sabato 8 novembre 2008

Il Papa all'ambasciatore della Lituania: "Frammentazione e confusione morale sono i rischi della società di oggi"


Il discorso di Benedetto XVI al nuovo Ambasciatore di Lituania presso la Santa Sede

Frammentazione e confusione morale sono i rischi della società di oggi

Benedetto XVI ha ricevuto nella mattina di venerdì 7 novembre, alle ore 11, in solenne udienza, Sua Eccellenza il Signor Vytautas Alisauskas, nuovo Ambasciatore della Repubblica di Lituania presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell'alto ufficio.
Sua Eccellenza l'Ambasciatore, rilevato alla sua residenza da un Gentiluomo di Sua Santità e da un Addetto di Anticamera, è giunto alle 10.45 al Cortile di San Damaso, nel Palazzo Apostolico Vaticano, ove un reparto della Guardia Svizzera Pontificia rendeva gli onori.
Al ripiano degli ascensori, Sua Eccellenza l'Ambasciatore era ricevuto da un Gentiluomo di Sua Santità e subito dopo saliva alla seconda Loggia, dove si trovavano ad attenderlo gli Addetti di Anticamera e i Sediari. Dalla seconda Loggia il corteo si dirigeva alla Sala Clementina, dove l'Ambasciatore veniva ricevuto dal prefetto della Casa Pontificia, l'arcivescovo James Michael Harvey, il quale lo introduceva alla presenza del Pontefice nella Biblioteca privata.
Dopo la presentazione delle Credenziali da parte dell'Ambasciatore avevano luogo lo scambio dei discorsi e, quindi, il colloquio privato.
Dopo l'udienza, nella Sala Clementina l'Ambasciatore prendeva congedo dal prefetto della Casa Pontificia e discendeva nella basilica Vaticana: ricevuto da una delegazione del Capitolo, si recava dapprima nella Cappella del Santissimo Sacramento per un breve atto di adorazione; passava poi a venerare l'immagine della Beatissima Vergine e, quindi, la tomba di San Pietro.
Al termine della visita l'Ambasciatore prendeva congedo dalla delegazione del Capitolo, quindi, alla Porta della Preghiera, prima di lasciare la basilica, si congedava dai dignitari che lo avevano accompagnato e faceva ritorno alla sua residenza
.

Questa è una nostra traduzione dall'inglese del discorso del Papa.

Eccellenza,

sono lieto di riceverla all'inizio della sua missione e di accettare le Lettere che la accreditano quale Ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica di Lituania presso la Santa Sede. La ringrazio per le sue cortesi parole e per i saluti che mi ha recato da parte del Presidente Valdas Adamkus. La prego di trasmettergli i miei deferenti buoni auspici e l'assicurazione delle mie preghiere per tutto l'amato popolo della vostra nazione.
Mi rincuorano in particolare le sue osservazioni sulla necessità dell'Europa moderna di attingere alla tradizione che fluisce dall'insegnamento del Vangelo. Il suo Paese ha una storia lunga e nobile che risale ai giorni di san Casimiro e ancora prima. Negli ultimi secoli, la fede ha sostenuto il popolo lituano in periodi di dominio e di oppressione stranieri e lo ha aiutato a mantenere e a consolidare la propria identità. Ora che la Repubblica ha riacquistato l'indipendenza, può offrire una testimonianza commovente dei valori che hanno permesso al suo popolo di sopravvivere a quegli anni difficili. Come sapeva per esperienza personale il mio predecessore Papa Giovanni Paolo ii, la fede condivisa è una fonte meravigliosa di forza e di unità nelle avversità. Le comunità vissute in tali circostanze acquisiscono una profonda convinzione del fatto che la felicità autentica si trova solo in Dio. Sanno che qualsiasi società che negail Creatore inevitabilmente comincia a perdere il senso della bellezza, della verità e della bontà della vita umana.
Tuttavia, come Lei, Eccellenza, ha osservato, nei Paesi dell'ex blocco orientale è ormai cresciuta una nuova generazione che non ha vissuto l'esperienza del governo totalitario e tende quindi a dare per scontata la libertà politica di cui gode. Di conseguenza, c'è il rischio che alcuni dei frutti maturati nei tempi difficili possano cominciare ad andare perduti. Lei, Eccellenza, comprende bene i pericoli insiti nella società di oggi, che, sebbene libera, soffre sempre più di frammentazione e confusione morale. In questo contesto, è di vitale importanza che la Lituania, così come tutta l'Europa, coltivi la memoria della storia che l'ha plasmata per preservare la propria identità autentica e quindi sopravvivere e prosperare nel mondo del xxi secolo.
È sia un paradosso sia una tragedia che in questa era di globalizzazione, quando le possibilità di comunicazione e di interazione con gli altri hanno raggiunto un livello che le generazioni precedenti non avrebbero quasi neanche potuto immaginare, così tante persone si sentano isolate e tagliate fuori. Ciò causa molti problemi sociali che non si possono risolvere soltanto sul piano politico, poiché anche le migliori strutture "funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini a una libera adesione all'ordinamento comunitario" (Spe salvi, n. 24). La Chiesa deve svolgere un ruolo importante in questo, attraverso il messaggio di speranza che proclama. Essa cerca di edificare una civiltà dell'amore, insegnando che "Dio è amore" ed esortando le persone di buona volontà a instaurare un rapporto amorevole con Lui. Poiché "dall'amore verso Dio consegue la partecipazione alla giustizia e alla bontà di Dio verso gli altri" (ibidem, n. 28), la pratica del cristianesimo conduce naturalmente alla solidarietà con i propri concittadini e, di fatto, con tutta la famiglia umana. Essa porta alla determinazione di servire il bene comune e di assumersi la responsabilità dei membri più deboli della società. Inoltre, frena il desiderio di accumulare ricchezza soltanto per se stessi. La nostra società deve superare l'attrazione per i beni materiali e concentrarsi invece su valori che promuovano veramente il bene della persona umana.
La Santa Sede ha a cuore i legami diplomatici con il suo Paese, caratterizzato da secoli di testimonianza cristiana. Cooperando possiamo contribuire a forgiare un'Europa in cui la priorità sia accordata alla difesa del matrimonio e della vita familiare, alla tutela della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale e alla promozione di sane pratiche etiche nella ricerca medica e scientifica, pratiche che rispettino veramente la dignità della persona umana. Possiamo promuovere una solidarietà valida con i poveri, i malati, i vulnerabili e quanti vivono ai margini della società. Questi valori toccheranno una corda in tutti coloro, specialmente i giovani, che cercano risposte al profondo interrogativo sul significato e sullo scopo della vita. Saranno in sintonia con quanti sono ansiosi di scoprire la verità che è così tanto spesso oscurata dai messaggi superficiali diffusi dalla società postmoderna. Faranno appello a tutti coloro che discernono abbastanza da rifiutare la visione del mondo basata sul relativismo e sul secolarismo e che invece aspirano a vivere in modo confacente alla nobiltà autentica dello spirito umano.
Eccellenza, prego affinché la missione diplomatica che comincia oggi rafforzi ulteriormente i vincoli di amicizia esistenti fra la Santa Sede e la Repubblica di Lituania. La assicuro del fatto che i vari organismi della Curia Romana saranno sempre pronti a offrirle aiuto nello svolgimento dei suoi doveri. Con i miei sinceri buoni auspici, invoco su di lei, sulla sua famiglia e su tutti i suoi concittadini benedizioni abbondanti di pace e di prosperità.

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(©L'Osservatore Romano - 8 novembre 2008)

Il Papa: "Lo sviluppo della Chiesa avviene nella coerenza. Per questo l’eredità del magistero di Pio XII è stata raccolta dal Concilio Vaticano II"


IL MAGISTERO DELLA CHIESA NEGLI SCRITTI DEI PREDECESSORI DI PAPA BENEDETTO XVI

LA FIGURA DI EUGENIO PACELLI, PAPA PIO XII

DIVAMPANO LE POLEMICHE SULLA BEATIFICAZIONE DI PIO XII: ATTACCARE PACELLI PER COLPIRE BENEDETTO XVI? RACCOLTA DI ARTICOLI

Benedetto XVI: "Pio XII agì spesso in modo segreto e silenzioso proprio perché, alla luce delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, egli intuiva che solo in questo modo si poteva evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei" (Omelia in occasione del 50° anniversario della morte di Pio XII)

Benedetto XVI: "Pio XII non risparmiò sforzi per intervenire, ovunque fosse possibile, a favore degli Ebrei" (Discorso del Santo Padre alla "Pave the Way Foundation")

Vedi anche:

Discorso di Benedetto XVI su Pio XII: il commento di Accattoli

Discorso di Benedetto XVI su Pio XII: il commento di Politi

Secondo l'ambasciatore israeliano potrebbero esserci "reazioni viscerali" se il Papa procederà con la beatificazione di Pio XII (Brunelli)

Papa Ratzinger su Pio XII: «Dono eccezionale» (Bobbio)

Papa Ratzinger su Pio XII: "Un eccezionale dono di Dio" (Tornielli)

Pio XII: "Tutti i nemici del futuro beato" (Tornielli)

«Pio XII fu un dono di Dio» (Il Tempo)

Il Papa: "L'attenzione su Pio XII si è concentrata su una sola problematica. Papa Pacelli il più citato al Concilio, dopo la Bibbia" (Izzo)

Benedetto XVI su Papa Pacelli: un eccezionale dono del Signore alla sua Chiesa (Radio Vaticana)

Discorso del Papa su Pio XII: leggiamo qualche titolo di agenzia...

