giovedì 26 giugno 2008

Il Papa ai vescovi dell'Honduras: "Il servizio della carità per affrontare povertà, violenza, emigrazione"


Vedi anche:

Benedetto XVI ai vescovi dell'Honduras: annunciate i valori sociali del Vangelo per ridare speranza alle fasce povere e degradate del vostro Paese

Il discorso del Papa ai vescovi dell'Honduras in visita «ad limina»

Il servizio della carità per affrontare povertà, violenza, emigrazione

Nel "servizio della carità" i vescovi devono mostrare "il volto misericordioso di Dio" verso i poveri, gli emigrati, gli anziani, i detenuti. Lo ha sottolineato Benedetto XVI ricevendo giovedì 26 giugno i vescovi dell'Honduras in occasione della visita "ad limina Apostolorum". Il Papa ha anche invitato i laici del Paese a formarsi all'insegnamento sociale della Chiesa per essere lievito che trasforma la società.

Señor Cardenal...

La traduzione del discorso di Benedetto XVI ai vescovi dell'Honduras in visita «ad limina»

Occorre potenziare il "servizio della carità" in tutte le comunità parrocchiali e diocesane dell'Honduras, per affrontare povertà, violenza, emigrazione, distruzione dell'ambiente: lo ha ricordato Benedetto XVI ai vescovi del Paese durante l'udienza di giovedì 26 giugno, in occasione della visita "ad limina Apostolorum". Di seguito pubblichiamo una nostra traduzione italiana del discorso del Papa.

Signor cardinale,
Cari fratelli nell'episcopato
,

1. Vi ricevo con grande gioia questa mattina e ringrazio il Signore di potervi incontrare per condividere con tutti voi i progetti e le speranze, le preoccupazioni e le difficoltà del vostro cuore di Pastori della Chiesa. La comunità cattolica dell'Honduras è stata benedetta con la consacrazione in poco tempo di cinque nuovi Vescovi; voglia il Signore che questa visita ad limina, quando si celebrano venticinque anni del viaggio pastorale di Papa Giovanni Paolo II nella vostra terra, contribuisca a rafforzare ancora di più gli stretti vincoli di comunione fra voi e con il successore di Pietro, per riprendere con nuovo ardore la missione che il Signore vi ha affidato!
Desidero ringraziare vivamente il signor cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e presidente della Conferenza episcopale, per le cortesi parole con le quali mi ha espresso il vostro affetto e la vostra adesione, e anche l'affetto dei vostri sacerdoti, religiosi e fedeli diocesani. Tutti, ma specialmente quelli che soffrono a causa della povertà, della violenza o della malattia, li tengo presenti nella mia preghiera, manifestando loro tutta la mia stima e la mia vicinanza spirituale.

2. Il popolo honduregno si caratterizza per un profondo spirito religioso che si manifesta, fra le altre cose, nelle numerose e radicate pratiche di devozione popolare, le quali, debitamente purificate da elementi estranei alla fede, devono essere uno strumento valido per l'annuncio del Vangelo. D'altro canto, e come succede in altre parti, la diffusione del secolarismo, come anche il proselitismo delle sette, è fonte di confusione per molti fedeli e provoca inoltre una perdita di senso di appartenenza alla Chiesa.
La constatazione delle enormi difficoltà che si oppongono alla vostra missione pastorale, lungi dal suscitare sconforto, deve servire a dare impulso a un'estesa e audace opera di evangelizzazione, che si fondi, più che sull'efficacia dei mezzi materiali o dei progetti umani, sul potere della Parola di Dio (cfr Eb 4, 12), accolta con fede, vissuta con umiltà e annunciata con fedeltà.
In quanto successori degli apostoli, siete stati chiamati a una missione eccelsa: "Perpetuare l'opera di Cristo, pastore eterno" (Christus Dominus, n. 2). Cristo è certamente il cuore dell'evangelizzazione (cfr Pastores gregis, n. 27), per questo l'amore per Lui e per gli uomini ci spinge a portare il suo messaggio fino agli angoli più lontani della vostra amata nazione, affinché tutti possano giungere all'incontro personale e intimo con il Signore, che è l'inizio di un'autentica vita cristiana (cfr Deus caritas est, n. 1).

3. In questo urgente compito di annunciare la Buona Novella della salvezza, potete contare sull'aiuto inestimabile dei vostri sacerdoti. Questi, in quanto primi collaboratori nella vostra missione pastorale, devono essere anche i principali destinatari della vostra sollecitudine di padri, fratelli e amici, prestando attenzione alla loro vita spirituale e ai loro bisogni materiali. Parimenti, la diligenza e l'attenzione con cui seguite la formazione dei seminaristi è una manifestazione eloquente del vostro amore per il sacerdozio. Con fiducia nel Signore, e con generosità, ponete sempre al servizio del seminario i formatori migliori e i mezzi materiali adeguati, affinché i futuri sacerdoti acquisiscano quella maturità umana, spirituale e sacerdotale di cui i fedeli hanno bisogno e che hanno il diritto di aspettarsi dai loro pastori.
Nonostante l'incremento delle vocazioni negli ultimi tempi, la scarsità di presbiteri nelle vostre Chiese particolari è, giustamente, una delle principali preoccupazioni. Per questo, l'impegno nel suscitare vocazioni fra i giovani deve essere un obiettivo prioritario dei vostri piani di pastorale, nei quali si devono coinvolgere tutte le comunità diocesane e parrocchiali. In tal senso, vi esorto a incoraggiare la preghiera personale e comunitaria che, oltre a essere un mandato del Signore (cfr Mt 9, 38), è necessaria per scoprire e favorire una risposta generosa alla propria vocazione.
Non posso non riconoscere il grande lavoro evangelico che realizzano le comunità religiose, arricchendo le vostre diocesi con la presenza dei loro carismi specifici, e la cui collaborazione dovete continuare a promuovere in uno spirito di vera comunione ecclesiale.

4. Desidero sottolineare anche il ruolo significativo che i laici cattolici honduregni stanno assumendo nelle parrocchie come catechisti e delegati della Parola. Un aspetto importante del ministero pastorale consiste nel lavorare senza posa affinché i fedeli siano sempre più consapevoli che, in virtù del loro battesimo e della loro confermazione, sono chiamati a vivere la pienezza della carità partecipando alla stessa missione salvifica della Chiesa (cfr Lumen gentium, n. 33). Mediante la testimonianza della loro vita cristiana, possono portare in tutti i settori della società la luce del messaggio di Cristo, attraendo nella comunità ecclesiale coloro la cui fede si è indebolita o che si trovano lontano da essa. I fedeli laici hanno pertanto bisogno di intensificare il loro rapporto con Dio e di acquisire una salda formazione, soprattutto per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa. In tal modo, come lievito nella massa, potranno compiere la loro missione di trasformare la società secondo il volere di Dio (cfr Ibidem, n. 31).
Allo stesso tempo, un ambito di singolare attenzione pastorale è quello del matrimonio e della famiglia, la cui solidità e stabilità recano tanto beneficio alla Chiesa e alla società. A tale proposito, è giusto riconoscere il passo importante che è stato compiuto nell'includere nella Costituzione del vostro Paese un riconoscimento esplicito del matrimonio, anche se sapete bene che non basta possedere una buona legislazione se poi non si realizza quella necessaria opera culturale e di catechesi in grado di far risplendere nella società la verità e la bellezza del matrimonio, vera alleanza perpetua di vita e di amore fra un uomo e una donna.

5. Come l'annuncio della Parola e la celebrazione dei sacramenti, il servizio della carità è parte essenziale della missione della Chiesa (cfr Deus caritas est, n. 25). I vescovi, quali successori degli apostoli, sono pertanto i primi responsabili di questo servizio di carità nelle Chiese particolari (cfr Ibidem, n. 32). So bene quanto vi addolora la povertà nella quale vivono tanti vostri concittadini, unita all'aumento della violenza, all'emigrazione, alla distruzione dell'ambiente, alla corruzione e alle carenze nell'educazione, fra gli altri gravi problemi. Come ministri del Buon Pastore avete svolto, con le parole e con le opere, un'intensa opera di aiuto ai bisognosi. Vi esorto vivamente a continuare a mostrare nel vostro ministero il volto misericordioso di Dio, potenziando in tutte le vostre comunità diocesane e parrocchiali un esteso e capillare servizio di carità, che giunga in modo particolare ai malati, agli anziani e ai detenuti.

6. Amatissimi fratelli, vi ribadisco il mio affetto e la mia gratitudine per tutta la vostra dedizione e sollecitudine pastorale. Allo stesso tempo, vi chiedo di trasmettere ai vostri sacerdoti, religiosi, religiose, seminaristi e fedeli laici il saluto e la stima del Papa.
All'intercessione dell'Immacolata Vergine di Suyapa affido le vostre persone, le intenzioni e i propositi pastorali, affinché portiate a tutti i figli dell'Honduras la speranza che non delude mai, Cristo Gesù, l'unico Salvatore del genere umano. Con questi auspici, vi accompagnano la mia preghiera e la mia Benedizione Apostolica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 27 giugno 2008)

Il Papa scrive all'Osservatore: "La versione in malayalam del giornale è aiuto indispensabile per l'evangelizzazione in India"


Benedetto XVI per «L'Osservatore Romano» in malayalam

Pubblichiamo di seguito il saluto di Benedetto XVI in occasione della pubblicazione del primo numero della versione in malayalam dell'edizione in lingua inglese de «L'Osservatore Romano».

Dear Friends...

Un aiuto indispensabile per l'evangelizzazione in India

Pubblichiamo la traduzione del saluto di Benedetto XVI in occasione della pubblicazione del primo numero della versione in malayalam dell'edizione in lingua inglese de «L'Osservatore Romano».

Cari amici,

la pubblicazione della prima edizione de L'Osservatore Romano in lingua malayalam è un evento altamente significativo nella vita della Chiesa in India perché terrà informati gli oltre sei milioni di cattolici del Kerala sul ministero del Papa e sull'opera della Santa Sede e rafforzerà i vincoli di fede e di comunione ecclesiale che uniscono la comunità cattolica alla Sede di Pietro. Volentieri colgo tale occasione per offrire i miei oranti buoni auspici per questa importante impresa e per ringraziare sentitamente i direttori della Carmel International Publishing House e quanti hanno contribuito in qualche modo alla sua realizzazione.
Spero che questa nuova traduzione dell'edizione inglese, che va ad affiancarsi alle altre edizioni in lingua de L'Osservatore Romano, sarà una fonte preziosa di istruzione e di arricchimento nella fede, un incentivo a maggiori fraternità e cooperazione in seno alla comunità cattolica del Kerala, caratterizzata da una ricca diversità, e un aiuto indispensabile per l'opera costante di evangelizzazione.
A voi e alle vostre famiglie imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica quale pegno di gioia e di pace in nostro Signore Gesù Cristo.

