domenica 24 febbraio 2008

Il rischio di ogni credente è quello di praticare una religiosità non autentica, di cercare la risposta alle attese più intime del cuore non in Dio...


VISITE PASTORALI DEL SANTO PADRE NELLA DIOCESI DI ROMA

SANTA PASQUA 2006-2007-2008

"Purtroppo non parlo romanesco, ma come cattolici siamo tutti un po' romani e portiamo Roma nel nostro cuore" (Discorso pronunciato "a braccio" al termine della visita a Testaccio)

Vedi anche:

Ferrara bacia l'anello di Benedetto. «Io ho molta fede» (Corriere della sera)

Il Papa in visita a Testaccio: lo speciale de "Il Messaggero"

Il rischio di una fede contaminata da elementi magici e terreni, sottolineata dal Papa nella parrocchia romana di Santa Maria Liberatrice (Radio V.)

L’incontro fra il Papa e l’Elefantino devoto: Maurizio Crippa racconta come è nata la fascinazione di Giuliano Ferrara per il "professor" Ratzinger

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA SANTA MARIA LIBERATRICE A TESTACCIO , 24.02.2008

Alle ore 9 di questa mattina - III Domenica di Quaresima - il Santo Padre Benedetto XVI si reca in visita pastorale alla parrocchia di Santa Maria Liberatrice a Testaccio, nel settore centro della diocesi di Roma, per la celebrazione della Santa Messa.
Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa pronuncia l’omelia.
Al termine della Santa Messa, il Santo Padre incontra i Membri del Consiglio Pastorale Parrocchiale, i Religiosi e le Religiose nel Salone Teatro della parrocchia.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della Celebrazione Eucaristica:


OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

seguendo l'esempio dei miei venerati Predecessori, i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II, che hanno fatto visita alla vostra parrocchia rispettivamente il 20 marzo 1966 e il 14 gennaio 1979, anch'io quest’oggi sono venuto tra voi per incontrare la vostra comunità e presiedere la Celebrazione eucaristica in questa vostra bella chiesa dedicata a Santa Maria Liberatrice. Sono venuto in una circostanza quanto mai singolare, il centenario della consacrazione dell’attuale chiesa e il trasferimento del titolo della parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, che già esisteva in questo vostro quartiere di Testaccio, in Santa Maria Liberatrice. Fu San Pio X ad affidare ai Figli spirituali di Don Bosco la parrocchia, ed essi, sotto la guida infaticabile del primo discepolo di San Giovanni Bosco, il beato Don Michele Rua, costruirono la chiesa nella quale ora ci troviamo. In verità, i Salesiani svolgevano già la loro attività sociale ed apostolica qui a Testaccio, quartiere che ha conservato una sua specifica identità territoriale e culturale. Pur trovandoci, infatti, nel cuore della metropoli romana, persistono tra la persone rapporti molto familiari e, sebbene negli ultimi vent'anni la situazione sia un po' cambiata, rimangono forti il radicamento della gente nel proprio territorio, l'identità di quartiere e di attaccamento alle tradizioni religiose. So, ad esempio, che la vostra festa patronale di Santa Maria Liberatrice riunisce ogni anno tanti concittadini e famiglie che per vari motivi si sono trasferiti altrove.

Cari amici, sono venuto volentieri a condividere la vostra gioia per l’evento giubilare che state celebrando, e che ho voluto arricchire con la possibilità di lucrare l’indulgenza plenaria durante l’intero anno centenario. Con affetto vi saluto tutti. Anzitutto saluto il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore Centro, Mons. Ernesto Mandara, e il vostro Parroco, Don Manfredo Leone. Ringrazio di cuore lui e i confratelli salesiani per il servizio pastorale che insieme rendono alla vostra parrocchia, e gli sono grato anche per le gentili parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Saluto inoltre gli ospiti dello Studentato Salesiano per sacerdoti, che ha sede negli edifici parrocchiali, e le diverse comunità religiose presenti sul territorio: le Figlie di Maria Ausiliatrice, le Figlie della Divina Provvidenza e le Suore del Buon Pastore. Saluto i Cooperatori, le Cooperatrici e gli Ex-allievi Salesiani, le Associazioni parrocchiali, i vari gruppi impegnati per l'animazione della catechesi, della liturgia, della carità e della lettura ed approfondimento della Parola di Dio, la Confraternita di Santa Maria Liberatrice, i gruppi che riuniscono i giovani e quelli che favoriscono l'incontro e la formazione delle coppie di fidanzati e di sposi e delle famiglie più mature. Un saluto affettuoso indirizzo ai ragazzi del catechismo e a quanti frequentano l’Oratorio della parrocchia e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Vorrei poi estendere il mio pensiero a tutti gli abitanti del quartiere, specialmente agli anziani, ai malati, alle persone sole e in difficoltà. Tutti e ciascuno ricordo in questa Santa Messa.

Cari fratelli e sorelle, mi domando ora assieme a voi: che cosa ci dice il Signore in un anniversario così importante per la vostra parrocchia? Nei testi biblici dell’odierna terza Domenica di Quaresima, ci sono utili spunti di meditazione quanto mai indicati per questa significativa circostanza.

Attraverso il simbolo dell’acqua, che ritroviamo nella prima lettura e nel brano evangelico della Samaritana, la parola di Dio ci trasmette un messaggio sempre vivo e sempre attuale: Dio ha sete della nostra fede e vuole che troviamo in Lui la fonte della nostra autentica felicità.

Il rischio di ogni credente è quello di praticare una religiosità non autentica, di cercare la risposta alle attese più intime del cuore non in Dio, di utilizzare anzi Iddio come se fosse al servizio dei nostri desideri e progetti.

Nella prima lettura vediamo il popolo ebreo che soffre nel deserto per mancanza di acqua, e, preso dallo scoraggiamento, come in altre circostanze, si lamenta e reagisce in modo violento. Arriva a ribellarsi contro Mosè, arriva quasi a ribellarsi contro Dio. Narra l’autore sacro: «Misero alla prova il Signore, dicendo: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no"?» (Es 17,7).

Il popolo esige da Dio che venga incontro alle proprie attese ed esigenze, piuttosto che abbandonarsi fiducioso nelle sue mani, e nella prova perde la fiducia in Lui.

Quante volte questo avviene anche nella nostra vita; in quante circostanze, piuttosto che conformarci docilmente alla volontà divina, vorremmo che Iddio realizzasse i nostri disegni ed esaudisse ogni nostra attesa; in quante occasioni la nostra fede si manifesta fragile, la nostra fiducia debole, la nostra religiosità contaminata da elementi magici e meramente terreni.

In questo tempo quaresimale, mentre la Chiesa ci invita a percorrere un itinerario di vera conversione, accogliamo con umile docilità l’ammonimento del Salmo responsoriale: «Ascoltate oggi la sua voce: "Non indurite il cuore, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova, pur avendo visto le mie opere"» (Sal 94,7-9).

Il simbolismo dell’acqua ritorna con grande eloquenza nella celebre pagina evangelica che narra l’incontro di Gesù con la Samaritana a Sicar, presso il pozzo di Giacobbe. Cogliamo subito un legame tra il pozzo costruito dal grande patriarca di Israele per assicurare l’acqua alla sua famiglia e la storia della salvezza in cui Dio dona all’umanità l’acqua zampillante per la vita eterna.

Se c’è una sete fisica dell’acqua indispensabile per vivere su questa terra, vi è nell’uomo anche una sete spirituale che solo Dio può colmare. Questo traspare chiaramente dal dialogo tra Gesù e la donna venuta ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe. Tutto inizia dalla domanda di Gesù: "Dammi da bere" (cfr Gv 4,5-7). Sembra a prima vista una semplice richiesta di un po’ d’acqua, in un mezzogiorno assolato. In realtà, con questa domanda rivolta per di più a una donna samaritana - tra ebrei e samaritani non correva buon sangue - Gesù avvia nella sua interlocutrice un cammino interiore che fa emergere in lei il desiderio di qualcosa di più profondo.

Sant’Agostino commenta: "Colui che domandava da bere, aveva sete della fede di quella donna" (In Io ev. Tract. XV,11: PL 35,1514).

Infatti, a un certo punto, è la donna stessa a chiedere dell’acqua a Gesù (cfr Gv 4,15), manifestando così che in ogni persona c’è un innato bisogno di Dio e della salvezza che solo Lui può colmare. Una sete d’infinito che può essere saziata solamente dall’acqua che Gesù offre, l’acqua viva dello Spirito. Tra poco ascolteremo nel prefazio queste parole: Gesù "chiese alla donna di Samaria l’acqua da bere, per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma dell’amore di Dio".

Cari fratelli e sorelle, nel dialogo tra Gesù e la Samaritana vediamo delineato l’itinerario spirituale che ognuno di noi, che ogni comunità cristiana è chiamata a riscoprire e a percorrere costantemente. Proclamata in questo tempo quaresimale, questa pagina evangelica assume un valore particolarmente importante per i catecumeni già prossimi al Battesimo.

Questa domenica è infatti legata al cosiddetto "primo scrutinio", che è un rito sacramentale di purificazione e di grazia. La Samaritana diviene così figura del catecumeno illuminato e convertito dalla fede, che aspira all’acqua viva ed è purificato dalla parola e dall’azione del Signore.

Ma anche noi, già battezzati, troviamo in quest’episodio evangelico uno stimolo a riscoprire l’importanza e il senso della nostra vita cristiana.

Gesù vuole portarci, come la Samaritana, a professare la nostra fede in Lui con forza perché possiamo poi annunciare e testimoniare ai nostri fratelli la gioia dell’incontro con Lui e le meraviglie che il suo amore compie nella nostra esistenza. La fede nasce dall’incontro con Gesù, riconosciuto e accolto come il Rivelatore definitivo e il Salvatore. Una volta che il Signore ha conquistato il cuore della Samaritana, la sua esistenza è trasformata e lei corre senza indugio a comunicare la buona notizia alla sua gente (cfr Gv 4,29).

Cari fratelli e sorelle della Parrocchia di Santa Maria Liberatrice! L’invito di Cristo a lasciarci coinvolgere dalla sua esigente proposta evangelica risuona con forza questa mattina per ogni membro della vostra comunità parrocchiale.

Diceva sant’Agostino che Dio ha sete della nostra sete di Lui, desidera cioè di essere desiderato. Più l’essere umano si allontana da Dio più Egli lo insegue con il suo amore misericordioso. La liturgia ci stimola quest’oggi, tenendo conto anche del tempo quaresimale che stiamo vivendo, a rivedere il nostro rapporto con Gesù, a cercare il suo volto senza stancarci.

E questo è indispensabile perché voi, cari amici, possiate continuare, nel nuovo contesto culturale e sociale, l'opera di evangelizzazione e di educazione umana e cristiana svolta da più di un secolo da questa parrocchia, che annovera nella serie dei suoi parroci anche il Venerabile Luigi Maria Olivares. Aprite sempre più il cuore ad una azione pastorale missionaria, che spinga ogni cristiano ad incontrare le persone - in particolare i giovani e le famiglie - là dove vivono, lavorano, trascorrono il tempo libero, per annunciare loro l'amore misericordioso di Dio. Analoga attenzione e sollecitudine so che state dedicando alla cura delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, proponendo ai ragazzi, ai giovani e alle famiglie il tema vocazionale, che è di primaria importanza per il futuro della Chiesa. Vi incoraggio poi a perseverare nell'impegno educativo, che costituisce il carisma tipico di ogni parrocchia salesiana. L'Oratorio, la scuola, i momenti di catechesi e preghiera siano animati da autentici educatori, cioè da testimoni vicini con il loro cuore specialmente ai fanciulli, agli adolescenti e ai giovani. Santa Maria Liberatrice, da voi tanto amata e venerata, che insieme al suo sposo Giuseppe ha educato Gesù bambino ed adolescente, protegga le famiglie, i religiosi e le religiose nel loro compito di formatori e doni loro la gioia, come auspicava Don Bosco, di veder crescere in questo quartiere "buoni cristiani ed onesti cittadini". Amen!

