orientali, riuniti nel Concilio di Calcedonia.

Tenutosi nell’anno 451, con i trecentocinquanta Vescovi che vi parteciparono, questo Concilio fu la più importante assemblea fino ad allora celebrata nella storia della Chiesa.

Calcedonia rappresenta il traguardo sicuro della cristologia dei tre Concili ecumenici precedenti: quello di Nicea del 325, quello di Costantinopoli del 381 e quello di Efeso del 431. Già nel VI secolo questi quattro Concili, che riassumono la fede della Chiesa antica, vennero infatti paragonati ai quattro Vangeli: è quanto afferma Gregorio Magno in una famosa lettera (I,24), in cui dichiara "di accogliere e venerare, come i quattro libri del santo Vangelo, i quattro Concili", perché su di essi - spiega ancora Gregorio - "come su una pietra quadrata si leva la struttura della santa fede".

Il Concilio di Calcedonia – nel respingere l’eresia di Eutiche, che negava la vera natura umana del Figlio di Dio – affermò l’unione nella sua unica Persona, senza confusione e senza separazione, delle due nature umana e divina.

Questa fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo veniva affermata dal Papa in un importante testo dottrinale indirizzato al Vescovo di Costantinopoli, il cosiddetto Tomo a Flaviano, che, letto a Calcedonia, fu accolto dai Vescovi presenti con un’eloquente acclamazione, della quale è conservata notizia negli atti del Concilio: "Pietro ha parlato per bocca di Leone", proruppero a una voce sola i Padri conciliari.

Soprattutto da questo intervento, e da altri compiuti durante la controversia cristologica di quegli anni, risulta con evidenza come il Papa avvertisse con particolare urgenza le responsabilità del Successore di Pietro, il cui ruolo è unico nella Chiesa, perché "a un solo apostolo è affidato ciò che a tutti gli apostoli è comunicato", come afferma Leone in uno dei suoi sermoni per la festa dei santi Pietro e Paolo (83,2).

E queste responsabilità il Pontefice seppe esercitare, in Occidente come in Oriente, intervenendo in diverse circostanze con prudenza, fermezza e lucidità attraverso i suoi scritti e mediante i suoi legati. Mostrava in questo modo come l’esercizio del primato romano fosse necessario allora, come lo è oggi, per servire efficacemente la comunione, caratteristica dell’unica Chiesa di Cristo.

Consapevole del momento storico in cui viveva e del passaggio che stava avvenendo – in un periodo di profonda crisi – dalla Roma pagana a quella cristiana, Leone Magno seppe essere vicino al popolo e ai fedeli con l’azione pastorale e la predicazione. Animò la carità in una Roma provata dalle carestie, dall’afflusso dei profughi, dalle ingiustizie e dalla povertà. Contrastò le superstizioni pagane e l’azione dei gruppi manichei. Legò la liturgia alla vita quotidiana dei cristiani: per esempio, unendo la pratica del digiuno alla carità e all’elemosina soprattutto in occasione delle Quattro tempora, che segnano nel corso dell’anno il cambiamento delle stagioni.

In particolare Leone Magno insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’ quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno "non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto come un evento del presente".

Tutto questo rientra in un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così, dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova della grazia.

È questo il mistero cristologico al quale san Leone Magno, con la sua lettera al Concilio di Efeso, ha dato un contributo efficace ed essenziale, confermando per tutti i tempi — tramite tale Concilio — quanto disse san Pietro a Cesarea di Filippo. Con Pietro e come Pietro confessò: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E perciò Dio e Uomo insieme, "non estraneo al genere umano, ma alieno dal peccato" (cfr Serm. 64).

Nella forza di questa fede cristologica egli fu un grande portatore di pace e di amore. Ci mostra così la via: nella fede impariamo la carità. Impariamo quindi con san Leone Magno a credere in Cristo, vero Dio e vero Uomo, e a realizzare questa fede ogni giorno nell'azione per la pace e nell'amore per il prossimo.

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San Leone Magno in "Monastero Virtuale"

SALUTO AGLI STUDENTI ITALIANI NELLA BASILICA VATICANA

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di accogliervi in questa Basilica e di rivolgere a tutti il mio cordiale benvenuto. Saluto voi, rappresentanti dell’Opera Madonnina del Grappa e del Movimento Speranza e vita, e vi incoraggio ad approfondire sempre di più la vostra vita di fede, tenendo presenti gli insegnamenti del vostro fondatore p. Enrico Mauri. Non stancatevi di affidarvi a Cristo e di testimoniarlo in ogni ambiente.

Saluto gli insegnanti, gli alunni e i genitori delle Scuole gestite dalle Apostole del Sacro Cuore di Gesù. Cari amici, vi ringrazio per la vostra presenza così numerosa ed auguro a ciascuno di vivere questo tempo della scuola come occasione propizia per una autentica formazione integrale. Vi incoraggio a rafforzare la vostra adesione al Vangelo per essere sempre disponibili e pronti a compiere la volontà del Signore. Saluto, infine, tutti voi, studenti dei vari Istituti scolastici e vi assicuro la mia preghiera affinché lo Spirito Santo infonda nei vostri cuori la vera gioia e vi colmi dei suoi doni.