Benedetto pp. XVI

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 26 giugno 2008)

mercoledì 25 giugno 2008

Il Papa:"Non chi si chiude in sé è uomo completo, ma l’uomo che si apre, che esce da sè, diventa completo e trova se stesso proprio nel Figlio di Dio"


I PADRI DELLA CHIESA NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

Inaugurazione della statua di Don Orione

Il Papa: "I grandi valori di questo mondo come libertà dialogo tolleranza traggono fondamento dalla fede in Cristo" (Radio Vaticana)

Il Papa: "L'uomo completo è l'uomo che si apre a Dio"

Splendida catechesi del Santo Padre (quasi completamente "a braccio") su San Massimo il Confessore

L’UDIENZA GENERALE, 25.06.2008

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di San Massimo il Confessore.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

San Massimo il Confessore

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle,

vorrei presentare oggi la figura di uno dei grandi Padri della Chiesa di Oriente del tempo tardivo. Si tratta di un monaco, san Massimo, che meritò dalla Tradizione cristiana il titolo di Confessore per l’intrepido coraggio con cui seppe testimoniare – "confessare" – anche con la sofferenza l’integrità della sua fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Salvatore del mondo. Massimo Nacque in Palestina, la terra del Signore, intorno al 580. Fin da ragazzo fu avviato alla vita monastica e allo studio delle Scritture, anche attraverso le opere di Origene, il grande maestro che già nel terzo secolo era giunto a "fissare" la tradizione esegetica alessandrina.

Da Gerusalemme, Massimo si trasferì a Costantinopoli, e da lì, a causa delle invasioni barbariche, si rifugiò in Africa. Qui si distinse con estremo coraggio nella difesa dell’ortodossia.

Massimo non accettava alcuna riduzione dell’umanità di Cristo. Era nata la teoria secondo cui in Cristo vi sarebbe solo una volontà, quella divina. Per difendere l’unicità della sua persona, negavano in Lui una vera e propria volontà umana. E, a prima vista, potrebbe apparire anche una cosa buona che in Cristo ci sia una sola volontà.

Ma san Massimo capì subito che ciò avrebbe distrutto il mistero della salvezza, perché una umanità senza volontà, un uomo senza volontà non è un vero uomo, è un uomo amputato. Quindi l’uomo Gesù Cristo non sarebbe stato un vero uomo, non avrebbe vissuto il dramma dell’essere umano, che consiste proprio nella difficoltà di conformare la volontà nostra con la verità dell’essere.

E così san Massimo afferma con grande decisione: la Sacra Scrittura non ci mostra un uomo amputato, senza volontà, ma un vero uomo completo: Dio, in Gesù Cristo, ha realmente assunto la totalità dell’essere umano – ovviamente eccetto il peccato – quindi anche una volontà umana. E la cosa, detta così, appare chiara: Cristo o è o non è uomo. Se è uomo, ha anche una volontà. Ma nasce il problema: non si finisce così in una sorta di dualismo? Non si arriva ad affermare due personalità complete: ragione, volontà, sentimento? Come superare il dualismo, conservare la completezza dell’essere umano e tuttavia tutelare l’unità della persona di Cristo, che non era schizofrenico.

E san Massimo dimostra che l’uomo trova la sua unità, l’integrazione di se stesso, la sua totalità non in se stesso, ma superando se stesso, uscendo da se stesso. Così, anche in Cristo, uscendo da se stesso, l’uomo trova in Dio, nel Figlio di Dio, se stesso. Non si deve amputare l’uomo per spiegare l’Incarnazione; occorre solo capire il dinamismo dell’essere umano che si realizza solo uscendo da se stesso; solo in Dio troviamo noi stessi, la nostra totalità e completezza. Così si vede che non l’uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l’uomo che si apre, che esce da se stesso, diventa completo e trova se stesso proprio nel Figlio di Dio, trova la sua vera umanità.

Per san Massimo questa visione non rimane una speculazione filosofica; egli la vede realizzata nella vita concreta di Gesù, soprattutto nel dramma del Getsemani.

In questo dramma dell’agonia di Gesù, dell’angoscia della morte, della opposizione tra la volontà umana di non morire e la volontà divina che si offre alla morte, in questo dramma del Getsemani si realizza tutto il dramma umano, il dramma della nostra redenzione. San Massimo ci dice, e noi sappiamo che questo è vero: Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il "no" fosse l’apice della libertà.

Solo chi può dire "no" sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l’uomo deve dire "no" a Dio; solo così pensa di essere finalmente se stesso, di essere arrivato al culmine della libertà. Questa tendenza la portava in se stessa anche la natura umana di Cristo, ma l’ha superata, perché Gesù ha visto che non il "no" è il massimo della libertà. Il massimo della libertà è il "sì", la conformità con la volontà di Dio. Solo nel "sì" l’uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del "sì", nella unificazione della sua volontà con quella divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa "divino". Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in sé stesso; lo è uscendo da sé, è nel "sì" che diventa libero; e questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua.

Trasferendo la volontà umana nella volontà divina, è così che nasce il vero uomo, così siamo redenti. Questo, in brevi parole, è il punto fondamentale di quanto voleva dire san Massimo, e vediamo che qui è veramente in questione tutto l’essere umano; sta qui l’intera questione della nostra vita. San Massimo aveva già problemi in Africa difendendo questa visione dell’uomo e di Dio; poi fu chiamato a Roma. Nel 649 prese parte attiva al Concilio Lateranense, indetto dal Papa Martino I a difesa delle due volontà di Cristo, contro l’editto dell’imperatore, che – pro bono pacis – proibiva di discutere tale questione. Il Papa Martino dovette pagare caro il suo coraggio: benché malandato in salute, venne arrestato e tradotto a Costantinopoli. Processato e condannato a morte, ottenne la commutazione della pena nel definitivo esilio in Crimea, dove morì il 16 settembre 655, dopo due lunghi anni di umiliazioni e di tormenti.

Poco tempo più tardi, nel 662, fu la volta di Massimo, che – opponendosi anche lui all’imperatore – continuava a ripetere: "E’ impossibile affermare in Cristo una sola volontà!" (cfr PG 91, cc. 268-269). Così, insieme a due suoi discepoli, entrambi chiamati Anastasio, Massimo fu sottoposto a un estenuante processo, benché avesse ormai superato gli ottant’anni di età. Il tribunale dell’imperatore lo condannò, con l’accusa di eresia, alla crudele mutilazione della lingua e della mano destra – i due organi mediante i quali, attraverso le parole e gli scritti, Massimo aveva combattuto l’errata dottrina dell’unica volontà di Cristo. Infine il santo monaco, così mutilato, venne esiliato nella Colchide, sul Mar Nero, dove morì, sfinito per le sofferenze subite, all’età di 82 anni, il 13 agosto dello stesso anno 662.

Parlando della vita di Massimo, abbiamo accennato alla sua opera letteraria in difesa dell’ortodossia. Ci siamo riferiti in particolare alla Disputa con Pirro, già patriarca di Costantinopoli: in essa egli riuscì a persuadere l’avversario dei suoi errori. Con molta onestà, infatti, Pirro concludeva così la Disputa: "Chiedo scusa per me e per quelli che mi hanno preceduto: per ignoranza siamo giunti a questi assurdi pensieri e argomentazioni; e prego che si trovi il modo di cancellare queste assurdità, salvando la memoria di quelli che hanno errato" (PG 91, c. 352). Ci sono poi giunte alcune decine di opere importanti, tra le quali spicca la Mistagoghía, uno degli scritti più significativi di san Massimo, che raccoglie in sintesi ben strutturata il suo pensiero teologico.

Quello di san Massimo non è mai un pensiero solo teologico, speculativo, ripiegato su se stesso, perché ha sempre come punto di approdo la concreta realtà del mondo e della sua salvezza. In questo contesto, nel quale ha dovuto soffrire, non poteva evadere in affermazioni filosofiche solo teoriche; doveva cercare il senso del vivere, chiedendosi: chi sono io, che cosa è il mondo? All’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, Dio ha affidato la missione di unificare il cosmo. E come Cristo ha unificato in se stesso l’essere umano, nell’uomo il Creatore ha unificato il cosmo. Egli ci ha mostrato come unificare nella comunione di Cristo il cosmo e così arrivare realmente a un mondo redento.

A questa potente visione salvifica fa riferimento uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo, Hans Urs von Balthasar, che – "rilanciando" la figura di Massimo – definisce il suo pensiero con l’icastica espressione di Kosmische Liturgie, "liturgia cosmica". Al centro di questa solenne "liturgia" rimane sempre Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. L’efficacia della sua azione salvifica, che ha definitivamente unificato il cosmo, è garantita dal fatto che egli, pur essendo Dio in tutto, è anche integralmente uomo – compresa anche l’"energia" e la volontà dell’uomo.

La vita e il pensiero di Massimo restano potentemente illuminati da un immenso coraggio nel testimoniare l’integrale realtà di Cristo, senza alcuna riduzione o compromesso. E così appare chi è veramente l’uomo, come dobbiamo vivere per rispondere alla nostra vocazione. Dobbiamo vivere uniti a Dio, per essere così uniti a noi stessi e al cosmo, dando al cosmo stesso e all’umanità la giusta forma. L’universale "sì" di Cristo, ci mostra anche con chiarezza come dare il collocamento giusto a tutti gli altri valori. Pensiamo a valori oggi giustamente difesi quali la tolleranza, la libertà, il dialogo. Ma una tolleranza che non sapesse più distinguere tra bene e male diventerebbe caotica e autodistruttiva. Così pure: una libertà che non rispettasse la libertà degli altri e non trovasse la comune misura delle nostre rispettive libertà, diventerebbe anarchia e distruggerebbe l’autorità. Il dialogo che non sa più su che cosa dialogare diventa una chiacchera vuota. Tutti questi valori sono grandi e fondamentali, ma possono rimanere veri valori soltanto se hanno il punto di riferimento che li unisce e dà loro la vera autenticità. Questo punto di riferimento è la sintesi tra Dio e cosmo, è la figura di Cristo nella quale impariamo la verità di noi stessi e impariamo così dove collocare tutti gli altri valori, perché scopriamo il loro autentico significato. Gesù Cristo è il punto di riferimento che dà luce a tutti gli altri valori. Questa è il punto di arrivo della testimonianza di questo grande Confessore. E così, alla fine, Cristo ci indica che il cosmo deve divenire liturgia, gloria di Dio e che la adorazione è l’inizio della vera trasformazione, del vero rinnovamento del mondo.

Perciò vorrei concludere con un brano fondamentale delle opere di san Massimo: "Noi adoriamo un solo Figlio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, come prima dei tempi, così anche ora, e per tutti i tempi, e per i tempi dopo i tempi. Amen!" (PG 91, c. 269).

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

Lettera del Papa ai partecipanti all'assemblea generale della Federazione biblica cattolica: "In Africa la riconciliazione nasce dalla Parola di Dio"


Lettera del Papa ai partecipanti all'assemblea generale della Federazione biblica cattolica

In Africa la riconciliazione nasce dalla Parola di Dio

L'annuncio della Parola di Dio è sorgente di riconciliazione, di giustizia e di pace autentica per i popoli dell'Africa: lo afferma Benedetto XVI nella lettera inviata ai partecipanti alla settima assemblea generale della Federazione biblica cattolica, che si svolge a Dar-es-Salaam, in Tanzania, dal 24 giugno al 3 luglio.

"Stand therefore...

Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione italiana della lettera inviata dal Papa ai partecipanti alla settima assemblea generale della Federazione biblica cattolica, che si svolge in Tanzania dal 24 giugno al 3 luglio.