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sabato 23 febbraio 2008

Mi rivolgo a voi, giovani, per ricordarvi che voi stessi siete chiamati ad essere gli artefici della vostra crescita morale, culturale e spirituale


Cari fedeli di Roma, voglio parlarvi del problema dell'educazione (lettera del Santo Padre alla diocesi ed alla città di Roma)

Vedi anche:

OLTRE 50MILA FEDELI STAMATTINA IN PIAZZA SAN PIETRO

Il Papa: "Nella società del dubbio e delle incertezze, educare le giovani generazioni è sempre possibile sui valori immortali del Vangelo" (Radio V.)

Il Papa consegna ai giovani della diocesi di Roma la Lettera sul compito urgente dell'educazione. Intervista con il cardinale Ruini (Radio Vaticana)

UDIENZA PER LA CONSEGNA ALLA DIOCESI DI ROMA DELLA LETTERA SUL COMPITO URGENTE DELL’EDUCAZIONE , 23.02.2008

Alle ore 12 di oggi, in Piazza San Pietro, il Santo Padre Benedetto XVI presenta e consegna alla Diocesi di Roma la "Lettera sul compito urgente dell’educazione", firmata il 21 gennaio scorso (crf Boll N. 0048 del 23 gennaio 2008).
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre rivolge ai fedeli convenuti in Piazza San Pietro:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

vi ringrazio di aver accolto, tanto numerosi, l’invito a questa speciale Udienza, nella quale riceverete dalle mie mani la Lettera che ho indirizzato alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione. Saluto con affetto ciascuno di voi: sacerdoti, religiosi e religiose, genitori, insegnanti, catechisti ed altri educatori, fanciulli, adolescenti e giovani, compresi coloro che seguono l’Udienza attraverso la televisione. Saluto e ringrazio, in particolare, il Cardinale Vicario e tutti coloro che hanno preso la parola in rappresentanza delle varie categorie di persone partecipi della grande sfida educativa.

Siamo qui riuniti, infatti, perché ci muove una comune sollecitudine per il bene delle nuove generazioni, per la crescita e per il futuro dei figli che il Signore ha donato a questa città. Ci muove anche una preoccupazione, la percezione cioè di quella che abbiamo chiamato "una grande emergenza educativa".

Educare non è mai stato facile e oggi sembra diventare sempre più difficile: perciò non pochi genitori e insegnanti sono tentati di rinunciare al proprio compito, e non riescono più nemmeno a comprendere quale sia, veramente, la missione loro affidata.

Troppe incertezze e troppi dubbi, infatti, circolano nella nostra società e nella nostra cultura, troppe immagini distorte sono veicolate dai mezzi di comunicazione sociale.

Diventa difficile, così, proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti spendere la propria vita.

Siamo qui oggi, però, anche e soprattutto perché ci sentiamo sostenuti da una grande speranza e da una forte fiducia: dalla certezza, cioè, che quel "sì", chiaro e definitivo, che Dio in Gesù Cristo ha detto alla famiglia umana (cfr 2 Cor 1,19-20), vale anche per i nostri ragazzi e giovani, vale per i bambini che oggi si affacciano alla vita. Perciò anche nel nostro tempo educare al bene è possibile, è una passione che dobbiamo portare nel cuore, è un’impresa comune alla quale ciascuno è chiamato a recare il proprio contributo.

Siamo qui, in concreto, perché intendiamo rispondere a quella domanda educativa che oggi avvertono dentro di sé i genitori, preoccupati per il futuro dei propri figli, gli insegnanti, che vivono dal di dentro la crisi della scuola, i sacerdoti e i catechisti che sanno per esperienza quanto sia difficile educare alla fede, gli stessi ragazzi, adolescenti e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. E’ questa la ragione per la quale vi ho scritto, cari fratelli e sorelle, la lettera che sto per consegnarvi. In essa potete trovare alcune indicazioni, semplici e concrete, sugli aspetti fondamentali e comuni dell’opera educativa. Oggi mi rivolgo a ciascuno di voi per offrirvi il mio affettuoso incoraggiamento ad assumere con gioia le responsabilità che il Signore vi affida, affinché la grande eredità di fede e di cultura, che è la ricchezza più vera di questa nostra amata città, non vada smarrita nel passaggio dall’una all’altra generazione, ma al contrario si rinnovi, si irrobustisca, sia di guida e di stimolo nel nostro cammino verso il futuro.

In questo spirito mi rivolgo a voi, cari genitori, per chiedervi anzitutto di rimanere saldi, per sempre, nel vostro reciproco amore: è questo il primo e grande dono di cui hanno bisogno i vostri figli, per crescere sereni, acquisire fiducia in se stessi e fiducia nella vita e imparare così ad essere a loro volta capaci di amore autentico e generoso. Il bene che volete ai figli deve poi darvi lo stile e il coraggio del vero educatore, con una coerente testimonianza di vita ed anche con la fermezza necessaria per temprare il carattere delle nuove generazioni, aiutandole a distinguere con chiarezza il bene dal male ed a costruirsi a loro volta delle solide regole di vita, che le sostengano nelle prove future. Così farete ricchi i vostri figli dell’eredità più preziosa e duratura, che consiste nell’esempio di una fede quotidianamente vissuta.

Con il medesimo animo domando a voi, docenti dei diversi ordini di scuole, di avere un concetto alto e grande del vostro impegnativo lavoro, nonostante le difficoltà, le incomprensioni, le delusioni che troppo spesso sperimentate. Insegnare, infatti, significa andare incontro a quel desiderio di conoscere e di capire che è insito nell’uomo e che nel bambino, nell’adolescente, nel giovane si manifesta in tutta la sua forza e spontaneità. Il vostro compito, perciò, non può limitarsi a fornire delle nozioni e delle informazioni, lasciando da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita. Siete infatti, a pieno titolo, degli educatori: a voi, in stretta sintonia con i genitori, è affidata la nobile arte della formazione della persona. In particolare, quanti insegnano nelle scuole cattoliche portino dentro di sé e traducano in azione quotidiana quel progetto educativo che ha al proprio centro il Signore Gesù e il suo Vangelo.

E voi, cari sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti, animatori e formatori delle parrocchie, dei gruppi giovanili, delle associazioni e movimenti ecclesiali, degli oratori, delle attività sportive e ricreative, cercate di avere sempre, verso i ragazzi e i giovani che accostate, gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo (cfr Fil 2,5).

Siate dunque quegli amici affidabili nei quali essi possano toccare con mano l’amicizia di Gesù per loro, e al tempo stesso siate i testimoni sinceri e coraggiosi di quella verità che rende liberi (cfr Gv 8,32) e che indica alle nuove generazioni la via che conduce alla vita.

L’educazione però non è soltanto opera degli educatori: è un rapporto tra persone nel quale, con il crescere degli anni, entrano sempre più in gioco la libertà e la responsabilità di coloro che vengono educati.

Perciò, con grande affetto, mi rivolgo a voi, fanciulli, adolescenti e giovani, per ricordarvi che voi stessi siete chiamati ad essere gli artefici della vostra crescita morale, culturale e spirituale. Sta a voi, dunque, accogliere liberamente nel cuore, nell’intelligenza e nella vita il patrimonio di verità, di bontà e di bellezza che si è formato attraverso i secoli e che ha in Gesù Cristo la sua pietra angolare.

Sta a voi rinnovare e sviluppare ulteriormente questo patrimonio, liberandolo dalle tante menzogne e brutture che spesso lo rendono irriconoscibile e provocano in voi diffidenza e delusione. Sappiate comunque che in questo non facile cammino non siete mai soli: vi sono vicini non soltanto i vostri genitori, insegnanti, sacerdoti, amici e formatori, ma soprattutto quel Dio che ci ha creato e che è l’ospite segreto dei nostri cuori.

Egli illumina dal di dentro la nostra intelligenza, Egli orienta al bene la nostra libertà, che spesso avvertiamo fragile e incostante, Egli è la vera speranza e il fondamento solido della nostra vita. Di Lui, anzitutto, ci possiamo fidare.

Cari fratelli e sorelle, nel momento in cui vi consegno simbolicamente la Lettera sul compito urgente dell’educazione, ci affidiamo dunque, tutti insieme, a Colui che è il nostro vero e unico Maestro (cfr Mt 23,8), per impegnarci insieme a Lui, con fiducia e con gioia, in quella meravigliosa impresa che è la formazione e la crescita autentica delle persone. Con questi sentimenti ed auspici a tutti imparto la mia Benedizione.

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venerdì 22 febbraio 2008

Il Papa: "Nel Vangelo l'identità del popolo armeno"


Benedetto XVI intitola a san Gregorio l'Illuminatore il cortile nord della basilica Vaticana

Nel Vangelo l'identità del popolo armeno

Nell'anno 301 gli armeni si convertirono divenendo il primo popolo ufficialmente cristiano: da allora il vangelo ha segnato in modo profondo l'identità dell'Armenia. Lo ha detto Benedetto XVI durante la cerimonia per l'intitolazione a san Gregorio l'Illuminatore del cortile nord della basilica Vaticana, nella mattina di venerdì 22 febbraio.

Cari fratelli e sorelle,

rivolgo il mio cordiale saluto a tutti i presenti. In primo luogo saluto il Cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro e il Cardinale Giovanni Lajolo, Presidente del Governatorato. Saluto poi il Patriarca Nersès Bédros XIX, che ringrazio per le cortesi parole con le quali ha interpretato i comuni sentimenti. Estendo il mio pensiero agli Arcivescovi, Vescovi e personalità religiose dell'intera Chiesa Armena Cattolica. Saluto, inoltre, le personalità politiche, le delegazioni e quanti hanno voluto prendere parte a questa significativa cerimonia, nella quale benedirò la targa toponomastica di questo cortile. Colgo volentieri l'odierna occasione per abbracciare con fraterno amore la Chiesa Apostolica Armena, come pure la Nazione armena e tutti gli Armeni sparsi nel mondo.
È senz'altro una circostanza provvidenziale, questa, che ci offre l'opportunità di incontrarci qui, accanto alla tomba dell'apostolo Pietro, per ricordare un altro grande Santo al quale, in questo momento, viene intitolato il cosiddetto cortilone. Mi piace ricordare che il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II benedisse la statua di San Gregorio l'Illuminatore, proprio qui collocata, pochi mesi prima della sua morte. Questo grande Santo, più di diciassette secoli fa, fece degli Armeni un popolo cristiano, anzi il primo popolo ad essere ufficialmente cristiano. La conversione degli Armeni è un evento che ha segnato in modo profondo l'identità armena, non solo a livello personale, ma dell'intera Nazione. Il termine "Illuminatore" con cui viene denominato questo santo a voi molto caro, mette in evidenza la duplice funzione che San Gregorio ebbe nella storia della conversione armena. "Illuminazione", infatti, è un termine che si usa nel linguaggio cristiano per indicare il passaggio dalle tenebre alla luce di Cristo. Ed è, in verità, proprio Cristo il grande illuminatore che irradia la sua luce su tutta l'esistenza di chi lo accoglie e lo segue fedelmente. Ora, San Gregorio fu detto l'Illuminatore proprio perché in lui si rifletteva in modo straordinario il volto del Salvatore. La parola "illuminazione" riveste anche un ulteriore significato nell'accezione armena; indica la luce che deriva dalla diffusione della cultura attraverso l'insegnamento. E questo fa subito pensare a quei monaci-maestri che, seguendo le orme di San Gregorio, ne continuarono la predicazione, propagando in tal modo la luce della verità evangelica, che rivela all'uomo la verità del suo stesso essere e ne dispiega le ricche potenzialità culturali e spirituali.
Cari fratelli e sorelle, grazie ancora una volta per aver preso parte a questo nostro incontro. Inaugurando il "Cortile San Gregorio l'Illuminatore", preghiamo perché il Popolo armeno, per intercessione di questo suo illustre e benemerito figlio, continui a camminare sulle vie della fede lasciandosi guidare, come ha fatto nel corso dei secoli, da Cristo e dal suo Vangelo, che ne ha segnato in modo indelebile la cultura. Con questo auspicio, che affido all'intercessione della Vergine Maria, a tutti imparto la mia Benedizione.

