lunedì 9 giugno 2008

Quando Dio è lasciato da parte niente di ciò che ci preme può trovare una stabile collocazione, tutte le grandi e piccole speranze poggiano nel vuoto


Vedi anche:

Cari fedeli di Roma, voglio parlarvi del problema dell'educazione (lettera del Santo Padre alla diocesi ed alla città di Roma)

Mi rivolgo a voi, giovani, per ricordarvi che voi stessi siete chiamati ad essere gli artefici della vostra crescita morale, culturale e spirituale

I giovani non sono indisponibili a proposte esigenti:anzi, si sentono attratti e spesso affascinati da esse (Discorso in occasione dell'apertura del Convegno della diocesi di Roma, 11 giugno 2007)

Discorso ai partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma (5 giugno 2006)

Discorso ai partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma (6 giugno 2005)

La quarta volta del Papa al convegno della sua diocesi (Rocchi)

L'emergenza educativa, la sfida di tramettere ciò che davvero vale (Corradi)

Il Papa: «Speranza cristiana, fondamento della città» (Mazza)

Papa Ratzinger: «Roma sia più sicura e meno faticosa» (Il Giornale)

BENEDETTO XVI: "LA RESURREZIONE DI CRISTO E' LA PIU' GRANDE MUTAZIONE DELLA STORIA"

Benedetto XVI: "Non è la scienza, ma l'amore a redimere l'uomo". "La preghiera è l’opposto di una fuga dalle nostre responsabilità"(Sir)

APERTURA DEL CONVEGNO DELLA DIOCESI DI ROMA NELLA BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO, 09.06.2008

Alle 19.30 di questa sera il Santo Padre Benedetto XVI si è recato nella Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha inaugurato il Convegno della Diocesi di Roma sul tema: "Gesù è risorto: educare alla speranza nella preghiera, nell’azione, nella sofferenza".
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre ha pronunciato:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

è questa la quarta volta nella quale ho la gioia di essere con voi in occasione del Convegno che riunisce annualmente le molteplici energie vive della Diocesi di Roma, per dare continuità e indicare mete condivise alla nostra pastorale. Rivolgo un saluto affettuoso e cordiale a ciascuno di voi, Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, persone consacrate, laici delle comunità parrocchiali, delle associazioni e movimenti ecclesiali, famiglie, giovani, persone impegnate a vario titolo nell’opera formativa ed educativa. Ringrazio di cuore il Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi.

Dopo aver dedicato per tre anni speciale attenzione alla famiglia, già da due anni abbiamo posto al centro il tema dell’educazione delle nuove generazioni.

E’ un tema che coinvolge anzitutto le famiglie, ma riguarda molto direttamente anche la Chiesa, la scuola e la società intera. Cerchiamo di rispondere così a quella "emergenza educativa" che rappresenta per tutti una grande e ineludibile sfida. L’obiettivo che ci siamo proposti per il prossimo anno pastorale, e sul quale rifletteremo in questo Convegno, fa ancora riferimento all’educazione, nell’ottica della speranza teologale, che si nutre della fede e della fiducia nel Dio che in Gesù Cristo si è rivelato come il vero amico dell’uomo. "Gesù è risorto: educare alla speranza nella preghiera, nell’azione, nella sofferenza" sarà dunque il tema di questa nostra serata.

Gesù risorto dai morti è veramente il fondamento indefettibile su cui poggia la nostra fede e la nostra speranza. Lo è fin dall’inizio, fin dagli Apostoli, che sono stati testimoni diretti della sua risurrezione e l’hanno annunciata al mondo a prezzo della loro vita. Lo è oggi e lo sarà sempre.

Come scrive l’Apostolo Paolo nel capitolo XV della prima Lettera ai Corinzi, "se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede" (v.14), se "noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (v. 19). Ripeto a voi ciò che dissi il 19 ottobre 2006 al Convegno ecclesiale di Verona: "La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande «mutazione» mai accaduta, il «salto» decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazaret, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo".

Nella luce di Gesù risorto dai morti possiamo dunque comprendere le vere dimensioni della fede cristiana, come "speranza che trasforma e sorregge la nostra vita" (Enciclica Spe salvi, 10), liberandoci da quegli equivoci e da quelle false alternative che nel corso dei secoli hanno ristretto e indebolito il respiro della nostra speranza.

In concreto, la speranza di chi crede nel Dio che ha risuscitato Gesù dai morti si protende con tutta se stessa verso quella felicità e quella gioia piena e totale che noi chiamiamo vita eterna, ma proprio per questo investe, anima e trasforma la nostra quotidiana esistenza terrena, dà un orientamento e un significato non effimero alle nostre piccole speranze come agli sforzi che noi compiamo per cambiare e rendere meno ingiusto il mondo nel quale viviamo.

Analogamente, la speranza cristiana riguarda certo in modo personale ciascuno di noi, la salvezza eterna del nostro io e la sua vita in questo mondo, ma è anche speranza comunitaria, speranza per la Chiesa e per l’intera famiglia umana, è cioè "sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me" (ibid., 48).

Nella società e nella cultura di oggi, e quindi anche in questa nostra amata città di Roma, non è facile vivere nel segno della speranza cristiana. Da una parte, infatti, prevalgono spesso atteggiamenti di sfiducia, delusione e rassegnazione, che contraddicono non soltanto la "grande speranza" della fede, ma anche quelle "piccole speranze" che normalmente ci confortano nello sforzo di raggiungere gli obiettivi della vita quotidiana. E’ diffusa cioè la sensazione che, per l’Italia come per l’Europa, gli anni migliori siano ormai alle spalle e che un destino di precarietà e di incertezza attenda le nuove generazioni. Dall’altra parte, le aspettative di grandi novità e miglioramenti si concentrano sulle scienze e le tecnologie, quindi sulle forze e le scoperte dell’uomo, come se solo da esse potesse venire la soluzione dei problemi. Sarebbe insensato negare o minimizzare l’enorme contributo delle scienze e tecnologie alla trasformazione del mondo e delle nostre concrete condizioni di vita, ma sarebbe altrettanto miope ignorare che i loro progressi mettono nelle mani dell’uomo anche abissali possibilità di male e che, in ogni caso, non sono le scienze e le tecnologie a poter dare un senso alla nostra vita e a poterci insegnare a distinguere il bene dal male. Perciò, come ho scritto nella Spe salvi, non è la scienza ma l’amore a redimere l’uomo e questo vale anche nell’ambito terreno e intramondano (n. 26).

Ci avviciniamo così al motivo più profondo e decisivo della debolezza della speranza nel mondo in cui viviamo. Questo motivo alla fine non è diverso da quello indicato dall’Apostolo Paolo ai cristiani di Efeso, quando ricordava loro che, prima di incontrare Cristo, erano "senza speranza e senza Dio nel mondo" (Ef 2,12). La nostra civiltà e la nostra cultura, che pure hanno incontrato Cristo ormai da duemila anni e specialmente qui a Roma sarebbero irriconoscibili senza la sua presenza, tendono tuttavia troppo spesso a mettere Dio tra parentesi, ad organizzare senza di Lui la vita personale e sociale, ed anche a ritenere che di Dio non si possa conoscere nulla, o perfino a negare la sua esistenza.

Ma quando Dio è lasciato da parte nessuna delle cose che veramente ci premono può trovare una stabile collocazione, tutte le nostre grandi e piccole speranze poggiano sul vuoto. Per "educare alla speranza", come ci proponiamo in questo Convegno e nel prossimo anno pastorale, è dunque anzitutto necessario aprire a Dio il nostro cuore, la nostra intelligenza e tutta la nostra vita, per essere così, in mezzo ai nostri fratelli, suoi credibili testimoni.

Nei nostri precedenti Convegni diocesani abbiamo già riflettuto sulle cause dell’attuale emergenza educativa e sulle proposte che possono servire a superarla. Nei mesi scorsi, anche attraverso la mia lettera sul compito urgente dell’educazione, abbiamo inoltre cercato di coinvolgere l’intera città, in particolare le famiglie e le scuole, in questa impresa comune.

Non è quindi necessario ritornare ora su questi aspetti. Vediamo piuttosto come educarci concretamente alla speranza, rivolgendo la nostra attenzione ad alcuni "luoghi" del suo pratico apprendimento ed effettivo esercizio, che ho già individuato nella Spe salvi.

Tra questi luoghi trova posto anzitutto la preghiera, con la quale ci apriamo e ci rivolgiamo a Colui che è l’origine e il fondamento della nostra speranza. La persona che prega non è mai totalmente sola perché Dio è l’unico che, in ogni situazione e in qualunque prova, è sempre in grado di ascoltarla e di aiutarla.