Al Reverendissimo
Vincenzo Paglia
Presidente della Federazione
Biblica Cattolica


"State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace" (Ef 6, 14-15). Con queste parole dell'apostolo Paolo, sono lieto di salutare i delegati e tutti i partecipanti alla settima Assemblea Generale della Federazione Biblica Cattolica, che si celebra a Dar-es-Salaam dal 24 giugno al 3 luglio 2008, dedicata al tema: La Parola di Dio, fonte di riconciliazione, di giustizia e di pace. L'Assemblea Generale è sempre un'opportunità privilegiata per i membri della Federazione Biblica Cattolica per ascoltare insieme la Parola di Dio e rinnovare il loro servizio alla Chiesa, chiamata a proclamare il Vangelo della pace.
Il fatto che il vostro incontro si tenga a Dar-es-Salaam è un importante gesto di solidarietà con la Chiesa in Africa, ancor più in vista del Sinodo speciale per l'Africa del prossimo anno. È "dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo" (Gaudium et spes, n. 4). Il messaggio che portate a Dar-es-Salaam è chiaramente un messaggio di amore per la Bibbia e di amore per l'Africa. Il tema della vostra Assemblea generale attira l'attenzione su come la Parola di Dio può ripristinare l'umanità nella riconciliazione, nella giustizia e nella pace. È questa la parola di vita che la Chiesa deve offrire a un mondo in frantumi. "Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2 Cor 5, 20). Possa il continente africano stabilire il contesto per la lectio divina che vi assisterà in questi giorni e possano i vostri sforzi aiutare la Chiesa in Africa a "proseguire la sua missione evangelizzatrice, per attrarre i popoli del continente al Signore, insegnando loro ad osservare quanto Egli ha comandato (cfr Mt 28, 20)" (Ecclesia in Africa, n. 6)!

Il cristianesimo è la religione della Parola di Dio, "non una parola scritta e muta, bensì incarnata e vivente" (cfr San Bernardo, S. Missus est 4, 11 PL 183, 86).

Solo Cristo, Verbo eterno del Dio vivente, attraverso lo Spirito Santo può aprire la nostra mente per comprendere le Scritture (cfr Lc 24, 15; Catechismo, n. 108). Vi incoraggio cordialmente non soltanto a continuare a far conoscere la profonda rilevanza delle Scritture per l'esperienza contemporanea dei cattolici e specialmente delle generazioni più giovani, ma anche a guidarli a interpretarle dalla prospettiva centrale di Cristo e del suo mistero pasquale. La comunità dei credenti può essere il lievito della riconciliazione, ma solo se "resta docile allo Spirito e rende testimonianza al Vangelo, solo se porta la Croce come e con Gesù" (Omelia nella solennità di Pentecoste, 11 maggio 2008). A questo riguardo, desidero fare mia una riflessione del servo di Dio Papa Giovanni Paolo ii, il quale ha osservato: "Come, infatti, annunciare il Vangelo della riconciliazione, senza al contempo impegnarsi ad operare per la riconciliazione dei cristiani?" (Ut unum sint, n. 98). Lasciate che questa osservazione trovi la sua strada anche nelle vostre attività in questi giorni. Possano i vostri cuori essere sempre guidati dallo Spirito Santo nella forza unificatrice della Parola di Dio!
Tutti i cristiani sono chiamati a imitare l'apertura di Maria, che "accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo" (Lumen gentium, n. 53). Possano i popoli dell'Africa ricevere questo Verbo come la sorgente di riconciliazione e di giustizia dispensatrice di vita, e specialmente della pace autentica che viene solo dal Signore Risorto. Affidando alla stessa Vergine Maria, Sede della Sapienza, tutti coloro che sono riuniti per questa Assemblea Generale, imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 12 giugno 2008

Benedetto pp. XVI

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 25 giugno 2008)

martedì 24 giugno 2008

Il Papa ai giovani canadesi: "Mostrate ai vostri coetanei che Cristo non ostacola la vostra vita, né la vostra libertà"


Messaggio del Papa ai giovani partecipanti al congresso eucaristico internazionale

Cristo non ostacola la vita né la libertà

Un messaggio particolare il Papa ha voluto indirizzare ai giovani che, numerosi, hanno partecipato al quarantanovesimo congresso eucaristico internazionale celebratosi a Québec, in Canada, e conclusosi domenica 22 giugno. Nel messaggio il Papa ha invitato i giovani ad annunciare "senza paura" il Cristo che libera.

Chers jeunes...

Di seguito una nostra traduzione italiana del messaggio del Papa.

Cari giovani,

Da Roma, sono lieto di salutarvi e di assicurarvi della mia preghiera mentre siete riuniti in occasione del quarantanovesimo Congresso eucaristico internazionale di Québec.
Gioisco nel vedere la vostra attenzione per il mistero dell'Eucaristia, "dono di Dio per la vita del mondo", come sottolinea il tema del Congresso. Vi invito a meditare incessantemente questo "grande mistero della fede", come noi lo proclamiamo in ogni Messa, dopo la consacrazione.

In primo luogo, nell'Eucaristia riviviamo il sacrificio del Signore al termine della sua vita, mediante il quale salva tutti gli uomini. Restiamo così vicini a Lui e riceviamo in abbondanza le grazie necessarie alla nostra vita quotidiana e alla nostra salvezza.

L'Eucaristia è per eccellenza il gesto dell'amore di Dio per noi. Cosa c'è di più grande di donare la propria vita per amore? In ciò Gesù è il modello del dono totale di sé, cammino lungo il quale dobbiamo ugualmente procedere nella sua sequela.

L'Eucaristia è altresì un modello del cammino cristiano, che deve forgiare tutta la nostra esistenza. È Cristo che ci invita a riunirci, per costituire la Chiesa, il suo Corpo in mezzo al mondo. Per accedere alle due mense della Parola e del Pane, dobbiamo innanzitutto accogliere il perdono di Dio, quel dono che ci risolleva nel nostro percorso quotidiano, che ripristina in noi l'immagine divina e che ci mostra fino a che punto siamo amati. Poi, come al fariseo Simone, nel Vangelo di Luca, Gesù si rivolge continuamente a noi attraverso la Scrittura: "Ho una cosa da dirti" (7, 40). In effetti, ogni parola della Scrittura è per noi una parola di vita, che dobbiamo ascoltare con molta attenzione. In modo particolare, il Vangelo costituisce il cuore del messaggio cristiano, la rivelazione totale dei misteri divini. Nel suo Figlio, la Parola fattasi carne, Dio ci ha detto tutto. Nel suo Figlio, Dio ci ha rivelato il suo volto di Padre, un volto di amore, di speranza. Ci ha mostrato il cammino della felicità e della gioia. Durante la consacrazione, momento particolarmente forte dell'Eucaristia perché ricordiamo il sacrificio di Cristo, siete chiamati a contemplare il Signore Gesù, come san Tommaso: "Mio Signore e mio Dio" (Giovanni, 20, 28). Dopo aver ricevuto la Parola di Dio, dopo esservi nutriti del suo Corpo, lasciatevi trasformare interiormente e ricevete da Lui la vostra missione. In effetti, Egli vi manda nel mondo, per essere portatori della sua pace e testimoni del suo messaggio d'amore.

Non abbiate paura di annunciare Cristo ai giovani della vostra età. Mostrate loro che Cristo non ostacola la vostra vita, né la vostra libertà; mostrate loro al contrario che Egli vi dona la vera vita, vi rende liberi per lottare contro il male e per fare della vostra esistenza qualcosa di bello.

Non dimenticate che l'Eucaristia domenicale è un incontro amorevole con il Signore di cui non possiamo fare a meno. Quando lo riconoscete "nella frazione del pane", come i discepoli di Emmaus diventerete suoi compagni. Vi aiuterà a crescere e a dare il meglio di voi. Ricordate che nel pane dell'Eucaristia Cristo è realmente, totalmente e sostanzialmente presente. Pertanto, è nel mistero dell'Eucaristia, nella messa e durante la silenziosa adorazione dinanzi al Santissimo Sacramento dell'altare che lo incontrerete in modo privilegiato. Aprendo il vostro stesso essere e tutta la vostra vita sotto lo sguardo di Cristo non verrete schiacciati, al contrario, scoprirete che siete infinitamente amati. Riceverete la forza di cui avete bisogno per costruire la vostra vita e per compiere le scelte che vi si presentano ogni giorno. Dinanzi al Signore, nel silenzio del vostro cuore, alcuni di voi potrebbero sentirsi chiamati a seguirlo in una maniera più radicale nel sacerdozio o nella vita consacrata.

Non abbiate paura di ascoltare questa chiamata e di rispondere con gioia.

Come ho detto all'inizio del mio Pontificato, Dio non toglie nulla a coloro che si donano a lui. Al contrario, dà loro ogni cosa. Riesce a tirare fuori il meglio che c'è in ciascuno di noi, affinché la nostra vita possa veramente fiorire.
A voi, cari giovani, e a tutti i partecipanti al Congresso eucaristico internazionale di Québec, imparto un'affettuosa Benedizione Apostolica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 23-24 giugno 2008)

lunedì 23 giugno 2008

Quanti non possono ricevere la comunione trovano comunque nel suo desiderio e nella partecipazione all'Eucaristia una forza e un'efficacia salvatrice


Vedi anche:

DIVORZIATI, IL PAPA: IL DESIDERIO DELLA COMUNIONE LI SALVA (Agi)

Il Papa: nuova attenzione nella preparazione all'Eucaristia. Nel 2012 il Congresso Eucaristico a Dublino (Zenit)

TRASMISSIONE IN DIRETTA TV DELL’OMELIA DEL SANTO PADRE PER LA CELEBRAZIONE CONCLUSIVA DEL 49° CONGRESSO EUCARISTICO INTERNAZIONALE IN QUÉBEC (CANADA), 22.06.2008

Alle ore 18 di questo pomeriggio, nella Sala dei Foconi del Palazzo Apostolico Vaticano, ha avuto luogo la trasmissione in diretta TV dell’omelia del Santo Padre Benedetto XVI per la celebrazione conclusiva del 49° Congresso Eucaristico Internazionale in Québec (Canada).
Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Papa ha pronunciato nel corso della celebrazione:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Signori cardinali,
Eccellenze,
Cari fratelli e sorelle
,

Mentre siete riuniti per il quarantanovesimo Congresso eucaristico internazionale, sono lieto di raggiungervi attraverso la televisione e di unirmi così alla vostra preghiera. Desidero prima di tutto salutare il signor cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, e il signor cardinale Josef Tomko, inviato speciale per il Congresso, e tutti i cardinali e i vescovi presenti. Rivolgo altresì i miei saluti cordiali alle personalità della società civile che hanno tenuto a prendere parte alla liturgia. Il mio pensiero affettuoso va ai sacerdoti, ai diacono e a tutti i fedeli presenti, come pure a tutti i cattolici del Québec, dell'intero Canada e degli altri continenti. Non dimentico che il vostro Paese celebra quest'anno il quattrocentesimo anniversario della sua fondazione. È un'occasione perché ognuno ricordi i valori che hanno animato i pionieri e i missionari nel vostro Paese.