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(©L'Osservatore Romano - 23 febbraio 2008)

Oggi la Radio Vaticana è un coro di voci, che risuona in più di quaranta lingue e può dialogare con culture e religioni diverse


VISITA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI ALLA SEDE DELLA RADIO VATICANA, 03.03.2006

Alle ore 11.00 di questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI si reca in Visita alla Sede della Radio Vaticana in occasione del 75 anniversario della fondazione della radio.
Accolto al suo arrivo dai Superiori e dai Dirigenti della Radio, il Papa sale al quarto piano per visitare la Regia 3 - dove benedice la targa "Cardinale Karol Wojtyła" - e il Salone della Redazione One-O-Five.
Successivamente, il Santo Padre scende al secondo piano nella Cappella dell’edificio per un breve momento di preghiera.
Quindi, il Santo Padre Benedetto XVI incontra nella Sala Marconi il personale della Radio Vaticana e, dopo l’indirizzo di omaggio di un Dipendente e di P. Federico Lombardi, S.I., Direttore dei Programmi, rivolge ai presenti un discorso.
Riportiamo di seguito le parole pronunciate dal Papa durante la visita al Salone della Redazione One-O-Five e il discorso tenuto nella Sala Marconi
:

PAROLE DEL SANTO PADRE

Cari Fratelli e Sorelle,

saluto di cuore tutti gli ascoltatori e le ascoltatrici di Radio Vaticana e auguro loro la pace e la gioia del Signore. Per me è una grande gioia essere qui. Siamo consapevoli che 75 anni fa Papa Pio XI ha inaugurato la Radio Vaticana e ha dato così una nuova voce alla Santa Sede, anzi alla Chiesa e al Signore. Una voce con la quale si potesse realmente eseguire il mandato del Signore: «Annunciate il Vangelo a tutte le creature sino ai confini della terra». Nel frattempo, lo vedo, in questi 75 anni la tecnica si è molto perfezionata. Oggi la voce di Radio Vaticana può giungere in ogni parte del mondo, in tante case, e — come è stato sottolineato — soprattutto c'è anche una bella reciprocità, non solo parlando ma anche accogliendo le risposte, in un vero dialogo per capire, per rispondere e per costruire così la famiglia di Dio. Mi sembra questo il senso di un mezzo di comunicazione come questo: aiutare a costruire questa grande famiglia che non conosce frontiere, nella quale, nella molteplicità delle culture e delle lingue, tutti sono fratelli e sorelle, e così rappresentano una forza per la pace. Vorrei augurare a tutti coloro che mi ascoltano in questo momento di poter realmente sentirsi coinvolti in questo grande dialogo della verità. Nel mondo dei mezzi della comunicazione non mancano, come sappiamo, anche voci contrastanti. Tanto più è importante che esista questa voce, che vuole realmente mettersi al servizio della verità, di Cristo, e così mettersi al servizio della pace e della riconciliazione nel mondo. Auguro ai collaboratori che possano essere efficaci strumenti di questa grande opera di pace del Signore. Ringrazio per tutto quello che fate giorno per giorno, forse anche notte per notte. Auguro agli ascoltatori che, coinvolti loro stessi in questo grande dialogo, diventino anch'essi testimoni della verità e della forza della pace nel mondo.

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Cardinale,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!


Volentieri sono venuto tra voi, in questa bella sede di Palazzo Pio, che il Servo di Dio Paolo VI ha voluto mettere a disposizione della Radio Vaticana. Vi saluto tutti cordialmente e vi ringrazio per la vostra accoglienza. Saluto, in particolare, il Reverendo Preposito Generale della Compagnia di Gesù, Padre Peter-Hans Kolvenbach, e lo ringrazio per il servizio che fin dalle origini della Radio Vaticana i Gesuiti rendono alla Santa Sede, fedeli al carisma ignaziano di piena dedizione alla Chiesa e al Romano Pontefice. Saluto il Cardinale Roberto Tucci e il Padre Antonio Stefanizzi, come anche il Padre Pasquale Borgomeo forzatamente assente per precedenti impegni, i quali per diversi anni sono stati Direttori Generali della Radio Vaticana. Saluto il Padre Federico Lombardi, attuale Direttore Generale, e gli sono riconoscente per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti voi. Sono grato pure al Signor Candi, che ha interpretato i sentimenti dei dipendenti laici. Il mio pensiero va in questo momento anche ai dipendenti trattenuti nelle altre sedi dell’Emittente - il Centro Trasmittente di Santa Maria di Galeria, la Palazzina Leone XIII e la Palazzina Marconi - e che prendono parte a questo incontro in collegamento audio e video. Saluto i vostri colleghi già in pensione, i numerosi collaboratori, i familiari ed amici, e quanti avrebbero voluto essere presenti, ma non hanno potuto per la ristrettezza dello spazio disponibile. Il mio saluto si estende inoltre agli ascoltatori delle vostre trasmissioni, sparsi in ogni parte del mondo.

Le suggestive immagini di 75 anni fa ci presentano la prima stazione Radio Vaticana, che oggi può sembrare modesta. Sapeva però Guglielmo Marconi che la strada aperta dalla scienza e dalla tecnica avrebbe grandemente influito sulla vita dell’umanità. Anche il mio venerato Predecessore Pio XI era ben consapevole dell’importanza che il nuovo strumento di comunicazione, di cui la Chiesa stava dotandosi, avrebbe avuto per la diffusione del magistero pontificio nel mondo. Il suo primo radiomessaggio, che il 12 febbraio 1931 inaugurò la storia della vostra Emittente, era diretto con originale solennità "a tutte le genti e ad ogni creatura". Negli anni seguenti, durante la seconda guerra mondiale, il Servo di Dio Pio XII con i suoi storici radiomessaggi poté fare udire a tutti i popoli parole di conforto, moniti ed appassionate esortazioni alla speranza e alla pace. E quando il comunismo estese il suo dominio su diverse nazioni dell’Europa centrale e orientale e su altre parti della Terra, la Radio Vaticana moltiplicò i programmi e le lingue di trasmissione, per far sì che giungesse alle Comunità cristiane oppresse da regimi totalitari la testimonianza della vicinanza e della solidarietà del Papa e della Chiesa universale. Con il Concilio Vaticano II si prese ancor più consapevolezza dell’importanza che gli strumenti della comunicazione avrebbero avuto nella diffusione del messaggio evangelico in questa nostra epoca, e la vostra Emittente con validi e moderni mezzi tecnici prese a sviluppare una programmazione radiofonica sempre più ricca e articolata. Oggi, infine, grazie alle più avanzate tecnologie, in particolare satelliti e internet, voi siete in grado di produrre programmi in diverse lingue, che vengono ripresi e trasmessi da numerose emittenti in ogni continente, raggiungendo così un ancor più vasto bacino di ascoltatori.

Cari amici, di tutto questo non possiamo non ringraziare il Signore e, al tempo stesso, pregarlo perché continui ad assistervi nel vostro lavoro. Invocatelo con le parole scritte sulla facciata principale di questa vostra sede: "Adsis Christe, eorumque aspira laboribus, qui pro tuo nomine certant – Assistici, o Cristo, e ispira le fatiche di coloro che combattono per il tuo nome". Sì! La vostra è la "buona battaglia della fede", secondo le parole dell’apostolo Paolo (cfr 1 Tm 6,12), per diffondere il Vangelo di Cristo. Essa consiste, come si legge nel vostro Statuto, nell’"annunciare con libertà, fedeltà ed efficacia il messaggio cristiano e collegare il centro della cattolicità con i diversi Paesi del mondo: diffondendo la voce e gli insegnamenti del Romano Pontefice; informando sull’attività della Santa Sede; facendosi eco della vita cattolica nel mondo; orientando a valutare i problemi del momento alla luce del magistero ecclesiastico e nella costante attenzione ai segni dei tempi" (n. 1.3).

È questa una missione che rimane sempre attuale, anche se con il tempo cambiano le circostanze e le modalità per attuarla. In effetti, la Radio Vaticana non è più oggi una sola voce che si irradia da un unico punto, come avveniva dalla prima stazione marconiana.

E’ piuttosto un coro di voci, che risuona in più di quaranta lingue e può dialogare con culture e religioni diverse; un coro di voci, che percorre le vie dell’etere grazie alle onde elettromagnetiche e si diffonde capillarmente per rimanere inciso lungo i nodi e le maglie di quella rete telematica sempre più fitta che avvolge il pianeta.

Continuate, cari amici, ad operare nel grande areopago della comunicazione moderna, facendo tesoro della straordinaria esperienza da voi vissuta durante il Grande Giubileo dell’Anno 2000 e ancor più in occasione della morte dell’amato Papa Giovanni Paolo II, un evento che ha mostrato quanto l’umanità desideri conoscere la realtà della Chiesa. Ma non dimenticate che, per portare a compimento la missione affidatavi, occorre certo un’adeguata formazione tecnica e professionale, ma è necessario soprattutto che coltiviate incessantemente in voi uno spirito di preghiera e di fedele adesione agli insegnamenti di Cristo e della sua Chiesa. Vi aiuti e vi protegga sempre la Vergine Maria, Stella della nuova evangelizzazione. Rinnovandovi i sentimenti della mia riconoscenza, volentieri imparto a voi, cari fratelli e sorelle qui presenti, la mia Benedizione, estendendola alle persone a voi care e a tutti gli ascoltatori della Radio Vaticana.

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La Chiesa è missionaria nel suo insieme e in ogni suo membro. Messaggio del Santo Padre per la XLV Giornata Mondiale delle vocazioni


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA XLV GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI, 22.02.2008

Cari fratelli e sorelle!

1. Per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, che sarà celebrata il 13 aprile 2008, ho scelto il tema: Le vocazioni al servizio della Chiesa-missione. Agli Apostoli Gesù risorto affidò il mandato: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19), assicurando: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

La Chiesa è missionaria nel suo insieme e in ogni suo membro. Se in forza dei sacramenti del Battesimo e della Confermazione ogni cristiano è chiamato a testimoniare e ad annunciare il Vangelo, la dimensione missionaria è specialmente e intimamente legata alla vocazione sacerdotale.

Nell’alleanza con Israele, Dio affidò a uomini prescelti, chiamati da Lui ed inviati al popolo in suo nome, la missione di essere profeti e sacerdoti. Così fece, ad esempio, con Mosè: “Ora va’! - gli disse Jahvé - Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo ... quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,10.12). Ugualmente avvenne con i profeti.