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO SU "L’EREDITÀ DEL MAGISTERO DI PIO XII E IL CONCILIO VATICANO II", 08.11.2008

Alle ore 12.30 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Congresso su: "L’eredità del Magistero di Pio XII e il Concilio Vaticano II", promosso dalle Pontificie Università Gregoriana e Lateranense nel 50° anniversario della morte del Servo di Dio Papa Pio XII.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!


Sono lieto di accogliervi in occasione del Congresso su "L’eredità del Magistero di Pio XII e il Concilio Vaticano II", promosso dalla Pontificia Università Lateranense insieme con la Pontificia Università Gregoriana. E’ un Congresso importante per il tema che affronta e per le persone erudite, provenienti da varie Nazioni, che vi prendono parte. Nel rivolgere a ciascuno il mio cordiale saluto, ringrazio in particolare Mons. Rino Fisichella, Rettore dell’Università Lateranense, e P. Gianfranco Ghirlanda, Rettore dell’Università Gregoriana, per le espressioni gentili con cui hanno interpretato i comuni sentimenti.

Ho apprezzato l’impegnativo tema sul quale avete concentrato la vostra attenzione. Negli ultimi anni, quando si è parlato di Pio XII, l’attenzione si è concentrata in modo eccessivo su una sola problematica, trattata per di più in maniera piuttosto unilaterale.

A parte ogni altra considerazione, ciò ha impedito un approccio adeguato ad una figura di grande spessore storico-teologico qual è quella del Papa Pio XII. L’insieme della imponente attività svolta da questo Pontefice e, in modo del tutto speciale, il suo magistero sul quale vi siete soffermati in questi giorni, sono una prova eloquente di quanto ho appena affermato. Il suo magistero si qualifica infatti per la vasta e benefica ampiezza, come anche per la sua eccezionale qualità, così che può ben dirsi che esso costituisca una preziosa eredità di cui la Chiesa ha fatto e continua a fare tesoro.

Ho parlato di "vasta e benefica ampiezza" di questo magistero. Basti ricordare, al riguardo, le Encicliche e i moltissimi discorsi e radiomessaggi contenuti nei venti volumi dei suoi "Insegnamenti". Sono più di quaranta le Encicliche da lui pubblicate. Tra esse spicca la "Mystici Corporis", nella quale il Papa affronta il tema della vera ed intima natura della Chiesa.
Con ampiezza di indagine egli mette in luce la nostra profonda unione ontologica con Cristo e - in Lui, per Lui e con Lui - con tutti gli altri fedeli animati dal suo Spirito, che si nutrono del suo Corpo e, trasformati in Lui, gli danno modo di continuare ed estendere nel mondo la sua opera salvifica. Intimamente connesse con la "Mystici Corporis" sono altre due Encicliche: la "Divino afflante Spiritu" sulla Sacra Scrittura e la "Mediator Dei" sulla sacra Liturgia, nelle quali vengono presentate le due sorgenti a cui devono sempre attingere coloro che appartengono a Cristo, Capo di quel mistico Corpo che è la Chiesa.

In questo contesto di ampio respiro Pio XII ha trattato delle varie categorie di persone che, per volere del Signore, fanno parte della Chiesa, pur con vocazioni e compiti differenziati: i sacerdoti, i religiosi ed i laici. Così egli ha emanato sagge norme sulla formazione dei sacerdoti, che si devono distinguere per l'amore personale a Cristo, la semplicità e la sobrietà di vita, la lealtà verso i loro Vescovi e la disponibilità verso coloro che sono affidati alle loro cure pastorali.
Nell’Enciclica "Sacra Virginitas" poi e in altri documenti sulla vita religiosa Pio XII ha messo in chiara luce l’eccellenza del "dono" che Dio concede a certe persone invitandole a consacrarsi totalmente al servizio suo e del prossimo nella Chiesa. In tale prospettiva il Papa insiste fortemente sul ritorno al Vangelo ed all’autentico carisma dei Fondatori e delle Fondatrici dei vari Ordini e Congregazioni religiose, prospettando anche la necessità di alcune sane riforme. Numerose sono state poi le occasioni in cui Pio XII ha trattato della responsabilità dei laici nella Chiesa, profittando in particolare dei grandi Congressi internazionali dedicati a queste tematiche. Volentieri egli affrontava i problemi delle singole professioni, indicando, ad esempio, i doveri dei giudici, degli avvocati, degli operatori sociali, dei medici: a questi ultimi il Sommo Pontefice dedicò numerosi discorsi illustrando le norme deontologiche che essi devono rispettare nella loro attività.
Nell’Enciclica "Miranda prorsus", poi, il Papa si soffermò sulla grande importanza dei moderni mezzi di comunicazione, che in modo sempre più incisivo andavano influenzando l’opinione pubblica. Proprio per questo il Sommo Pontefice, che valorizzò al massimo la nuova invenzione della Radio, sottolineava il dovere dei giornalisti di fornire informazioni veritiere e rispettose delle norme morali.

Anche alle scienze e agli straordinari progressi da esse compiuti Pio XII rivolse la sua attenzione. Pur ammirando le conquiste raggiunte in tali campi, il Papa non mancava di mettere in guardia dai rischi che una ricerca non attenta ai valori morali poteva comportare. Basti un solo esempio: restò famoso il discorso da lui pronunciato sulla raggiunta scissione degli atomi; con straordinaria lungimiranza, però, il Papa ammoniva circa la necessità di impedire ad ogni costo che questi geniali progressi scientifici venissero utilizzati per la costruzione di armi micidiali che avrebbero potuto provocare catastrofi immani e perfino la totale distruzione dell'umanità. Come non ricordare poi i lunghi ed ispirati discorsi concernenti l’auspicato riordinamento della società civile, nazionale ed internazionale, per il quale egli indicava come fondamento imprescindibile la giustizia, vero presupposto per una convivenza pacifica fra i popoli: "opus iustitiae pax!". Ugualmente meritevole di speciale menzione è l'insegnamento mariologico di Pio XII, che ebbe il suo culmine nella proclamazione del dogma dell'Assunzione di Maria Santissima, per mezzo del quale il Santo Padre intendeva sottolineare la dimensione escatologica della nostra esistenza ed esaltare altresì la dignità della donna.

Che dire della qualità dell’insegnamento di Pio XII? Egli era contrario alle improvvisazioni: scriveva con la massima cura ogni discorso, soppesando ogni frase ed ogni parola prima di pronunciarla in pubblico. Studiava attentamente le varie questioni ed aveva l'abitudine di chiedere consiglio ad eminenti specialisti, quando si trattava di temi che richiedevano una competenza particolare.

Per natura ed indole Pio XII era un uomo misurato e realista, alieno da facili ottimismi, ma era altresì immune dal pericolo di quel pessimismo che non si addice ad un credente. Aborriva le sterili polemiche ed era profondamente diffidente nei confronti del fanatismo e del sentimentalismo.

Questi suoi atteggiamenti interiori rendono ragione del valore e della profondità, come anche dell’affidabilità del suo insegnamento, e spiegano l’adesione fiduciosa ad esso riservata non solo dai fedeli, ma anche da tante persone non appartenenti alla Chiesa. Considerando la grande ampiezza e l’alta qualità del magistero di Pio XII, viene da chiedersi come egli sia riuscito a fare tanto, pur dovendo dedicarsi ai numerosi altri compiti connessi col suo ufficio di Sommo Pontefice: il governo quotidiano della Chiesa, le nomine e le visite dei Vescovi, le visite di Capi di Stato e di diplomatici, le innumerevoli udienze concesse a persone private ed a gruppi molto diversificati.

Tutti riconoscono a Pio XII un’intelligenza non comune, una memoria di ferro, una singolare dimestichezza con le lingue straniere ed una notevole sensibilità.

Si è detto che egli era un diplomatico compito, un eminente giurista, un ottimo teologo. Tutto questo è vero, ma ciò non spiega tutto. Vi era altresì in lui il continuo sforzo e la ferma volontà di donare se stesso a Dio senza risparmio e senza riguardo per la sua salute cagionevole. Questo è stato il vero movente del suo comportamento: tutto nasceva dall’amore per il suo Signore Gesù Cristo e dall’amore per la Chiesa e per l’umanità.

Egli infatti era innanzitutto il sacerdote in costante ed intima unione con Dio, il sacerdote che trovava la forza per il suo immane lavoro in lunghe soste di preghiera davanti al Santissimo Sacramento, in colloquio silenzioso con il suo Creatore e Redentore. Da lì traeva origine e slancio il suo magistero, come d’altronde ogni altra sua attività.

Non deve pertanto stupire che il suo insegnamento continui anche oggi a diffondere luce nella Chiesa. Sono ormai trascorsi cinquant’anni dalla sua morte, ma il suo poliedrico e fecondo magistero resta anche per i cristiani di oggi di un valore inestimabile. Certamente la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, è un organismo vivo e vitale, non arroccato immobilmente su ciò che era cinquant’anni fa.

Ma lo sviluppo avviene nella coerenza. Per questo l’eredità del magistero di Pio XII è stata raccolta dal Concilio Vaticano II e riproposta alle generazioni cristiane successive. E’ noto che negli interventi orali e scritti presentati dai Padri del Concilio Vaticano II si riscontrano ben più di mille riferimenti al magistero di Pio XII.

Non tutti i documenti del Concilio hanno un apparato di Note, ma in quei documenti che lo hanno, il nome di Pio XII ricorre oltre duecento volte. Ciò vuol dire che, fatta eccezione per la Sacra Scrittura, questo Papa è la fonte autorevole più frequentemente citata. Si sa inoltre che le note apposte a tali documenti non sono, in genere, semplici rimandi esplicativi, ma costituiscono spesso vere e proprie parti integranti dei testi conciliari; non forniscono solo giustificazioni a supporto di quanto affermato nel testo, ma ne offrono una chiave interpretativa.