"L'Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo", questo è il tema scelto per questo nuovo Congresso eucaristico internazionale. L'Eucaristia è il nostro tesoro più bello. È il sacramento per eccellenza; essa ci introduce maggiormente nella vita eterna, contiene tutti i misteri della nostra salvezza, è la fonte e il culmine dell'azione e della vita della Chiesa, come ricorda il Concilio Vaticano II (Sacrosanctum Concilium, n. 8). È dunque particolarmente importante che i pastori e i fedeli s'impegnino costantemente ad approfondire questo grande sacramento. Ognuno potrà così consolidare la propria fede e compiere sempre meglio la propria missione nella Chiesa e nel mondo, ricordandosi che vi è una fecondità dell'Eucaristia nella sua vita personale, nella vita della Chiesa e del mondo. Lo Spirito di verità testimonia nei vostri cuori; testimoniate, anche voi, Cristo dinanzi agli uomini, come dice l'antifona dell'alleluia di questa messa. La partecipazione all'Eucaristia non allontana dunque dai nostri contemporanei, al contrario, poiché essa è l'espressione per eccellenza dell'amore di Dio, ci invita a impegnarci con tutti i nostri fratelli per affrontare le sfide presenti e per fare della terra un luogo in cui si vive bene.

Per questo dobbiamo lottare incessantemente affinché ogni persona sia rispettata dal suo concepimento fino alla sua morte naturale, le nostre società ricche accolgano i più poveri e riconferiscano loro tutta la loro dignità, ogni persona possa alimentarsi e far vivere la propria famiglia e la pace e la giustizia risplendano in tutti i continenti. Queste sono le sfide che devono mobilitare tutti i nostri contemporanei e per le quali i cristiani devono attingere la loro forza dal mistero eucaristico.

"Il mistero della fede": è questo che proclamiamo in ogni messa.

Desidero che tutti si impegnino a studiare questo grande mistero, specialmente rivisitando ed esplorando, individualmente e in gruppo, il testo del Concilio sulla Liturgia, la Sacrosanctum Concilium, al fine di testimoniare con coraggio il mistero. In questo modo, ciascuna persona giungerà a capire meglio il significato di ogni aspetto dell'Eucaristia, comprendendone la profondità e vivendola con maggiore intensità. Ogni frase, ogni gesto ha un proprio significato e nasconde un mistero.

Auspico sinceramente che questo Congresso serva da appello a tutti i fedeli affinché si impegnino allo stesso modo per un rinnovamento della catechesi eucaristica, di modo che acquisiscano essi stessi un'autentica consapevolezza eucaristica e a loro volta insegnino ai bambini e ai giovani a riconoscere il mistero centrale della fede e costruiscano la loro vita intorno a esso. Esorto specialmente i sacerdoti a rendere il dovuto onore al rito eucaristico e chiedo a tutti i fedeli di rispettare il ruolo di ogni individuo, sia sacerdote sia laico, nell'azione eucaristica. La liturgia non appartiene a noi: è il tesoro della Chiesa.

La ricezione dell'Eucaristia, l'adorazione del Santissimo Sacramento - con ciò intendiamo approfondire la nostra comunione, prepararci a essa e prolungarla - significa consentire a noi stessi di entrare in comunione con Cristo, e attraverso di lui con tutta la Trinità, per diventare ciò che riceviamo e per vivere in comunione con la Chiesa.

È ricevendo il Corpo di Cristo che riceviamo la forza "dell'unità con Dio e con gli altri" (cfr san Cirillo d'Alessandria, In Ioannis Evangelium, 11, 11; cfr. sant'Agostino, Sermo 577). Non dobbiamo mai dimenticare che la Chiesa è costruita intorno a Cristo e che, come hanno detto sant'Agostino, san Tommaso d'Aquino e sant'Alberto Magno, seguendo san Paolo (cfr 1 Cor, 10, 17), l'Eucaristia è il sacramento dell'unità della Chiesa perché tutti noi formiamo un solo corpo di cui il Signore è il capo. Dobbiamo ritornare continuamente indietro all'ultima cena del giovedì santo, dove abbiamo ricevuto un pegno del mistero della nostra redenzione sulla croce. L'ultima cena è il luogo della Chiesa nascente, il grembo che contiene la Chiesa di ogni tempo. Nell'Eucaristia il sacrificio di Cristo viene costantemente rinnovato, la Pentecoste viene costantemente rinnovata. Possiate tutti voi diventare sempre più consapevoli dell'importanza dell'Eucaristia domenicale, perché la domenica, il primo giorno della settimana, è il giorno in cui onoriamo Cristo, il giorno in cui riceviamo la forza per vivere quotidianamente il dono di Dio!

Desidero anche invitare i pastori e i fedeli a un'attenzione rinnovata per la loro preparazione alla ricezione dell'Eucaristia. Nonostante la nostra debolezza e il nostro peccato, Cristo vuole dimorare in noi. Per questo, dobbiamo fare tutto il possibile per riceverlo in un cuore puro, ritrovando costantemente, mediante il sacramento del perdono, quella purezza che il peccato ha macchiato, "armonizzando la nostra anima con la nostra voce", secondo l'invito del Concilio (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 11).

Di fatto, il peccato, soprattutto quello grave, si oppone all'azione della grazia eucaristica in noi. D'altro canto, coloro che non possono comunicarsi per la loro situazione troveranno comunque in una comunione di desiderio e nella partecipazione all'Eucaristia una forza e un'efficacia salvatrice.

L'Eucaristia ha un posto molto speciale nella vita dei santi. Rendiamo grazie a Dio per la storia di santità del Québec e del Canada, che ha contribuito alla vita missionaria della Chiesa. Il vostro paese onora in modo particolare i suoi martiri canadesi, Jean de Brébeuf, Isaac Jogues e i loro compagni, che hanno saputo donare la propria vita per Cristo, unendosi così al suo sacrificio sulla Croce. Appartengono alla generazione degli uomini e delle donne che hanno fondato e sviluppato la Chiesa in Canada, con Marguerite Bourgeoys, Marguerite d'Younville, Marie de l'Incarnation, Marie-Catherine de Saint-Augustin, monsignor François de Laval, fondatore della prima diocesi in America del Nord, Dina Bélanger e Kateri Tekakwitha. Imparate da loro, e come loro, siate senza paura; Dio vi accompagna e vi protegge; fate di ogni giorno un'offerta alla gloria di Dio Padre e prendete parte alla costruzione del mondo, ricordandovi con orgoglio della vostra eredità religiosa e del suo irradiamento sociale e culturale, e preoccupandovi di diffondere attorno a voi i valori morali e spirituali che giungono a noi dal Signore.

L'Eucaristia non è solo un pasto fra amici. È mistero di alleanza.

"Le preghiere e i riti del sacrificio eucaristico fanno continuamente rivivere davanti agli occhi della nostra anima, nel corso del ciclo liturgico, tutta la storia della salvezza, e ci fanno penetrare sempre più il suo significato" (Santa Thérèse-Bénédicte de la Croix, [Edith Stein], Wege zur inneren Stille, Aschaffenburg, 1987, p. 67). Siamo chiamati a entrare in questo mistero di alleanza conformando ogni giorno di più la nostra vita al dono ricevuto nell'Eucaristia. Questa ha un carattere sacro, come ricorda il Concilio Vaticano ii: "ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado" (Sacrosanctum Concilium, n. 7). In un certo senso, essa è "liturgia celeste", anticipazione del banchetto nel Regno eterno, annunciando la morte e la resurrezione di Cristo, "finché Egli venga" (1 Cor, 11, 26).

Affinché il popolo di Dio non manchi mai di ministri per donargli il Corpo di Cristo, dobbiamo chiedere al Signore di fare alla sua Chiesa il dono di nuovi sacerdoti. Vi invito anche a trasmettere la chiamata al sacerdozio ai giovani, affinché accettino con gioia e senza paura di rispondere a Cristo. Non saranno delusi. Che le famiglie siano il luogo primordiale e la culla delle vocazioni!

Prima di terminare, è con gioia che vi annuncio il prossimo Congresso eucaristico internazionale. Si terrà a Dublino, in Irlanda, nel 2012. Chiedo al Signore di fare scoprire a ognuno di voi la profondità e la grandezza del mistero della fede. Che Cristo, presente nell'Eucaristia, e lo Spirito Santo, invocato sul pane e sul vino, vi accompagnino nel vostro cammino quotidiano e nella vostra missione! Che, sull'esempio della Vergine Maria, siate disponibili all'opera di Dio in voi! Affidandovi all'intercessione di Nostra Signora, di sant'Anna, patrona del Québec, e di tutti i santi della vostra terra, imparto a tutti voi un'affettuosa Benedizione Apostolica, e anche a tutte le persone presenti, venute da diversi Paesi del mondo.

Cari amici, mentre questo importante evento nella vita della Chiesa sta giungendo al termine, invito tutti voi a unirvi a me nel pregare per il buon esito del prossimo Congresso eucaristico internazionale, che si terrà nel 2012 nella città di Dublino! Colgo l'opportunità per salutare cordialmente il popolo d'Irlanda mentre si prepara a ospitare questo incontro ecclesiale. Sono fiducioso che, insieme a tutti i partecipanti al prossimo Congresso, vi troverà una fonte di rinnovamento spirituale duraturo.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

domenica 22 giugno 2008

Il Papa:"Il credente non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola"


PAROLE DEL SANTO PADRE ALLA RECITA DELL'ANGELUS: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

VIDEO SKYTG24

VIDEO RADIO VATICANA/CTV

La sicurezza del bambino, il timore di Dio e le paure umane (Zavattaro)

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 22.06.2008

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

nel Vangelo di questa domenica troviamo due inviti di Gesù: da una parte "non temete gli uomini" e dall’altra "temete" Dio (cfr Mt 10,26.28).
Siamo così stimolati a riflettere sulla differenza che esiste tra le paure umane e il timore di Dio.

La paura è una dimensione naturale della vita. Fin da piccoli si sperimentano forme di paura che si rivelano poi immaginarie e scompaiono; altre successivamente ne emergono, che hanno fondamenti precisi nella realtà: queste devono essere affrontate e superate con l’impegno umano e con la fiducia in Dio. Ma vi è poi, oggi soprattutto, una forma di paura più profonda, di tipo esistenziale, che sconfina a volte nell’angoscia: essa nasce da un senso di vuoto, legato a una certa cultura permeata da diffuso nichilismo teorico e pratico.

Di fronte all’ampio e diversificato panorama delle paure umane, la Parola di Dio è chiara: chi "teme" Dio "non ha paura". Il timore di Dio, che le Scritture definiscono come "il principio della vera sapienza", coincide con la fede in Lui, con il sacro rispetto per la sua autorità sulla vita e sul mondo.
Essere "senza timor di Dio" equivale a mettersi al suo posto, a sentirsi padroni del bene e del male, della vita e della morte. Invece chi teme Dio avverte in sé la sicurezza che ha il bambino in braccio a sua madre (cfr Sal 130,2): chi teme Dio è tranquillo anche in mezzo alle tempeste, perché Dio, come Gesù ci ha rivelato, è Padre pieno di misericordia e di bontà. Chi lo ama non ha paura: "Nell’amore non c’è timore – scrive l’apostolo Giovanni – al contrario, l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore" (1 Gv 4,18).

Il credente dunque non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola, ma unico Signore del mondo e della vita è Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che ci ha amati sino a sacrificare se stesso, morendo sulla croce per la nostra salvezza.

Più cresciamo in questa intimità con Dio, impregnata di amore, più facilmente vinciamo ogni forma di paura. Nel brano evangelico odierno Gesù ripete più volte l’esortazione a non avere paura.
Ci rassicura come fece con gli Apostoli, come fece con san Paolo apparendogli in visione una notte, in un momento particolarmente difficile della sua predicazione: "Non aver paura – gli disse - perchè io sono con te" (At 18,9).