2. Le promesse fatte ai padri si realizzarono appieno in Gesù Cristo. Afferma in proposito il Concilio Vaticano II: “È venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre, il quale in Lui prima della fondazione del mondo ci ha eletti e ci ha predestinati ad essere adottati come figli ... Perciò Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ce ne ha rivelato il mistero, e con la sua obbedienza ha operato la redenzione” (Cost. dogm. Lumen gentium, 3). E Gesù si scelse, come stretti collaboratori nel ministero messianico, dei discepoli già nella vita pubblica, durante la predicazione in Galilea.
Ad esempio, in occasione della moltiplicazione dei pani, quando disse agli Apostoli: “Date loro voi stessi da mangiare” (Mt 14,16), stimolandoli così a farsi carico del bisogno delle folle, a cui voleva offrire il cibo per sfamarsi, ma anche rivelare il cibo “che dura per la vita eterna” (Gv 6,27). Era mosso a compassione verso la gente, perché mentre percorreva le città ed i villaggi, incontrava folle stanche e sfinite, “come pecore senza pastore” (cfr Mt 9,36). Da questo sguardo di amore sgorgava il suo invito ai discepoli: “Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38), e inviò i Dodici prima “alle pecore perdute della casa d’Israele”, con precise istruzioni. Se ci soffermiamo a meditare questa pagina del Vangelo di Matteo, che viene solitamente chiamata “discorso missionario”, notiamo tutti quegli aspetti che caratterizzano l’attività missionaria di una comunità cristiana, che voglia restare fedele all’esempio e all’insegnamento di Gesù. Corrispondere alla chiamata del Signore comporta affrontare con prudenza e semplicità ogni pericolo e persino le persecuzioni, giacché “un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone” (Mt 10,24). Diventati una cosa sola con il Maestro, i discepoli non sono più soli ad annunciare il Regno dei cieli, ma è lo stesso Gesù ad agire in essi: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Mt 10,40). Ed inoltre, come veri testimoni, “rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49), essi predicano “la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47) a tutte le genti.

3. Proprio perché inviati dal Signore, i Dodici prendono il nome di “apostoli”, destinati a percorrere le vie del mondo annunciando il Vangelo come testimoni della morte e risurrezione di Cristo. Scrive san Paolo ai cristiani di Corinto: “Noi – cioè gli Apostoli – predichiamo Cristo crocifisso” (1 Cor 1,23).

Il Libro degli Atti degli Apostoli attribuisce un ruolo molto importante, in questo processo di evangelizzazione, anche ad altri discepoli, la cui vocazione missionaria scaturisce da circostanze provvidenziali, talvolta dolorose, come l’espulsione dalla propria terra in quanto seguaci di Gesù (cfr 8,1-4).

Lo Spirito Santo permette di trasformare questa prova in occasione di grazia, e di trarne spunto perché il nome del Signore sia annunciato ad altre genti e si allarghi in tal modo il cerchio della Comunità cristiana. Si tratta di uomini e donne che, come scrive Luca nel Libro degli Atti, “hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro Gesù Cristo” (15,26). Primo tra tutti, chiamato dal Signore stesso sì da essere un vero Apostolo, è senza dubbio Paolo di Tarso. La storia di Paolo, il più grande missionario di tutti i tempi, fa emergere, sotto molti punti di vista, quale sia il nesso tra vocazione e missione. Accusato dai suoi avversari di non essere autorizzato all’apostolato, egli fa appello ripetutamente proprio alla vocazione ricevuta direttamente dal Signore (cfr Rm 1,1; Gal 1,11-12.15-17).

4. All’inizio, come in seguito, a “spingere” gli Apostoli (cfr 2 Cor 5,14) è sempre “l’amore di Cristo”. Quali fedeli servitori della Chiesa, docili all’azione dello Spirito Santo, innumerevoli missionari, nel corso dei secoli, hanno seguito le orme dei primi discepoli. Osserva il Concilio Vaticano II: “Benché l'impegno di diffondere la fede cada su qualsiasi discepolo di Cristo in proporzione delle sue possibilità, Cristo Signore chiama sempre dalla moltitudine dei suoi discepoli quelli che egli vuole, perché siano con lui e per inviarli a predicare alle genti (cfr Mc 3,13-15)” (Decr. Ad gentes, 23). L’amore di Cristo, infatti, va comunicato ai fratelli con gli esempi e le parole; con tutta la vita. “La vocazione speciale dei missionari ad vitam – ebbe a scrivere il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II - conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell'impegno missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali e totali, di impulsi nuovi e arditi” (Enc. Redemptoris missio, 66).

5. Tra le persone che si dedicano totalmente al servizio del Vangelo vi sono in particolar modo sacerdoti chiamati a dispensare la Parola di Dio, amministrare i sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Riconciliazione, votati al servizio dei più piccoli, dei malati, dei sofferenti, dei poveri e di quanti attraversano momenti difficili in regioni della terra dove vi sono, talora, moltitudini che ancora oggi non hanno avuto un vero incontro con Gesù Cristo. Ad esse i missionari recano il primo annuncio del suo amore redentivo. Le statistiche testimoniano che il numero dei battezzati aumenta ogni anno grazie all’azione pastorale di questi sacerdoti, interamente consacrati alla salvezza dei fratelli. In questo contesto, speciale riconoscenza va data “ai presbiteri fidei donum, che con competenza e generosa dedizione edificano la comunità annunciandole la Parola di Dio e spezzando il Pane della vita, senza risparmiare energie nel servizio alla missione della Chiesa. Occorre ringraziare Dio per i tanti sacerdoti che hanno sofferto fino al sacrificio della vita per servire Cristo … Si tratta di testimonianze commoventi che possono ispirare tanti giovani a seguire a loro volta Cristo e a spendere la loro vita per gli altri, trovando proprio così la vita vera” (Esort. ap. Sacramentum caritatis, 26). Attraverso i suoi sacerdoti, Gesù dunque si rende presente fra gli uomini di oggi, sino agli angoli più remoti della terra.

6. Da sempre nella Chiesa ci sono poi non pochi uomini e donne che, mossi dall'azione dello Spirito Santo, scelgono di vivere il Vangelo in modo radicale, professando i voti di castità, povertà ed obbedienza. Questa schiera di religiosi e di religiose, appartenenti a innumerevoli Istituti di vita contemplativa ed attiva, ha “tuttora una parte importantissima nell’evangelizzazione del mondo” (Decr. Ad gentes, 40). Con la loro preghiera continua e comunitaria, i religiosi di vita contemplativa intercedono incessantemente per tutta l’umanità; quelli di vita attiva, con la loro multiforme azione caritativa, recano a tutti la testimonianza viva dell’amore e della misericordia di Dio.
Quanto a questi apostoli del nostro tempo, il Servo di Dio Paolo VI ebbe a dire: “Grazie alla loro consacrazione religiosa, essi sono per eccellenza volontari e liberi per lasciare tutto e per andare ad annunziare il Vangelo fino ai confini del mondo. Essi sono intraprendenti, e il loro apostolato è spesso contrassegnato da una originalità, una genialità che costringono all’ammirazione. Sono generosi: li si trova spesso agli avamposti della missione, ed assumono i più grandi rischi per la loro salute e per la loro stessa vita. Sì, veramente, la Chiesa deve molto a loro” (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 69).

7. Inoltre, perché la Chiesa possa continuare a svolgere la missione affidatale da Cristo e non manchino gli evangelizzatori di cui il mondo ha bisogno, è necessario che nelle comunità cristiane non venga mai meno una costante educazione alla fede dei fanciulli e degli adulti; è necessario mantenere vivo nei fedeli un attivo senso di responsabilità missionaria e di partecipazione solidale con i popoli della terra.

Il dono della fede chiama tutti i cristiani a cooperare all’evangelizzazione. Questa consapevolezza va alimentata attraverso la predicazione e la catechesi, la liturgia e una costante formazione alla preghiera; va incrementata con l’esercizio dell’accoglienza, della carità, dell’accompagnamento spirituale, della riflessione e del discernimento, come pure con una progettazione pastorale, di cui parte integrante sia l’attenzione alle vocazioni.

8. Solo in un terreno spiritualmente ben coltivato fioriscono le vocazioni al sacerdozio ministeriale ed alla vita consacrata. Infatti, le comunità cristiane, che vivono intensamente la dimensione missionaria del mistero della Chiesa, mai saranno portate a ripiegarsi su se stesse. La missione, come testimonianza dell’amore divino, diviene particolarmente efficace quando è condivisa in modo comunitario, “perché il mondo creda” (cfr Gv 17,21). Quello delle vocazioni è il dono che la Chiesa invoca ogni giorno dallo Spirito Santo. Come ai suoi inizi, raccolta attorno alla Vergine Maria, Regina degli Apostoli, la Comunità ecclesiale apprende da lei ad implorare dal Signore la fioritura di nuovi apostoli che sappiano vivere in sé quella fede e quell’amore che sono necessari per la missione.

9. Mentre affido questa riflessione a tutte le Comunità ecclesiali, affinché le facciano proprie e soprattutto ne traggano spunto per la preghiera, incoraggio l’impegno di quanti operano con fede e generosità al servizio delle vocazioni e di cuore invio ai formatori, ai catechisti e a tutti, specialmente ai giovani in cammino vocazionale, una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 dicembre 2007

BENEDICTUS PP. XVI

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Cari Soci del Circolo San Pietro, voi volete essere le braccia e il cuore del Papa che raggiungono, anche attraverso di voi, i bisognosi...


UDIENZA ALLA DELEGAZIONE DEL CIRCOLO SAN PIETRO, 22.02.2008

Alle 11.15 di questa mattina, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza una Delegazione del Circolo San Pietro e rivolge loro il discorso che pubblichiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari Soci del Circolo San Pietro,

anche quest’anno, in occasione della festa della Cattedra di san Pietro, ho il piacere di incontrarvi: grazie per questa vostra visita.

Vi saluto tutti cordialmente ed estendo il mio saluto ai vostri familiari, alle persone che vi sono care, a quanti cooperano con voi nelle diverse attività che svolgete. Saluto il vostro Assistente spirituale, Mons. Franco Camaldo, il vostro Presidente Generale, Duca Leopoldo Torlonia, che ringrazio per le parole con le quali ha interpretato i sentimenti di tutti voi qui presenti. Egli mi ha anche illustrato brevemente ciò che fa la vostra ben nota e benemerita associazione.

Chi non conosce il Circolo San Pietro? Il vostro è un sodalizio che ha origini antiche e si è sempre distinto per fedeltà incondizionata alla Chiesa e al suo universale Pastore, il Romano Pontefice. Il servizio che il Circolo rende costituisce, nelle sue varie articolazioni, un apostolato molto apprezzato, ed offre una costante testimonianza dell’amore che voi nutrite verso la Chiesa e in particolare verso la Santa Sede. Penso alla vostra presenza nella Basilica Vaticana e al servizio d’ordine che svolgete durante le celebrazioni da me presiedute; penso ai vostri incontri formativi e spirituali che tendono a suscitare in voi una costante tensione verso la santità; penso alle attività di assistenza e di carità che sostenete con generosità.

Grazie per questa vostra collaborazione e per le tante iniziative che promuovete con spirito evangelico e senso ecclesiale. Potremmo quasi dire che quanto voi fate, in un certo senso, è a nome stesso del Papa che lo compite: ad esempio, è a suo nome che vi preoccupate di andare incontro, per quanto vi è possibile, alle necessità di tanti poveri che vivono nella città di Roma, di cui è Vescovo il Successore di Pietro.