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lunedì 3 marzo 2008

Il Papa agli USA: "Siate leader di solidarietà"


Vedi anche:

VIAGGIO APOSTOLICO DEL PAPA NEGLI USA (15-20 APRILE 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

Il Papa esorta l’America: siate leader di solidarietà. A New York e Washington è caccia ai biglietti per assistere alle Messe del Papa

Benedetto XVI alla nuova ambasciatrice USA presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon: promuovere la democrazia e la pace nel mondo (Radio Vaticana)

PAPA: DA USA RICONOSCIMENTO A RUOLO RELIGIONI IN SPAZIO PUBBLICO

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI A S.E. LA SIGNORA MARY ANN GLANDON NUOVO AMBASCIATORE DEGLI STATI UNITI D'AMERICA PRESSO LA SANTA SEDE

Venerdì, 29 febbraio 2008

Eccellenza,

è un piacere per me accettare le Lettere che la accreditano quale Ambasciatore straordinario e plenipotenziario degli Stati Uniti d'America e offrire i miei cordiali buoni auspici mentre assume nuove responsabilità al servizio del suo Paese. Ho fiducia nel fatto che la conoscenza e l'esperienza scaturite dalla sua distinta partecipazione all'opera della Santa Sede si riveleranno di beneficio nell'adempimento dei suoi doveri e arricchiranno l'attività della comunità diplomatica alla quale lei ora appartiene. La ringrazio anche per i saluti cordiali che mi ha trasmesso da parte del presidente George W. Bush a nome del popolo americano, mentre attendo con ansia la mia visita pastorale negli Stati Uniti ad aprile.

Dall'alba della Repubblica, l'America è stata, come ha osservato, una nazione che apprezza il ruolo del credo religioso nel garantire un ordine democratico vibrante ed eticamente sano. L'esempio della sua nazione che riunisce persone di buona volontà, indipendentemente dalla razza, dalla nazionalità o dal credo, in una visione condivisa e in una ricerca disciplinata del bene comune, ha incoraggiato molte nazioni più giovani nei loro sforzi tesi a creare un ordine sociale armonioso, libero e giusto.

Oggi, questo compito di riconciliare unità e diversità, di forgiare una visione comune e di raccogliere l'energia morale per acquisirla, è divenuto una priorità urgente per tutta la famiglia umana, sempre più consapevole della sua interdipendenza e della necessità di una solidarietà efficace nel soddisfare le sfide globali e nell'edificare un futuro di pace per le prossime generazioni.

L'esperienza dello scorso secolo, con il suo pesante tributo di guerra e di violenza, culminate nello sterminio pianificato di interi popoli, ha reso evidente che il futuro dell'umanità non può dipendere dal mero compromesso politico. Piuttosto, deve essere il frutto di un consenso più profondo, basato sul riconoscimento di verità universali, radicate nella riflessione ponderata dei postulati della nostra umanità comune (cfr Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2008, n. 13).

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, della quale celebriamo quest'anno il sessantesimo anniversario, è stata il prodotto del convincimento mondiale del fatto che un giusto ordine globale può basarsi soltanto sul riconoscimento e sulla difesa della dignità e dei diritti inviolabili di ogni uomo e di ogni donna. Questo riconoscimento, a sua volta, deve motivare ogni decisione relativa al futuro della famiglia umana e di tutti i suoi membri. Confido nel fatto che il suo Paese, fondato sulla verità evidente che il Creatore ha dotato ogni essere umano di certi diritti inalienabili, continui a trovare nei principi della legge morale comune, consacrata nei suoi documenti fondanti, un orientamento certo per esercitare la sua guida in seno alla comunità internazionale.

L'edificazione di una cultura giuridica globale ispirata dai più alti ideali di giustizia, solidarietà e pace richiede un impegno fermo, speranza e generosità da parte di ogni nuova generazione (cfr Spe salvi, n. 25). Apprezzo il suo riferimento agli sforzi significativi compiuti dall'America per elaborare metodi creativi per alleviare i gravi problemi che così tante nazioni e popolazioni del mondo devono affrontare. La costruzione di un futuro più sicuro per la famiglia umana significa innanzitutto operare per lo sviluppo integrale dei popoli, in particolare mediante l'offerta di un'adeguata assistenza sanitaria, l'eliminazione di pandemie come l'Aids, più ampie opportunità educative per i giovani, la promozione delle donne e il porre un freno alla corruzione e alla militarizzazione che sottraggono risorse preziose a molti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nei Paesi più poveri. Il progresso della famiglia umana è messo a repentaglio non solo dalla piaga del terrorismo internazionale, ma anche da alcune minacce alla pace quali il ritmo crescente della corsa agli armamenti e il perdurare delle tensioni in Medio Oriente. Colgo questa occasione per esprimere la speranza che negoziati pazienti e trasparenti portino alla riduzione e all'eliminazione delle armi nucleari e che la recente Conferenza di Annapolis sia solo la prima di una serie di iniziative volte a una pace duratura nella regione. La risoluzione di questi e di simili problemi richiede impegno e fiducia nell'opera degli organismi internazionali, come l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Essi per loro natura sono in grado di promuovere dialogo e comprensione autentici, di riconciliare opinioni divergenti e di sviluppare politiche e strategie multilaterali capaci di affrontare le molteplici sfide del nostro mondo complesso e in rapido mutamento.