Forte della presenza di Cristo e confortato dal suo amore, non temette nemmeno il martirio l’Apostolo delle genti, del quale ci apprestiamo a celebrare il bimillenario della nascita, con uno speciale anno giubilare. Possa questo grande evento spirituale e pastorale suscitare anche in noi una rinnovata fiducia in Gesù Cristo che ci chiama ad annunciare e testimoniare il suo Vangelo, senza nulla temere.

Vi invito pertanto, cari fratelli e sorelle, a prepararvi a celebrare con fede l’Anno Paolino che, a Dio piacendo, aprirò solennemente sabato prossimo, alle ore 18, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, con la liturgia dei Primi Vespri della Solennità dei Santi Pietro e Paolo.

Affidiamo sin d’ora questa grande iniziativa ecclesiale all’intercessione di San Paolo e di Maria Santissima, Regina degli Apostoli e Madre di Cristo, sorgente della nostra gioia e della nostra pace.

DOPO L’ANGELUS

Con viva emozione ho appreso stamane del naufragio, nell’arcipelago delle Filippine, di un traghetto travolto dal tifone Fengshen, che ha imperversato in quella zona. Mentre assicuro la mia vicinanza spirituale alle popolazioni delle isole colpite dal tifone, elevo una speciale preghiera al Signore per le vittime di questa nuova tragedia del mare, in cui pare siano coinvolti anche numerosi bambini.

Oggi a Beirut, capitale del Libano, viene proclamato beato Yaaqub da Ghazir Haddad, al secolo Khalil, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e fondatore della Congregazione delle Suore Francescane della Croce del Libano. Nell’esprimere le mie felicitazioni alle sue figlie spirituali, auspico con tutto il cuore che l’intercessione del beato Abuna Yaaqub, unita a quella dei Santi libanesi, ottenga a quell’amato e martoriato Paese, che troppo ha sofferto, di progredire finalmente verso una stabile pace.

Chers pèlerins francophones, je vous adresse mes salutations cordiales. Aujourd’hui à Québec s’achève le 49e Congrès Eucharistique International, dont le thème est : « L’Eucharistie, don de Dieu pour la vie du monde ». Puissiez-vous chaque jour être plus proches du Christ, réellement présent dans l’Eucharistie, source et sommet de la vie chrétienne. Prenez le temps nécessaire pour puiser à ce don de Dieu et l’adorer en vérité dans le Saint-Sacrement. Je vous accorde ma Bénédiction apostolique.

I offer a warm welcome to the English-speaking pilgrims and visitors gathered for this Angelus prayer. Today’s Gospel reminds us that we are personally loved by our heavenly Father, whose providence watches over us and frees us from all fear. May these consoling words strengthen us in our witness to the joy and hope proclaimed by the Gospel! Upon you and your families I cordially invoke the grace and peace of our Lord Jesus Christ.

Herzlich begrüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher zum gemeinsamen Gebet des „Engel des Herrn". Das Maß, mit dem wir als Christen gemessen werden, so sagt uns das heutige Sonntagsevangelium, ist unsere Treue zu Christus. Fragen wir uns, ob uns in unserem täglichen Leben das Bekenntnis zu Gott und der Einklang mit seinen Weisungen tatsächlich wichtiger sind als der Beifall der Menschen. Die Fürsprache der Gottesmutter Maria helfe uns, immer mehr nach dem Wort Gottes zu leben. Der Segen des Herrn begleite euch hier in Rom und auf allen euren Wegen.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana. Os invito a vivir cimentados en el sólido fundamento del amor a Jesucristo, para que no os dejéis vencer por el temor y seáis sus testigos en medio del mundo, superando las dificultades o el ambiente hostil que podáis encontrar. Os acompañe en esta hermosa misión la maternal protección de la Virgen María. Feliz domingo a todos.

Moją myśl i pozdrowienie kieruję do Polaków, szczególnie do dzieci i młodzieży, którzy rozpoczynają wakacje. Niech czas wypoczynku będzie dla wszystkich okazją do nawiązywania przyjaźni, poznawania piękna przyrody i uwielbiania Boga za dzieło stworzenia. Z odwagą wyznawajcie waszą wiarę, przyznając się do Jezusa. Z serca wam wszystkim błogosławię.

[Il mio pensiero e il mio saluto vanno ai polacchi e in modo particolare ai bambini e ai giovani che iniziano le vacanze estive. Il tempo di riposo sia per tutti occasione per stabilire rapporti di amicizia, per conoscere la bellezza della natura e lodare Dio per l’opera della creazione. Professate la vostra fede con coraggio riconoscendo Gesù davanti agli altri. Di cuore vi benedico tutti.]

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli che sono venuti in bicicletta da Offanengo, diocesi di Crema. A tutti auguro una buona domenica.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

Lettera di Benedetto XVI al cardinale Ruini "pastore dalla fede semplice e schietta e dall'intelligente creatività pastorale"


Vedi anche:

Il Papa agli Officiali del Vicariato di Roma: "L’apostolato deve nutrirsi di pensiero, per motivare il significato dei gesti e delle azioni, altrimenti è destinato a ridursi a sterile attivismo"

Il testo integrale dell'omelia del card. Ruini: "Essere a fianco del Papa nell’annuncio e testimonianza della fede è il compito di ogni Vescovo"

Card. Ruini: «Vescovi, non siate sudditi, combattete le minacce alla fede» (Casavola)

Card. Ruini: "Unità con il Papa, i vescovi non siano sudditi dell'opinione pubblica" (Galeazzi)

CARD. RUINI: I VESCOVI SI SOTTRAGGANO A SUDDITANZE E PRESSIONI. IL PAPA: RUINI HA RESO ROMA ANCORA PIU' GRANDE (Agi)

Cardinale Ruini, una mente raffinata nella prima linea dell'Italia cattolica (Bobbio)

Card. Ruini: "Scusate se non ho pregato quanto avrei dovuto" (Tornielli)

Cardinale Ruini, il grazie del Papa e gli applausi (Bobbio)

Mentre a Roma il card. Ruini esorta i vescovi a resistere ai media, in Sardegna un monsignore fa la battuta...

Card. Ruini: "I vescovi non siano sudditi", "Non cedano all'opinione pubblica''

Il "testamento" di Ruini (Grazie Eminenza!): «Vescovi con il Papa anche quando dice parole scomode»

Il grazie di Benedetto XVI al cardinale Camillo Ruini: lettera per i venticinque anni di episcopato del suo vicario a Roma (Osservatore)

CARD. CAMILLO RUINI - Vescovo da 25 anni

Lettera di Benedetto XVI

Pubblichiamo il testo integrale della lettera inviata da Benedetto XVI al Card. Camillo Ruini per il XXV del suo episcopato (Basilica di San Giovanni in Laterano, 21 giugno 2008).

Venerato Fratello
Cardinale CAMILLO RUINI
Vicario Generale per la Diocesi di Roma


Sono trascorsi venticinque anni da quel 29 giugno 1983, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in cui Ella, nella Cattedrale di Reggio Emilia, per l’imposizione delle mani del compianto Vescovo Mons. Gilberto Baroni, ricevette l’Ordinazione episcopale. Lei ha lodevolmente scelto di celebrare questo giubileo insieme con i presbiteri della Diocesi di Roma che pure festeggiano quest’anno significativi anniversari. Pertanto, in questa felice circostanza, desidero unirmi spiritualmente a Lei, caro e venerato Fratello, nel rendimento di grazie a Dio ricordando le tappe del Suo fruttuoso ministero episcopale.
Innanzitutto i primi tre anni nella Sua Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, quale Vescovo Ausiliare, con il titolo dell’antica Chiesa di Nepte. Essendo Ella un sacerdote già ben noto e stimato, i fedeli reggiani e guastallesi furono lieti di vederLa quale primo collaboratore di Mons. Baroni nella guida pastorale di quella Chiesa, con il particolare compito di seguire la formazione e la promozione del laicato e la celebrazione del Sinodo diocesano, il cui tema era “L’annuncio del Vangelo oggi in terra reggiana e guastallese”. In quegli anni fu intenso anche il Suo impegno come Vice Presidente del Comitato promotore del Convegno nazionale della Chiesa italiana a Loreto. Vedendo in Lei un Vescovo fedele e saggio, intelligente e lungimirante, il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, nel giugno 1986, La nominò Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. Da allora e fino al 7 marzo dello scorso anno Ella ha servito ininterrottamente l’Episcopato italiano, in modo particolare a partire dal 1991, quando divenne Presidente della CEI. Come ho avuto modo di osservare nella mia Lettera indirizzataLe il 23 marzo 2007, Ella ha trasmesso con coraggio e tenacia le indicazioni magisteriali e pastorali del Successore di Pietro, mostrando grande sollecitudine nell’aiutare i Confratelli a recepirle e a renderle operative.
Il motivo per il quale ora mi preme soprattutto ringraziarLa, Signor Cardinale, è però il Suo impegno al servizio della Chiesa di Roma.
Era il 17 gennaio 1991 quando il Servo di Dio Giovanni Paolo II La chiamò a succedere al compianto Cardinale Ugo Poletti affidandoLe – così scriveva l’amato Pontefice – “ciò che ho di più mio e di più caro: Roma apostolica, coi suoi incomparabili tesori di spiritualità cristiana e di tradizione cattolica; con le sue forze vive di sacerdoti, di comunità religiose, di laici impegnati; ma anche con le sue innumerevoli esperienze umane, con i suoi mille fermenti e con i suoi problemi, con le sue certezze e le sue inquietudini, con le sue realizzazioni e le sue attese”. Egli sapeva di trovare in Lei “un collaboratore esperto, fidato, generoso” (ibid.), che ha saputo posporre ogni altro interesse alla cura assidua e affettuosa della Diocesi. E la medesima collaborazione Ella ha poi offerto a me in questi anni.

Nella Chiesa di Roma tutti hanno potuto constatare la Sua grande capacità di lavoro, la Sua fede semplice e schietta, la Sua intelligente creatività pastorale, la Sua fedeltà all’identità viva dell’Istituzione attraverso l’unione con il Papa anche in mezzo alle difficoltà, il Suo fiducioso e sorridente ottimismo. Un fervido ringraziamento giunga dunque a Lei, venerato Fratello, per quanto ha operato fino ad oggi in questa amata Diocesi.