Voi volete essere così le sua braccia e il suo cuore che raggiungono, anche attraverso di voi, coloro che versano in condizioni precarie. E so che, nel corso di questi ultimi anni, avete moltiplicato i vostri sforzi per rispondere, con iniziative caritative generose ed impegnative, alle esigenze di queste persone in difficoltà.

Vi ringrazio per questa vostra collaborazione: operando con ammirevole zelo apostolico, voi date una silenziosa quanto eloquente testimonianza evangelica. Rispondendo al comando di Cristo, vi sforzate di riconoscere e servire in ogni persona lo stesso Gesù che nel Vangelo ci assicura: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me" (Mt 25,40). La fede e l’amore che nutriamo per Lui, il Signore ci chiama a tradurli in gesti quotidiani di attenzione alle persone che incontriamo, specialmente a quelle che attraversano momenti di prova, perché nel volto di ogni persona, ancor più se bisognosa, brilla il volto di Cristo.
Nell’Enciclica Spe salvi ho scritto che "accettare l'altro che soffre significa assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c'è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell'amore" (n. 38).

In tal modo si diventa messaggeri e testimoni del Vangelo della carità, compiendo un’autentica e capillare opera di evangelizzazione.

Cari amici, c’è un altro motivo per cui vorrei ringraziarvi. Anche oggi, infatti, come ogni anno, siete venuti a consegnarmi l’obolo di San Pietro, che voi stessi vi siete preoccupati di raccogliere qui a Roma. Esso rappresenta un concreto aiuto offerto al Papa perché possa rispondere alle tantissime richieste che gli pervengono da ogni parte del mondo, specialmente dai Paesi più poveri. Grazie pertanto per questo vostro servizio che svolgete con tanta generosità e spirito di sacrificio. La Vergine Santa, che in questo tempo quaresimale contempliamo associata alla Passione di Cristo, susciti e sostenga in voi ogni proposito e progetto di bene. Da parte mia, vi assicuro uno speciale ricordo nella preghiera, mentre con affetto vi imparto la Benedizione Apostolica, che estendo volentieri alle vostre famiglie e a quanti vi sono cari.

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giovedì 21 febbraio 2008

Il Papa: "La crisi nel Kosovo richiede prudenza e moderazione"


Nel discorso al nuovo ambasciatore di Serbia presso la Santa Sede il Papa auspica soluzioni che favoriscano la riconciliazione

La crisi nel Kosovo richiede prudenza e moderazione

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto nella mattina di giovedì 21 febbraio, alle ore 11, in solenne udienza, Sua Eccellenza il signor Vladeta Jankovic, nuovo ambasciatore di Serbia presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell'alto ufficio. S.E. l'ambasciatore, rilevato alla sua residenza da un gentiluomo di Sua Santità e da un addetto di anticamera, è giunto alle 10.45 al Cortile di San Damaso, nel Palazzo Apostolico Vaticano, ove un reparto della Guardia Svizzera Pontificia rendeva gli onori. Al ripiano degli ascensori, S.E. l'ambasciatore era ricevuto da un gentiluomo di Sua Santità e subito dopo saliva alla seconda Loggia, dove si trovavano ad attenderlo gli addetti di anticamera ed i sediari. Dalla seconda Loggia il corteo si dirigeva alla Sala Clementina, dove l'ambasciatore veniva ricevuto dal Reggente della Prefettura della Casa Pontificia, monsignor Paolo De Nicolò, il quale lo accompagnava nella Biblioteca privata. Monsignor Reggente presentava al Santo Padre il nuovo ambasciatore. Dopo la presentazione delle credenziali da parte dell'ambasciatore aveva luogo lo scambio dei discorsi. Questo è il testo del discorso del Papa:

Questa è una nostra traduzione italiana del discorso del Papa:

Eccellenza,

sono lieto di porgerle il benvenuto all'inizio della sua missione e di accettare le lettere che la accreditano come ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica di Serbia presso la Santa Sede. La ringrazio per le cortesi parole che mi ha rivolto e per i saluti che mi ha trasmesso da parte del presidente Boris Tadic. La prego di trasmettergli i miei rispettosi buoni auspici in occasione della sua recente rielezione e l'assicurazione delle mie preghiere per tutto il popolo della sua nazione.
La Santa Sede apprezza molto i suoi legami diplomatici con la Serbia e spera, quindi, di offrire incoraggiamento agli sforzi costanti di edificare un futuro di pace, prosperità, riconciliazione e coesistenza pacifica in tutta la regione, mentre la Serbia e i suoi vicini cercano di occupare il loro giusto posto in Europa. Pochi paesi nel continente europeo sono sfuggiti alle devastazioni della guerra nel secolo scorso e tutti possono imparare dalle lezioni del recente passato. Mentre ci si adopera per un futuro sicuro, è importante ricordare che l'identità e la ricca tradizione culturale della sua nazione, come di tutte le nazioni europee, sono profondamente radicate nell'eredità della fede cristiana e del Vangelo di amore. "Non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore" (Deus caritas est, n. 28). I seguaci di Cristo sono chiamati a offrire quel servizio di amore a tutti i loro fratelli e sorelle senza distinzione: solo così le annose tensioni potranno finalmente essere sepolte.
Se scegliamo di vivere in base ai valori che derivano dalle nostre radici cristiane, scopriamo il coraggio di perdonare e di accogliere il perdono altrui, di essere riconciliati con i nostri vicini e di edificare insieme una civiltà dell'amore in cui tutti siano accettati e rispettati. So quanto profondamente la popolazione serba ha sofferto nel corso dei recenti conflitti e desidero esprimere sincera sollecitudine per essa e per le altre nazioni dei Balcani colpite dai tristi eventi dell'ultimo decennio. La Santa Sede condivide il vostro più autentico desiderio che la pace raggiunta porti stabilità duratura alla regione. In particolare, in riferimento all'attuale crisi in Kosovo, esorto tutte le parti interessate ad agire con prudenza e moderazione e a ricercare soluzioni che favoriscano il rispetto reciproco e la riconciliazione.
Non meno importanti tra le varie divisioni tra i popoli d'Europa sono quelle derivanti dalla tragica perdita dell'unità dei cristiani negli ultimi mille anni. Mi rallegro per i progressi compiuti nelle relazioni fra i cristiani ortodossi e i cristiani cattolici e sono particolarmente grato alla Chiesa ortodossa serba per aver cortesemente ospitato l'incontro del 2006 della commissione mista per il dialogo teologico fra cattolici e ortodossi, con il supporto attivo dei membri più autorevoli del suo governo. Infatti, incoraggiati dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, si sono verificati numerosi sviluppi lusinghieri in quest'area, incluse le recenti iniziative congiunte fra la Pontificia Università Lateranense e la Facoltà ortodossa di Teologia del Patriarcato di Serbia a Belgrado, alle quali lei, Eccellenza, ha fatto riferimento. Spero sinceramente che questi sviluppi positivi continueranno a recare frutto, in particolare mediante lo studio congiunto della dottrina sociale cristiana, e, a questo proposito, ricordo con gratitudine la favorevole accoglienza riservata al cardinale Renato Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in occasione della sua recente visita alla Facoltà ortodossa di Teologia.
La posizione geografica della Serbia, al confine fra cristianesimo orientale e cristianesimo occidentale, le offre l'opportunità unica di promuovere il dialogo ecumenico, mentre la sua familiarità con l'Islam, sia per il suo incontro con l'Impero Ottomano sia per l'odierna presenza di numerosi musulmani nella regione, offre ricche possibilità di progresso nel dialogo interreligioso. Entrambi questi processi sono della massima importanza per stabilire comprensione e rispetto reciproci più ampi fra i popoli e le nazioni nel mondo contemporaneo. Sia certo del fatto che la Chiesa cattolica in Serbia desidera continuare ad agire sulla base dei suoi buoni rapporti con il Santo Sinodo e a fare la sua parte nelle iniziative congiunte volte a promuovere l'unità cristiana e un autentico riavvicinamento fra i credenti di diverse religioni, contribuendo in tal modo all'instaurazione della pace e dell'armonia nelle nazioni e fra di esse.
La libertà di religione è un elemento indispensabile nell'edificazione del tipo di società in cui questa armonia si può sviluppare e i passi mossi dalla Serbia negli ultimi anni per garantire questo diritto fondamentale sono molto apprezzati. Il progetto di restituire alle Chiese e alle comunità religiose le proprietà che erano state nazionalizzate dalla Federazione Jugoslava e l'introduzione dell'insegnamento religioso nelle scuole hanno contribuito al rinnovamento spirituale del suo paese, e, a questo proposito, hanno offerto un importante esempio dal quale altri governi possono imparare. Prego affinché questa apertura ai valori religiosi nella società continui ad aumentare, cosicché il dibattito pubblico possa nutrirsi veramente dei principi derivati dalla fede.

Come ho indicato nella lezione che ho preparato di recente per l'Università di Roma "La Sapienza" (17 gennaio 2008), se però la ragione "diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita". Senza il nutrimento che deriva dalla fede viva, la cultura risulta profondamente impoverita e le prospettive di una civiltà autenticamente umana svaniscono rapidamente.
Eccellenza, prego affinché la missione diplomatica che comincia oggi consolidi ulteriormente i buoni rapporti già esistenti fra la Santa Sede e il suo paese. La assicuro del fatto che i vari dicasteri della Curia Romana saranno sempre pronti a offrirle aiuto e sostegno nell'adempimento dei suoi doveri. Con i miei sinceri buoni auspici, invoco su di lei, sulla sua famiglia e su tutto il popolo della Serbia le abbondanti benedizioni di Dio.

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(©L'Osservatore Romano - 22 febbraio 2008)

Il Papa ai vescovi cubani: "Cuba spalanchi la mente, il cuore e la vita a Cristo"


Vedi anche:

INCONTRO DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE CON I VESCOVI CUBANI NEL X ANNIVERSARIO DELLA VISITA NEL PAESE DI PAPA GIOVANNI PAOLO II , 21.02.2008

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI VESCOVI DI CUBA IN OCCASIONE DEL X ANNIVERSARIO DELLA VISITA NEL PAESE DI PAPA GIOVANNI PAOLO II , 21.02.2008

Ai Vescovi di Cuba a motivo del X anniversario della visita di Giovanni Paolo II nel Paese

Cari Fratelli nell'Episcopato,

«Il Dio della speranza vi riempia di ogni gloria e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (Rm 15, 13). Queste parole dell'Apostolo risuonano di nuovo fra voi nel celebrare con emozione la memorabile visita del Servo di Dio Giovanni Paolo II in terra cubana, dove è giunto con il proposito di «animarvi nella speranza, incoraggiarvi nella carità» (Cerimonia di benvenuto, 21-1-1998, n. 3).

Il ricordare dieci anni dopo quelle indimenticabili giornate per la Chiesa e il popolo cubano, vissute altresì sotto lo sguardo emozionato di tutto il mondo, è senza dubbio un dovere di gratitudine verso il mio venerato Predecessore, e anche manifestazione di un ardente proposito di rinnovare l'autentico impulso evangelizzatore che Egli ha lasciato profondamente impresso nel cuore di tutti.

Saluto con affetto il Signor Cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, Arcivescovo di La Habana, il Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici di Cuba, Monsignor Juan García Rodríguez, e ognuno degli altri Vescovi che la compongono. Mi sento spiritualmente fra di voi, come testimonia la presenza del Cardinale Tarcisio Bertone, mio Segretario di Stato, e rinnovo allo stesso tempo la stima del Successore di Pietro per i vostri impegni pastorali, come anche la mia vicinanza alle aspirazioni e alle preoccupazioni di tutti i cubani. Chiedo costantemente al Signore di darvi forza e generosità per vivere ogni giorno più intensamente la vostra fede e adoperarvi a favore di un mondo illuminato dal Vangelo.