Possiamo dunque ben dire che, nella persona del Sommo Pontefice Pio XII, il Signore ha fatto alla sua Chiesa un eccezionale dono, per il quale noi tutti dobbiamo esserGli grati.

Rinnovo, pertanto, l’espressione del mio apprezzamento per l'importante lavoro da voi svolto nella preparazione e nello svolgimento di questo Simposio Internazionale sul Magistero di Pio XII ed auspico che si continui a riflettere sulla preziosa eredità lasciata alla Chiesa dall’immortale Pontefice, per trarne proficue applicazioni alle problematiche oggi emergenti. Con questo augurio, mentre invoco sul vostro impegno l’aiuto del Signore, di cuore imparto a ciascuno la mia Benedizione.

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venerdì 7 novembre 2008

Il Papa all'ambasciatore d'Egitto: "Le religioni veicolo di armonia fra i popoli"


Benedetto XVI al nuovo Ambasciatore della Repubblica Araba di Egitto presso la Santa Sede

Le religioni veicolo di armonia fra i popoli

Benedetto XVI ha ricevuto nella mattina di giovedì 6 novembre, alle ore 11, in solenne udienza, Sua Eccellenza la Signora Lamia Aly Hamada Mekhemar, nuovo Ambasciatore della Repubblica Araba di Egitto presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell'alto ufficio.
Sua Eccellenza l'Ambasciatore, rilevato alla sua residenza da un Gentiluomo di Sua Santità e da un Addetto di Anticamera, è giunto alle 10.45 al Cortile di San Damaso, nel Palazzo Apostolico Vaticano, ove un reparto della Guardia Svizzera Pontificia rendeva gli onori.
Al ripiano degli ascensori, Sua Eccellenza l'Ambasciatore era ricevuto da un Gentiluomo di Sua Santità e subito dopo saliva alla seconda Loggia, dove si trovavano ad attenderlo gli Addetti di Anticamera e i Sediari. Dalla seconda Loggia il corteo si dirigeva alla Sala Clementina, dove l'Ambasciatore veniva ricevuto dal prefetto della Casa Pontificia, l'arcivescovo James Michael Harvey, il quale lo introduceva alla presenza del Pontefice nella Biblioteca privata.
Dopo la presentazione delle Credenziali da parte dell'Ambasciatore avevano luogo lo scambio dei discorsi e, quindi, il colloquio privato.
Dopo l'udienza, nella Sala Clementina l'Ambasciatore prendeva congedo dal prefetto della Casa Pontificia e si recava a far visita al cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato.
Al termine del colloquio l'Ambasciatore discendeva nel Cortile di San Damaso, dove si congedava dai Dignitari che lo avevano accompagnato e faceva ritorno alla sua residenza.

Questo è il testo del discorso del Papa
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Signora Ambasciatore,

sono lieto di accoglierla, Eccellenza, e di porgerle il benvenuto in occasione della presentazione delle lettere che l'accreditano come Ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica Araba di Egitto presso la Santa Sede. La ringrazio per i saluti cordiali che mi ha rivolto a nome di Sua Eccellenza il signor Mohamed Hosni Mubarak, presidente della Repubblica, e della sua consorte, la signora Suzanne Mubarak, che lei ha servito per molti anni. Le sarei grato se potesse trasmettere loro i miei voti migliori per le loro persone e per tutto il popolo egiziano.
L'Egitto è una terra di antica civiltà, conosciuta in tutto il mondo per i suoi monumenti, la sua arte e il suo sapere ancestrale. Nella sua terra, Signora, si sono incontrati e mescolati popoli, culture e religioni diverse, costruendo nel corso dei millenni l'identità del suo popolo, famoso per la sua saggezza e la sua ponderatezza, e costituendo la ricchezza della sua cultura capace ancora oggi di accogliere la novità pur conservando la sua specificità.
Lei ha giustamente ricordato, Signora, le buone relazioni che esistono fra l'Egitto e la Santa Sede dall'instaurazione delle relazioni diplomatiche, avvenuta più di sessant'anni fa. Non posso che rendere grazie a Dio che le ha permesse e favorite. L'Egitto era allora già all'avanguardia nella ricerca di ponti fra i popoli e le religioni. Simili relazioni sono certamente fondate su un profondo rispetto reciproco delle nostre identità proprie, ma anche, e soprattutto, su un reale desiderio comune di promuovere l'unità e la pace sia dentro i confini nazionali sia sulla scena internazionale, e anche di sviluppare il dialogo e la collaborazione fra i membri delle diverse culture e religioni.
Lei ha pure menzionato, Eccellenza, i numerosi e gravi problemi internazionali che turbano sempre e ancora, ahimè spesso con violenza, le zone di confine dell'Africa e dell'Asia, soprattutto in Medio Oriente. Gli sforzi dell'Egitto a favore della pace, dell'armonia e delle soluzioni giuste che rispettano gli Stati e le persone sono innumerevoli e si uniscono a quelli della Santa Sede che si sforza a sua volta di favorirle e di promuoverle. Un clima di dialogo e di avvicinamento in grado di generare una cultura di pace deve poco a poco nascere e riuscire a eliminare, o almeno ad attenuare, gli egoismi nazionali e a mitigare gli interessi privati o pubblici. Le religioni possono e devono essere fattori di pace. Purtroppo possono essere intese e utilizzate male per provocare violenza o morte.

Il rispetto della sensibilità e della storia propria di ogni Paese o di ogni comunità umana e religiosa, le consultazioni frequenti e gli incontri multilaterali, e soprattutto un'autentica volontà di ricerca della pace, favoriranno la riconciliazione dei popoli e la coabitazione pacifica fra tutti. È ciò che la Santa Sede auspica di cuore, e che sa essere anche l'auspicio dell'Egitto.

In questo contesto, desidero rendere omaggio a tutti gli sforzi compiuti dal suo Paese e dai suoi Governi per raggiungere poco a poco questo nobile obiettivo. L'Egitto è sempre stato conosciuto come una terra di ospitalità per numerosi rifugiati, musulmani e cristiani, che hanno cercato sicurezza e pace nel suo territorio. Che questa nobile tradizione prosegua per il bene di tutti! L'ospite accolto è un deposito sacro affidato da Dio che saprà ricordarsene al momento opportuno.
Ho appena ricordato il ruolo fondamentale delle religioni nell'instaurare l'armonia fra i popoli, le culture e gli individui. Da decenni, gli incontri annuali fra il Comitato Permanente per il Dialogo fra le Religioni Monoteiste dell'Istituzione Al-Azhar al Sharif e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso cercano di aprire una via verso una comprensione e un rispetto reciproco fra l'Islam e il Cristianesimo. Un tratto del cammino è stato già percorso, ma il resto è ancora da percorrere. Questo dialogo, Eccellenza, è un'opportunità per il mondo, un'occasione offerta da Dio che bisogna cogliere al volo e vivere il meglio possibile. È importante promuovere innanzitutto una buona conoscenza reciproca che non può limitarsi al circolo ristretto dell'istanza di dialogo, ma che deve irradiarsi poco a poco verso i suoi confini, verso gli individui che giorno dopo giorno, nelle città e nei villaggi, dovranno sviluppare una mentalità di mutuo rispetto che dovrebbe portare a una stima reciproca. L'individuo e l'umanità ne beneficerebbero, come pure le religioni. Gi istituti di ricerca delle comunità domenicane e francescane presenti in Egitto offrono, anch'essi, spazi d'incontro interreligioso. La loro presenza e le loro attività dimostrano che è possibile vivere come fratelli in una nazione unita e serena.
Le chiedo di trasmettere anche, Signora Ambasciatore, i miei saluti alla comunità cattolica del suo Paese. Anche se non numerosa, manifesta la grande diversità che esiste in seno alla nostra Chiesa e la possibilità di un'armoniosa coesistenza fra le grandi tradizioni cristiane orientali e occidentali. Il suo impegno sociale e storico fra il popolo egiziano negli ambiti dell'educazione, della salute e delle opere caritative testimonia l'amore gratuito e senza esclusione religiosa. È noto e apprezzato da tutta la società egiziana. La Chiesa cattolica desidera altresì raggiungere nel suo Paese i numerosi turisti cattolici che lo visitano e che desiderano praticare la propria religione. Sono convinto che sarà presto data la possibilità di pregare Dio degnamente in luoghi di culto adeguati nei nuovi centri turistici che si sono sviluppati in questi ultimi anni. Questo sarebbe un bel segno che l'Egitto darebbe al mondo, favorendo le relazioni amichevoli e fraterne fra le religioni e i popoli in piena sintonia con la sua antica e nobile tradizione.
Mentre comincia la sua missione di rappresentanza presso la Santa Sede, assicurandola che troverà sempre una buona accoglienza e una comprensione attenta presso i miei collaboratori, le porgo, Signora Ambasciatore, i miei voti cordiali per il suo felice compimento, affinché le relazioni armoniose che esistono fra la Repubblica Araba di Egitto e la Santa Sede possano proseguire e approfondirsi. Su di lei, Eccellenza, sulla sua famiglia e sui suoi collaboratori, e anche sui responsabili e su tutti gli abitanti dell'Egitto, invoco di tutto cuore l'abbondanza delle Benedizioni dell'Onnipotente.

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(©L'Osservatore Romano - 7 novembre 2008)

Il Papa: "La donazione di organi è una forma peculiare di testimonianza della carità. Abominevole il traffico di organi"


Vedi anche:

Benedetto XVI sui trapianti, parole limpide per un dono straordinario (D'Agostino)

Il Papa e i trapianti: Accertare al meglio la morte cerebrale (Politi)

Rosso "malpela" l'Unità alla deriva..."sbronza" o vera pazzia?