Attraverso la perseveranza nella preghiera il Signore allarga il nostro desiderio e dilata il nostro animo, rendendoci più capaci di accoglierlo in noi. Il giusto modo di pregare è pertanto un processo di purificazione interiore. Dobbiamo esporci allo sguardo di Dio, a Dio stesso e così nella luce del volto di Dio cadono le menzogne, le ipocrisie.

Questo esporsi nella preghiera al volto di Dio è realmente una purificazione che ci rinnova, ci libera e ci apre non solo a Dio, ma anche ai fratelli. E’ dunque l’opposto di una fuga dalle nostre responsabilità verso il prossimo. Al contrario, attraverso la preghiera impariamo a tenere il mondo aperto a Dio e a diventare ministri della speranza per gli altri.

Perché parlando con Dio vediamo tutta la comunità della Chiesa, comunità umana, tutti i fratelli, e impariamo così la responsabilità per gli altri e anche la speranza che Dio ci aiuta nel nostro cammino. Educare alla preghiera, apprendere "l’arte della preghiera" dalle labbra del Maestro divino, come i primi discepoli che gli chiedevano "Signore, insegnaci a pregare!" (Lc 11,1), è pertanto un compito essenziale. Imparando la preghiera, impariamo a vivere e dobbiamo sempre con la Chiesa e con il Signore in cammino pregare meglio per viver meglio. Come ci ricordava l’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, "le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche «scuole» di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprime soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero «invaghimento» del cuore" (n. 33): così la speranza cristiana crescerà in noi. E crescerà con la speranza l’amore di Dio e del prossimo.

Nell’Enciclica Spe salvi ho scritto: "Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto" (n. 35). Come discepoli di Gesù partecipiamo dunque con gioia allo sforzo per rendere più bello, più umano e fraterno il volto di questa nostra città, per rinvigorire la sua speranza e la gioia di un’appartenenza comune. Cari fratelli e sorelle, proprio la consapevolezza acuta e diffusa dei mali e dei problemi che Roma porta dentro di sé sta risvegliando la volontà di un tale sforzo comune: è nostro compito darvi il nostro specifico contributo, a cominciare da quello snodo decisivo che è l’educazione e la formazione della persona, ma affrontando con spirito costruttivo anche i molti altri problemi concreti che rendono spesso faticosa la vita di chi abita in questa città. Cercheremo, in particolare, di promuovere una cultura e un’organizzazione sociale più favorevoli alla famiglia e all’accoglienza della vita, oltre che alla valorizzazione delle persone anziane, tanto numerose tra la popolazione di Roma. Lavoreremo per dare risposta a quei bisogni primari che sono il lavoro e la casa, soprattutto per i giovani. Condivideremo l’impegno per rendere la nostra città più sicura e "vivibile", ma opereremo perché essa lo sia per tutti, in particolare per i più poveri, e perché non sia escluso l’immigrato che viene tra noi con l’intenzione di trovare uno spazio di vita nel rispetto delle nostre leggi.

Non ho bisogno di entrare più concretamente in queste problematiche, che voi ben conoscete, perché le vivete quotidianamente. Desidero sottolineare piuttosto quell’atteggiamento e quello stile con cui lavora e si impegna colui che pone la sua speranza anzitutto in Dio.

E’ in primo luogo un atteggiamento di umiltà, che non pretende di avere sempre successo, o di essere in grado di risolvere ogni problema con le proprie forze. Ma è anche, e per lo stesso motivo, un atteggiamento di grande fiducia, di tenacia e di coraggio: il credente sa infatti che, nonostante tutte le difficoltà e i fallimenti, la sua vita, il suo operare e la storia nel suo insieme sono custoditi nel potere indistruttibile dell’amore di Dio; che essi pertanto non sono mai senza frutto e privi di senso. In questa prospettiva possiamo comprendere più facilmente che la speranza cristiana vive anche nella sofferenza, anzi, che proprio la sofferenza educa e fortifica a titolo speciale la nostra speranza. Dobbiamo certamente "fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche" (Spe salvi, 36) e grandi progressi sono stati effettivamente compiuti, in particolare nella lotta contro il dolore fisico. Non possiamo però eliminare del tutto la sofferenza dal mondo, perché non è in nostro potere prosciugare le sue fonti: la finitezza del nostro essere e il potere del male e della colpa. Di fatto, la sofferenza degli innocenti e anche i disagi psichici tendono purtroppo a crescere nel mondo.

In realtà, l’esperienza umana di oggi e di sempre, in particolare l’esperienza dei Santi e dei Martiri, conferma la grande verità cristiana che non la fuga davanti al dolore guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e di maturare in essa, trovandovi un senso mediante l’unione a Cristo. Nel rapporto con la sofferenza e con le persone sofferenti si determina pertanto la misura della nostra umanità, per ciascuno di noi come per la società in cui viviamo.

Alla fede cristiana spetta questo merito storico, di aver suscitato nell’uomo, in maniera nuova e a una profondità nuova, la capacità di condividere anche interiormente la sofferenza dell’altro, che così non è più solo nella sua sofferenza, e anche di soffrire per amore del bene, della verità e della giustizia: tutto questo sta molto al di sopra delle nostre forze, ma diventa possibile a partire dal com-patire di Dio per amore dell’uomo nella passione di Cristo.

Cari fratelli e sorelle, educhiamoci ogni giorno alla speranza che matura nella sofferenza. Siamo chiamati a farlo in primo luogo quando siamo personalmente colpiti da una grave malattia o da qualche altra dura prova. Ma cresceremo ugualmente nella speranza attraverso l’aiuto concreto e la vicinanza quotidiana alla sofferenza sia dei nostri vicini e familiari sia di ogni persona che è il nostro prossimo, perché ci accostiamo a lei con atteggiamento di amore. E ancora, impariamo ad offrire al Dio ricco di misericordia le piccole fatiche dell’esistenza quotidiana, inserendole umilmente nel grande "com-patire" di Gesù, in quel tesoro di compassione di cui ha bisogno il genere umano. La speranza dei credenti in Cristo non può, comunque, fermarsi a questo mondo, ma è intrinsecamente orientata verso la comunione piena ed eterna con il Signore. Perciò verso la fine della mia Enciclica mi sono soffermato sul Giudizio di Dio come luogo di apprendimento e di esercizio della speranza. Ho cercato così di rendere di nuovo in qualche modo familiare e comprensibile all’umanità e alla cultura del nostro tempo la salvezza che ci è promessa nel mondo al di là della morte, sebbene di quel mondo non possiamo avere quaggiù una vera e propria esperienza. Per restituire all’educazione alla speranza le sue vere dimensioni e la sua motivazione decisiva, noi tutti, a cominciare dai sacerdoti e dai catechisti, dobbiamo rimettere al centro della proposta della fede questa grande verità, che ha la sua "primizia" in Gesù Cristo risorto dai morti (cfr 1 Cor 15,20-23).

Cari fratelli e sorelle, termino questa riflessione ringraziando ciascuno di voi per la generosità e la dedizione con cui lavorate nella vigna del Signore e vi chiedo di custodire sempre dentro di voi, di alimentare e rafforzare anzitutto con la preghiera il grande dono della speranza cristiana. Lo chiedo in modo speciale a voi giovani, che siete chiamati a fare vostro questo dono nella libertà e nella responsabilità, per vivificare attraverso di esso il futuro della nostra amata città. Affido a Maria Santissima, Stella della speranza, ognuno di voi e tutta la Chiesa di Roma. La mia preghiera, il mio affetto e la mia benedizione vi accompagnano in questo Convegno e nell’anno pastorale che ci attende.

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Il Papa ai futuri nunzi: "Vostro compito sarà quello di proclamare l’annuncio del Vangelo in ambienti talora molto lontani dall'esperienza cristiana"


UDIENZA ALLA COMUNITÀ DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA ECCLESIASTICA, 09.06.2008

Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i membri della Comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Venerato Fratello,
cari Sacerdoti della Pontificia Accademia Ecclesiastica
,

sono lieto di accogliervi e rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto. Saluto, in primo luogo, il vostro Presidente, Monsignor Beniamino Stella, e lo ringrazio per i devoti sentimenti che mi ha manifestato a nome di tutti. Saluto i suoi Collaboratori e, con speciale affetto, saluto voi, cari Alunni. Il nostro incontro ha luogo in questo mese di giugno, in cui è particolarmente viva nel popolo cristiano la devozione al Sacro Cuore di Gesù, fornace inesauribile a cui attingere amore e misericordia da testimoniare e diffondere tra tutti i membri del Popolo di Dio. A questa fonte dobbiamo abbeverarci anzitutto noi, sacerdoti, per poter comunicare agli altri la tenerezza divina, nello svolgimento dei diversi ministeri che la Provvidenza ci affida.

Ognuno di voi, cari Sacerdoti, cresca sempre più nella conoscenza di questo divino amore: solo così potrete portare a compimento, con una fedeltà senza compromessi, la missione alla quale vi state preparando in questi anni di studio.