L'annuncio del Vangelo di Cristo continua a trovare a Cuba cuori ben disposti ad accoglierlo, il che comporta una responsabilità costante per aiutarli a crescere nella vita spirituale, proponendo loro quella «"misura alta" della vita cristiana ordinaria» (Novo millennio ineunte, n. 31), propria della vocazione alla santità di ogni battezzato. Annunciare la retta dottrina, indurre all'ascolto e all'approfondimento della Parola di Dio, promuovere la partecipazione ai sacramenti e la vita di preghiera, sono mete primarie dell'azione pastorale, poiché portare a tutti la salvezza di Cristo è il nucleo stesso della missione della Chiesa.

A volte, alcune comunità cristiane si sentono oppresse dalle difficoltà, dalla scarsità di risorse, dall'indifferenza o persino dalla diffidenza, che possono indurre allo sconforto. In questi casi, il buon discepolo si sentirà confortato dalle parole del Maestro: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno» (Lc 12, 32). Il credente sa che può riporre sempre la propria speranza in Cristo Gesù, nostro Signore, che non delude (cfr Ts 1, 3) e colma di gioia il suo cuore (cfr 1 Pt 1, 6), dando senso e fecondità alla sua vita di fede.

In effetti, una piccola luce può illuminare tutta la casa e il lievito è poca cosa, ma fa fermentare tutta la massa (cfr Mt 13, 33). Quante volte piccoli gesti di amicizia e di buona volontà, gesti semplici quotidiani di rispetto, di attenzione verso chi soffre o di dedizione disinteressata al bene degli altri, fanno intravedere l'amore senza limiti di Dio per tutti e per ciascuno.

Acquista pertanto anche grande importanza la missione che la Chiesa a Cuba svolge a favore dei più bisognosi, con opere concrete di servizio e di attenzione agli uomini e alle donne di qualsiasi condizione, che meritano non solo di essere sostenuti nei loro bisogni materiali, ma anche di essere accolti con affetto e comprensione. Il Papa ringrazia profondamente per lo sforzo e il sacrificio delle persone e delle comunità che si dedicano a questi compiti, seguendo l'esempio di Cristo che «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti» (Mc 10, 45).

Cari Fratelli, avete nelle vostre mani la cura della vigna del Signore a Cuba, dove l'annuncio del Vangelo è giunto cinque secoli fa e i cui valori hanno avuto una grande influenza sulla nascita della Nazione, ad opera soprattutto del Servo di Dio Félix Varela e di quel propagatore dell'amore fra i cubani e fra tutti gli uomini che fu José Martí. In questi valori vedevano un elemento vitale anche per la concordia e il futuro felice della Patria.

Questa eredità si è radicata nell'anima cubana, che oggi ha bisogno della vostra generosa sollecitudine pastorale per ravvivarla sempre più, mostrando che la Chiesa, incentrando il suo sguardo su Gesù Cristo, tende a fare il bene, a promuovere la dignità della persona e, seminando sentimenti di comprensione, misericordia e riconciliazione, contribuisce a migliorare l'uomo e la società.

Sapete che potete contare sulla vicinanza del Papa e sulla fraterna preghiera e collaborazione di altre Chiese particolari disseminate in tutto il mondo.

Vi prego di trasmettere il mio affettuoso saluto ai sacerdoti, alle comunità religiose e ai fedeli laici, come pure a tutti i cubani, per i quali invoco la Virgen de la Caridad del Cobre con le stesse parole con cui ha pregato dinanzi a Lei il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II durante la visita che stiamo commemorando: «Fai della nazione cubana una famiglia di fratelli e sorelle affinché questo popolo spalanchi la sua mente, il suo cuore e la sua vita a Cristo, unico Salvatore e Redentore, che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli» (Omelia a Santiago, 24-1-1998, n. 6).

Con una speciale Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 20 febbraio 2008

BENEDICTUS PP. XVI

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La Compagnia di Gesù deve continuare a formare con grande cura i suoi membri nella scienza e nella virtù, senza accontentarsi della mediocrità...


Vedi anche:

Il racconto del pellegrino (Autobiografia di S. Ignazio)

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ (GESUITI), 21.02.2008

A fine mattinata il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti alla 35.ma Congregazione Generale della Compagnia di Gesù (Gesuiti) e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari Padri della Congregazione Generale
della Compagnia di Gesù,


sono lieto di accogliervi quest’oggi mentre i vostri impegnativi lavori stanno entrando nelle fasi conclusive. Ringrazio il nuovo Preposito Generale, Padre Adolfo Nicolas, per essersi fatto interprete dei vostri sentimenti e del vostro impegno per rispondere alle attese che la Chiesa ripone in voi. Ve ne ho parlato nel messaggio indirizzato al Rev. Padre Kolvenbach e – per suo tramite – a tutta la vostra Congregazione all’inizio dei vostri lavori. Ringrazio ancora una volta il Padre Peter-Hans Kolvenbach per il prezioso servizio di governo da lui reso al vostro Ordine per quasi un quarto di secolo. Saluto anche i membri del nuovo Consiglio Generale e gli Assistenti che aiuteranno il Preposito nel suo delicatissimo compito di guida religiosa e apostolica di tutta la vostra Compagnia.

La vostra Congregazione si svolge in un periodo di grandi cambiamenti sociali, economici, politici; di accentuati problemi etici, culturali ed ambientali, di conflitti di ogni genere; ma anche di comunicazioni più intense fra i popoli, di nuove possibilità di conoscenza e di dialogo, di profonde aspirazioni alla pace.

Sono situazioni che interpellano fino in fondo la Chiesa cattolica e la sua capacità di annunciare ai nostri contemporanei la Parola di speranza e di salvezza.

Mi auguro perciò vivamente che tutta la Compagnia di Gesù, grazie ai risultati della vostra Congregazione, possa vivere con rinnovato slancio e fervore la missione per cui lo Spirito l’ha suscitata nella Chiesa e da oltre quattro secoli e mezzo l’ha conservata con straordinaria fecondità di frutti apostolici.

Voglio oggi incoraggiare voi e i vostri confratelli a continuare sulla strada di questa missione, in piena fedeltà al vostro carisma originario, nel contesto ecclesiale e sociale che caratterizza questo inizio di millennio. Come più volte vi hanno detto i miei Predecessori, la Chiesa ha bisogno di voi, conta su di voi, e continua a rivolgersi a voi con fiducia, in particolare per raggiungere quei luoghi fisici e spirituali dove altri non arrivano o hanno difficoltà ad arrivare. Sono rimaste scolpite nel vostro cuore le parole di Paolo VI: "Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti" (3 dicembre 1974, alla 32a Congregazione Generale).

Come dice la Formula del vostro Istituto, la Compagnia di Gesù è istituita anzitutto "per la difesa e la propagazione della fede".

In un tempo in cui si aprivano nuovi orizzonti geografici, i primi compagni di Ignazio si erano messi a disposizione del Papa proprio perché "li impiegasse là dove egli giudicava essere di maggior gloria di Dio e utilità delle anime" (Autobiografia, n. 85). Così essi furono inviati ad annunciare il Signore a popoli e culture che non lo conoscevano ancora. Lo fecero con un coraggio e uno zelo che rimangono di esempio e di ispirazione fino ai nostri giorni: il nome di San Francesco Saverio è il più famoso di tutti, ma quanti altri se ne potrebbero fare!

Oggi i nuovi popoli che non conoscono il Signore, o che lo conoscono male, così da non saperlo riconoscere come il Salvatore, sono lontani non tanto dal punto di vista geografico quanto da quello culturale. Non sono i mari o le grandi distanze gli ostacoli che sfidano gli annunciatori del Vangelo, quanto le frontiere che, a seguito di una errata o superficiale visione di Dio e dell’uomo, vengono a frapporsi fra la fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna, la fede e l’impegno per la giustizia.

Perciò la Chiesa ha urgente bisogno di persone di fede solida e profonda, di cultura seria e di genuina sensibilità umana e sociale, di religiosi e sacerdoti che dedichino la loro vita a stare proprio su queste frontiere per testimoniare e aiutare a comprendere che vi è invece un’armonia profonda fra fede e ragione, fra spirito evangelico, sete di giustizia e operosità per la pace. Solo così diventerà possibile far conoscere il vero volto del Signore a tanti a cui oggi rimane nascosto o irriconoscibile. A questo pertanto deve dedicarsi preferenzialmente la Compagnia di Gesù.

Fedele alla sua migliore tradizione, essa deve continuare a formare con grande cura i suoi membri nella scienza e nella virtù, senza accontentarsi della mediocrità, perché il compito del confronto e del dialogo con i contesti sociali e culturali molto diversi e le mentalità differenti del mondo di oggi è fra i più difficili e faticosi.

E questa ricerca della qualità e della solidità umana, spirituale e culturale, deve caratterizzare anche tutta la molteplice attività formativa ed educativa dei Gesuiti, nei confronti dei più diversi generi di persone ovunque essi si trovino.

Nella sua storia la Compagnia di Gesù ha vissuto esperienze straordinarie di annuncio e di incontro fra il Vangelo e le culture del mondo – basti pensare a Matteo Ricci in Cina, a Roberto De Nobili in India, o alle "Riduzioni" dell’America latina -. Ne siete giustamente fieri.

Sento oggi il dovere di esortarvi a mettervi nuovamente sulle tracce dei vostri predecessori con altrettanto coraggio e intelligenza, ma anche con altrettanta profonda motivazione di fede e passione di servire il Signore e la sua Chiesa.

Tuttavia, mentre cercate di riconoscere i segni della presenza e dell’opera di Dio in ogni luogo del mondo, anche oltre i confini della Chiesa visibile, mentre vi sforzate di costruire ponti di comprensione e di dialogo con chi non appartiene alla Chiesa o ha difficoltà ad accettarne le posizioni e i messaggi, dovete allo stesso tempo farvi lealmente carico del dovere fondamentale della Chiesa di mantenersi fedele al suo mandato di aderire totalmente alla Parola di Dio, e del compito del Magistero di conservare la verità e l’unità della dottrina cattolica nella sua completezza. Ciò vale non solo per l’impegno personale dei singoli Gesuiti: poiché lavorate come membra di un corpo apostolico, dovete anche essere attenti affinché le vostre opere ed istituzioni conservino sempre una chiara ed esplicita identità, perchè il fine della vostra attività apostolica non rimanga ambiguo od oscuro, e perché tante altre persone possano condividere i vostri ideali e unirsi a voi efficacemente e con entusiasmo, collaborando al vostro impegno di servizio di Dio e dell’uomo.

Come voi ben sapete per aver compiuto molte volte sotto la guida di Sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali la meditazione "delle due bandiere", il nostro mondo è teatro di una battaglia fra il bene e il male, e vi sono all’opera potenti forze negative, che causano quelle drammatiche situazioni di asservimento spirituale e materiale dei nostri contemporanei contro cui avete più volte dichiarato di voler combattere, impegnandovi per il servizio della fede e la promozione della giustizia. Tali forze si manifestano oggi in molti modi, ma con particolare evidenza attraverso tendenze culturali che spesso diventano dominanti, come il soggettivismo, il relativismo, l’edonismo, il materialismo pratico. Per questo ho chiesto il vostro rinnovato impegno a promuovere e difendere la dottrina cattolica "in particolare sui punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla cultura secolare", alcuni dei quali ho esemplificato nella mia Lettera. I temi, oggi continuamente discussi e messi in questione, della salvezza di tutti gli uomini in Cristo, della morale sessuale, del matrimonio e della famiglia, vanno approfonditi e illuminati nel contesto della realtà contemporanea, ma conservando quella sintonia con il Magistero che evita di provocare confusione e sconcerto nel Popolo di Dio.