Il Papa sui trapianti: «La donazione testimonia carità» (Bartoloni)

Benedetto XVI si confronta con i medici sulla liceità dei trapianti d'organo (Barbetta)

Le parole del Papa sulla donazione degli organi: intervista con il prof. Spagnolo (Radio Vaticana)

Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti: "Le parole del Papa mi hanno lasciato una sensazione fortemente positiva" (Cusmai)

Ecco la verità: sui trapianti concordano con il Papa il direttore della Harvard medical school e il direttore del Centro nazionale trapianti (Bobbio)

Come mai quando il Papa parla in italiano, c'è qualcuno che capisce "Roma per toma"? Lo scivolone dell'organo del PD

Il discorso del Papa sulle donazioni di organi e Barack Obama (Galeazzi)

Il Papa (iscritto ad un'associazione di donatori): "La donazione di organi è un grande atto d'amore" (Tornielli)

Il Papa incoraggia la donazione degli organi ma raccomanda che sui criteri di accertamento della morte ci sia il consenso degli scienziati (Izzo)

Benedetto XVI sui trapianti: il traffico di organi è abominevole, la donazione una forma di carità (Radio Vaticana)

Il Papa: "I trapianti di tessuti e di organi rappresentano una grande conquista della scienza medica" (Sir)

Il Papa: "Il consenso informato è condizione previa di libertà, perché il trapianto abbia la caratteristica di un dono"

La morte cerebrale è vera morte? Scaraffia per l'Osservatore Romano

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO INTERNAZIONALE SUL TEMA: "UN DONO PER LA VITA. CONSIDERAZIONI SULLA DONAZIONE DI ORGANI", 07.11.2008

Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita, in collaborazione con la Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche e il Centro Nazionale Trapianti, sul tema: "Un dono per la vita. Considerazioni sulla donazione di organi" (Roma, 6-8 novembre).
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Venerati Confratelli nell'Episcopato,
Illustri Signori e Signore!


La donazione di organi è una forma peculiare di testimonianza della carità. In un periodo come il nostro, spesso segnato da diverse forme di egoismo, diventa sempre più urgente comprendere quanto sia determinante per una corretta concezione della vita entrare nella logica della gratuità.

Esiste, infatti, una responsabilità dell'amore e della carità che impegna a fare della propria vita un dono per gli altri, se si vuole veramente realizzare se stessi. Come il Signore Gesù ci ha insegnato, solamente colui che dona la propria vita potrà salvarla (cfr Lc 9,24). Nel salutare tutti i presenti, con un particolare pensiero per il Senatore Maurizio Sacconi, Ministro del Lavoro, della Salute e Politiche Sociali, ringrazio l’Arcivescovo Mons. Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, per le parole che mi ha rivolto, illustrando il profondo significato di questo incontro e presentando la sintesi dei lavori congressuali. Insieme con lui, ringrazio anche il Presidente dell’International Federation of Catholic Medical Associations e il Direttore del Centro Nazionale Trapianti, sottolineando con apprezzamento il valore della collaborazione di tali Organismi in un ambito come quello del trapianto degli organi che è stato oggetto, illustri Signori e Signore, delle vostre giornate di studio e di dibattito.

La storia della medicina mostra con evidenza i grandi progressi che si sono potuti realizzare per permettere una vita sempre più degna ad ogni persona che soffre. I trapianti di tessuti e di organi rappresentano una grande conquista della scienza medica e sono certamente un segno di speranza per tante persone che versano in gravi e a volte estreme situazioni cliniche.

Se il nostro sguardo si allarga al mondo intero è facile individuare i tanti e complessi casi in cui, grazie alla tecnica del trapianto di organi, molte persone hanno superato fasi altamente critiche e sono state restituite alla gioia di vivere. Questo non sarebbe mai potuto avvenire se l'impegno dei medici e la competenza dei ricercatori non avessero potuto contare sulla generosità e sull'altruismo di quanti hanno donato i loro organi.

Il problema della disponibilità di organi vitali da trapianto, purtroppo, non è teorico, ma drammaticamente pratico; esso è verificabile nella lunga lista d'attesa di tanti malati le cui uniche possibilità di sopravvivenza sono legate alle esigue offerte che non corrispondono ai bisogni oggettivi.

E' utile, soprattutto nel contesto odierno, ritornare a riflettere su questa conquista della scienza, perché non avvenga che il moltiplicarsi delle richieste di trapianto abbia a sovvertire i principi etici che ne stanno alla base. Come ho detto nella mia prima Enciclica, il corpo non potrà mai essere considerato un mero oggetto (cfr Deus caritas est, n. 5); la logica del mercato, altrimenti, avrebbe il sopravvento. Il corpo di ogni persona, insieme con lo spirito che è dato ad ognuno singolarmente, costituisce un'unità inscindibile in cui è impressa l'immagine di Dio stesso.

Prescindere da questa dimensione conduce verso prospettive incapaci di cogliere la totalità del mistero presente in ognuno. E' necessario, quindi, che in prima istanza si ponga il rispetto per la dignità della persona e la tutela della sua identità personale.

Per quanto riguarda la tecnica del trapianto di organi, ciò significa che si può donare solamente se non è mai posto in essere un serio pericolo per la propria salute e la propria identità e sempre per un motivo moralmente valido e proporzionato. Eventuali logiche di compravendita degli organi, come pure l'adozione di criteri discriminatori o utilitaristici, striderebbero talmente con il significato sotteso del dono che si porrebbero da sé fuori gioco, qualificandosi come atti moralmente illeciti.

Gli abusi nei trapianti e il loro traffico, che spesso toccano persone innocenti quali i bambini, devono trovare la comunità scientifica e medica prontamente unite nel rifiutarli come pratiche inaccettabili. Esse pertanto vanno decisamente condannate come abominevoli.

Lo stesso principio etico va ribadito quando si vuole giungere alla creazione e distruzione di embrioni umani destinati a scopo terapeutico. La semplice idea di considerare l'embrione come "materiale terapeutico" contraddice le basi culturali, civili ed etiche su cui poggia la dignità della persona.

Avviene spesso che la tecnica del trapianto di organi si compia per un gesto di totale gratuità da parte dei parenti di pazienti di cui è stata accertata la morte.

In questi casi, il consenso informato è condizione previa di libertà, perché il trapianto abbia la caratteristica di un dono e non sia interpretato come un atto coercitivo o di sfruttamento. E' utile ricordare, comunque, che i singoli organi vitali non possono essere prelevati che ex cadavere, il quale peraltro possiede pure una sua dignità che va rispettata.

La scienza, in questi anni, ha compiuto ulteriori progressi nell'accertare la morte del paziente. E' bene, quindi, che i risultati raggiunti ricevano il consenso dall'intera comunità scientifica così da favorire la ricerca di soluzioni che diano certezza a tutti. In un ambito come questo, infatti, non può esserci il minimo sospetto di arbitrio e dove la certezza ancora non fosse raggiunta deve prevalere il principio di precauzione.

E' utile per questo che si incrementi la ricerca e la riflessione interdisciplinare in modo tale che la stessa opinione pubblica sia messa dinanzi alla più trasparente verità sulle implicanze antropologiche, sociali, etiche e giuridiche della pratica del trapianto. In questi casi, comunque, deve valere sempre come criterio principale il rispetto per la vita del donatore così che il prelievo di organi sia consentito solo in presenza della sua morte reale (cfr Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 476).

L'atto d'amore che viene espresso con il dono dei propri organi vitali permane come una genuina testimonianza di carità che sa guardare al di là della morte perché vinca sempre la vita. Del valore di questo gesto dovrebbe essere ben cosciente il ricevente; egli è destinatario di un dono che va oltre il beneficio terapeutico. Ciò che riceve, infatti, prima ancora di un organo è una testimonianza di amore che deve suscitare una risposta altrettanto generosa, così da incrementare la cultura del dono e della gratuità.

La via maestra da seguire, fino a quando la scienza giunga a scoprire eventuali forme nuove e più progredite di terapia, dovrà essere la formazione e la diffusione di una cultura della solidarietà che si apra a tutti e non escluda nessuno. Una medicina dei trapianti corrispondente a un'etica della donazione esige da parte di tutti l'impegno per investire ogni possibile sforzo nella formazione e nell'informazione, così da sensibilizzare sempre più le coscienze verso una problematica che investe direttamente la vita di tante persone. Sarà necessario, pertanto, fugare pregiudizi e malintesi, dissipare diffidenze e paure per sostituirle con certezze e garanzie in modo da permettere l'accrescersi in tutti di una sempre più diffusa consapevolezza del grande dono della vita.

Con questi sentimenti, mentre auguro a ciascuno di continuare nel proprio impegno con la dovuta competenza e professionalità, invoco l’aiuto di Dio sui lavori del Congresso ed imparto a tutti di cuore la mia Benedizione.

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giovedì 6 novembre 2008

Il Papa al forum cattolico-musulmano: "Decidiamoci a superare i pregiudizi del passato e a correggere l'immagine spesso distorta dell'altro..."


FORUM CATTOLICO-MUSULMANO: LO SPECIALE DEL BLOG

IL PAPA E L'ISLAM: LO SPECIALE DEL BLOG

FORUM ISLAMO-CATTOLICO: IL TESTO DELLA DICHIARAZIONE FINALE

LA LECTIO MAGISTRALIS DI RATISBONA

LETTERA APERTA DI 138 LEADER ISLAMICI AL PAPA

LA RISPOSTA DEL PAPA ALLA LETTERA DELLE 138 GUIDE RELIGIOSE MUSULMANE

Forum cattolico-musulmano: i discorsi di saluto al Papa del Gran Muftì della Bosnia ed Erzegovina e di Seyyed Hossein Nasr

Il Papa incontra i partecipanti al primo seminario del forum cattolico-musulmano

Il nome di Dio può essere solo un nome di pace e fratellanza

Le discriminazioni e le violenze nei confronti dei credenti sono "atti inaccettabili e ingiustificabili", tanto più se compiuti nel nome di Dio, che "può essere solo un nome di pace e fratellanza, giustizia e amore". Lo ha affermato Benedetto XVI nel discorso rivolto ai partecipanti al primo seminario del forum cattolico-musulmano, ricevuti in udienza nella mattina di giovedì 6 novembre, nella Sala Clementina.

Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione italiana del discorso del Papa.

Cari Amici,

Sono lieto di accogliervi questa mattina e vi saluto tutti cordialmente. Ringrazio specialmente il cardinale Jean-Louis Tauran, Shaykh Mustafa Ceric e il signor Seyyed Hossein Nasr per le loro parole.
Il nostro incontro si svolge a conclusione dell'importante seminario organizzato dal "Forum Cattolico-Musulmano", istituito dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e da rappresentanti dei 138 leader musulmani che hanno firmato la lettera aperta ai leader cristiani del 13 ottobre 2007.
Questo incontro è un chiaro segno della nostra stima reciproca e del nostro desiderio di ascoltarci gli uni gli altri con rispetto. Posso assicurarvi che ho seguito nella preghiera i progressi del vostro incontro, consapevole che esso rappresenta un ulteriore passo avanti nel cammino verso una maggiore comprensione tra musulmani e cristiani, nell'ambito di altri incontri regolari che la Santa Sede promuove con diversi gruppi musulmani. La lettera aperta "Una parola comune tra voi e noi" ha ricevuto numerose risposte e ha suscitato un dialogo, iniziative e incontri specifici, volti ad aiutarci a conoscerci più profondamente gli uni gli altri e a crescere nella stima per i nostri valori condivisi. Il grande interesse suscitato da questo seminario è per noi un incentivo ad assicurare che le riflessioni e gli sviluppi positivi che emergono dal dialogo tra cristiani e musulmani non siano limitati a un gruppo ristretto di esperti e di studiosi, ma vengano trasmessi come un prezioso legato per essere messi al servizio di tutti, affinché rechino frutto nel modo in cui viviamo ogni giorno.
Il tema che avete scelto per l'incontro - "Amore di Dio e amore del prossimo: la dignità della persona umana e il rispetto reciproco" - è particolarmente significativo. È stato tratto dalla lettera aperta, che presenta l'amore di Dio e l'amore del prossimo come centro sia dell'Islam sia del Cristianesimo. Questo tema evidenzia in maniera ancora più chiara le fondamenta teologiche e spirituali di un insegnamento centrale delle nostre rispettive religioni.
La tradizione cristiana proclama che Dio è Amore (cfr. 1 Gv 4, 16). È per amore che ha creato tutto l'universo, e con il suo amore si fa presente nella storia umana. L'amore di Dio è divenuto visibile, manifestato in maniera piena e definitiva in Gesù Cristo. Così egli è disceso per incontrare l'uomo e, pur rimanendo Dio, ha assunto la nostra natura. Ha donato se stesso per restituire la piena dignità a ogni persona e per portarci la salvezza. Come potremmo spiegare il mistero dell'incarnazione e della redenzione se non con l'Amore? Questo amore infinito ed eterno ci permette di rispondere dando in cambio tutto il nostro amore: amore verso Dio e amore verso il prossimo. Questa verità, che consideriamo fondante, è ciò che ho voluto evidenziare nella mia prima Enciclica, Deus Caritas est, poiché è un insegnamento centrale della fede cristiana. La nostra chiamata e la nostra missione sono di condividere liberamente con gli altri l'amore che Dio ci prodiga senza alcun merito da parte nostra.

Sono ben consapevole che musulmani e cristiani hanno approcci diversi nelle questioni riguardanti Dio. Tuttavia, possiamo e dobbiamo essere adoratori dell'unico Dio che ci ha creato e che si preoccupa di ogni persona in ogni parte del mondo. Insieme dobbiamo mostrare, con il rispetto reciproco e la solidarietà, che ci consideriamo membri di un'unica famiglia: la famiglia che Dio ha amato e riunito dalla creazione del mondo fino alla fine della storia umana.

Mi ha fatto piacere sapere che durante questo incontro avete saputo adottare una posizione comune sulla necessità di adorare Dio totalmente e di amare gli uomini e le donne in modo disinteressato, specialmente coloro che soffrono e sono nel bisogno. Dio ci chiama a lavorare insieme per le vittime delle malattie, della fame, della povertà, dell'ingiustizia e della violenza. Per i cristiani l'amore di Dio è inscindibilmente legato all'amore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, di tutti gli uomini e le donne, senza distinzione di razza e cultura. Come scrive san Giovanni: "Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4, 20).
Anche la tradizione musulmana è piuttosto chiara nell'incoraggiare l'impegno pratico a servire i più bisognosi e prontamente ricorda la propria "regola aurea": la vostra fede non sarà perfetta se non farete agli altri ciò che volete per voi stessi.
Pertanto, dovremmo lavorare insieme nel promuovere il rispetto autentico per la dignità della persona umana e per i diritti umani fondamentali, sebbene le nostre visioni antropologiche e le nostre teologie giustifichino ciò in modi differenti. Vi è un grande e vasto campo in cui possiamo agire insieme per difendere e promuovere i valori morali che fanno parte del nostro retaggio comune. Solo a partire dal riconoscimento della centralità della persona e della dignità di ogni essere umano, rispettando e difendendo la vita, che è il dono di Dio e che quindi è sacra sia per i cristiani sia per i musulmani, solo a partire da questo riconoscimento possiamo trovare un terreno comune per costruire un mondo più fraterno, un mondo in cui i contrasti e le differenze vengano risolti in maniera pacifica e in cui la forza devastante delle ideologie venga neutralizzata.

Auspico, ancora una volta, che i diritti umani fondamentali vengano tutelati per tutte le persone ovunque. I leader politici e religiosi hanno il dovere di assicurare il libero esercizio di questi diritti nel pieno rispetto della libertà di coscienza e della libertà di religione di ciascuno.

La discriminazione e la violenza che ancora oggi i credenti sperimentano in tutto il mondo e le persecuzioni spesso violente di cui sono oggetto sono atti inaccettabili e ingiustificabili, tanto più gravi e deplorevoli quando vengono compiuti nel nome di Dio. Il nome di Dio può essere solo un nome di pace e fratellanza, giustizia e amore.

Siamo chiamati a dimostrare, con le parole ma soprattutto con i fatti, che il messaggio delle nostre religioni è indubbiamente un messaggio di armonia e di comprensione reciproca. È fondamentale che lo facciamo, per evitare di minare la credibilità e l'efficacia non solo del nostro dialogo, ma anche delle nostre religioni stesse.

Prego affinché il "Forum Cattolico-Musulmano", che ora con fiducia sta compiendo i suoi primi passi, possa diventare sempre più uno spazio di dialogo e che ci aiuti a percorrere insieme il cammino verso una conoscenza sempre più piena della Verità. Questo incontro è anche un'occasione privilegiata per impegnarci in una ricerca più profonda dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo, condizione indispensabile per offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo un servizio autentico di riconciliazione e di pace.

Cari amici, uniamo i nostri sforzi, animati da buona volontà, al fine di superare ogni incomprensione e disaccordo! Decidiamoci a superare i pregiudizi del passato e a correggere l'immagine spesso distorta dell'altro che ancora oggi può creare difficoltà nei nostri rapporti; lavoriamo gli uni con gli altri per educare tutte le persone, specialmente i giovani, a costruire un futuro comune!

Possa Dio sostenerci nelle nostre buone intenzioni e permettere alle nostre comunità di vivere con coerenza la verità dell'amore, che costituisce il cuore del credente ed è la base del rispetto della dignità di ogni persona! Possa Dio, Colui che è misericordioso e compassionevole, assisterci in questa impegnativa missione, proteggerci, benedirci e illuminarci sempre con la potenza del suo amore!

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(©L'Osservatore Romano - 7 novembre 2008)

mercoledì 5 novembre 2008

"Il teologo, il predicatore, non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, del fatto reale di Cristo..."


(Pietro da Cortona, "Battesimo di San Paolo da parte di Anania")

CICLO DI CATECHESI DEDICATE A SAN PAOLO APOSTOLO ED ALL'ANNO PAOLINO

GLI APOSTOLI NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO

ARTICOLI E COMMENTI SU SAN PAOLO APOSTOLO E L'ANNO PAOLINO

CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

Il Papa: "Vivere il Cristianesimo richiede coraggio, ma senza la Risurrezione di Cristo la fede sarebbe assurda" (Radio Vaticana)

Il Papa: "Senza la Resurrezione la vita eterna sarebbe assurda" (Sir)

Il Papa all'udienza: "Il Cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente, illuminata però dalla luce di Cristo"

L’UDIENZA GENERALE, 05.11.2008

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, continuando il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulla sua predicazione riguardo alla Resurrezione di Cristo.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Papa ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

San Paolo - XI: Il mistero della Resurrezione di Cristo nel pensiero di Paolo

Cari fratelli e sorelle,

"Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede... e voi siete ancora nei vostri peccati" (1 Cor 15,14.17).
Con queste forti parole della prima Lettera ai Corinzi, san Paolo fa capire quale decisiva importanza egli attribuisse alla risurrezione di Gesù.

In tale evento infatti sta la soluzione del problema posto dal dramma della Croce. Da sola la Croce non potrebbe spiegare la fede cristiana, anzi rimarrebbe una tragedia, indicazione dell’assurdità dell’essere. Il mistero pasquale consiste nel fatto che quel Crocifisso "è risorto il terzo giorno secondo le Scritture" (1 Cor 15,4) - così attesta la tradizione protocristiana.