Innanzitutto per aver portato a termine, nel 1993, il Sinodo diocesano. Dopo la prima fase guidata dal Suo predecessore, Ella condusse la seconda promuovendo il più ampio coinvolgimento delle parrocchie e di tutte le altre realtà ecclesiali presenti nell’Urbe, particolarmente attraverso le Assemblee presinodali di prefettura, ed intessendo, attraverso l’iniziativa denominata “Confronto con la Città”, un dialogo aperto all’intera cittadinanza sui problemi più importanti e complessi della Roma di oggi. Guidò, infine, la celebrazione della medesima assise fino alla redazione del Libro del Sinodo. Quel Libro, che tanto deve a Lei, anche oggi rimane attuale per individuare le vie atte a favorire un incontro reale con Cristo negli ambiti di azione pastorale privilegiati già allora dalla Chiesa di Roma: la famiglia, i giovani, la responsabilità sociale, economica e politica, la cultura. Per attuare quelle indicazioni, molti momenti di riflessione e dialogo sui principali temi di fede e di programmazione pastorale si svolgono tuttora nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Penso ai “Dialoghi in Cattedrale” e agli annuali Convegni ecclesiali, ai quali ho voluto personalmente intervenire da quando sono stato chiamato alla Cattedra di Pietro.
Tra gli impegni di questi anni di episcopato a diretto servizio del Vescovo di Roma, come non menzionare la preparazione e la celebrazione della Missione cittadina in preparazione al Grande Giubileo del 2000? Missione che ha visto il popolo di Dio non solo destinatario ma attivo protagonista. Poi lo stesso Giubileo, che ha avuto il suo momento di maggiore evidenza nella XX Giornata Mondiale della Gioventù: indimenticabile esperienza di Chiesa per la quale molto si deve alla Diocesi di Roma. Ma una speciale parola di apprezzamento si deve al Suo ordinario ministero episcopale. Nel corso degli anni, Ella ha accompagnato all’Ordinazione 484 presbiteri diocesani e ha favorito con varie iniziative la realizzazione di ben 57 nuove chiese parrocchiali, di due luoghi sussidiari di culto e della chiesa del Collegio dei Santi Martiri Coreani. A Lei, Signor Cardinale, è dovuta pure la possibilità che numerose comunità cattoliche provenienti da altre nazioni del mondo hanno avuto di poter disporre in Roma di una chiesa per le loro celebrazioni e per mantenere vivi i rapporti con i connazionali e le terre di origine. Desidero ancora ringraziarLa per quanto ha fatto per i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi, le aggregazioni laicali e tutto il popolo di Dio della Diocesi di Roma: in questi anni essa è cresciuta nella comunione e nella consapevolezza dell’urgenza della missione.

Al riguardo, debbo esprimerLe personale riconoscenza per la dedizione con cui, in questi anni, mi ha introdotto nella complessa realtà di questa amata Chiesa, accompagnandomi nelle visite alle parrocchie, negli incontri col clero, con i poveri, con gli ammalati, con i giovani. Grazie per aver sostenuto il mio invito ad un serio impegno per l’educazione e per aver convocato più volte in Piazza San Pietro tanti fedeli per ascoltare, sostenere e incoraggiare il ministero del Romano Pontefice.

In tutte queste circostanze, Ella è stata esemplarmente fedele al Suo motto episcopale: “Veritas liberabit nos”. In nome di questa Verità, che è Cristo stesso, Lei si è continuamente speso per il popolo di Dio che è in Roma. Anche per molti altri servizi resi alla Chiesa e alla società in questi venticinque anni di episcopato occorrerebbe ringraziarLa, venerato Fratello. Il Signore, che conosce i cuori degli uomini, in particolare le gioie e le sofferenze dei Pastori, La ricompensi come solo Lui sa fare e continui a colmarLa dei suoi doni. Affido la Sua cara persona alla Vergine Maria, Salus Populi Romani, a san Giuseppe, ai santi Apostoli Pietro e Paolo, e alla vergine e martire Agnese, che ha vegliato sugli anni della Sua formazione nell’Almo Collegio Capranica e della cui Basilica sulla via Nomentana Ella è titolare, mentre con grande affetto, invocando una rinnovata effusione dello Spirito Santo, Le imparto una speciale Benedizione Apostolica, che volentieri estendo ai familiari, ai collaboratori e a tutte le persone care.

Dal Vaticano, 19 giugno 2008

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

© Copyright Sir

venerdì 20 giugno 2008

Il Papa alle Radio Cattoliche: "Annunciando la Verità evangelica offrite un messaggio di speranza agli uomini del nostro tempo"


Vedi anche:

Il Papa alle Radio Cattoliche: "Quelle parole in onda sono eco della Parola" (De Martis)

Annunciando la Verità evangelica offrite un messaggio di speranza agli uomini del nostro tempo: così il Papa al Congresso delle Radio cattoliche (RV)

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO INTERNAZIONALE PER I RESPONSABILI DELLE RADIO CATTOLICHE PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI, 20.06.2008

Alle ore 12.30 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Congresso internazionale per i Responsabili delle Radio Cattoliche promosso dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali sul tema: "L’identità e la missione delle radio cattoliche oggi. Dal pensiero sull’uomo ad una informazione a servizio della persona" e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Signori, gentili Signore!

Sono lieto di accogliervi in questa casa, che è la casa di Pietro, e con gioia porgo il mio benvenuto a tutti voi - Direttori, redattori e amministratori, - rappresentanti delle molte Radio cattoliche di tutto il mondo che vi siete ritrovati a Roma, convocati dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, per riflettere sull'identità e la missione delle Radio Cattoliche oggi. Attraverso voi, desidero salutare con affetto i molti vostri ascoltatori dei diversi Paesi e continenti che quotidianamente sentono la vostra voce e grazie al vostro servizio informativo imparano a conoscere meglio Cristo, ad ascoltare il Papa e ad amare la Chiesa. Un sentito ringraziamento va al Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, l'Arcivescovo Mons. Claudio Maria Celli, per le gentili parole di omaggio che ha voluto rivolgermi. Con lui saluto i Segretari, il Sottosegretario e tutti gli Officiali del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.

Le molte e diverse forme di comunicazione con cui tutti abbiamo a che fare, manifestano con evidente chiarezza come l'uomo, nella sua struttura antropologica essenziale, sia costituito per entrare in relazione con l'altro. Lo fa soprattutto per mezzo della parola. Nella sua semplicità e apparente povertà, la parola, inscrivendosi nella comune grammatica del linguaggio, si pone come strumento che realizza la capacità di relazione degli uomini. Questa si fonda sulla ricchezza condivisa di una ragione creata ad immagine e somiglianza del Logos eterno di Dio, cioè di quel Logos in cui tutto liberamente e per amore è creato.

Noi sappiamo che quel Logos non è rimasto estraneo alle vicende umane ma, per amore, ha comunicato agli uomini se stesso - ho Logos sarx egheneto (Gv 1, 14) - e, nell'amore da Lui rivelato e donato in Cristo, continua ad invitare gli uomini a rapportarsi con Lui e fra loro in modo nuovo.

Al haberse encarnado en el seno de María, el Verbo de Dios ofrece al mundo una relación de intimidad y amistad - "ya no les llamo siervos... sino amigos" (Jn 15, 15) -, que se transforma en fuente de novedad para el mundo y se pone en medio de la humanidad como comienzo de una nueva civilización de la verdad y del amor. En efecto, "el Evangelio no es solamente una comunicación de cosas que se pueden saber, sino una comunicación que comporta hechos y cambia la vida" (Spe salvi, 2). Esta autocomunicación de Dios es la que ofrece un nuevo horizonte de esperanza y de verdad a las esperanzas humanas, y de esta esperanza es de donde surge, ya en este mundo, el inicio de un mundo nuevo, de esa vida eterna que ilumina la oscuridad del futuro humano.

[Essendosi incarnato nel seno di Maria, il Verbo di Dio offre al mondo una relazione d'intimità e di amicizia - "non vi chiamo più servi... ma amici" (Gv 15, 15) -, che si trasforma in fonte di novità per il mondo e si pone in mezzo all'umanità come inizio di una nuova civiltà della verità e dell'amore. In effetti, "il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita" (Spe salvi, n. 2). È questa autocomunicazione di Dio a offrire un nuovo orizzonte di speranza e di verità alle speranze umane ed è da questa speranza che sorge, già in questo mondo, l'inizio di un mondo nuovo, di quella vita eterna che illumina l'oscurità del futuro umano].

Dear friends, as you work in Catholic radio stations you are at the service of the Word. The words that you broadcast each day are an echo of that eternal Word which became flesh. Your own words will bear fruit only to the extent that they serve the eternal Word, Jesus Christ. In God's saving plan and providence, that Word lived among us, or - as St John says - "pitched his tent among us" (Jn 1: 14), in humility. The Incarnation took place in a distant village, far away from the noisy imperial cities of antiquity. Today, even though you make use of modern communication technologies, the words which you broadcast are also humble, and sometimes it may seem to you that they are completely lost amidst the competition of other noisy and more powerful mass media. But do not be disheartened! You are sowing the Word "in season and out of season" (2 Tm 4: 2), and thus fulfilling Jesus' command that the Gospel be preached to all nations (Mt 28: 19). The words which you transmit reach countless people, some of whom are alone and for whom your word comes as a consoling gift, some of whom are curious and are intrigued by what they hear, some of whom never attend church because they belong to different religions or to no religion at all, and others still who have never heard the name of Jesus Christ, yet through your service first come to hear the words of salvation. This work of patient sowing, carried on day after day, hour after hour, is your way of cooperating in the apostolic mission.

[Cari amici, mentre lavorate nelle stazioni radio cattoliche siete al servizio del Verbo. Le parole che trasmettete ogni giorno sono un'eco del Verbo eterno che si è fatto carne. Le vostre parole daranno frutto solo nella misura in cui servono il Verbo eterno, Gesù Cristo. Nel piano salvifico e nella provvidenza di Dio, questo Verbo ha vissuto in mezzo a noi, o, come dice san Giovanni, "venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1, 14), in umiltà. L'incarnazione è avvenuta in un villaggio distante, lontano dalle rumorose città imperiali dell'antichità. Oggi, sebbene facciate uso delle moderne tecnologie della comunicazione, le parole che voi trasmettete sono parimenti umili, e talvolta potreste pensare che vadano completamente perse nella competizione con gli altri mezzi di comunicazione sociale rumorosi e più potenti. Ma non vi scoraggiate! State seminando la Parola "in ogni occasione opportuna e non opportuna" (2 Tm 4, 2), adempiendo così il mandato di Cristo di predicare il Vangelo a tutte le nazioni (cfr Mt 28, 19). Le parole che trasmettete raggiungono innumerevoli persone, alcune delle quali sono sole e ricevono la vostra parola come un dono consolatore, mentre altre sono curiose e interessate a quanto sentono, altre non vanno mai in chiesa perché appartengono a un'altra religione o a nessuna, e altre ancora non hanno mai sentito il nome di Gesù Cristo, ma attraverso il vostro servizio ascoltano per la prima volta le parole di salvezza. Questo lavoro di paziente semina, svolta giorno dopo giorno, ora dopo ora, è il vostro modo di cooperare alla missione apostolica].

Si les multiples formes et types de communication peuvent être un don de Dieu au service du développement de la personne humaine et de l'humanité entière, la radio, à travers laquelle vous exercez votre apostolat, propose une proximité et une écoute de la parole et de la musique, pour informer et détendre, pour annoncer et dénoncer, mais toujours dans le respect de la réalité et dans une claire perspective d'éducation à la vérité et à l'espérance. Jésus Christ nous donne en effet la Vérité sur l'homme et la vérité pour l'homme, et, à partir de cette vérité, une espérance pour le présent et pour l'avenir des personnes et du monde. Dans cette perspective, le Pape vous encourage dans votre mission et vous félicite du travail accompli. Mais, comme l'a souligné Redemptoris missio, "il ne suffit pas d'utiliser les médias pour répandre le message chrétien et l'enseignement authentique de l'Église. Il est également nécessaire d'intégrer ce message dans la "nouvelle culture" engendrée par les communications modernes" (n. 37). En raison de son lien avec la parole, la radio participe à la mission de l'Église et à sa visibilité, mais elle génère également une nouvelle manière de vivre, d'être et de faire Église; elle comporte des enjeux ecclésiologiques et pastoraux. Il est important de rendre attrayante la Parole de Dieu en lui donnant corps à travers vos réalisations et vos émissions pour toucher le coeur des hommes et des femmes de notre temps, et pour participer à la transformation de la vie de nos contemporains.