Il ministero apostolico e diplomatico a servizio della Santa Sede, che espleterete laddove sarete inviati, domanda competenze che non si possono improvvisare: fate tesoro pertanto di questo periodo della vostra formazione per essere poi in grado di affrontare in modo adeguato ogni situazione. Nel vostro quotidiano lavoro verrete a contatto con realtà ecclesiali da comprendere e sostenere; vivrete spesso lontano dalla vostra terra di origine in Paesi che imparerete a conoscere e ad amare; dovrete accostare il mondo della diplomazia bilaterale e multilaterale, ed essere pronti ad offrire non solo l’apporto della vostra esperienza diplomatica, ma anche, e soprattutto, la vostra testimonianza sacerdotale. Per questo, oltre la necessaria e doverosa preparazione giuridica, teologica e diplomatica, quel che più conta è che improntiate la vostra vita e la vostra attività ad un amore fedele a Cristo e alla Chiesa, che susciti in voi una accogliente premura pastorale verso tutti.

Per adempiere fedelmente a questo compito, cercate fin d’ora di "vivere nella fede del Figlio di Dio" (Gal 2, 20), sforzatevi cioè di essere Pastori secondo il cuore di Cristo, che intrattengono con Lui un quotidiano ed intimo colloquio. E’ l’unità con Gesù il segreto dell’autentico successo del ministero di ogni sacerdote.

Qualsiasi lavoro svolgerete nella Chiesa, preoccupatevi di essere sempre veri suoi amici, amici fedeli che lo hanno incontrato e hanno imparato ad amarlo al di sopra di ogni altra cosa. La comunione con Lui, il divin Maestro delle nostre anime, vi assicurerà la serenità e la pace anche nei momenti più complessi e difficili.

Immersa nel vortice di una attività frenetica, l’umanità corre spesso il pericolo di smarrire il senso dell’esistenza, mentre una certa cultura contemporanea pone in dubbio ogni valore assoluto, e persino la possibilità di conoscere la verità e il bene. Per questo c’è bisogno di testimoniare la presenza di Dio, di un Dio che comprenda l’uomo e sappia parlare al suo cuore. Vostro compito sarà proprio quello di proclamare con il vostro modo di vivere, ancor prima che con le vostre parole, l’annuncio gioioso e consolante del Vangelo dell’amore in ambienti talora molto lontani dall’esperienza cristiana. Siate, dunque, ogni giorno ascoltatori docili della Parola di Dio, vivete in essa e di essa, così da renderla presente nella vostra attività sacerdotale. Annunciate la Verità che è Cristo. La preghiera, la meditazione e l’ascolto della Parola di Dio siano per voi pane quotidiano. Se crescerà in voi la comunione con Gesù, se vivrete di Lui e non solo per Lui, irradierete il suo amore e la sua gioia attorno a voi.

Accanto all’ascolto quotidiano della Parola di Dio, la Celebrazione dell’Eucaristia sia il cuore e il centro di ogni vostra giornata e di tutto il vostro ministero. Il sacerdote, come ogni battezzato, vive della comunione eucaristica con il Signore. Non ci si può accostare quotidianamente al Signore, pronunciare le tremende e stupende parole "Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue", non si può prendere tra le mani il Corpo e il Sangue del Signore, senza lasciarsi afferrare da Lui, senza lasciarsi conquistare dal suo fascino, senza permettere che il suo amore infinito ci cambi interiormente. L’Eucaristia diventi per voi scuola di vita, nella quale il sacrificio di Gesù sulla Croce vi insegni a fare di voi stessi un totale dono ai fratelli. Il Rappresentante pontificio, nello svolgimento della sua missione, è chiamato ad offrire questa testimonianza di accoglienza verso il prossimo, frutto di un'unione costante con Cristo.

Cari Sacerdoti dell’Accademia Ecclesiastica, grazie nuovamente per questa vostra visita, che mi permette di sottolineare l’importanza del ruolo e della funzione dei Nunzi Apostolici, offrendomi al tempo stesso l’occasione di ringraziare tutti coloro che lavorano nelle Nunziature e nel servizio diplomatico della Santa Sede.
Un particolare saluto ed augurio formulo a quanti tra voi stanno per lasciare l’Accademia e per assumere il loro primo incarico: il Signore vi sostenga e vi accompagni con la sua grazia. Tutti vi affido, cari fratelli, alla protezione della Santa Madre di Dio, modello e conforto per quanti tendono alla santità e si dedicano alla causa del Regno. Veglino su di voi il Patrono dell’Accademia Ecclesiastica, sant’Antonio Abate, san Pietro e san Paolo, del quale ci apprestiamo a celebrare un anno giubilare in occasione del bimillennario della nascita. Vi accompagni sempre anche la mia preghiera e la Benedizione, che imparto di cuore a ciascuno di voi, alle Reverende Suore, al Personale dell’Accademia e a tutti i vostri cari.

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Il saluto dell'arcivescovo Stella al Papa durante l'udienza alla Pontificia Accademia Ecclesiastica

Il servizio alla Santa Sede esige buoni e bravi sacerdoti

Pubblichiamo di seguito il saluto rivolto al Papa dal presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, l'arcivescovo Beniamino Stella, durante l'udienza svoltasi nella mattina di lunedì 9 giugno, nella Sala dei Papi.

Beatissimo Padre,

I 25 sacerdoti alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica, provenienti da una quindicina di Paesi, hanno oggi il privilegio e la grande gioia di essere alla presenza di vostra Santità per porgerle il loro saluto filiale e per sentire la sua parola, a sostegno ed incoraggiamento del loro cammino di formazione alla missione che li attende.
Essi sono stati inviati a Roma dai rispettivi loro vescovi, in risposta alla richiesta espressa dai collaboratori di vostra Santità. Sono coscienti delle difficoltà del loro futuro compito e sono disposti a lasciare la loro terra e le loro diocesi per lavorare per la Chiesa universale, al servizio della Santa Sede, in favore delle Chiese locali.
Da pochi mesi mi trovo alla guida della Pontificia Accademia Ecclesiastica; desidero ringraziare vivamente vostra Santità per la fiducia che ha voluto paternamente dimostrarmi, nell'affidarmi l'incarico di cercare i nuovi alunni, di fare un accurato discernimento circa le loro qualità umane e sacerdotali ed accompagnarli nel loro cammino verso il servizio che sarà loro assegnato.
È loro proposito e preoccupazione quotidiana di essere soprattutto dei buoni e bravi sacerdoti, con una marcata aspirazione ad avere come unico amore della loro vita Gesù e la Chiesa; ciò vale certo per tutti i sacerdoti del mondo; ma questi, forse più che altri, dovranno distinguersi per una grande disponibilità al sacrificio, con uno sguardo permanente alla croce di Gesù, specialmente nei primi anni del loro servizio, in genere, presso le Chiese missionarie.
Tale invio e tale missione li espongono certamente ad essere guardati e scrutati da vicino; sanno pertanto che la trasparenza di vita, lo spirito di accoglienza e di ascolto e la laboriosità nelle loro giornate devono essere caratteristiche ben evidenziate nel loro profilo spirituale ed apostolico. Sono mete tutte in salita, da perseguire in un contesto culturale che non aiuta, anzi piuttosto tende a sminuire e a scoraggiare nel cuore l'entusiasmo e la dedizione.
La sua parola, Santità, ci aiuti e ci sostenga; la sua preghiera ci accompagni sempre e le sue direttive ci possano guidare nel confrontarci con un ideale di vita sacerdotale e di servizio alla Chiesa, difficile ed umanamente a volte meno gratificante.
Imploriamo, Santità, la sua benedizione a sostegno delle nostre aspirazioni e del nostro impegno di vita sacerdotale, che vuole essere generoso e fedele. Grazie per il dono singolare di averci ammessi alla sua presenza ad ascoltare la sua parola.

(©L'Osservatore Romano - 9-10 giugno 2008)

domenica 8 giugno 2008

Il Papa: "La vera religione consiste nell’amore di Dio e del prossimo. Ecco ciò che dà valore al culto e alla pratica dei precetti"


(Caravaggio, "Vocazione di San Matteo")

ANGELUS DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 08.06.2008

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Al centro della liturgia della Parola di questa Domenica sta un’espressione del profeta Osea che Gesù riprende nel Vangelo: "Voglio l’amore e non il sacrificio, / la conoscenza di Dio più degli olocausti" (Os 6,6).

Si tratta di una parola-chiave, una di quelle che ci introducono nel cuore della Sacra Scrittura. Il contesto, in cui Gesù la fa propria, è la vocazione di Matteo, di professione "pubblicano", vale a dire esattore delle tasse per conto dell’autorità imperiale romana: per ciò stesso, egli veniva considerato dai Giudei un pubblico peccatore. Chiamatolo proprio mentre era seduto al banco delle imposte – illustra bene questa scena un celeberrimo dipinto del Caravaggio –, Gesù si recò a casa di lui con i discepoli e si pose a mensa insieme con altri pubblicani.