Sta qui la chiave di volta della cristologia paolina: tutto ruota attorno a questo centro gravitazionale. L'intero insegnamento dell’apostolo Paolo parte dal e arriva sempre al mistero di Colui che il Padre ha risuscitato da morte.

La risurrezione è un dato fondamentale, quasi un assioma previo (cfr 1 Cor 15,12), in base al quale Paolo può formulare il suo annuncio (kerygma) sintetico: Colui che è stato crocifisso, e che ha così manifestato l’immenso amore di Dio per l’uomo, è risorto ed è vivo in mezzo a noi.

E’ importante cogliere il legame tra l’annuncio della risurrezione, così come Paolo lo formula, e quello in uso nelle prime comunità cristiane prepaoline.

Qui davvero si può vedere l'importanza della tradizione che precede l’Apostolo e che egli, con grande rispetto e attenzione, vuole a sua volta consegnare. Il testo sulla risurrezione, contenuto nel cap. 15,1-11 della prima Lettera ai Corinzi, pone bene in risalto il nesso tra "ricevere" e "trasmettere".

San Paolo attribuisce molta importanza alla formulazione letterale della tradizione; al termine del passo in esame sottolinea: "Sia io che loro così predichiamo" (1 Cor 15,11), mettendo con ciò in luce l'unità del kerigma, dell’annuncio per tutti i credenti e per tutti coloro che annunceranno la risurrezione di Cristo.

La tradizione a cui si ricollega è la fonte alla quale attingere. L’originalità della sua cristologia non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione.

Il kerigma degli Apostoli presiede sempre alla personale rielaborazione di Paolo; ogni sua argomentazione muove dalla tradizione comune, in cui s’esprime la fede condivisa da tutte le Chiese, che sono una sola Chiesa.

E così san Paolo offre un modello per tutti i tempi sul come fare teologia e come predicare. Il teologo, il predicatore, non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, al servizio del fatto reale di Cristo, della Croce, della risurrezione. Il suo compito è aiutarci a comprendere oggi, dietro le antiche parole, la realtà del "Dio con noi", quindi la realtà della vera vita.

E’ qui opportuno precisare: san Paolo, nell’annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un’esposizione dottrinale organica - non vuol scrivere quasi un manuale di teologia - ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dai fedeli; un discorso occasionale dunque, ma pieno di fede e di teologia vissuta. Vi si riscontra una concentrazione sull’essenziale: noi siamo stati "giustificati", cioè resi giusti, salvati, dal Cristo morto e risorto per noi. Emerge innanzitutto il fatto della risurrezione, senza il quale la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda. In quel mattino di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto, contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un’esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò - come i quattro Vangeli – fondamentale rilevanza al tema delle apparizioni, le quali sono condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota. Questi due fatti sono importanti: la tomba è vuota e Gesù è apparso realmente. Si costituisce così quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi dell'annuncio evangelico e come punto culminante di un itinerario salvifico.

Tutto questo Paolo lo fa in diverse occasioni: si possono consultare le Lettere e gli Atti degli Apostoli dove si vede sempre che il punto essenziale per lui è essere testimone della risurrezione. Vorrei citare solo un testo: Paolo, arrestato a Gerusalemme, sta davanti al Sinedrio come accusato. In questa circostanza nella quale è in gioco per lui la morte o la vita, egli indica quale è il senso e il contenuto di tutta la sua predicazione: "Io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti" (At 23,6). Questo stesso ritornello Paolo ripete continuamente nelle sue Lettere (cfr 1 Ts 1,9s; 4,13-18; 5,10), nelle quali fa appello anche alla sua personale esperienza, al suo personale incontro con Cristo risorto (cfr Gal 1,15-16; 1 Cor 9,1).

Ma possiamo domandarci: qual è, per san Paolo, il senso profondo dell'evento della risurrezione di Gesù? Che cosa dice a noi a distanza di duemila anni? L’affermazione "Cristo è risorto" è attuale anche per noi? Perché la risurrezione è per lui e per noi oggi un tema così determinante?

Paolo dà solennemente risposta a questa domanda all'inizio della Lettera ai Romani, ove esordisce riferendosi al "Vangelo di Dio … che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità in virtù della risurrezione dei morti" (Rm 1,3-4).

Paolo sa bene e lo dice molte volte che Gesù era Figlio di Dio sempre, dal momento della sua incarnazione. La novità della risurrezione consiste nel fatto che Gesù, elevato dall’umiltà della sua esistenza terrena, viene costituito Figlio di Dio "con potenza". Il Gesù umiliato fino alla morte di croce può dire adesso agli Undici: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra" (Mt 28, 18). E’ realizzato quanto dice il Salmo 2, 8: "Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra".

Perciò con la risurrezione comincia l’annuncio del Vangelo di Cristo a tutti i popoli – comincia il Regno di Cristo, questo nuovo Regno che non conosce altro potere che quello della verità e dell’amore. La risurrezione svela quindi definitivamente qual è l’autentica identità e la straordinaria statura del Crocifisso. Una dignità incomparabile e altissima: Gesù è Dio!

Per san Paolo la segreta identità di Gesù, più ancora che nell'incarnazione, si rivela nel mistero della risurrezione. Mentre il titolo di Cristo, cioè di ‘Messia’, ‘Unto’, in san Paolo tende a diventare il nome proprio di Gesù e quello di Signore specifica il suo rapporto personale con i credenti, ora il titolo di Figlio di Dio viene ad illustrare l'intimo rapporto di Gesù con Dio, un rapporto che si rivela pienamente nell’evento pasquale. Si può dire, pertanto, che Gesù è risuscitato per essere il Signore dei morti e dei vivi (cfr Rm 14,9; e 2 Cor 5,15) o, in altri termini, il nostro Salvatore (cfr Rm 4,25).

Tutto questo è gravido di importanti conseguenze per la nostra vita di fede: noi siamo chiamati a partecipare fin nell'intimo del nostro essere a tutta la vicenda della morte e della risurrezione di Cristo. Dice l’Apostolo: siamo "morti con Cristo" e crediamo che "vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui" (Rm 6,8-9). Ciò si traduce in una condivisione delle sofferenze di Cristo, che prelude a quella piena configurazione con Lui mediante la risurrezione a cui miriamo nella speranza. E’ ciò che è avvenuto anche a san Paolo, la cui personale esperienza è descritta nelle Lettere con toni tanto accorati quanto realistici: "Perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil 3,10-11; cfr 2 Tm 2,8-12).

La teologia della Croce non è una teoria – è la realtà della vita cristiana. Vivere nella fede in Gesù Cristo, vivere la verità e l’amore implica rinunce ogni giorno, implica sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce da Lui.

Sant’Agostino dice: Ai cristiani non è risparmiata la sofferenza, anzi a loro ne tocca un po’ di più, perché vivere la fede esprime il coraggio di affrontare la vita e la storia più in profondità. Tuttavia solo così, sperimentando la sofferenza, conosciamo la vita nella sua profondità, nella sua bellezza, nella grande speranza suscitata da Cristo crocifisso e risorto. Il credente si trova perciò collocato tra due poli: da un lato, la risurrezione che in qualche modo è già presente e operante in noi (cfr Col 3,1-4; Ef 2,6); dall'altro, l’urgenza di inserirsi in quel processo che conduce tutti e tutto verso la pienezza, descritta nella Lettera ai Romani con un’ardita immagine: come tutta la creazione geme e soffre quasi le doglie del parto, così anche noi gemiamo nell'attesa della redenzione del nostro corpo, della nostra redenzione e risurrezione (cfr Rm 8,18-23).

In sintesi, possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr Rm 10,9). Importante è innanzitutto il cuore che crede in Cristo e nella fede "tocca" il Risorto; ma non basta portare nel cuore la fede, dobbiamo confessarla e testimoniarla con la bocca, con la nostra vita, rendendo così presente la verità della croce e della risurrezione nella nostra storia In questo modo infatti il cristiano si inserisce in quel processo grazie al quale il primo Adamo, terrestre e soggetto alla corruzione e alla morte, va trasformandosi nell'ultimo Adamo, quello celeste e incorruttibile (cfr 1 Cor 15,20-22.42-49). Tale processo è stato avviato con la risurrezione di Cristo, nella quale pertanto si fonda la speranza di potere un giorno entrare anche noi con Cristo nella vera nostra patria che sta nei Cieli. Sorretti da questa speranza proseguiamo con coraggio e con gioia.

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lunedì 3 novembre 2008

"La morte prematura di una persona cara è un invito a non attardarci a vivere in modo mediocre, ma a tendere al più presto alla pienezza della vita"


CAPPELLA PAPALE IN SUFFRAGIO DEI CARDINALI E DEI VESCOVI DEFUNTI NEL CORSO DELL’ANNO, 03.11.2008

Alle 11.30 di questa mattina, all’Altare della Cattedra della Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Celebrazione Eucaristica in suffragio dei Cardinali e dei Vescovi defunti nel corso dell’anno.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della Santa Messa:


OMELIA DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!


All’indomani della Commemorazione liturgica di tutti i fedeli defunti, ci siamo radunati quest’oggi, secondo una bella tradizione, per celebrare il Sacrificio eucaristico in suffragio dei nostri Fratelli Cardinali e Vescovi che hanno lasciato questo mondo durante l’ultimo anno. La nostra preghiera è animata e confortata dal mistero della comunione dei santi, mistero che nei giorni scorsi abbiamo nuovamente contemplato nell’intento di comprenderlo, accoglierlo e viverlo sempre più intensamente.