Non posso non osservare con gratitudine l'importanza che gli Stati Uniti hanno attribuito al dialogo interreligioso e interculturale come concreta forza portatrice di pace.

La Santa Sede è convinta del grande potenziale spirituale rappresentato da questo dialogo, in particolare a proposito della promozione della non violenza e del rifiuto di ideologie che manipolano e deturpano la religione per scopi politici e giustificano la violenza in nome di Dio.

Lo storico apprezzamento del popolo americano per il ruolo della religione nel forgiare il dibattito pubblico e nell'illuminare l'intrinseca dimensione morale delle questioni sociali, un ruolo a volte contestato in nome di una comprensione limitata della vita politica e del dibattito pubblico, si riflette negli sforzi di così tanti suoi concittadini e responsabili di governo per garantire la tutela legale del dono divino della vita dal concepimento alla morte naturale e la salvaguardia dell'istituzione del matrimonio, riconosciuto come unione stabile tra un uomo e una donna, e quella della famiglia.

Signora Ambasciatore, nel momento in cui assume le sue alte responsabilità al servizio del suo Paese, rinnovo i miei migliori auspici per il buon esito della sua opera. Sia certa del fatto che potrà sempre contare sugli uffici della Santa Sede per assistenza e sostegno nell'adempimento dei suoi doveri. Su di lei, sulla sua famiglia e su tutto l'amato popolo americano, invoco di cuore le benedizioni di Dio, di saggezza, forza e pace.

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I salesiani appartengono alla folta schiera di quei discepoli che Cristo ha consacrato a sé per mezzo del suo Spirito con uno speciale atto d'amore


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AI PARTECIPANTI AL XXVI CAPITOLO GENERALE DEI SALESIANI DI DON BOSCO, 03.03.2008

Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato al Rettore Maggiore dei Salesiani di Don Bosco, Don Pascual Chavez Villanueva, in occasione del XXVI Capitolo Generale della Congregazione, che inizia oggi:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Al Reverendissimo Signore
Don Pascual Chávez Villanueva, S.D.B.


Rettore Maggiore dei Salesiani di Don Bosco

1. Mi è particolarmente gradito far giungere il mio cordiale saluto a Lei e ai partecipanti al XXVI Capitolo Generale, che costituisce un momento di grazia nella vita di codesta Congregazione presente ormai in tutti i continenti. In esso sono chiamate a confrontarsi la ricchezza e la diversità delle esperienze, delle culture, delle attese dei Salesiani, impegnati in molteplici attività apostoliche e desiderosi di rendere sempre più efficace il loro servizio nella Chiesa. Il carisma di Don Bosco è un dono dello Spirito per l’intero Popolo di Dio, ma solo nell’ascolto docile e nella disponibilità all’azione divina è possibile interpretarlo e renderlo, anche in questo nostro tempo, attuale e fecondo. Lo Spirito Santo, che a Pentecoste scese con abbondanza sulla Chiesa nascente, continua come vento a soffiare dove vuole, come fuoco a sciogliere il ghiaccio dell’egoismo, come acqua a irrigare ciò che è arido. Riversando sui Capitolari l’abbondanza dei suoi doni, Egli raggiungerà il cuore dei Confratelli, li farà ardere del suo amore, li infiammerà del desiderio di santità, li spingerà ad aprirsi alla conversione e li rafforzerà nella loro audacia apostolica.

2. I figli di don Bosco appartengono alla folta schiera di quei discepoli che Cristo ha consacrato a sé per mezzo del suo Spirito con uno speciale atto di amore.

Egli li ha riservati per sé; per questo il primato di Dio e della sua iniziativa deve risplendere nella loro testimonianza. Quando si rinuncia a tutto per seguire il Signore, quando Gli si dà ciò che si ha di più caro affrontando ogni sacrificio, allora non deve sorprendere se, come è avvenuto per il divin Maestro, si diventa "segno di contraddizione", perché il modo di pensare e di vivere della persona consacrata finisce per trovarsi spesso in contrasto con la logica del mondo. In realtà, ciò è motivo di conforto perché testimonia che il suo stile di vita è alternativo rispetto alla cultura del tempo e può svolgere in essa una funzione in qualche modo profetica. E’ necessario però, a questo fine, vigilare sui possibili influssi del secolarismo per difendersi e potere così proseguire sulla strada intrapresa con determinazione, superando un "modello liberale" di Vita consacrata e conducendo un’esistenza tutta centrata sul primato dell’amore di Dio e del prossimo.