[Se i molteplici tipi e forme di comunicazione possono essere un dono di Dio al servizio dello sviluppo della persona umana e dell'umanità intera, la radio, attraverso la quale esercitate il vostro apostolato, propone una prossimità e un ascolto della parola e della musica, per informare e distendere, per annunciare e denunciare, ma sempre nel rispetto della realtà e in una chiara prospettiva di educazione alla verità e alla speranza. Gesù Cristo ci dona in effetti la Verità sull'uomo e la verità per l'uomo, e, a partire da questa verità, una speranza per il presente e per il futuro delle persone e del mondo. In questa prospettiva, il Papa vi incoraggia nella vostra missione e si congratula con voi per il lavoro svolto. Tuttavia, come ha sottolineato la Redemptoris missio, "non basta, quindi, usarli (i mezzi di comunicazione sociale) per diffondere il messaggio cristiano e magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa "nuova cultura" creata dalla comunicazione moderna" (n. 37). Per questo legame con la parola, la radio partecipa alla missione della Chiesa e alla sua visibilità, ma genera anche un nuovo modo di vivere, di essere e di fare Chiesa: comporta poste in gioco ecclesiologiche e pastorali. È importante rendere attraente la Parola di Dio dandole corpo attraverso le vostre realizzazioni e le vostre emissioni per toccare il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo, e per partecipare alla trasformazione della vita dei nostri contemporanei.]

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, quali entusiasmanti prospettive si aprono al vostro impegno e al vostro lavoro! I vostri network possono rappresentare, fin d'ora, una piccola ma concreta eco nel mondo di quella rete di amicizia che la presenza di Cristo Risorto, il Dio-con-noi, ha inaugurato fra cielo e terra e fra uomini di tutti i continenti e le epoche. Così facendo, il vostro stesso lavoro si inscriverà a pieno titolo nella missione della Chiesa, che vi invito ad amare profondamente. Aiutando il cuore di ogni uomo ad aprirsi a Cristo, aiuterete il mondo ad aprirsi alla speranza e a spalancarsi a quella civiltà della verità e dell'amore che è il frutto più eloquente della sua presenza fra noi. A tutti la mia Benedizione!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 21 giugno 2008)

Il saluto dell'Arcivescovo Celli a Benedetto XVI

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 20 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'indirizzo di saluto pronunciato dall'Arcivescovo Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, in occasione dell'udienza concessa dal Papa ai partecipanti al Congresso internazionale per i responsabili delle radio cattoliche.

* * *

Beatissimo Padre,

A distanza di un mese dal congresso sulle facoltà di comunicazione delle università cattoliche, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali vede oggi rinnovato il privilegio di un incontro con la Santità vostra in occasione del simposio su «L' identità e la missione delle radio cattoliche oggi».

Le esprimiamo innanzitutto per questo, la nostra profonda gratitudine. Il filo che unisce le due iniziative è evidente ed è riconducibile, nelle sue linee di fondo, al desiderio di questo dicastero di entrare nel vivo delle dinamiche delle diverse forme di comunicazione per trarre da esse, in modo sempre più incisivo e lineare, i valori che esprime e rappresenta.

Di fronte a una realtà così largamente pervasa dai media di nuova e antica generazione, abbiamo indirizzato i nostri lavori sul doppio binario dell'identità e della missione per delineare in maniera specifica l'apporto che la radio — autentico battistrada tra i mezzi della comunicazione moderna — è in grado di assicurare a una informazione a servizio della persona.

Anche la radio, oggi, si trova a essere pienamente inserita, attraverso le sue molteplici connessioni informatiche, nel novero dei new-media. È indubbio, tuttavia, che si tratta del mezzo più prossimo e familiare con la parola, ossia della prima e più importante forma di comunicazione tra gli esseri umani.

La parola evoca il Verbo, il Dio fatto carne che la Chiesa ha la missione di comunicare al mondo. Il riferimento al tema della prossima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi — «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa» — è immediato e rappresenta l'orizzonte ampio dei nostri lavori, al quale prendono parte oltre cento rappresentanti di cinquanta nazioni.

Non è senza significato il fatto che la radio abbia aperto, anche in Vaticano, la moderna era delle comunicazioni sociali, con la creazione di Radio Vaticana. I suoi predecessori, Padre Santo, non hanno esitato ad accogliere e promuovere la radio come insostituibile strumento di evangelizzazione e di cultura. Già nel 1926, Pio XI definiva quella della radio «un 'invenzione meravigliosa» (10 aprile 1926) e il suo successore Pio XII non esitò a parlare di «un'opera maestra dell'invenzione umana» (3 dicembre 1944).

La visita che ella ha compiuto alla Radio Vaticana, nel settantacinquesimo anniversario di fondazione, ha ulteriormente sottolineato il prezioso ruolo che l'emittenza radiofonica svolge nell'ambito più generale della comunicazione.

Come Pontificio Consiglio siamo ben consapevoli di dover esplorare con sempre maggiore intensità e impegno tutte le strade che conducono a una comunicazione degna dell'uomo come immagine e riflesso del Dio salvatore. Ci è di conforto in questo percorso, unitamente al suo illuminato magistero, la sua paterna attenzione.

© Copyright Zenit

giovedì 19 giugno 2008

Il Papa alla Roaco: "Pace e stabilità sociale per il Medio Oriente"


Durante l'udienza alla Roaco Benedetto XVI esprime il suo ardente desiderio di recarsi in Terra Santa

Pace e stabilità sociale per il Medio Oriente

Un appello per la pace e la stabilità in Medio Oriente: lo ha rivolto il Papa, ricevendo in udienza la Roaco (Riunione delle opere in aiuto alle Chiese orientali) giovedì 19 giugno, ai responsabili delle nazioni ricordando che pace e stabilità sociale, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, compresa una reale libertà religiosa, sono l'unica via per affrontare anche il grave problema di profughi e rifugiati.

Signor Cardinale,
Venerati Confratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari Membri ed Amici della Roaco!


Sono lieto di accogliervi in occasione della vostra seconda sessione annuale. Saluto cordialmente il Signor Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, e lo ringrazio per le cortesi espressioni di omaggio, che mi ha rivolto a nome di tutti in qualità di Presidente della Roaco. Estendo il mio saluto all'Arcivescovo Segretario, Mons. Antonio Vegliò, agli altri Presuli e al Padre Custode di Terra Santa, ai Collaboratori del Dicastero, ai Rappresentanti delle diverse Agenzie Internazionali e agli amici della Bethlehem University.
Desidero, prima di tutto, ringraziarvi per il sostegno prezioso che offrite alla missione propria del Vescovo di Roma di presiedere all'universale carità. Vi raduna, infatti, l'amore per le Chiese Orientali Cattoliche, alle quali sono ben lieto di far giungere un particolare incoraggiamento, a conferma della considerazione che meritano per il fedele legame con la Sede di Pietro. La loro vita ordinaria e la loro peculiare missione, soprattutto a livello ecumenico e interreligioso, vanno sostenute dall'intera Chiesa Cattolica. La Congregazione e la Roaco si fanno opportunamente interpreti della solidarietà spirituale e materiale di tutti i cattolici, perché quelle Comunità possano vivere in pienezza il mistero dell'unica Chiesa di Cristo nella fedeltà alle proprie tradizioni spirituali. Vi esorto, pertanto, a rafforzare questo vincolo di carità, perché secondo l'ammonimento dell'Apostolo delle genti, chi è nell'abbondanza supplisca a chi è nel bisogno e vi sia uguaglianza nella fraternità (cfr 2 Cor 8, 14-15).

In these days your attention has turned towards the Catholic Communities in Armenia and in Georgia, which were among the first to receive the light of Christ. I greet cordially my brother Bishops who are serving God's people in these areas, and I recall with pleasure our recent meeting on the occasion of their ad limina visit. By living humbly and fraternally with other Christian Churches, and by generously serving the poor, these Catholic communities, small though they are, can express in a very practical manner the communion of love proper to the universal Catholic Church. Let me recall what I said on the occasion of the recent visit of His Holiness Karekin the Second: "If our hearts and minds are open to the Spirit of communion, God can work miracles again in the Church, restoring the bonds of unity".

[In questi giorni avete rivolto la vostra attenzione alle comunità cattoliche in Armenia e in Georgia che sono state fra le prime a ricevere la luce di Cristo. Saluto cordialmente i miei fratelli Vescovi che servono il popolo di Dio in queste aree e ricordo con piacere il nostro recente incontro in occasione della loro visita ad Limina. Vivendo umilmente e fraternamente con altre Chiese cristiane e servendo generosamente i poveri, queste comunità cattoliche, per quanto piccole, possono esprimere in modo molto pratico la comunione di amore propria della Chiesa cattolica universale. Permettetemi di ricordare quanto ho affermato in occasione della recente visita di Sua Santità Karekin ii: "Se i nostri cuori e le nostre menti sono parti allo spirito di comunione, Dio può di nuovo operare miracoli nella Chiesa, ripristinando i vincoli di unità"].

Liebe Freunde der Roaco, das Leiden der irakischen Christen steht schon lange in Ihrem Blickfeld. Es ist erst drei Monate her, daß unsere Herzen zu Beginn der Karwoche wegen der Ermordung des Erzbischofs für die Chaldäer in Mossul, Paulos Faraj Rahho, mit großer Trauer erfüllt wurden. Wie viele andere irakische Christen hat der Erzbischof sein Kreuz auf sich genommen und ist dem Herrn gefolgt. So hat er dazu beigetragen, seinem gequälten Land und der ganzen Welt Gerechtigkeit zu bringen, indem er Zeugnis für die Wahrheit ablegte. Er war ein Mann des Friedens und des Dialogs. Ich ermutige die hier anwesenden Hilfsorganisationen, ihre Anstrengungen fortzusetzen in der Unterstützung der irakischen Christen: derjenigen, die - häufig als Flüchtlinge - im Irak leben, wie auch derjenigen, die nun in den Nachbarländern mit den schwierigen Lebensbedingungen zurechtkommen müssen.

[Cari amici della Roaco, le sofferenze dei cristiani iracheni sono da tempo al centro dei vostri interessi. Sono ormai tre mesi che, all'inizio della settimana santa, il nostro cuore si c riempito di immensa tristezza per l'uccisione a Mossul dell'Arcivescovo dei Caldei, Paulos Faraj Rahho. Come molti altri cristiani iracheni l'Arcivescovo ha preso la sua croce e ha seguito il Signore. In tal modo ha contribuito a portare giustizia alla sua terra straziata e tutto il mondo, rendendo testimonianza della veritr. Era un uomo di pace e di dialogo. Incoraggio le organizzazioni di aiuto presenti a proseguire gli sforzi per sostenere i cristiani iracheni: coloro che, spesso come rifugiati, vivono in Iraq e coloro che ora nei Paesi confinanti devono affrontare difficili condizioni di vita].