So e capisco bene che questo è un punto particolarmente sensibile e impegnativo per voi e per diversi dei vostri confratelli, soprattutto quelli impegnati nella ricerca teologica, nel dialogo interreligioso e nel dialogo con le culture contemporanee. Proprio per questo vi ho invitato e vi invito anche oggi a riflettere per ritrovare il senso più pieno di quel vostro caratteristico "quarto voto" di obbedienza al Successore di Pietro, che non comporta solo la prontezza ad essere inviati in missione in terre lontane, ma anche – nel più genuino spirito ignaziano del "sentire con la Chiesa e nella Chiesa" – ad "amare e servire" il Vicario di Cristo in terra con quella devozione "effettiva ed affettiva" che deve fare di voi dei suoi preziosi e insostituibili collaboratori nel suo servizio per la Chiesa universale.

Allo stesso tempo vi incoraggio a continuare e a rinnovare la vostra missione fra i poveri e con i poveri. Non mancano purtroppo nuove cause di povertà e di emarginazione in un mondo segnato da gravi squilibri economici e ambientali, da processi di globalizzazione guidati dall’egoismo più che dalla solidarietà, da conflitti armati devastanti ed assurdi.

Come ho avuto modo di ribadire ai Vescovi latinoamericani riuniti al Santuario di Aparecida, "la opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che per noi si è fatto povero, per arricchirci con la sua povertà (2 Cor 8,9)". E’ quindi naturale che chi vuol essere veramente compagno di Gesù, ne condivida realmente l’amore per i poveri. Per noi la scelta dei poveri non è ideologica, ma nasce dal Vangelo. Innumerevoli e drammatiche sono le situazioni di ingiustizia e di povertà nel mondo di oggi, e se bisogna impegnarsi a comprenderne e a combatterne la cause strutturali, occorre anche saper scendere a combattere fin nel cuore stesso dell’uomo le radici profonde del male, il peccato che lo separa da Dio, senza dimenticare di venire incontro ai bisogni più urgenti nello spirito della carità di Cristo. Raccogliendo e sviluppando una delle ultime lungimiranti intuizioni del Padre Arrupe, la vostra Compagnia continua a impegnarsi in modo meritorio nel servizio per i rifugiati, che spesso sono i più poveri fra i poveri e che hanno bisogno non solo del soccorso materiale, ma anche di quella più profonda vicinanza spirituale, umana e psicologica che è più propria del vostro servizio.

Un’attenzione specifica vi invito infine a riservare a quel ministero degli Esercizi Spirituali che fin dalle origini è stato caratteristico della vostra Compagnia. Gli Esercizi sono la fonte della vostra spiritualità e la matrice delle vostre Costituzioni, ma sono anche un dono che lo Spirito del Signore ha fatto alla Chiesa intera: sta a voi continuare a farne uno strumento prezioso ed efficace per la crescita spirituale delle anime, per la loro iniziazione alla preghiera, alla meditazione, in questo mondo secolarizzato in cui Dio sembra essere assente. Proprio nella settimana scorsa ho profittato anch’io degli Esercizi Spirituali, insieme con i miei più stretti collaboratori della Curia Romana, sotto la guida di un vostro esimio confratello, il Card. Albert Vanhoye. In un tempo come quello odierno, in cui la confusione e la molteplicità dei messaggi, la rapidità dei cambiamenti e delle situazioni, rende particolarmente difficile ai nostri contemporanei mettere ordine nella propria vita e rispondere con decisione e con gioia alla chiamata che il Signore rivolge a ognuno di noi, gli Esercizi Spirituali rappresentano una via e un metodo particolarmente prezioso per cercare e trovare Dio, in noi, attorno a noi e in ogni cosa, per conoscere la sua volontà e metterla in pratica.

In questo spirito di obbedienza alla volontà di Dio, a Gesù Cristo, che diviene anche umile obbedienza alla Chiesa, vi invito a continuare e a portare a compimento i lavori della vostra Congregazione, e mi unisco a voi nella preghiera insegnataci da Sant’Ignazio al termine degli Esercizi – preghiera che sempre mi appare troppo grande, al punto che quasi non oso dirla e che, tuttavia, dovremmo sempre di nuovo riproporci: "Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridòno; tutto è tuo, di tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia; questo mi basta" (ES 234).

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mercoledì 20 febbraio 2008

"In ogni persona sofferente, ancor più se piccola e indifesa, è Gesù che ci accoglie e attende il nostro amore"

VISITE PASTORALI DEL SANTO PADRE NELLA DIOCESI DI ROMA

VISITA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI ALL’OSPEDALE PEDIATRICO "BAMBINO GESÙ", 30.09.2005

Alle 10.45 di questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI si reca in visita all’Ospedale Pediatrico "Bambino Gesù" di Roma.

Al Suo arrivo il Papa è accolto dall’Em.mo Card. Angelo Sodano, Segretario di Stato, dall’Em.mo Card. Camillo Ruini, Vicario del Santo Padre per la diocesi di Roma, dall’Em.mo Card. Francesco Marchisano, Consigliere di Amministrazione dell’Ospedale, dal Presidente dell’Ospedale, Dott. Francesco Silvano, dal Direttore Amministrativo, Dott. Massimo Spina, e dal Direttore Sanitario, Dott. Tommaso Langiano.
Benedetto XVI inizia la visita della struttura sanitaria dal Dipartimento Emergenze e Accettazione. Si reca poi al Reparto di Neurotraumatologia e raggiunge, quindi, la Cappella per un momento di preghiera e silenzio. Dopo aver visitato il Reparto di Cardiologia, il Papa si reca nell’Aula delle Conferenze. Qui, alla presenza del Membri del Consiglio di Amministrazione, delle Autorità Civili, dei Primari e dei Medici, introdotto dal saluto del Presidente del "Bambino Gesù", Dott. Francesco Silvano, il Santo Padre pronuncia il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Amministratori dell’Ospedale e distinte Autorità,
Cari bambini!


Al termine di questa mia visita, sono lieto di intrattenermi con voi, ringraziandovi per la vostra cordiale accoglienza. Sono riconoscente al Signor Presidente di questo Ospedale Pediatrico "Bambino Gesù" per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Saluto i Presidenti della Regione e della Provincia, il Sindaco di Roma e le altre Autorità qui convenute. La mia gratitudine va poi agli Amministratori, ai Direttori ed ai Coordinatori dei Dipartimenti dell’Ospedale, come ai medici, agli infermieri ed a tutto il personale. Con affetto mi rivolgo soprattutto a voi, cari bambini, e ai vostri familiari che vi stanno accanto con molta premura. Un grazie di cuore al vostro rappresentante, che mi ha offerto un gentile omaggio a nome dell’intera famiglia del "Bambino Gesù".

Sono vicino a ciascuno di voi e vorrei farvi sentire il conforto e la benedizione di Dio. Gli stessi voti desidero esprimere a coloro che si trovano nelle succursali di Palidoro e di Santa Marinella, parimenti a me tanto vicini.

Per questa prima visita ad un ospedale, ho scelto il "Bambino Gesù" per due motivi: anzitutto perché questo Istituto appartiene alla Santa Sede, ed è seguito con sollecitudine dal Cardinale Segretario di Stato, che è qui presente. Passando per alcuni reparti, imbattendomi con tanti piccoli che soffrono, ho pensato spontaneamente a Gesù che amava teneramente i bambini e voleva che li lasciassero andare a Lui. Sì, come Gesù, anche la Chiesa manifesta una speciale predilezione per l’infanzia, specialmente quando si tratta di fanciulli sofferenti. Ed ecco, allora, il secondo motivo per cui sono venuto tra voi: per testimoniare anch’io l’amore di Gesù per i bambini, un amore che si effonde spontaneo dal cuore e che lo spirito cristiano accresce e rafforza. Il Signore ha detto: "Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me" (cfr Mt 25,40.45). In ogni persona sofferente, ancor più se piccola e indifesa, è Gesù che ci accoglie e attende il nostro amore.

Importante è pertanto, cari amici, il lavoro che voi qui svolgete. Penso agli interventi d’avanguardia che rendono rinomato il "Bambino Gesù"; ma penso anche e soprattutto al lavoro ordinario, di ogni giorno: all’accoglienza, al ricovero, alla cura solerte dei piccoli degenti – e sono tanti! – che si rivolgono alle vostre strutture sanitarie. Ciò richiede una disponibilità grande, una costante ricerca di moltiplicare le risorse disponibili; domanda attenzione, spirito di sacrificio, pazienza e amore disinteressato, per far sì che le mamme e i papà possano trovare qui un luogo dove si respiri speranza e serenità anche nei momenti di più acuta apprensione.

Lasciate che spenda ancora una parola proprio sulla qualità dell’accoglienza e della cura che va riservata a chi è ammalato. Qui è vostra preoccupazione assicurare un trattamento eccellente non solo sotto il profilo sanitario, ma anche sotto l’aspetto umano.

Voi cercate di dare una famiglia ai degenti e ai loro accompagnatori, e questo richiede il contributo di tutti: dei dirigenti, dei medici, degli infermieri e degli operatori nei vari reparti, del personale e delle numerose e benemerite Organizzazioni di volontari, che quotidianamente offrono il loro prezioso servizio. Questo stile, che vale per ogni Casa di cura, deve contraddistinguere in modo speciale quelle che si ispirano ai principi evangelici. Per i bambini, poi, non va lesinata alcuna risorsa. Al centro di ogni progetto e programma ci sia pertanto sempre il bene del malato, il bene del bambino ammalato.

Cari amici, grazie per la vostra collaborazione a quest’opera di alto valore umano, che rappresenta anche un apostolato quanto mai efficace. Io prego per voi, sapendo che non è agevole questa vostra missione. Sono certo però che tutto risulterà meno difficile se, dedicando le vostre energie a ogni piccolo ospite, saprete riconoscere nel suo volto quello di Gesù. Sostando nella Cappella, ho incontrato i sacerdoti, le religiose e quanti accompagnano il vostro lavoro con la loro dedizione, in particolare assicurando un’opportuna animazione spirituale. Sia proprio la Chiesa il cuore dell’Ospedale: da Gesù realmente presente nell’Eucaristia, dal dolce Medico dei corpi e delle anime, attingete la forza spirituale per confortare e curare quanti qui sono ricoverati.

Infine, permettetemi una riflessione squisitamente pastorale, come Vescovo di Roma. L’Ospedale "Bambino Gesù", oltre ad essere una immediata e concreta opera di aiuto della Santa Sede verso i bambini ammalati, rappresenta un avamposto dell’azione evangelizzatrice della Comunità cristiana nella nostra Città.

Qui si può offrire una testimonianza concreta ed efficace del Vangelo a contatto con l’umanità sofferente; qui si proclama con i fatti la potenza di Cristo che con il suo spirito guarisce e trasforma l’umana esistenza. Preghiamo perché, insieme con le cure, sia comunicato ai piccoli ospiti l’amore di Gesù. Maria Santissima, Salus infirmorum - Salute dei malati, che sentiamo ancor più vicina, quale Madre del Bambino Gesù e di tutti i bambini, protegga voi, cari ammalati, e le vostre famiglie, i dirigenti, i medici e l’intera Comunità dell’Ospedale. A tutti con affetto imparto la Benedizione Apostolica.