Ai farisei scandalizzati rispose: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,12-13). L’evangelista Matteo, sempre attento al legame tra l’Antico e il Nuovo Testamento, a questo punto pone sulle labbra di Gesù la profezia di Osea: "Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio".

E’ tale l’importanza di questa espressione del profeta che il Signore la cita nuovamente in un altro contesto, a proposito dell’osservanza del sabato (cfr Mt 12,1-8). Anche in questo caso Egli si assume la responsabilità dell’interpretazione del precetto, rivelandosi quale "Signore" delle stesse istituzioni legali. Rivolto ai farisei aggiunge: "Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa" (Mt 12,7). Dunque, in questo oracolo di Osea Gesù, Verbo fatto uomo, si è, per così dire, "ritrovato" pienamente; l’ha fatto proprio con tutto il suo cuore e l’ha realizzato con il suo comportamento, a costo persino di urtare la suscettibilità dei capi del suo popolo.

Questa parola di Dio è giunta a noi, attraverso i Vangeli, come una delle sintesi di tutto il messaggio cristiano: la vera religione consiste nell’amore di Dio e del prossimo. Ecco ciò che dà valore al culto e alla pratica dei precetti.

Rivolgendoci ora alla Vergine Maria, domandiamo per sua intercessione di vivere sempre nella gioia dell’esperienza cristiana. Madre di Misericordia, la Madonna susciti in noi sentimenti di filiale abbandono nei confronti di Dio, che è misericordia infinita; ci aiuti a fare nostra la preghiera che sant’Agostino formula in un noto passo delle sue Confessioni: "Abbi pietà di me, Signore! Ecco, io non nascondo le mie ferite: tu sei il medico, io il malato; tu sei misericordioso, io misero… Ogni mia speranza è posta nella tua grande misericordia" (X, 28.39; 29.40).

DOPO L’ANGELUS

Chers pèlerins francophones, je vous salue cordialement. L’Évangile du jour nous montre le visage d’amour et de miséricorde de Jésus, qui mange avec les publicains et les pécheurs. Puissiez-vous découvrir ce visage du Seigneur pour vous, notamment dans les Sacrements du Pardon et de l’Eucharistie, et devenir autour de vous des témoins de l’amour de Dieu pour toute l’humanité. Avec ma Bénédiction apostolique.

I greet all the English-speaking visitors present at today’s Angelus, especially the group of pilgrims from Malmö in Sweden. I pray that your visit to Rome may strengthen your faith and deepen your love for Jesus Christ, our Lord and Saviour. In this Sunday’s Gospel, we hear how Jesus called Matthew, the tax collector. Immediately Matthew rose and became a follower of our Lord. Let us be prepared to turn away from everything that separates us from God, so that we too can respond generously to his call. Upon all of you here today, and upon your families and loved ones at home, I invoke God’s abundant blessings.

Gerne grüße ich die Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache. Die Trennung von Gott, die Sünde macht den Menschen krank. Er leidet an seiner Ichbezogenheit, die ihm keinen Raum zum wahren Leben läßt. Christus ist der Arzt, der uns Heilung bringt und uns gesund macht. Er will unser Leben auf Gott und auf die anderen hin öffnen. Nehmen wir seine heilende Liebe in uns auf und schenken wir sie den Menschen um uns weiter. Dann leben wir wirklich. Euch allen wünsche ich einen gesegneten Sonntag und eine gute Woche.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana, en particular a los fieles de la Parroquia de San Saturnino, de Alcorcón, y del Colegio San José, de Reus. Os invito a que os acerquéis con confianza a Jesucristo, médico que sana los corazones y llama sin cesar a la conversión, para que inspirados por Él, penséis lo que es recto y lo cumpláis con su ayuda. Feliz domingo a todos.

Saúdo agora os peregrinos de língua portuguesa, especialmente os Brasileiros da Paróquia Imaculada Conceição da Diocese de São João da Boa Vista, e todos aqueles que estão unidos a nós através desta oração à Virgem Maria. Que a vossa fé seja humilde e firme, e vossa misericórdia com todos seja conforme o coração de Cristo, nossa paz. A todos dou de coração a minha Bênção Apostólica.

Moje serdeczne pozdrowienie przekazuję wszystkim Polakom. Dzisiaj szczególnie modlę się za górników, którzy zginęli w środę w katastrofie w kopalni Borynia. Upraszam dla nich łaskę życia wiecznego, ducha męstwa dla ich rodzin i powrót do zdrowia dla rannych. Niech Miłosierny Bóg zachowa nas od nagłej i niespodzianej śmierci. Niech was chroni, prowadzi i wam błogosławi.

[Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Rivolgo oggi una particolare preghiera per i minatori che mercoledì scorso hanno perso la vita nella catastrofe nella miniera Borynia. Supplico per loro la grazia dell’eterno riposo, spirituale conforto per le loro famiglie e pronta guarigione per i feriti. Che Dio misericordioso ci preservi dalla morte improvvisa. Egli vi protegga, vi guidi e vi benedica.]

Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Ricaldone (diocesi di Acqui Terme), da Torino, Nogara e Montòpoli in Val d’Arno, come pure i bambini della Prima Comunione di Alberoro. A tutti auguro una buona domenica.

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DISCORSI ED OMELIE DEL SANTO PADRE A SANTA MARIA DI LEUCA E BRINDISI


VISITA PASTORALE DEL PAPA A SANTA MARIA DI LEUCA E BRINDISI (14-15 GIUGNO 2008): LO SPECIALE DEL BLOG

DISCORSI ED OMELIE DEL SANTO PADRE A BRINDISI

Il Papa: "Il momento della preghiera è il più importante nella vita del sacerdote, quello in cui agisce con più efficacia la grazia divina" (Discorso al clero di Brindisi, 15 giugno 2008)

Il Papa: "Maria difenda sempre questa vostra Città e Regione, l’Italia, l’Europa e il mondo intero dalle tempeste che minacciano la fede e i veri valori" (Parole del Santo Padre alla recita dell'Angelus, 15 giugno 2008)

Il Papa a Brindisi: "Gesù non chiamò gli Apostoli perché erano già santi, ma affinché lo diventassero. Come noi. Come tutti i cristiani" (Omelia della Santa Messa presso la Banchina di Sant'Apollinare nel Porto di Brindisi, 15 giugno 2008)

Il Papa ai giovani di Brindisi: "Cristo è esigente e rifugge dalle mezze misure. Egli sa di poter contare sulla vostra generosità e coerenza: per questo si attende molto da voi" (Discorso del Santo Padre alla cittadinanza ed ai giovani a Brindisi, 14 giugno 2008)

DISCORSI ED OMELIE DEL SANTO PADRE A SANTA MARIA DI LEUCA

Il Papa: "A nulla vale proiettarsi fino ai confini della terra, se prima non ci si ama e non ci si aiuta gli uni gli altri all’interno della comunità cristiana" (Omelia della Santa Messa presso il Santuario di Santa Maria de finibus terrae di Santa Maria di Leuca, 14 giugno 2008)

sabato 7 giugno 2008

Il Papa: "Il dialogo interreligioso esige formazione e discernimento per scoprire la verità"


Vedi anche:

Il Papa: un dialogo interreligioso autentico può esservi solo tra persone preparate alla multiculturalità, consapevoli e rispettose della fede altrui

Il Papa alla plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso

Il dialogo esige formazione e discernimento per scoprire la verità

Occorrono discernimento, formazione e informazione per promuovere un autentico dialogo tra le religioni: lo ha ricordato Benedetto XVI nel discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ricevuti in udienza nella mattina di sabato 7 giugno, nella Sala del Concistoro. Il Papa ha anche esortato i cristiani a "proporre" e non "imporre" la propria fede ai seguaci di altre religioni.

L'aiuto ai malati, alle vittime dei disastri naturali o della violenza, agli anziani e ai poveri, costituisce un terreno comune di collaborazione tra le religioni. Lo ha sottolineato il Papa incontrando i partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso nella mattina di sabato 7 giugno, nella Sala del Concistoro. Di seguito una nostra traduzione del suo discorso.

Eminenza,
Cari Fratelli Vescovi,
Signore e Signori
,

Sono lieto di avere questa opportunità di incontrarvi alla conclusione della decima Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligoso. A voi tutti che partecipate a questo importante incontro porgo cordiali saluti. Ringrazio in particolare il Cardinale Jean-Louis Tauran per le sue cortesi parole.
"Dialogo in veritate et caritate: orientamenti pastorali" questo è il tema della vostra Assemblea Plenaria. Apprendo con gioia che in queste giornate avete cercato di pervenire a una comprensione più profonda dell'approccio della Chiesa cattolica verso i membri di altre tradizioni religiose. Avete considerato l'obiettivo più ampio del dialogo, che è scoprire la verità, e la sua motivazione, che è la carità, in ottemperanza alla missione divina affidata alla Chiesa da nostro Signore Gesù Cristo.