3. Il tema scelto per questo Capitolo Generale è lo stesso programma di vita spirituale e apostolica fatto proprio da Don Bosco: "Da mihi animas, cetera tolle". In esso è racchiusa tutta la personalità del grande Santo: una profonda spiritualità, l’intraprendenza creativa, il dinamismo apostolico, la laboriosità instancabile, l’audacia pastorale e soprattutto il suo consacrarsi senza riserve a Dio e ai giovani. Egli fu un santo di una sola passione: "la gloria di Dio e la salvezza delle anime". E’ di vitale importanza che ogni salesiano tragga continuamente ispirazione da Don Bosco: lo conosca, lo studi, lo ami, lo imiti, lo invochi, faccia propria la sua stessa passione apostolica, che sgorga dal cuore di Cristo. Tale passione è capacità di donarsi, di appassionarsi per le anime, di patire per amore, di accettare con serenità e gioia le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica.

Il motto "Da mihi animas, cetera tolle" esprime in sintesi la mistica e l’ascetica del salesiano. Non vi può essere un’ardente mistica senza una robusta ascesi che la sostenga; e viceversa nessuno è disponibile a pagare un prezzo alto ed esigente, se non ha scoperto un tesoro affascinante e inestimabile. In un tempo di frammentazione e di fragilità qual è il nostro, è necessario superare la dispersione dell’attivismo e coltivare l’unità della vita spirituale attraverso l’acquisizione di una profonda mistica e di una solida ascetica.

Ciò alimenta l’impegno apostolico ed è garanzia di efficacia pastorale. In questo deve consistere il cammino di santità di ogni Salesiano, su questo deve concentrarsi la formazione delle nuove vocazioni alla vita consacrata salesiana. La lectio divina e l’Eucaristia, vissute quotidianamente, sono luce e forza della vita spirituale del salesiano consacrato. Egli deve nutrire la sua giornata di ascolto e di meditazione della Parola di Dio, aiutando anche i giovani e i fedeli laici a valorizzarla nella loro vita quotidiana e sforzandosi poi di tradurre in testimonianza quanto la Parola indica. "L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione" (Enc. Deus caritas est, 13). Condurre una vita semplice, povera, sobria, essenziale e austera: questo aiuterà i Salesiani ad irrobustire la loro risposta vocazionale, di fronte ai rischi e alle minacce della mediocrità e dell’imborghesimento, questo li porterà ad essere più vicini ai bisognosi e agli emarginati.

4. Sull’esempio del loro amato Fondatore, i Salesiani devono essere bruciati dalla passione apostolica. La Chiesa universale e le Chiese particolari in cui sono inseriti attendono da loro una presenza caratterizzata da slancio pastorale e da un audace zelo evangelizzatore. Le Esortazioni apostoliche post-sinodali riguardanti l’evangelizzazione nei vari continenti, potranno essere loro di stimolo e di orientamento per realizzare nei diversi contesti una evangelizzazione inculturata. La recente Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione può aiutarli ad approfondire come comunicare a tutti, specialmente ai giovani più poveri, la ricchezza dei doni del Vangelo. L’evangelizzazione sia la principale e prioritaria frontiera della loro missione oggi. Essa presenta impegni molteplici, sfide urgenti, campi di azione vasti, ma suo compito fondamentale risulta quello di proporre a tutti di vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù. Nelle situazioni plurireligiose ed in quelle secolarizzate occorre trovare vie inedite per far conoscere, specialmente ai giovani, la figura di Gesù, affinché ne percepiscano il perenne fascino. Centrale pertanto deve essere nella loro azione apostolica l’annuncio di Gesù Cristo e del suo Vangelo, insieme con l’appello alla conversione, all’accoglienza della fede e all’inserimento nella Chiesa; da qui poi nascono i cammini di fede e di catechesi, la vita liturgica, la testimonianza della carità operosa. Il loro carisma li pone nella situazione privilegiata di poter valorizzare l’apporto dell’educazione nel campo dell’evangelizzazione dei giovani. Senza educazione, in effetti, non c’è evangelizzazione duratura e profonda, non c’è crescita e maturazione, non si dà cambio di mentalità e di cultura. I giovani nutrono desideri profondi di vita piena, di amore autentico, di libertà costruttiva; ma spesso purtroppo le loro attese sono tradite e non giungono a realizzazione. E’ indispensabile aiutare i giovani a valorizzare le risorse che portano dentro come dinamismo e desiderio positivo; metterli a contatto con proposte ricche di umanità e di valori evangelici; spingerli ad inserirsi nella società come parte attiva attraverso il lavoro, la partecipazione e l’impegno per il bene comune. Ciò richiede a chi li guida di allargare gli ambiti dell’impegno educativo con attenzione alle nuove povertà giovanili, all’educazione superiore, all’immigrazione; richiede inoltre di avere attenzione alla famiglia e al suo coinvolgimento. Su questo aspetto così importante mi sono soffermato nella Lettera sull’urgenza educativa, che ho recentemente indirizzato ai fedeli di Roma, e che ora idealmente consegno a tutti i Salesiani.