In questa comunione ricordiamo con grande affetto i Signori Cardinali Stephen Fumio Hamao, Alfons Maria Stickler, Aloisio Lorscheider, Peter Porekuu Dery, Adolfo Antonio Suárez Rivera, Ernesto Corripio Ahumada, Alfonso López Trujillo, Bernardin Gantin, Antonio Innocenti e Antonio José Gonzáles Zumárraga. Noi li crediamo e li sentiamo vivi nel Dio dei viventi. E con loro ricordiamo anche ciascuno degli Arcivescovi e dei Vescovi, che negli ultimi dodici mesi sono passati da questo mondo alla Casa del Padre. Per tutti vogliamo pregare, lasciandoci illuminare nella mente e nel cuore dalla Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato.

La prima lettura - un brano del Libro della Sapienza (4,7-15) - ci ha ricordato che vera anzianità veneranda non è solo la lunga età, ma la saggezza e un’esistenza pura, senza malizia. E se il Signore chiama a sé un giusto anzitempo, è perché su di lui ha un disegno di predilezione a noi sconosciuto: la morte prematura di una persona a noi cara diventa un invito a non attardarci a vivere in modo mediocre, ma a tendere al più presto alla pienezza della vita.

C’è nel testo della Sapienza una vena di paradosso che ritroviamo anche nella pericope evangelica (Mt 11,25-30). In entrambe le letture emerge un contrasto tra ciò che appare allo sguardo superficiale degli uomini e ciò che invece vedono gli occhi di Dio.

Il mondo reputa fortunato chi vive a lungo, ma Dio, più che all’età, guarda alla rettitudine del cuore. Il mondo dà credito ai "sapienti" e ai "dotti", mentre Dio predilige i "piccoli". L’insegnamento generale che ne deriva è che vi sono due dimensioni del reale: una più profonda, vera ed eterna, l’altra segnata dalla finitezza, dalla provvisorietà e dall’apparenza.

Ora, è importante sottolineare che queste due dimensioni non sono poste in semplice successione temporale, come se la vita vera cominciasse solo dopo la morte. In realtà, la vita vera, la vita eterna inizia già in questo mondo, pur entro la precarietà delle vicende della storia; la vita eterna inizia nella misura in cui noi ci apriamo al mistero di Dio e lo accogliamo in mezzo a noi.

E’ Dio il Signore della vita e in Lui "viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At 17,28), come ebbe a dire san Paolo all’Areopago di Atene.

Dio è la vera sapienza che non invecchia, è la ricchezza autentica che non marcisce, è la felicità a cui aspira in profondità il cuore di ogni uomo. Questa verità, che attraversa i Libri sapienziali e riemerge nel Nuovo Testamento, trova compimento nell’esistenza e nell’insegnamento di Gesù.

Nella prospettiva della sapienza evangelica, la stessa morte è portatrice di un salutare ammaestramento, perché costringe a guardare in faccia la realtà; spinge a riconoscere la caducità di ciò che appare grande e forte agli occhi del mondo. Di fronte alla morte perde d’interesse ogni motivo di orgoglio umano e risalta invece ciò che vale sul serio. Tutto finisce, tutti in questo mondo siamo di passaggio. Solo Dio ha la vita in sé, è la vita.

La nostra è una vita partecipata, donata «ab alio», perciò un uomo può arrivare alla vita eterna solo a causa della relazione particolare che il Creatore gli ha donato con sé. Ma Dio, vedendo l'allontanamento dell'uomo da sé, ha fatto un passo ulteriore, ha creato una nuova relazione tra sé e noi della quale ci parla la seconda lettura della Liturgia di oggi. Egli, Cristo «ha dato la sua vita per noi» (1 Gv 3, 16).

Se Dio - scrive san Giovanni - ci ha amato gratuitamente, anche noi possiamo, e dunque dobbiamo lasciarci coinvolgere da questo movimento oblativo, e fare di noi stessi un dono gratuito per gli altri. In questo modo conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti; in questo modo dimoriamo in Lui come Lui ha voluto dimorare in noi, e passiamo dalla morte alla vita (cfr 1 Gv 3,14) come Gesù Cristo, che ha sconfitto la morte con la sua risurrezione, grazie alla potenza gloriosa dell’amore del Padre celeste.

Cari fratelli e sorelle, questa Parola di vita e di speranza ci è di profondo conforto dinanzi al mistero della morte, specialmente quando colpisce le persone che a noi sono più care. Il Signore ci assicura quest’oggi che i nostri compianti Fratelli, per i quali particolarmente preghiamo in questa santa Messa, sono passati dalla morte alla vita perchè hanno scelto Cristo, ne hanno accolto il giogo soave (cfr Mt 11,29) e si sono consacrati al servizio dei fratelli. Perciò, se anche hanno da espiare la loro parte di pena dovuta all’umana fragilità – che tutti ci segna, aiutandoci a mantenerci umili –, la fedeltà a Cristo permette loro di entrare nella libertà dei figli di Dio.

Se dunque ci ha rattristato doverci distaccare da loro, e tuttora ci addolora la loro mancanza, la fede ci riempie di intimo conforto al pensiero che, come è stato per il Signore Gesù, e sempre grazie a Lui, la morte non ha più potere su di loro (cfr Rm 6,9). Passando, in questa vita, attraverso il Cuore misericordioso di Cristo, sono entrati "in un luogo di riposo" (Sap 4,7). Ed ora ci è caro pensarli in compagnia dei santi, finalmente sollevati dalle amarezze di questa vita, ed avvertiamo noi pure il desiderio di poterci unire un giorno a così felice compagnia.

Nel Salmo responsoriale abbiamo ripetuto queste consolanti parole: "Bontà e fedeltà mi saranno compagne / tutti i giorni della mia vita, / abiterò ancora nella casa del Signore / per lunghi giorni" (Sal 23[22],6). Sì, amiamo sperare che il Buon Pastore abbia accolto questi nostri Fratelli, per i quali celebriamo il divin Sacrificio, al tramonto della loro giornata terrena e li abbia introdotti nella sua intimità beata. L’olio benedetto – a cui si accenna nel Salmo (v. 5) - è stato posto per tre volte sul loro capo e una volta sulle loro mani; il calice (ibid.) glorioso di Gesù Sacerdote è diventato anche il loro calice, che hanno alzato giorno dopo giorno, lodando il nome del Signore. Ora sono giunti ai pascoli del cielo, dove i segni lasciano il posto alla realtà.

Cari fratelli e sorelle, uniamo la nostra comune preghiera ed innalziamola al Padre di ogni bontà e misericordia affinché, per intercessione di Maria Santissima, l’incontro con il fuoco del suo amore purifichi presto questi nostri amici defunti da ogni imperfezione e li trasformi a lode della sua gloria. E preghiamo perché noi, pellegrini sulla terra, manteniamo sempre orientati gli occhi e il cuore verso la meta ultima a cui aneliamo, la casa del Padre, il Cielo. E così sia!

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

domenica 2 novembre 2008

Il Signore ci dice: "Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce"


ANGELUS: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

SERVIZIO SKYTG24

SERVIZIO RADIO VATICANA/CTV

Il passaggio dalla vita alla morte e l'ingresso in paradiso nell'iconografia cristiana dei primi secoli (Osservatore Romano)

All'Angelus il Papa invita a guardare alla morte alla luce dell'amore eterno di Dio, senza cadere in susperstizioni e sincretismi (Radio Vaticana)

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 02.11.2008

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Ieri la festa di Tutti i Santi ci ha fatto contemplare "la città del cielo, la Gerusalemme celeste che è nostra madre" (Prefazio di Tutti i Santi).
Oggi, con l’animo ancora rivolto a queste realtà ultime, commemoriamo tutti i fedeli defunti, che "ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace" (Preghiera eucaristica I).
E’ molto importante che noi cristiani viviamo il rapporto con i defunti nella verità della fede, e guardiamo alla morte e all’aldilà nella luce della Rivelazione. Già l’apostolo Paolo, scrivendo alle prime comunità, esortava i fedeli a "non essere tristi come gli altri che non hanno speranza".
"Se infatti – scriveva – crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti" (1 Ts 4,13-14).

E’ necessario anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere.

Nella mia Enciclica sulla speranza cristiana, mi sono interrogato sul mistero della vita eterna (cfr Spe salvi, 10-12). Mi sono chiesto: la fede cristiana è anche per gli uomini di oggi una speranza che trasforma e sorregge la loro vita (cfr ivi, 10)? E più radicalmente: gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderano ancora la vita eterna? O forse l’esistenza terrena è diventata l’unico loro orizzonte?
In realtà, come già osservava sant’Agostino, tutti vogliamo la "vita beata", la felicità. Non sappiamo bene che cosa sia e come sia, ma ci sentiamo attratti verso di essa. E’ questa una speranza universale, comune agli uomini di tutti i tempi e di tutti luoghi. L’espressione "vita eterna" vorrebbe dare un nome a questa attesa insopprimibile: non una successione senza fine, ma l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia: è questo che speriamo e attendiamo dal nostro essere con Cristo (cfr ivi, 12).

Rinnoviamo quest’oggi la speranza della vita eterna fondata realmente nella morte e risurrezione di Cristo. "Sono risorto e ora sono sempre con te", ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge.

Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce.

La speranza cristiana non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri.

Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché oggi la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti e a sostare presso le loro tombe nei cimiteri. Maria, stella della speranza, renda più forte e autentica la nostra fede nella vita eterna e sostenga la nostra preghiera di suffragio per i fratelli defunti.