All'inizio del mio pontificato ho affermato che "la Chiesa vuole continuare a costruire ponti di amicizia con i seguaci di tutte le religioni, al fine di ricercare il bene autentico di ogni persona e della società nel suo insieme" (Discorso ai Rappresentanti delle Chiese e comunità ecclesiali e di altre Religioni non cristiane, 25 aprile 2005).
Mediante il ministero dei Successori di Pietro, inclusa l'opera del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e gli sforzi degli ordinari locali e del popolo di Dio nel mondo, la Chiesa continua a raggiungere i seguaci di altre religioni. In tal modo esprime un desiderio di incontro e di collaborazione in verità e libertà. Come ha affermato il mio venerato Predecessore, Papa Paolo vi, la responsabilità principale della Chiesa è il servizio alla verità: "verità su Dio, verità sull'uomo e sul suo destino misterioso, verità sul mondo. Verità difficile che ricerchiamo nella Parola di Dio" (Evangelii nuntiandi, n. 78).
Gli esseri umani cercano risposte ad alcune domande esistenziali: qual è l'origine e il destino degli esseri umani? Che cosa sono il bene e il male? Che cosa attende gli esseri umani alla fine della loro esistenza terrena? Tutti hanno il dovere naturale e l'obbligo morale di ricercare la verità. Conosciutala, sono tenuti ad aderire ad essa e a ordinare la propria vita secondo le sue esigenze (cfr Nostra Aetate, 1 e Dignitatis humanae, n. 2).
Cari amici, "Caritas Christi urge nos" (2 Cor 5, 14). È l'amore di Cristo che esorta la Chiesa a raggiungere ogni essere umano senza distinzione, oltre i confini della Chiesa visibile. La fonte della missione della Chiesa è l'amore divino. Questo amore è rivelato in Cristo e reso presente dall'azione dello Spirito Santo. Tutte le attività della Chiesa sono pervase dall'amore (cfr Ad gentes, 2-5; Evangelii nuntiandi, n. 26 e Dialogo e missione, n. 9).
È dunque l'amore che esorta ogni credente ad ascoltare l'altro e a cercare aree di collaborazione. Incoraggia gli interlocutori cristiani nel dialogo con i seguaci di altre religioni a proporre, ma non a imporre, la fede in Cristo che è "la via, la verità e la vita" (Gv 14, 16). Come ho affermato nelle mie recenti Encicliche, la fede cristiana ci ha mostrato che "verità, giustizia, amore non sono semplicemente ideali, ma realtà di grandissima densità" (Spe salvi, n. 39). Per la Chiesa "la carità non è una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza" (Deus caritas est, n. 25).

La grande proliferazione di incontri interreligiosi nel mondo di oggi richiede discernimento. A questo proposito, sono lieto di osservare che in queste giornate avete riflettuto sugli orientamenti pastorali per il dialogo interreligioso. A partire dal Concilio Vaticano ii si è prestata attenzione agli elementi spirituali che le diverse tradizioni religiose hanno in comune. In numerosi modi, ciò ha contribuito a edificare ponti di comprensione al di là dei confini religiosi.

So che durante i vostri dibattiti avete considerato alcune questioni di interesse pratico nei rapporti interreligiosi: l'identità degli interlocutori del dialogo, l'educazione religiosa nelle scuole, la conversione, il proselitismo, la reciprocità, la libertà religiosa e il ruolo dei responsabili religiosi nella società. Queste sono questioni importanti alle quali i responsabili che vivono e operano in società pluralistiche devono prestare molta attenzione.

È importante evidenziare la necessità di una buona formazione per quanti promuovono il dialogo interreligioso, che per essere autentico deve essere un cammino di fede. Com'è necessario, dunque, per i suoi promotori essere ben formati nelle loro convinzioni e ben informati su quelle degli altri!

Per questo motivo incoraggio gli sforzi del Pontifico Consiglio per il Dialogo Interreligioso volti a organizzare corsi di formazione e programmi di dialogo interreligioso per differenti gruppi cristiani, in particolare seminaristi e giovani negli istituti educativi terziari.
La collaborazione interreligiosa offre opportunità di esprimere gli ideali più elevati di ogni tradizione religiosa. Assistere i malati, recare soccorso alle vittime dei disastri naturali o della violenza, prendersi cura degli anziani e dei poveri: queste sono alcune delle aree in cui le persone di differenti religioni collaborano. Incoraggio quanti sono ispirati dall'insegnamento delle loro religioni ad aiutare i membri sofferenti della società.
Cari amici, alla fine della vostra Assemblea Plenaria, vi ringrazio per il lavoro svolto. Vi chiedo di portare il messaggio di buona volontà del Successore di Pietro al vostro gregge cristiano e a tutti i vostri amici di altre religioni. Di cuore vi imparto la mia Benedizione Apostolica quale pegno di grazia e di pace in nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

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(©L'Osservatore Romano - 8 giugno 2008)

"La modernità non è un semplice fenomeno culturale, storicamente datato; essa in realtà implica una più esatta comprensione della natura dell’uomo"


Vedi anche:

Il Papa: "Favorire un dialogo fecondo tra fede e ragione per rispondere alle sfide della modernità" (Radio Vaticana)

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL VI SIMPOSIO EUROPEO DEI DOCENTI UNIVERSITARI, 07.06.2008

Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala Clementina, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Partecipanti al VI Simposio Europeo dei Docenti Universitari, sul tema: "Allargare gli orizzonti della razionalità. Prospettive per la Filosofia" (Roma, 5-8 giugno 2008).
Riportiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge loro:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Cardinale,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Docenti
,

è per me motivo di profonda gioia incontrarvi in occasione del VI Simposio europeo dei Docenti universitari sul tema "Allargare gli orizzonti della razionalità. Prospettive per la Filosofia", promosso dai Docenti delle Università di Roma e organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma in collaborazione con le Istituzioni regionali, provinciali e del Comune di Roma. Ringrazio il Signor Cardinale Camillo Ruini e il Prof. Cesare Mirabelli, che si sono fatti interpreti dei vostri sentimenti, e rivolgo a tutti i presenti il mio cordiale benvenuto.

In continuità con l’incontro europeo dei Docenti universitari dello scorso anno, il vostro Simposio affronta un tema di grande rilevanza accademica e culturale. Desidero esprimere la mia gratitudine al Comitato organizzatore per tale scelta che ci permette, tra l’altro, di celebrare il decennale della pubblicazione della Lettera Enciclica Fides et ratio del mio amato predecessore, il Papa Giovanni Paolo II. Già in quella occasione cinquanta Docenti di filosofia delle Università di Roma, pubbliche e pontificie, manifestarono la loro gratitudine al Papa con una dichiarazione nella quale si ribadiva l’urgenza del rilancio dello studio della filosofia nelle Università e nelle Scuole. Condividendo tale preoccupazione e incoraggiando la fruttuosa collaborazione tra i Docenti di diversi Atenei, romani ed europei, desidero rivolgere ai Docenti di filosofia un particolare invito a proseguire con fiducia nella ricerca filosofica investendo energie intellettuali e coinvolgendo le nuove generazioni in tale impegno.

Gli eventi succedutisi nei dieci anni trascorsi dalla pubblicazione dell’Enciclica hanno delineato con maggiore evidenza lo scenario storico e culturale nel quale la ricerca filosofica è chiamata ad inoltrarsi. Infatti la crisi della modernità non è sinonimo di declino della filosofia; anzi la filosofia deve impegnarsi in un nuovo percorso di ricerca per comprendere la vera natura di tale crisi (cfr Discorso all’incontro europeo dei Docenti universitari, del 23 giugno 2007) e individuare prospettive nuove verso cui orientarsi.

La modernità, se ben compresa, rivela una "questione antropologica" che si presenta in modo molto più complesso e articolato di quanto non avvenisse nelle riflessioni filosofiche degli ultimi secoli, soprattutto in Europa. Senza sminuire i tentativi compiuti, rimane ancora molto da indagare e da comprendere.

La modernità non è un semplice fenomeno culturale, storicamente datato; essa in realtà implica una nuova progettualità, una più esatta comprensione della natura dell’uomo. Non è difficile cogliere negli scritti di autorevoli pensatori contemporanei un’onesta riflessione sulle difficoltà che si frappongono alla soluzione di questa prolungata crisi. L’apertura di credito che taluni autori propongono nei confronti delle religioni e, in particolare, del cristianesimo, è un segno evidente del sincero desiderio di far uscire dall’autosufficienza la riflessione filosofica.