5. Fin dall’origine la Congregazione salesiana si è impegnata nell’evangelizzazione in diverse parti del mondo: dalla Patagonia e dall’America Latina, all’Asia e all’Oceania, all’Africa e al Madagascar. In un momento in cui in Europa le vocazioni diminuiscono e le sfide dell’evangelizzazione crescono, la Congregazione salesiana deve essere attenta a rafforzare la proposta cristiana, la presenza della Chiesa e il carisma di Don Bosco in questo continente. Come l’Europa è stata generosa con l’invio di numerosi missionari in tutto il mondo, così ora tutta la Congregazione, facendo appello specialmente alle Regioni ricche di vocazioni, sia disponibile nei suoi confronti. Per prolungare nel tempo la missione tra i giovani, lo Spirito Santo ha guidato Don Bosco a dar vita a varie forze apostoliche animate dal medesimo spirito e accomunate dallo stesso impegno. I compiti dell’evangelizzazione e dell’educazione richiedono infatti numerosi apporti, che sappiano operare in sinergia; per questo i Salesiani hanno coinvolto in tale opera numerosi laici, le famiglie e i giovani stessi, suscitando tra loro vocazioni apostoliche che mantengano vivo e fecondo il carisma di Don Bosco. Occorre proporre a questi giovani il fascino della vita consacrata, la radicalità della sequela di Cristo obbediente, povero e casto, il primato di Dio e dello Spirito, la vita fraterna in comunità, lo spendersi totalmente per la missione. I giovani sono sensibili a proposte di impegno esigente, ma hanno bisogno di testimoni e guide che sappiano accompagnarli nella scoperta e nell’accoglienza di tale dono. In questo contesto so che la Congregazione sta dedicando speciale attenzione alla vocazione del salesiano coadiutore, senza la quale essa perderebbe la fisionomia che Don Bosco volle darle. Certo, è una vocazione non facile da discernere e da accogliere; essa sboccia più facilmente laddove sono promosse tra i giovani le vocazioni laicali apostoliche e viene loro offerta una gioiosa ed entusiastica testimonianza della consacrazione religiosa. L’esempio e l’intercessione del Beato Artemide Zatti e di altri venerati fratelli coadiutori, che hanno speso la loro esistenza per il Regno di Dio, ottengano anche oggi alla Famiglia salesiana il dono di tali vocazioni.

6. Colgo volentieri quest’occasione per rivolgere un ringraziamento particolare alla Congregazione salesiana per il lavoro di ricerca e di formazione che svolge nell’Università Pontificia Salesiana, dove si sono formati e sono stati docenti anche alcuni tra i miei attuali più stretti e stimati collaboratori. Essa ha un’identità che le viene dal carisma di Don Bosco ed offre a tutta la Chiesa un contributo originale e specifico. Unica tra le Università Pontificie, ha una Facoltà di Scienze dell’Educazione ed un Dipartimento di Pastorale Giovanile e Catechetica, sostenuti dagli apporti di altre Facoltà. In vista di uno studio che si avvalga della diversità delle culture e sia attento alla molteplicità dei contesti, è auspicabile che si incrementi in essa la presenza di docenti provenienti da tutta la Congregazione. Nell’emergenza educativa che esiste in numerose parti del mondo, la Chiesa ha bisogno del contributo di studiosi che approfondiscano la metodologia dei processi pedagogici e formativi, l’evangelizzazione dei giovani, la loro educazione morale, elaborando insieme risposte alle sfide della postmodernità, dell’interculturalità e della comunicazione sociale e cercando nel contempo di venire in aiuto alle famiglie. Il sistema preventivo di Don Bosco e la tradizione educativa salesiana spingeranno sicuramente la Congregazione a proporre una pedagogia cristiana attuale, ispirata allo specifico carisma che le è proprio. L’educazione costituisce uno dei punti nodali della questione antropologica odierna, alla cui soluzione l’Università Pontificia Salesiana non mancherà, ne sono sicuro, di offrire un prezioso contributo.

8. Signor Rettore Maggiore, il compito che sta davanti alla Congregazione Salesiana è arduo, ma anche esaltante: ogni membro della vostra grande Famiglia religiosa è infatti chiamato a rendere presente don Bosco tra i giovani del nostro tempo. Nel 2015 celebrerete il bicentenario della sua nascita e con le scelte che opererete in questo Capitolo Generale, voi iniziate già la preparazione delle celebrazioni di tale importante evento giubilare. Ciò vi sia di sprone ad essere sempre più "segni credibili dell’amore di Dio ai giovani" e a far sì che i giovani siano davvero speranza della Chiesa e della società. La Vergine Maria, che Don Bosco vi ha insegnato ad invocare come Madre della Chiesa ed Ausiliatrice dei cristiani, vi sostenga nei vostri propositi. "E’ Lei che ha fatto tutto", ripeteva Don Bosco al termine della sua vita, riferendosi a Maria. Sarà dunque ancora Lei ad essere la vostra guida e maestra. Vi aiuterà a comunicare "il carisma di Don Bosco". Sarà per la vostra Congregazione e per l’intera Famiglia salesiana, per gli educatori e soprattutto per i giovani, Madre e Stella della speranza. Nel porgere alla vostra attenzione queste mie riflessioni, vi rinnovo l’espressione della mia gratitudine per il servizio che rendete alla Chiesa, e, mentre vi assicuro la mia costante preghiera, imparto di cuore a Lei, Rettore Maggiore, ai partecipanti all’Assemblea capitolare e all’intera Famiglia salesiana una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 1 Marzo 2008

BENEDICTUS PP. XVI

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domenica 2 marzo 2008

Al cieco guarito Gesù rivela che è venuto per separare i ciechi guaribili da quelli che non si lasciano guarire, perchè presumono di essere sani...