Avec gratitude et soulagement, nous avons suivi les développements récents au Liban, qui a retrouvé la voie du dialogue et de la compréhension mutuelle. De nouveau, j'exprime le vsu que le Liban sache répondre avec courage r sa vocation d'etre, pour le Moyen-Orient et pour le monde entier, un signe de la possibilité effective d'une co-existence pacifique et constructive entre les hommes. Dimanche prochain, les chrétiens du Liban auront la joie d'assister r Beyrouth r la béatification du vénérable Pcre Jacques Ghazir Haddad. Touché par la Croix de Jésus, ce Pcre capucin s'est fait proche des malades et des pauvres, et il a appelé un grand nombre de jeunes femmes r les servir. Puisse son témoignage toucher aujourd'hui le csur des jeunes chrétiens libanais, afin qu'ils apprennent, r leur tour, la douceur d'une vie évangélique au service des pauvres et des petits, en fidcles témoins de la foi catholique dans le monde arabe.

[Con gratitudine e sollievo, abbiamo seguito gli sviluppi recenti nel Libano, che ha ritrovato la via del dialogo e della comprensione reciproca. Formulo nuovamente l'auspicio che il Libano sappia rispondere con coraggio alla sua vocazione di essere, per il Medio Oriente e per il mondo intero, un segno della possibilitr effettiva di una coesistenza pacifica e costruttiva fra gli uomini. Domenica prossima, i cristiani del Libano avranno la gioia di assistere a Beirut alla beatificazione del venerabile padre Jacques Ghazir Haddad. Toccato dalla Croce di Gesu, questo padre cappuccino c stato accanto ai malati e ai poveri, e ha invitato un gran numero di giovani donne a servirli. Possa la sua testimonianza toccare oggi il cuore dei giovani cristiani libanesi, affinché apprendano, a loro volta, la dolcezza di una vita evangelica al servizio dei poveri e dei piccoli, come testimoni fedeli della fede cattolica nel mondo arabo!].

Cari fratelli e sorelle, alcuni miei Collaboratori nella Curia Romana, e tra questi il Cardinale Prefetto della vostra Congregazione, hanno recentemente visitato le comunitr latine e orientali di Terra Santa facendosi interpreti dell'affetto e della premura del Papa. Rinnovo l'espressione della mia speciale gratitudine a quanti si prendono a cuore la causa di tali Comunitr, che è vitale per tutta la Chiesa. Condivido le loro prove e le loro speranze e prego ardentemente di poterle visitare di persona, come prego altrese perché taluni segni di pace, che saluto con immensa fiducia, trovino presto compimento. Faccio appello ai responsabili delle Nazioni perché siano offerte al Medio Oriente, e in particolare alla Terra Santa, al Libano e all'Iraq la sospirata pace e la stabilitr sociale nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, compresa una reale libertr religiosa. E' la pace, del resto, l'unica via per affrontare anche il grave problema dei profughi e dei rifugiati, e per fermare l'emigrazione, specialmente cristiana, che ferisce pesantemente le Chiese Orientali. Affido questi auspici al Beato Giovanni xxiii, amico sincero dell'Oriente e Papa della Pacem in terris. E su tutti invoco la celeste intercessione della Regina della Pace, mentre a ciascuno imparto di cuore la mia Benedizione.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 20 giugno 2008)

Il Papa ai vescovi del Pakistan: "Comprensione e fiducia per il dialogo tra le religioni"


Il discorso di Benedetto XVI ai vescovi del Pakistan in visita «ad limina»

Comprensione e fiducia per il dialogo tra le religioni

In Pakistan è urgente formare sacerdoti e laici che siano "efficaci promotori di dialogo interreligioso". Lo ha sottolineato Benedetto XVI ricevendo in udienza, nella mattina di giovedì 19 giugno, i vescovi del Paese asiatico in occasione della visita "ad limina Apostolorum".

Dear Brother Bishops...

La traduzione del discorso di Benedetto XVI ai vescovi del Pakistan in visita «ad limina»

Cari Fratelli Vescovi,

sono lieto di accogliervi, vescovi del Pakistan, mentre svolgete il vostro pellegrinaggio quinquennale sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Grato all'arcivescovo Saldanha per le sue cortesi parole, invio affettuosi saluti ai sacerdoti, ai religiosi e ai laici delle vostre diocesi, assicurandoli delle mie preghiere per il loro bene. Che non si stanchino mai di rendere grazie per aver ricevuto i "primi frutti" dello Spirito Santo, che è sempre con loro per rafforzarli e per intercedere a loro nome (cfr Romani 8, 23-27).
I semi del Vangelo, piantati nel sedicesimo secolo da missionari zelanti nella vostra regione, continuano a germogliare nonostante condizioni che a volte ostacolano la loro capacità di attecchire. La vostra visita presso la Sede di Pietro mi offre l'opportunità non solo di gioire di nuovo con voi per i frutti del vostro operato, ma anche di ascoltare il resoconto delle difficoltà che voi e il vostro gregge dovete sopportare in nome del Signore. Ogni qual volta, coraggiosamente, portiamo in circostanze indipendenti dal nostro controllo il fardello che ci è stato dato, incontriamo Gesù Stesso, che ci dona una speranza che supera le sofferenze del presente perché ci trasforma dal di dentro (cfr Spe salvi, n. 4).
I vostri sacerdoti, uniti da un vincolo speciale con Cristo, il Buon Pastore, sono araldi di speranza cristiana e proclamano che Gesù vive fra i membri del suo popolo per placare la loro ansia e rafforzarli nelle loro debolezze (cfr Direttorio per il Ministero e la vita dei Presbiteri, n. 75). Vi chiedo di assicurare il vostro clero della mia vicinanza spirituale mentre svolge questo compito. Proprio come il Signore ha continuamente offerto agli apostoli segni del suo amore e della sua sollecitudine per loro, così dovreste adoperarvi per creare un clima di affetto e di fiducia con i membri del clero, i vostri principali e insostituibili collaboratori. Guardando a voi come a padri e fratelli (cfr Pastores gregis, n. 47) e ascoltando le vostre parole di incoraggiamento per le loro iniziative pastorali, saranno ispirati a unire la propria volontà alla vostra e a dedicarsi più completamente al bene spirituale del popolo di Dio (cfr Presbyterorum ordinis, n. 14-15).
La centralità dell'Eucaristia, sia mediante la sua degna celebrazione sia attraverso la silenziosa adorazione del Sacramento, dovrebbe essere particolarmente evidente nella vita dei sacerdoti e dei vescovi. Ciò spingerà i laici a seguire il vostro esempio e a giungere a uno speciale apprezzamento della presenza costante del Signore fra loro. Quali pastori siete i principali amministratori dei misteri di Dio e i primi promotori della vita liturgica delle vostre Chiese locali (Istruzione Generale del Messale Romano, n. 22). A questo proposito, sono lieto di osservare i vari programmi che avete avviato per aumentare la consapevolezza del cambiamento radicale che diviene possibile quando i cristiani permettono che tutta la loro vita assuma una "forma eucaristica" (cfr Sacramentum caritatis, n. 70-83). L'origine e il culmine della vita della Chiesa orienta di nuovo in modo radicale il modo cristiano di pensare, parlare e agire, rinnovando quindi la storia e vivificando tutto il creato. La frazione del pane ci ricorda ancora una volta che l'assurdità della violenza non ha mai l'ultima parola, perché Cristo ha vinto il peccato e la morte attraverso la sua gloriosa resurrezione. Il santo sacrificio ci assicura che le sue ferite sono il rimedio per i nostri peccati, la sua debolezza è la forza di Dio in noi e la sua morte è la nostra vita (cfr 1 Pt 2, 24; 2 Cor 13, 4; 2 Cor 4, 10). Ho fiducia nel fatto che la celebrazione quotidiana della Messa da parte vostra e dei vostri sacerdoti spingerà le persone a rendere costantemente grazie e lode a Dio Padre per le grazie che ci ha concesso nel suo Figlio, attraverso il quale abbiamo ricevuto lo Spirito di adozione filiale (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1110).
La spiritualità eucaristica riguarda ogni aspetto della vita cristiana (cfr Sacramentum caritatis, n. 77). Lo dimostra l'emergente vitalità dei movimenti ecclesiali nelle vostre diocesi. I carismi di queste associazioni riflettono e soddisfano le esigenze particolari del nostro tempo. Esortate i membri di questi movimenti e tutti i fedeli ad ascoltare la Parola di Dio e a coltivare l'abitudine della preghiera quotidiana, cosicché il vostro popolo promuova una sequela autentica e crei reti sempre più estese di sollecitudine caritatevole per il suo prossimo!
Miei cari fratelli, mi unisco a voi nel rendere grazie a Dio, che esorta gli uomini a servire come sacerdoti nelle vostre Chiese locali. Il teologato a Karachi, il programma di filosofia a Lahore e i vostri seminari minori sono istituzioni vitali per il futuro della Chiesa in Pakistan. Non dubitate mai del fatto che il vostro investimento di risorse umane e materiali possa assicurare una solida formazione per i vostri candidati al sacerdozio. Collaboratori generosi esistono anche fra i membri di ordini religiosi che possono contribuire a migliorare i programmi di formazione sacerdotale e a rafforzare vincoli di cooperazione fra clero religioso e diocesano. Particolarmente urgente in questo momento è il compito di preparare questi uomini, e di fatto tutti i catechisti e i responsabili laici, a divenire efficaci promotori di dialogo interreligioso. Condividono con tutti i cristiani in Pakistan la responsabilità di promuovere la comprensione e la fiducia verso i membri di altre religioni, edificando forum pacifici per dibattiti aperti.
Parimenti, altre istituzioni cattoliche continuano a servire il bene comune del popolo pakistano. Dimostrano che l'amore di Cristo non è una mera astrazione, ma raggiunge ogni uomo e ogni donna perché passa attraverso persone reali operando nelle istituzioni caritative della Chiesa. Il Vangelo ci insegna che Gesù non può essere amato in modo astratto (cfr Mt 25, 31-37). Chi serve negli ospedali, nelle scuole, negli organismi sociali e caritativi cattolici soddisfa le esigenze concrete degli altri, sapendo bene che stanno servendo il Signore stesso mediante i loro atti particolari di carità (cfr Mt 25, 40). Vi incoraggio a basarvi sul nobile esempio di servizio al prossimo impresso nella storia di queste istituzioni. Sacerdoti, religiosi e laici nelle vostre diocesi, occupandosi di malati, aiutando i giovani a crescere in virtù e conoscenza e soddisfacendo le necessità dei poveri, rivelano il volto umano dell'amore di Dio per ogni persona. Che l'incontro con il Cristo vivo risvegli nei loro cuori il desiderio di condividere con gli altri la gioia di vivere alla presenza di Dio (cfr Sal 73, 25, 28). A imitazione di san Paolo, possano liberamente donare agli altri ciò che hanno ricevuto gratuitamente (cfr 1 Cor 4, 7; 2 Cor 11, 7; Mt 10, 8).
Miei cari fratelli nell'Episcopato, esercitate la missione speciale di predicatori del Vangelo e di agenti di amore e di pace nella Chiesa e nella società. Sostenetevi gli uni gli altri nella preghiera e nella effettiva collaborazione nell'affrontare futuri compiti difficili. Invocando su di voi e sui vostri sacerdoti, religiosi e laici la protezione materna della beata Vergine Maria, imparto di cuore la mia benedizione apostolica quale pegno di gioia e di pace nel Signore Gesù.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

(©L'Osservatore Romano - 20 giugno 2008)