Fin dall’inizio del mio pontificato ho ascoltato con attenzione le richieste che mi giungono dagli uomini e dalle donne del nostro tempo e, alla luce di tali attese, ho voluto offrire una proposta di indagine che mi sembra possa suscitare interesse per il rilancio della filosofia e del suo ruolo insostituibile all’interno del mondo accademico e culturale.

Voi ne avete fatto oggetto di riflessione nel vostro Simposio: è la proposta di "allargare gli orizzonti della razionalità". Ciò mi consente di soffermarmi su di essa con voi come tra amici che desiderano fare un percorso comune di ricerca.
Vorrei partire da una profonda convinzione, che più volte ho espresso: "La fede cristiana ha fatto la sua scelta netta: contro gli dei della religione per il Dio dei filosofi, vale a dire contro il mito della sola consuetudine per la verità dell’essere" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, cap. III).

Tale affermazione, che rispecchia il cammino del cristianesimo fin dai suoi albori, si rivela pienamente attuale nel contesto storico culturale che stiamo vivendo. Infatti solo a partire da tale premessa, che è storica e teologica ad un tempo, è possibile venire incontro alle nuove attese della riflessione filosofica. Il rischio che la religione, anche quella cristiana, sia strumentalizzata come fenomeno surrettizio è molto concreto anche oggi.

Ma il cristianesimo, come ho ricordato nell’Enciclica Spe salvi, non è soltanto un messaggio informativo, ma performativo (cfr n. 2). Ciò significa che da sempre la fede cristiana non può essere rinchiusa nel mondo astratto delle teorie, ma deve essere calata in un’esperienza storica concreta che raggiunga l’uomo nella verità più profonda della sua esistenza. Questa esperienza, condizionata dalle nuove situazioni culturali e ideologiche, è il luogo che la ricerca teologica deve valutare e su cui è urgente avviare un dialogo fecondo con la filosofia. La comprensione del cristianesimo come reale trasformazione dell’esistenza dell’uomo, se da un lato spinge la riflessione filosofica ad un nuovo approccio con la religione, dall’altro la incoraggia a non perdere la fiducia di poter conoscere la realtà. La proposta di "allargare gli orizzonti della razionalità" non va, pertanto, semplicemente annoverata tra le nuove linee di pensiero teologico e filosofico, ma deve essere intesa come la richiesta di una nuova apertura verso la realtà a cui la persona umana nella sua uni-totalità è chiamata, superando antichi pregiudizi e riduzionismi, per aprirsi anche così la strada verso una vera comprensione della modernità. Il desiderio di una pienezza di umanità non può essere disatteso: attende proposte adeguate.

La fede cristiana è chiamata a farsi carico di questa urgenza storica, coinvolgendo tutti gli uomini di buona volontà in una simile impresa. Il nuovo dialogo tra fede e ragione, oggi richiesto, non può avvenire nei termini e nei modi in cui si è svolto in passato. Esso, se non vuole ridursi a sterile esercizio intellettuale, deve partire dall’attuale situazione concreta dell’uomo, e su di essa sviluppare una riflessione che ne raccolga la verità ontologico-metafisica.

Cari amici, avete davanti a voi un cammino molto impegnativo. Innanzitutto è necessario promuovere centri accademici di alto profilo, in cui la filosofia possa dialogare con le altre discipline, in particolare con la teologia, favorendo nuove sintesi culturali idonee ad orientare il cammino della società. La dimensione europea del vostro convenire a Roma – voi provenite infatti da 26 Paesi - può favorire un confronto ed uno scambio sicuramente fruttuosi. Confido che le istituzioni accademiche cattoliche siano disponibili alla realizzazione di veri laboratori culturali. Vorrei anche invitarvi ad incoraggiare i giovani ad impegnarsi negli studi filosofici, favorendo opportune iniziative di orientamento universitario. Sono certo che le nuove generazioni, con il loro entusiasmo, sapranno rispondere generosamente alle attese della Chiesa e della società.

Tra pochi giorni avrò la gioia di aprire l’Anno Paolino, durante il quale celebreremo l’Apostolo delle Genti: auguro che questa singolare iniziativa costituisca per tutti voi un’occasione propizia per riscoprire, sulle orme del grande Apostolo, la fecondità storica del Vangelo e le sue straordinarie potenzialità anche per la cultura contemporanea. Con questo auspicio, imparto a tutti la mia Benedizione.

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mercoledì 4 giugno 2008

"Il vescovo ha il dovere di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano, dinanzi a Dio, il bene compiuto"


I PADRI DELLA CHIESA NELLA CATECHESI DI PAPA BENEDETTO XVI

Il Papa: "In un tempo disastroso, anzi disperato, Gregorio Magno ha saputo creare pace e dare speranza" (Prima catechesi dedicata a San Gregorio Magno)

UDIENZA GENERALE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

Benedetto XVI su San Gregorio Magno: insegnò la grandezza dell'umiltà che ogni vescovo deve testimoniare (Radio Vaticana)

BENEDETTO XVI: UDIENZA, “LA BIBBIA NON È CONOSCENZA TEORETICA, MA NUTRIMENTO QUOTIDIANO”

L’UDIENZA GENERALE, 04.06.2008

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato ancora sulla figura di Papa San Gregorio Magno.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

San Gregorio Magno (2)

Cari fratelli e sorelle,

ritornerò oggi, in questo nostro incontro del mercoledì, alla straordinaria figura di Papa Gregorio Magno, per raccogliere qualche ulteriore luce dal suo ricco insegnamento.
Nonostante i molteplici impegni connessi con la sua funzione di Vescovo di Roma, egli ci ha lasciato numerose opere, alle quali la Chiesa nei secoli successivi ha attinto a piene mani. Oltre al cospicuo epistolario – il Registro a cui accennavo nella scorsa catechesi contiene oltre 800 lettere – egli ci ha lasciato innanzitutto scritti di carattere esegetico, tra cui si distinguono il Commento morale a Giobbe - noto sotto il titolo latino di Moralia in Iob -, le Omelie su Ezechiele, le Omelie sui Vangeli. Vi è poi un’importante opera di carattere agiografico, i Dialoghi, scritta da Gregorio per l’edificazione della regina longobarda Teodolinda. L’opera principale e più nota è senza dubbio la Regola pastorale, che il Papa redasse all’inizio del pontificato con finalità chiaramente programmatiche.

Volendo passare in veloce rassegna queste opere, dobbiamo anzitutto notare che, nei suoi scritti, Gregorio non si mostra mai preoccupato di delineare una “sua” dottrina, una sua originalità. Piuttosto, egli intende farsi eco dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, vuole semplicemente essere la bocca di Cristo e della sua Chiesa sul cammino che si deve percorrere per giungere a Dio.

Esemplari sono a questo proposito i suoi commenti esegetici. Egli fu un appassionato lettore della Bibbia, a cui si accostò con intendimenti non semplicemente speculativi: dalla Sacra Scrittura, egli pensava, il cristiano deve trarre non tanto conoscenze teoriche, quanto piuttosto il nutrimento quotidiano per la sua anima, per la sua vita di uomo in questo mondo. Nelle Omelie su Ezechiele, ad esempio, egli insiste fortemente su questa funzione del testo sacro: avvicinare la Scrittura semplicemente per soddisfare il proprio desiderio di conoscenza significa cedere alla tentazione dell’orgoglio ed esporsi così al rischio di scivolare nell’eresia.

L’umiltà intellettuale è la regola primaria per chi cerca di penetrare le realtà soprannaturali partendo dal Libro sacro. L’umiltà, ovviamente, non esclude lo studio serio; ma per far sì che questo risulti spiritualmente proficuo, consentendo di entrare realmente nella profondità del testo, l’umiltà resta indispensabile. Solo con questo atteggiamento interiore si ascolta realmente e si percepisce finalmente la voce di Dio. D’altra parte, quando si tratta di Parola di Dio, comprendere non è nulla, se la comprensione non conduce all’azione.

In queste omelie su Ezechiele si trova anche quella bella espressione secondo cui “il predicatore deve intingere la sua penna nel sangue del suo cuore; potrà così arrivare anche all’orecchio del prossimo”. Leggendo queste sue omelie si vede che realmente Gregorio ha scritto con il sangue del suo cuore e perciò ancora oggi parla a noi.

Questo discorso Gregorio sviluppa anche nel Commento morale a Giobbe. Seguendo la tradizione patristica, egli esamina il testo sacro nelle tre dimensioni del suo senso: la dimensione letterale, la dimensione allegorica e quella morale, che sono dimensioni dell’unico senso della Sacra Scrittura.

Gregorio tuttavia attribuisce una netta prevalenza al senso morale. In questa prospettiva, egli propone il suo pensiero attraverso alcuni binomi significativi - sapere-fare, parlare-vivere, conoscere-agire -, nei quali evoca i due aspetti della vita umana che dovrebbero essere complementari, ma che spesso finiscono per essere antitetici.