(El Greco, "Guarigione del cieco nato")

SANTA PASQUA 2006-2007-2008

PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL'ANGELUS: AUDIO INTEGRALE (Radio Vaticana)

Vedi anche:

ANGELUS DEL SANTO PADRE: I VIDEO

Il cuore di Benedetto XVI è vicino a chi soffre: il commento di Radio Vaticana all'Angelus

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 02.03.2008

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

in queste domeniche di Quaresima, attraverso i testi del Vangelo di Giovanni, la liturgia ci fa percorrere un vero e proprio itinerario battesimale: domenica scorsa, Gesù ha promesso alla Samaritana il dono dell’"acqua viva"; oggi, guarendo il cieco nato si rivela come "la luce del mondo"; domenica prossima, risuscitando l’amico Lazzaro, si presenterà come "la risurrezione e la vita".

Acqua, luce, vita: sono simboli del Battesimo, sacramento che "immerge" i credenti nel mistero della morte e resurrezione di Cristo, liberandoli dalla schiavitù del peccato e donando loro la vita eterna.

Soffermiamoci brevemente sul racconto del cieco nato (Gv 9,1-41). I discepoli, secondo la mentalità comune del tempo, danno per scontato che la sua cecità sia conseguenza di un peccato suo o dei suoi genitori.

Gesù invece respinge questo pregiudizio e afferma: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio" (Gv 9,3).

Quale conforto ci offrono queste parole! Esse ci fanno sentire la viva voce di Dio, che è Amore provvido e sapiente! Di fronte all’uomo segnato dal limite e dalla sofferenza, Gesù non pensa ad eventuali colpe, ma alla volontà di Dio che ha creato l’uomo per la vita.

E perciò dichiara solennemente: "Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato… Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo" (Gv 9,5).

E subito passa all’azione: con un po’ di terra e di saliva fa del fango e lo spalma sugli occhi del cieco. Questo gesto allude alla creazione dell’uomo, che la Bibbia racconta con il simbolo della terra plasmata e animata dal soffio di Dio (cfr Gn 2,7).

"Adamo" infatti significa "suolo", e il corpo umano in effetti è composto di elementi della terra. Guarendo l’uomo, Gesù opera una nuova creazione. Ma quella guarigione suscita un’accesa discussione, perché Gesù la compie di sabato, trasgredendo, secondo i farisei, il precetto festivo.

Così alla fine del racconto, Gesù e il cieco si ritrovano entrambi "cacciati fuori" dai farisei: uno perché ha violato la legge e l’altro perché, malgrado la guarigione, rimane marchiato come peccatore dalla nascita.

Al cieco guarito Gesù rivela che è venuto nel mondo per operare un giudizio, per separare i ciechi guaribili da quelli che non si lasciano guarire, perché presumono di essere sani.

E’ forte infatti nell’uomo la tentazione di costruirsi un sistema di sicurezza ideologico: anche la stessa religione può diventare elemento di questo sistema, come pure l’ateismo, o il laicismo, ma così facendo si resta accecati dal proprio egoismo.

Cari fratelli, lasciamoci guarire da Gesù, che può e vuole donarci la luce di Dio! Confessiamo le nostre cecità, le nostre miopìe, e soprattutto quello che la Bibbia chiama il "grande peccato" (cfr Sal 18,14): l’orgoglio. Ci aiuti in questo Maria Santissima, che generando Cristo nella carne ha dato al mondo la vera luce.

DOPO L’ANGELUS

Con profonda tristezza seguo la drammatica vicenda del rapimento di Mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo di Mossul dei Caldei, in Iraq. Mi unisco all’appello del Patriarca, il Cardinale Emmanuel III Delly, e dei suoi collaboratori, affinché il caro Presule, oltretutto in precarie condizioni di salute, sia prontamente liberato. Elevo, in pari tempo, la mia preghiera di suffragio per le anime dei tre giovani uccisi, che erano con lui al momento del rapimento. Esprimo, inoltre, la mia vicinanza a tutta la Chiesa in Iraq ed in particolare alla Chiesa caldea, ancora una volta duramente colpite, mentre incoraggio i Pastori e i fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Si moltiplichino gli sforzi di quanti reggono le sorti del caro popolo iracheno, affinché grazie all’impegno e alla saggezza di tutti ritrovi pace e sicurezza, e non venga ad esso negato il futuro a cui ha diritto.

Purtroppo in questi ultimi giorni la tensione tra Israele e la Striscia di Gaza ha raggiunto livelli assai gravi.
Rinnovo il mio pressante invito alle Autorità, sia israeliane che palestinesi, perché si fermi questa spirale di violenza, unilateralmente, senza condizioni: solo mostrando un rispetto assoluto per la vita umana, fosse anche quella del nemico, si potrà sperare di dare un futuro di pace e di convivenza alle giovani generazioni di quei popoli che, entrambi, hanno le loro radici nella Terra Santa. Invito tutta la Chiesa a elevare suppliche all’Onnipotente per la pace nella terra di Gesù e a mostrare solidarietà attenta e fattiva ad entrambe le popolazioni, israeliana e palestinese.