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"L’Università cattolica è un grande laboratorio in cui si elaborano sempre nuovi percorsi di ricerca in un confronto stimolante tra fede e ragione"


INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO DELL’UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE (ROMA), 25.11.2005

Questa mattina il Santo Padre Benedetto XVI si reca alla Facoltà di Medicina e Chirurgia "Agostino Gemelli" di Roma, in occasione dell’Inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Alle ore 11, nel Piazzale antistante l’Aula Magna dell’Università Cattolica al Policlinico Gemelli, il Papa è accolto dall’Em.mo Card. Camillo Ruini, dal Magnifico Rettore, Prof. Lorenzo Ornaghi, e dal Direttore Amministrativo, Dott. Antonio Cicchetti. Quindi fa il suo ingresso in Aula Magna e, introdotto dagli indirizzi di omaggio del Magnifico Rettore, Prof. Lorenzo Ornaghi, e dell’Arcivescovo di Milano, Presidente dell’Istituto "Giuseppe Toniolo" di Studi Superiori, Em.mo Card. Dionigi Tettamanzi, rivolge ai presenti il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Magnifico Rettore,
Illustri Presidi e Professori,
Signori medici ed ausiliari,

Cari studenti!


Sono molto lieto di fare visita a questa sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per inaugurare ufficialmente l’Anno Accademico 2005-2006. Il mio pensiero si porta in questo momento alle altre sedi dell’Ateneo: a quella centrale di Milano, presso la bella Basilica di Sant’Ambrogio, a quelle di Brescia, Piacenza-Cremona e Campobasso. Vorrei che in questo momento l’intera famiglia della "Cattolica" si sentisse unita, sotto gli occhi di Dio, all’inizio di un nuovo tratto di cammino nell’impegno scientifico e formativo. Sono spiritualmente qui con noi Padre Gemelli e tanti altri uomini e donne che con la loro dedizione illuminata hanno fatto la storia dell’Ateneo. Sentiamo vicini anche i Papi, a cominciare da Benedetto XV fino a Giovanni Paolo II, che hanno avuto sempre uno speciale legame con questa Università. La mia visita odierna, in effetti, si ricollega a quella che il mio venerato Predecessore compì cinque anni or sono, in questa stessa sede, per la medesima circostanza. Rivolgo un saluto cordiale al Cardinale Dionigi Tettamanzi, Presidente dell’Istituto Toniolo, e al Rettore Magnifico, Professor Lorenzo Ornaghi, ringraziando ambedue per le cortesi parole indirizzatemi a nome di tutti i presenti. Il mio saluto si estende con deferenza alle altre illustri personalità religiose e civili convenute, in particolare al senatore Emilio Colombo, che per ben 48 anni è stato membro del Comitato Permanente dell’Istituto Toniolo, presiedendolo poi dal 1986 al 2003. A lui va il mio vivo ringraziamento per quanto ha fatto al servizio dell’Università.

Trovandoci qui insieme, illustri e cari amici, non possiamo non pensare ai momenti carichi di trepidazione e di commozione che abbiamo vissuto durante gli ultimi ricoveri di Giovanni Paolo II in questo Policlinico. In quei giorni verso il "Gemelli" era rivolto da ogni parte del mondo il pensiero dei cattolici e non solo.

Dalle sue stanze di ospedale il Papa ha impartito a tutti un insegnamento impareggiabile sul senso cristiano della vita e della sofferenza, testimoniando in prima persona la verità del messaggio cristiano. Desidero, pertanto, rinnovare l’espressione del grato apprezzamento mio e di innumerevoli persone per le cure premurose offerte al Santo Padre. Egli ottenga a ciascuno le celesti ricompense.

L’Università Cattolica del Sacro Cuore, nelle sue cinque sedi e quattordici Facoltà, conta oggi circa quarantamila studenti iscritti. Viene spontaneo pensare: quale responsabilità! Migliaia e migliaia di giovani passano dalle aule della "Cattolica". Come ne escono? Quale cultura hanno incontrato, assimilato, elaborato? Ecco la grande sfida, che riguarda in primo luogo il gruppo dirigente dell’Ateneo, il Corpo docente, e quindi gli stessi studenti: dar vita ad un’autentica Università cattolica, che eccella per la qualità della ricerca e dell’insegnamento e al tempo stesso per la fedeltà al Vangelo e al magistero della Chiesa. A tale proposito, è provvidenziale che l’Università Cattolica del Sacro Cuore sia strutturalmente legata alla Santa Sede attraverso l’Istituto Toniolo di Studi Superiori, il cui compito era ed è di garantire il perseguimento dei fini istituzionali dell’Ateneo dei cattolici italiani. Questa impostazione originaria, sempre confermata dai miei Predecessori, assicura in modo collegiale un saldo ancoraggio dell’Università alla Cattedra di Pietro e al patrimonio di valori lasciato in eredità dai Fondatori. A tutti i componenti di questa benemerita Istituzione vada il mio sentito ringraziamento.

Ritorniamo, pertanto, alla domanda: quale cultura? Mi rallegro che il Rettore, nel suo indirizzo introduttivo, abbia posto l’accento sulla "missione" originaria e sempre attuale dell’Università cattolica, quella cioè di fare ricerca scientifica e attività didattica secondo un coerente progetto culturale e formativo, al servizio delle nuove generazioni e dello sviluppo umano e cristiano della società. A questo proposito è ricchissimo il patrimonio di insegnamenti lasciato dal Papa Giovanni Paolo II, culminante nella Costituzione Apostolica Ex corde Ecclesiae, del 1990. Egli ha sempre dimostrato che il fatto di essere "cattolica" non mortifica in nulla l’Università, ma piuttosto la valorizza al massimo. Infatti, se missione fondamentale di ogni università è "la continua indagine della verità mediante la ricerca, la conservazione e la comunicazione del sapere per il bene della società" (ivi, n. 30), una comunità accademica cattolica si distingue per l’ispirazione cristiana dei singoli e della comunità stessa, per la luce di fede che illumina la riflessione, per la fedeltà al messaggio cristiano così come è presentato dalla Chiesa e per l’impegno istituzionale al servizio del popolo di Dio (cfr ivi, 13).

L’Università cattolica è perciò un grande laboratorio in cui, secondo le diverse discipline, si elaborano sempre nuovi percorsi di ricerca in un confronto stimolante tra fede e ragione che mira a ricuperare la sintesi armonica raggiunta da Tommaso d'Aquino e dagli altri grandi del pensiero cristiano, una sintesi contestata purtroppo da correnti importanti della filosofia moderna.

La conseguenza di tale contestazione è stata che come criterio di razionalità è venuto affermandosi in modo sempre più esclusivo quello della dimostrabilità mediante l'esperimento. Le questioni fondamentali dell'uomo - come vivere e come morire - appaiono così escluse dall'ambito della razionalità e sono lasciate alla sfera della soggettività. Di conseguenza scompare, alla fine, la questione che ha dato origine all'università - la questione del vero e del bene – per essere sostituita dalla questione della fattibilità. Ecco allora la grande sfida delle Università cattoliche: fare scienza nell'orizzonte di una razionalità vera, diversa da quella oggi ampiamente dominante, secondo una ragione aperta alla questione della verità e ai grandi valori iscritti nell'essere stesso, aperta quindi al trascendente, a Dio.

Ora, noi sappiamo che questo è possibile proprio alla luce della rivelazione di Cristo, che ha unito in sé Dio e uomo, eternità e tempo, spirito e materia. "In principio era il Verbo, il Logos, la ragione creativa … E il Verbo si è fatto carne" (Gv 1,1.14). Il Logos divino, la ragione eterna, è all’origine dell’universo e in Cristo si è unito una volta per sempre all’umanità, al mondo e alla storia.

Alla luce di questa capitale verità di fede e al tempo stesso di ragione è nuovamente possibile, nel 2000, coniugare fede e scienza. Su questa base, vorrei dire, si svolge il lavoro quotidiano di una Università cattolica. Non è un’avventura entusiasmante? Sì, lo è perché, muovendosi all’interno di questo orizzonte di senso, si scopre l’intrinseca unità che collega i diversi rami del sapere: la teologia, la filosofia, la medicina, l’economia, ogni disciplina, fino alle tecnologie più specializzate, perché tutto è collegato. Scegliere l’Università cattolica significa scegliere questa impostazione che, malgrado gli inevitabili limiti storici, qualifica la cultura dell’Europa, alla cui formazione, non per nulla, le Università nate storicamente "ex corde Ecclesiae" hanno dato un apporto fondamentale.

Pertanto, cari amici, con rinnovata passione per la verità e per l’uomo gettate le reti al largo, nell’alto mare del sapere, confidando nella parola di Cristo, anche quando succede di sperimentare la fatica e la delusione del non avere "pescato" nulla. Nel vasto mare della cultura Cristo ha sempre bisogno di "pescatori di uomini", cioè di persone di coscienza e ben preparate che mettano le loro competenze professionali al servizio del bene, ultimamente al servizio del Regno di Dio. Anche il lavoro di ricerca all’interno dell’Università, se svolto in una prospettiva di fede, fa già parte di questo servizio al Regno e all’uomo! Penso a tutta la ricerca che si porta avanti nei molteplici Istituti dell’Università Cattolica: essa è destinata alla gloria di Dio e alla promozione spirituale e materiale dell’umanità. In questo momento, penso in particolare all’Istituto Scientifico che il vostro Ateneo volle offrire al Papa Giovanni Paolo II il 9 novembre 2000, in occasione della sua venuta in questa sede per inaugurare solennemente l’anno accademico. Mi preme affermare che l’"Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI di ricerca sulla fertilità e infertilità umana per una procreazione responsabile" sta a cuore anche a me. Esso, infatti, per le sue finalità istituzionali si presenta come esempio eloquente di quella sintesi tra verità e amore che costituisce il centro vitale della cultura cattolica. L’Istituto, nato per rispondere all’appello lanciato dal Papa Paolo VI nell’Enciclica Humanae vitae, si propone di dare una base scientifica sicura sia alla regolazione naturale della fertilità umana che all’impegno di superare in modo naturale l’eventuale infertilità. Facendo mio il grato apprezzamento del mio venerato Predecessore per questa iniziativa scientifica, auspico che essa possa avere il necessario sostegno nella prosecuzione della sua importante attività di ricerca.

Illustri Professori e cari studenti, l’Anno Accademico che oggi inauguriamo è l’85° della storia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Le lezioni iniziarono, infatti, a Milano nel dicembre 1921, con cento matricole, nelle due facoltà di Scienze sociali e Filosofia. Mentre con voi rendo grazie al Signore per il lungo e fecondo cammino compiuto, vi esorto a rimanere fedeli allo spirito degli inizi, come agli Statuti che sono alla base di questa Istituzione. Potrete così realizzare una feconda e armonica sintesi tra l’identità cattolica e il pieno inserimento nel sistema universitario italiano, secondo il progetto di Giuseppe Toniolo e di Padre Agostino Gemelli. E’ questo l’augurio che rivolgo oggi a tutti voi: continuate a costruire giorno dopo giorno, con entusiasmo e con gioia, l’Università Cattolica del Sacro Cuore. E’ un impegno che accompagno con la mia preghiera e con una speciale Benedizione Apostolica.

Al termine, dopo lo scambio dei doni e il saluto dei Membri del Senato Accademico, del Consiglio di Amministrazione, dell’Istituto Toniolo e dei rappresentanti di Docenti e Studenti, il Papa lascia l’Università Cattolica e fa rientro in Vaticano.

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