L’ideale morale, egli commenta, consiste sempre nel realizzare un’armoniosa integrazione tra parola e azione, pensiero e impegno, preghiera e dedizione ai doveri del proprio stato: è questa la strada per realizzare quella sintesi grazie a cui il divino discende nell’uomo e l’uomo si eleva fino alla immedesimazione con Dio. Il grande Papa traccia così per l’autentico credente un completo progetto di vita; per questo il Commento morale a Giobbe costituirà nel corso del medioevo una specie di Summa della morale cristiana.

Di notevole rilievo e bellezza sono pure le Omelie sui Vangeli. La prima di esse fu tenuta nella basilica di San Pietro durante il tempo di Avvento del 590 e dunque pochi mesi dopo l’elezione al Pontificato; l’ultima fu pronunciata nella basilica di San Lorenzo nella seconda domenica dopo Pentecoste del 593. Il Papa predicava al popolo nelle chiese dove si celebravano le “stazioni” - particolari cerimonie di preghiera nei tempi forti dell’anno liturgico - o le feste dei martiri titolari. Il principio ispiratore, che lega insieme i vari interventi, si sintetizza nella parola “praedicator”: non solo il ministro di Dio, ma anche ogni cristiano, ha il compito di farsi “predicatore” di quanto ha sperimentato nel proprio intimo, sull’esempio di Cristo che s’è fatto uomo per portare a tutti l’annuncio della salvezza. L’orizzonte di questo impegno è quello escatologico: l’attesa del compimento in Cristo di tutte le cose è un pensiero costante del grande Pontefice e finisce per diventare motivo ispiratore di ogni suo pensiero e di ogni sua attività. Da qui scaturiscono i suoi incessanti richiami alla vigilanza e all’impegno nelle buone opere.

Il testo forse più organico di Gregorio Magno è la Regola pastorale, scritta nei primi anni di Pontificato.

In essa Gregorio si propone di tratteggiare la figura del Vescovo ideale, maestro e guida del suo gregge. A tal fine egli illustra la gravità dell’ufficio di pastore della Chiesa e i doveri che esso comporta: pertanto, quelli che a tale compito non sono stati chiamati non lo ricerchino con superficialità, quelli invece che l’avessero assunto senza la debita riflessione sentano nascere nell’animo una doverosa trepidazione.

Riprendendo un tema prediletto, egli afferma che il Vescovo è innanzitutto il “predicatore” per eccellenza; come tale egli deve essere innanzitutto di esempio agli altri, così che il suo comportamento possa costituire un punto di riferimento per tutti. Un’efficace azione pastorale richiede poi che egli conosca i destinatari e adatti i suoi interventi alla situazione di ognuno: Gregorio si sofferma ad illustrare le varie categorie di fedeli con acute e puntuali annotazioni, che possono giustificare la valutazione di chi ha visto in quest’opera anche un trattato di psicologia. Da qui si capisce che egli conosceva realmente il suo gregge e parlava di tutto con la gente del suo tempo e della sua città.

Il grande Pontefice, tuttavia, insiste sul dovere che il Pastore ha di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano, dinanzi agli occhi del Giudice supremo, il bene compiuto.

Per questo il capitolo finale della Regola è dedicato all’umiltà: “Quando ci si compiace di aver raggiunto molte virtù è bene riflettere sulle proprie insufficienze ed umiliarsi: invece di considerare il bene compiuto, bisogna considerare quello che si è trascurato di compiere”. Tutte queste preziose indicazioni dimostrano l’altissimo concetto che san Gregorio ha della cura delle anime, da lui definita “ars artium”, l’arte delle arti. La Regola ebbe grande fortuna al punto che, cosa piuttosto rara, fu ben presto tradotta in greco e in anglosassone.

Significativa è pure l’altra opera, i Dialoghi, in cui all’amico e diacono Pietro, convinto che i costumi fossero ormai così corrotti da non consentire il sorgere di santi come nei tempi passati, Gregorio dimostra il contrario: la santità è sempre possibile, anche in tempi difficili. Egli lo prova narrando la vita di persone contemporanee o scomparse da poco, che ben potevano essere qualificate sante, anche se non canonizzate. La narrazione è accompagnata da riflessioni teologiche e mistiche che fanno del libro un testo agiografico singolare, capace di affascinare intere generazioni di lettori. La materia è attinta alle tradizioni vive del popolo ed ha lo scopo di edificare e formare, attirando l’attenzione di chi legge su una serie di questioni quali il senso del miracolo, l’interpretazione della Scrittura, l’immortalità dell’anima, l’esistenza dell’inferno, la rappresentazione dell’aldilà, temi tutti che abbisognavano di opportuni chiarimenti.
Il libro II è interamente dedicato alla figura di Benedetto da Norcia ed è l’unica testimonianza antica sulla vita del santo monaco, la cui bellezza spirituale appare nel testo in tutta evidenza.

Nel disegno teologico che Gregorio sviluppa attraverso le sue opere, passato, presente e futuro vengono relativizzati. Ciò che per lui conta più di tutto è l’arco intero della storia salvifica, che continua a dipanarsi tra gli oscuri meandri del tempo. In questa prospettiva è significativo che egli inserisca l’annunzio della conversione degli Angli nel bel mezzo del Commento morale a Giobbe: ai suoi occhi l’evento costituiva un avanzamento del Regno di Dio di cui tratta la Scrittura; poteva quindi a buona ragione essere menzionato nel commento ad un libro sacro. Secondo lui le guide delle comunità cristiane devono impegnarsi a rileggere gli eventi alla luce della Parola di Dio: in questo senso il grande Pontefice sente il dovere di orientare pastori e fedeli nell’itinerario spirituale di una lectio divina illuminata e concreta, collocata nel contesto della propria vita.

Prima di concludere è doveroso spendere una parola sulle relazioni che Papa Gregorio coltivò con i patriarchi di Antiochia, di Alessandria e della stessa Costantinopoli. Si preoccupò sempre di riconoscerne e rispettarne i diritti, guardandosi da ogni interferenza che ne limitasse la legittima autonomia. Se tuttavia san Gregorio, nel contesto della sua situazione storica, si oppose al titolo di “ecumenico” da parte del Patriarca di Costantinopoli, non lo fece per limitare o negare questa legittima autorità, ma perché egli era preoccupato dell’unità fraterna della Chiesa universale.

Lo fece soprattutto per la sua profonda convinzione che l’umiltà dovrebbe essere la virtù fondamentale di ogni Vescovo, ancora più di un Patriarca. Gregorio era rimasto semplice monaco nel suo cuore e perciò era decisamente contrario ai grandi titoli. Egli voleva essere - è questa la sua espressione - servus servorum Dei. Questa parola da lui coniata non era nella sua bocca una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire.

Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi. Pertanto egli era convinto che, soprattutto un Vescovo, dovrebbe imitare questa umiltà di Dio e così seguire Cristo. Il suo desiderio veramente fu di vivere da monaco in permanente colloquio con la Parola di Dio, ma per amore di Dio seppe farsi servitore di tutti in un tempo pieno di tribolazioni e di sofferenze, seppe farsi “servo dei servi”. Proprio perché fu questo, egli è grande e mostra anche a noi la misura della vera grandezza.

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martedì 3 giugno 2008

Messaggio del Papa alla FAO: "Occorre ribadire con forza che la fame e la malnutrizione sono inaccettabili"


Vedi anche:

Le parole di Benedetto XVI alla Fao: una scossa per cambiare davvero (Fazzini)

Il Papa: va fatto valere il diritto al cibo e alla vita (Bobbio)

FAO: PAPA, "GLOBALIZZARE ATTESE DI SOLIDARIETA'" (Agi)

Benedetto XVI al vertice FAO: la sicurezza alimentare si persegue con riforme coraggiose (Radio Vaticana)

Il Papa alla Fao: "C'è bisogno di provvedimenti coraggiosi"

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ALLA CONFERENZA DI ALTO LIVELLO SULLA SICUREZZA ALIMENTARE MONDIALE PROMOSSA DALLA FAO (ROMA, 3-5 GIUGNO 2008), 03.06.2008

Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI che l’Em.mo Card. Tarcisio Bertone, Capo Delegazione della Santa Sede, ha letto questa mattina alla "Conferenza di alto livello sulla sicurezza alimentare mondiale: la sfida dei cambiamenti climatici e delle bioenergie", organizzata dalla F.A.O. nella sua sede romana:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Signor Presidente della Repubblica italiana,
Illustri Capi di Stato e di Governo,
Signor Direttore Generale della FAO,
Signor Segretario Generale dell’ONU,
Signore e Signori!


Sono lieto di porgere il mio deferente e cordiale saluto a Voi, che, a diverso titolo, rappresentate le varie componenti della famiglia umana e vi siete riuniti a Roma per concordare soluzioni idonee ad affrontare il problema della fame e della malnutrizione.