Nel corso della settimana la cronaca italiana ha appuntato la sua attenzione sulla triste fine di due bambini, noti come Ciccio e Tore. Una fine che ha profondamente colpito me come tante famiglie e persone. Vorrei cogliere l'occasione per lanciare un grido a favore dell'infanzia: prendiamoci cura dei piccoli! Bisogna amarli e aiutarli a crescere. Lo dico ai genitori, ma anche alle istituzioni. Nel lanciare questo appello, il mio pensiero va all’infanzia di ogni parte del mondo, particolarmente a quella più indifesa, sfruttata e abusata. Affido ogni bambino al cuore di Cristo, che ha detto: "Lasciate che i bambini vengano a me!" (Lc 18,16)

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Il cristianesimo costituisce un legame forte e profondo tra il cosiddetto vecchio continente e quello che è stato chiamato il "nuovo mondo"


Vedi anche:

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

«Occidente, dalle università rinasca la civiltà dell’amore». Il Papa incontra gli universitari...

Il Papa ai giovani universitari: "Rinnovate con il vangelo la civilta’ occidentale"

SANTO ROSARIO CON GLI UNIVERSITARI, 01.03.2008

Alle 17 di questo pomeriggio, nell’Aula Paolo VI, ha luogo la Veglia di preghiera in occasione della VI Giornata Europea degli Universitari, promossa dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa e dall’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma sul tema: "Europa e Americhe insieme per costruire la civiltà dell’amore".
L’incontro di preghiera degli studenti degli atenei romani prevede collegamenti via satellite con gli universitari di Toledo (Spagna), Aparecida (Brasile), Loja (Ecuador), Napoli (Italia), L’Avana (Cuba), Città del Messico (Messico), Avignone (Francia), Washington, D.C. (USA), Bucarest (Romania) e Minsk (Bielorussia).
Alle 18 il Santo Padre giunge nell’Aula Paolo VI e guida la recita del Rosario. A conclusione della preghiera il Papa rivolge agli universitari presenti in Aula e in collegamento dalle varie città europee ed americane il saluto che riportiamo di seguito:

SALUTO DEL SANTO PADRE

Cari giovani universitari!

Al termine di questa veglia mariana, con grande gioia rivolgo il mio saluto a tutti voi, a quanti siete qui presenti e a quanti partecipate alla preghiera mediante i collegamenti via satellite. Saluto con riconoscenza i venerati Cardinali e Vescovi, in particolare quelli che hanno presieduto la recita del Rosario nelle sedi collegate: Aparecida in Brasile, Avignone in Francia, Bucarest in Romania, Città del Messico in Messico, L’Avana a Cuba, Loja in Ecuador, Minsk in Bielorussia, Napoli in Italia, Toledo in Spagna e Washington negli Stati Uniti d’America. Cinque sedi in Europa e cinque nelle Americhe. Infatti questa iniziativa ha per tema: "L’Europa e le Americhe insieme per costruire la civiltà dell’amore". E proprio su questo tema si è svolto in questi giorni presso l’Università Gregoriana un convegno, ai cui partecipanti rivolgo un cordiale saluto.

E’ felice la scelta di evidenziare di volta in volta il rapporto tra l’Europa e un altro continente, in una prospettiva di speranza. Due anni fa Europa e Africa; l’anno scorso Europa e Asia; quest’anno Europa e America.

Il cristianesimo costituisce un legame forte e profondo tra il cosiddetto vecchio continente e quello che è stato chiamato il "nuovo mondo". Basta pensare al posto fondamentale che occupano la Sacra Scrittura e la Liturgia cristiana nella cultura e nell’arte dei popoli europei e di quelli americani.

Purtroppo però la cosiddetta "civiltà occidentale" ha anche in parte tradito la sua ispirazione evangelica. Si impone pertanto un’onesta e sincera riflessione, un esame di coscienza. Occorre discernere tra ciò che costruisce la "civiltà dell’amore", secondo il disegno di Dio rivelato in Gesù Cristo, e ciò che invece ad essa si oppone.

Mi rivolgo ora a voi, cari giovani. I giovani sono sempre stati, nella storia dell’Europa e delle Americhe, portatori di spinte evangeliche. Pensiamo a giovani come san Benedetto da Norcia, san Francesco d’Assisi e il beato Karl Leisner, in Europa; come san Martín de Porres, santa Rosa da Lima e la beata Kateri Tekakwitha, in America.

Giovani costruttori della civiltà dell’amore! Oggi, voi, giovani europei e americani, Iddio vi chiama a cooperare, insieme con i vostri coetanei del mondo intero, perché la linfa del Vangelo rinnovi la civiltà di questi due continenti e di tutta l’umanità. Le grandi città europee e americane sono sempre più cosmopolite, ma spesso manca in esse questa linfa, capace di far sì che le differenze non siano motivo di divisione o di conflitto, bensì di arricchimento reciproco. La civiltà dell’amore è "convivialità", cioè convivenza rispettosa, pacifica e gioiosa delle differenze in nome di un progetto comune, che il beato Papa Giovanni XXIII fondava sopra i quattro pilastri dell’amore, della verità, della libertà e della giustizia. Ecco, cari amici, la consegna che oggi vi affido: siate discepoli e testimoni del Vangelo, perché il Vangelo è il buon seme del Regno di Dio, cioè della civiltà dell’amore!