DOPO L’ANGELUS

J’accueille avec plaisir les pèlerins francophones rassemblés pour la prière de l’Angélus. Aujourd’hui, notre pensée et notre prière rejoignent tous ceux et toutes celles qui vivent une épreuve suite à la disparition d’un être cher. Nous confions tous les défunts à la bienveillance de Notre-Dame et de saint Joseph. À la suite du Christ ressuscité qui nous a montré le chemin, que notre espérance soit plus forte que notre peine. Avec ma Bénédiction Apostolique.

I offer a warm welcome to the English-speaking visitors gathered for this Angelus prayer. Today, All Souls Day, the Church commemorates the faithful departed and invites us, the living, to pray for their eternal repose in the peace of Christ’s Kingdom. Let us pray in a special way not only for our loved ones who have died, but also for all those who count on the charity of our prayers. Upon you and your families I invoke God’s abundant blessings!

Ganz herzlich begrüße ich die deutschsprachigen Gläubigen zum gemeinsamen Angelus-Gebet am Allerseelentag. Die Kirche lädt uns ein, heute besonders der Verstorbenen zu gedenken und Gott zu bitten, daß er unsere Brüder und Schwestern in seine ewige Herrlichkeit aufnehme. Wenden wir uns vertrauensvoll an die selige Jungfrau Maria, die in der Lauretanischen Litanei als „Pforte des Himmels" angerufen wird. Sie stehe auch uns in der Todesstunde bei, damit wir unsere Sünden bereuen und voll Zuversicht vor das Antlitz Gottes treten können. Der Herr segne euch und eure Familien!

Saludo con afecto a los fieles de lengua española aquí presentes. En la conmemoración de los fieles difuntos, la Iglesia con amor maternal, nos invita a ofrecer sufragios por nuestros seres queridos que han dejado ya este mundo, y de modo especial por los más necesitados de la misericordia de Dios. En nuestra oración personal y en el Sacrificio Eucarístico, pedimos al Señor que los purifique totalmente para que puedan gozar de la paz y del descanso eterno. Que Dios os bendiga.

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Dzisiejsza niedziela łączy w sobie dwie tajemnice: wspominamy wszystkich wiernych zmarłych i obchodzimy pamiątkę zmartwychwstania Chrystusa. To połączenie uświadamia nam, że choć zasmuca nas nieunikniona konieczność śmierci, znajdujemy pociechę w obietnicy przyszłej nieśmiertelności (por. Prefacja). Niech Bóg wam błogosławi!

[Saluto cordialmente i polacchi. La domenica odierna unisce due misteri: ricordiamo tutti i fedeli defunti e celebriamo la memoria della risurrezione di Cristo. Questa congiunzione ci rende consapevoli che "se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura" (cfr Prefazio). Dio vi benedica!]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i ragazzi della parrocchia dei Santi Faustino e Giovita in Modena, con il Parroco, i genitori e i catechisti. A tutti auguro una buona domenica, nel ricordo cristiano dei nostri cari defunti.

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sabato 1 novembre 2008

Il Papa: "Quando consideriamo lo spettacolo della santità, il mondo ci appare come un «giardino»..."


SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI: LO SPECIALE DEL BLOG

ANGELUS: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

L'inno manzoniano per la solennità di tutti i santi: "Quando il poeta diventa teologo" (Inos Biffi per l'Osservatore Romano)

Papa Benedetto XVI: "I santi sono persone come noi"

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 01.11.2008

Alle ore 12 di oggi, Solennità di Tutti i Santi, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo oggi con grande gioia la festa di Tutti i Santi.

Visitando un vivaio botanico, si rimane stupefatti dinanzi alla varietà di piante e di fiori, e viene spontaneo pensare alla fantasia del Creatore che ha reso la terra un meraviglioso giardino.

Analogo sentimento ci coglie quando consideriamo lo spettacolo della santità: il mondo ci appare come un "giardino", dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione sociale, di ogni lingua, popolo e cultura. Ognuno è diverso dall’altro, con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale.

Tutti però recano impresso il "sigillo" di Gesù (cfr Ap 7,3), cioè l’impronta del suo amore, testimoniato attraverso la Croce. Sono tutti nella gioia, in una festa senza fine, ma, come Gesù, questo traguardo l’hanno conquistato passando attraverso la fatica e la prova (cfr Ap 7,14), affrontando ciascuno la propria parte di sacrificio per partecipare alla gloria della risurrezione.

La solennità di Tutti i Santi si è venuta affermando nel corso del primo millennio cristiano come celebrazione collettiva dei martiri. Già nel 609, a Roma, il Papa Bonifacio IV aveva consacrato il Pantheon dedicandolo alla Vergine Maria e a tutti i Martiri.

Questo martirio, peraltro, possiamo intenderlo in senso lato, cioè come amore per Cristo senza riserve, amore che si esprime nel dono totale di sé a Dio e ai fratelli. Questa meta spirituale, a cui tutti i battezzati sono protesi, si raggiunge seguendo la via delle "beatitudini" evangeliche, che la liturgia ci indica nell’odierna solennità (cfr Mt 5,1-12a).

E’ la stessa via tracciata da Gesù e che i santi e le sante si sono sforzati di percorrere, pur consapevoli dei loro limiti umani. Nella loro esistenza terrena, infatti, sono stati poveri in spirito, addolorati per i peccati, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per la giustizia. E Dio ha partecipato loro la sua stessa felicità: l’hanno pregustata in questo mondo e, nell’aldilà, la godono in pienezza. Sono ora consolati, eredi della terra, saziati, perdonati, vedono Dio di cui sono figli. In una parola: "di essi è il Regno dei cieli" (cfr Mt 5,3.10).

In questo giorno sentiamo ravvivarsi in noi l’attrazione verso il Cielo, che ci spinge ad affrettare il passo del nostro pellegrinaggio terreno. Sentiamo accendersi nei nostri cuori il desiderio di unirci per sempre alla famiglia dei santi, di cui già ora abbiamo la grazia di far parte. Come dice un celebre canto spiritual: "Quando verrà la schiera dei tuoi santi, oh come vorrei, Signore, essere tra loro!". Possa questa bella aspirazione ardere in tutti i cristiani, ed aiutarli a superare ogni difficoltà, ogni paura, ogni tribolazione! Mettiamo, cari amici, la nostra mano in quella materna di Maria, Regina di tutti i Santi, e lasciamoci condurre da Lei verso la patria celeste, in compagnia degli spiriti beati "di ogni nazione, popolo e lingua" (Ap 7,9). Ed uniamo nella preghiera già il ricordo dei nostri cari defunti che domani commemoreremo.

DOPO L’ANGELUS

En ce jour de la Solennité de Tous les Saints, je vous accueille avec joie, chers pèlerins de langue française, en particulier les membres de la famille de sainte Philippine Duchesne. Aujourd’hui, nous honorons la foule immense de tous ceux qui nous ont précédés et qui ont mis leur foi en Dieu, source de toute sainteté. Les saints nous invitent à vivre la joie profonde qui naît de la foi, de l’espérance et de la charité. Avec ma Bénédiction Apostolique.

I offer a warm welcome to the English-speaking visitors gathered for this Angelus prayer. Today’s celebration of the Solemnity of All Saints invites us to rejoice in our communion with the Saints in heaven, to implore their intercession for the Church on earth, and to follow their footsteps in the way of holiness. May the prayers of the Blessed Virgin Mary and all the Saints strengthen us in faith and fervent hope in the fulfilment of Christ’s promises. Upon you and your families I invoke the Lord’s richest blessings!

Von Herzen grüße ich die Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache. Am heutigen Hochfest Allerheiligen richten wir unseren Blick dankbar auf die Wolke der Zeugen, die uns mit ihrem Glauben und durch ihr Leben Vorbilder geworden sind. Die Heiligen, die in der Vollendung Gott sehen, wie er ist (vgl. 1 Joh 3, 2), schauen auch auf uns und beten für uns. In diesem Blickwechsel der Liebe festigt sich die Gemeinschaft der Kirche, die durch alle Zeiten geht. Der Herr behüte euch und mache euch zu Boten seines Friedens.

Dirijo mi más cordial bienvenida a los peregrinos de lengua española. La fiesta de Todos los Santos nos invita a considerar con alegría y gratitud al Señor la llamada a la santidad recibida en el sacramento del bautismo. Siguiendo el ejemplo de los santos y contando con su constante intercesión podremos avanzar con esperanza y humildad en nuestro camino de perfección cristiana. Os deseo a todos una Feliz Fiesta.

Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Wspominamy dzisiaj tych wszystkich, którzy nadzieję pokładali w Bogu i uświęcili się, podobnie jak On jest święty (por. 1J 3, 3). Ich przykład umacnia nas w dobrym życiu, ich słowa nas pouczają, a wstawiennictwo wyprasza nam Bożą opiekę (por. Prefacja). Serdecznie wam błogosławię.

[Rivolgo un cordiale saluto ai polacchi. Ricordiamo oggi tutti coloro che hanno avuto speranza in Dio e si sono santificati come Egli è santo (cfr 1Gv 3, 3). Il loro esempio ci rafforza, il loro insegnamento ci ammaestra e la loro intercessione ci protegge (cfr Prefazio). Vi benedico di cuore.]

Rivolgo, infine, un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alle migliaia di persone, provenienti da ogni parte d’Italia, che hanno partecipato alla prima edizione della "Corsa dei Santi", promossa dalla Congregazione Salesiana, e sono qui presenti insieme con il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Cari amici, siete partiti e arrivati qui a San Pietro, passando per San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le Mura e Santa Maria Maggiore. Sono lieto di questa nuova iniziativa, che esprime la gioia e anche la fatica di "correre" insieme sulla via della santità. Possa tutta la nostra vita essere una "corsa" nella fede e nell’amore, animata dall’esempio dei grandi testimoni del Vangelo! A tutti buona festa di Ognissanti!

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