Siate costruttori di pace e di unità! Segno di quest’unità cattolica, cioè universale e integra nei contenuti della fede cristiana che tutti ci lega, è anche l’iniziativa di consegnare a ciascuno di voi il testo dell’Enciclica Spe salvi su un CD in 5 lingue. La Vergine Maria vegli su voi, sulle vostre famiglie e su tutti i vostri cari.

Vorrei ora salutare nelle diverse lingue quanti sono uniti a noi dalle altre città attraverso i collegamenti radiotelevisivi.

Queridos jóvenes reunidos en las ciudades de México, La Habana, Loja, y Toledo, sed testimonios de la gran esperanza que Cristo ha traído al mundo. Que el Señor os bendiga y os acompañe en vuestros compromisos de estudio.

Dear University students of Washington DC, I send warm greetings to you! With the help of God, I will be in your city in April. With your assistance, may America remain faithful to its Christian roots and to its high ideals of freedom in truth and justice!

Chers amis réunis à Avignon, l’Europe a besoin de la jeunesse de l’esprit dont vous êtes porteurs et que vous, jeunes chrétiens, pouvez lui donner, en vous efforçant de vivre vraiment l’Évangile. Cela constituera pour tous un témoignage. C’est ce que je vous souhaite de tout cœur.

Amados jovens, reunidos em Aparecida: ainda está viva no meu coração a lembrança da Viagem Pastoral que realizei no Brasil, especialmente no Santuário de Nossa Senhora da Conceição Aparecida. Peço à Virgem Mãe que obtenha para todos vocês a graça de ser sempre testemunhas de esperança!

[bielorusso]

Дарагія студэнты мінскіх унівэрсытэта. Сардэчна вас вітаю. Даручаю вашаму роздуму Энцыкліку аб надзеі і заахвочваю вас будаваць цывілізацыю любові. У жыцьці прыймайце правільныя рашэньні ды дзеяньні поныя веры і эвангэльскае адвагі.

[Cari universitari di Minsk, vi saluto con affetto! Affido anche a voi l’Enciclica sulla speranza e vi esorto a costruire la civiltà dell’amore, mediante comportamenti quotidiani pieni di fede e di coraggio evangelico.]

[rumeno]

Iubiţi prieteni reuniţi la Bucureşti, Domnul să vă binecuvânteze! Pentru a răspândi civilizaţia iubirii, creştinii trebuie să fie uniţi în spirit ecumenic. Daţi voi înşivă un exemplu constant de sinceră colaborare între toţi ucenicii lui Isus.

[Cari amici riuniti a Bucarest, il Signore vi benedica! Per diffondere la civiltà dell’amore i cristiani devono essere uniti in spirito ecumenico. Date voi stessi esempio di sincera collaborazione tra tutti i discepoli di Gesù.]

E infine saluto voi, che siete nel Duomo di Napoli! La vostra città e l’Italia intera hanno bisogno di ritrovare il gusto dell’impegno condiviso per una società più giusta e solidale. Siate di esempio anche in questo, nutrendovi di preghiera e lasciandovi guidare dalla luce e dalla forza del Vangelo.

Ringrazio il Cardinale Ruini e Mons. Leuzzi e quanti hanno collaborato all’organizzazione di questo incontro. Ringrazio il coro e l’orchestra che hanno sostenuto la nostra preghiera, come pure il Centro Televisivo Vaticano, la Radio Vaticana e Telespazio per i collegamenti. A voi, cari giovani, auguro un sereno e proficuo lavoro e una buona Pasqua, e a tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

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venerdì 29 febbraio 2008

Risposte della Congregazione per la dottrina della fede a quesiti sulla validità del Battesimo


RISPOSTE DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE A QUESITI SULLA VALIDITÀ DEL BATTESIMO, 29.02.2008

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

RISPOSTE A QUESITI PROPOSTI sulla validità del Battesimo conferito con le formule

«I baptize you in the name of the Creator, and of the Redeemer, and of the Sanctifier»

e «I baptize you in the name of the Creator, and of the Liberator, and of the Sustainer»

QUESITI

Primo: È valido il Battesimo conferito con le formule «I baptize you in the name of the Creator, and of the Redeemer, and of the Sanctifier» e «I baptize you in the name of the Creator, and of the Liberator, and of the Sustainer»?

Secondo: Devono essere battezzate in forma assoluta le persone che sono state battezzate con queste formule?

RISPOSTE

Al primo: Negativamente.

Al secondo: Affermativamente.

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nel corso di un’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato questa Risposta, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 1° febbraio 2008.

William Cardinale LEVADA
Prefetto

+ Angelo AMATO, S.D.B.
Arcivescovo tit. di Sila
Segretario