Al Cardinale Tarcisio Bertone, mio Segretario di Stato, ho chiesto di parteciparVi la particolare attenzione con cui seguo il vostro lavoro e di assicurarVi che attribuisco grande importanza all’arduo compito che Vi attende. A Voi guardano milioni di uomini e donne, mentre nuove insidie minacciano la loro sopravvivenza e preoccupanti situazioni mettono a rischio la sicurezza dei loro Paesi. Infatti, la crescente globalizzazione dei mercati non sempre favorisce la disponibilità di alimenti ed i sistemi produttivi sono spesso condizionati da limiti strutturali, nonché da politiche protezionistiche e da fenomeni speculativi che relegano intere popolazioni ai margini dei processi di sviluppo. Alla luce di tale situazione, occorre ribadire con forza che la fame e la malnutrizione sono inaccettabili in un mondo che, in realtà, dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti per mettere fine a tali drammi ed alle loro conseguenze. La grande sfida di oggi è quella di "globalizzare non solo gli interessi economici e commerciali, ma anche le attese di solidarietà, nel rispetto e nella valorizzazione dell’apporto di ogni componente umana» (Discorso alla Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice, 31 maggio 2008).

Alla FAO ed al suo Direttore Generale va, pertanto, il mio apprezzamento e la mia gratitudine, per aver nuovamente attirato l'attenzione della comunità internazionale su quanto ostacola la lotta contro la fame e per averla sollecitata ad un'azione che, per risultare efficace, dovrà essere unitaria e coordinata.

In tale spirito, alle alte Personalità che partecipano a questo Vertice desidero rinnovare l’auspicio che ho formulato durante la mia recente visita alla sede dell’ONU: è urgente superare il "paradosso di un consenso multilaterale che continua ad essere in crisi a causa della sua subordinazione alle decisioni di pochi" (Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 18 aprile 2008).

Inoltre, mi permetto d’invitarVi a collaborare in maniera sempre più trasparente con le organizzazioni della società civile impegnate a colmare il crescente divario tra ricchezza e povertà.

Vi esorto ancora a proseguire in quelle riforme strutturali che, a livello nazionale, sono indispensabili per affrontare con successo i problemi del sottosviluppo, di cui la fame e la malnutrizione sono dirette conseguenze. So quanto tutto ciò sia arduo e complesso!

Tuttavia, come si può rimanere insensibili agli appelli di coloro che, nei diversi continenti, non riescono a nutrirsi a sufficienza per vivere?

Povertà e malnutrizione non sono una mera fatalità, provocata da situazioni ambientali avverse o da disastrose calamità naturali. D’altra parte, le considerazioni di carattere esclusivamente tecnico o economico non debbono prevalere sui doveri di giustizia verso quanti soffrono la fame.

Il diritto all’alimentazione "risponde principalmente ad una motivazione etica: ‘dare da mangiare agli affamati’ (cfr Mt 25, 35), che spinge a condividere i beni materiali quale segno dell’amore di cui tutti abbiamo bisogno […] Questo diritto primario all’alimentazione è intrinsecamente vincolato alla tutela e alla difesa della vita umana, roccia salda e inviolabile sui cui si fonda tutto l’edificio dei diritti umani» (Discorso al nuovo Ambasciatore del Guatemala, 31 maggio 2008).

Ogni persona ha diritto alla vita: pertanto, è necessario promuovere l’effettiva attuazione di tale diritto e si debbono aiutare le popolazioni che soffrono per la mancanza di cibo a divenire gradualmente capaci di soddisfare le proprie esigenze di un’alimentazione sufficiente e sana.

In questo particolare momento, che vede la sicurezza alimentare minacciata dal rincaro dei prodotti agricoli, vanno poi elaborate nuove strategie di lotta alla povertà e di promozione dello sviluppo rurale. Ciò deve avvenire anche attraverso processi di riforme strutturali, che consentano di affrontare le sfide della medesima sicurezza e dei cambiamenti climatici; inoltre, occorre incrementare la disponibilità del cibo valorizzando l’industriosità dei piccoli agricoltori e garantendone l’accesso al mercato. L’aumento globale della produzione agricola potrà, tuttavia, essere efficace, solo se sarà accompagnato dall’effettiva distribuzione di tale produzione e se essa sarà destinata primariamente alla soddisfazione dei bisogni essenziali. Si tratta di un cammino certamente non facile, ma che consentirebbe, fra l’altro, di riscoprire il valore della famiglia rurale: essa non si limita a preservare la trasmissione, dai genitori ai figli, dei sistemi di coltivazione, di conservazione e di distribuzione degli alimenti, ma è soprattutto un modello di vita, di educazione, di cultura e di religiosità. Inoltre, sotto il profilo economico, assicura un’attenzione efficace ed amorevole ai più deboli e, in forza del principio di sussidiarietà, può assumere un ruolo diretto nella catena di distribuzione e di commercializzazione dei prodotti agricoli destinati all'alimentazione, riducendo i costi dell’intermediazione e favorendo la produzione su piccola scala.

Signore e Signori,

Le difficoltà odierne mostrano come le moderne tecnologie, da sole, non siano sufficienti per sopperire alla carenza alimentare, come non lo sono i calcoli statistici e, nelle situazioni di emergenza, l’invio di aiuti alimentari. Tutto ciò certamente ha grande rilievo, tuttavia deve essere completato ed orientato da un’azione politica che, ispirata a quei principi della legge naturale che sono iscritti nel cuore degli uomini, protegga la dignità della persona. In tal modo, anche l'ordine della creazione viene rispettato e si ha "come criterio orientatore il bene di tutti" (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2008, n. 7). Solo la tutela della persona, dunque, consente di combattere la causa principale della fame, cioè quella chiusura dell'essere umano nei confronti dei propri simili che dissolve la solidarietà, giustifica i modelli di vita consumistici e disgrega il tessuto sociale, preservando, se non addirittura approfondendo, il solco di ingiusti equilibri e trascurando le più profonde esigenze del bene (cfr. Lettera Enciclica Deus caritas est, n. 28). Se, pertanto, il rispetto della dignità umana fosse fatto valere sul tavolo del negoziato, delle decisioni e della loro attuazione, si potrebbero superare ostacoli altrimenti insormontabili e si eliminerebbe, o almeno diminuirebbe, il disinteresse per il bene altrui. Di conseguenza, sarebbe possibile adottare provvedimenti coraggiosi, che non si arrendano di fronte alla fame ed alla malnutrizione, come se si trattasse semplicemente di fenomeni endemici e senza soluzione. La difesa della dignità umana nell’azione internazionale, anche di emergenza, aiuterebbe inoltre a misurare il superfluo nella prospettiva delle necessità altrui e ad amministrare secondo giustizia i frutti della creazione, ponendoli a disposizione di tutte le generazioni.

Alla luce di tali principi, auspico che le Delegazioni presenti a questa riunione si assumano nuovi impegni e si prefiggano di realizzarli con grande determinazione. La Chiesa cattolica, dal canto suo, desidera unirsi a questo sforzo!

In spirito di collaborazione, essa trae dalla saggezza antica, inspirata al Vangelo, un appello fermo ed accorato, che rimane di grande attualità per quanti partecipano al Vertice: "Dà da mangiare a colui che è moribondo per la fame, perché, se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso" (Decretum Gratiani, c. 21, d. LXXXVI).

Vi assicuro che, in questo cammino, potete contare sull’apporto della Santa Sede. Pur differenziandosi dagli Stati, essa si unisce ai loro obiettivi più nobili per suggellare un impegno che, per sua natura, coinvolge l’intera comunità internazionale: incoraggiare ogni Popolo a condividere le necessità degli altri Popoli, mettendo in comune i beni della terra che il Creatore ha destinato all'intera famiglia umana.

Con questi sentimenti, formulo i miei più fervidi auguri per il successo dei lavori ed invoco la Benedizione dell'Altissimo su di Voi e su quanti si impegnano per l’autentico progresso della persona e della società.

Dal Vaticano, 2 Giugno 2008

BENEDICTUS PP. XVI

lunedì 2 giugno 2008

Il Papa alla diocesi di Torino: "Non abbiate paura di affidarvi a Cristo: solo Lui puo' soddisfare le attese più profonde dell'animo umano"


Vedi anche:

BENEDETTO XVI HA AUTORIZZATO L'OSTENSIONE DELLA SINDONE NEL 2010

Card. Poletto: "I fedeli di Torino rafforzati e incoraggiati dall’incontro con il Papa" (Radio Vaticana)

La promessa di Papa Ratzinger: verrò a Torino (Martinengo)

Ostensione nel 2010. Il Papa: "Spero di esserci anch´io". Vicinanza alle popolazioni colpite dall'alluvione (Griseri e Viotti)

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Il Papa: nel 2010 a Torino l'ostensione della Sindone. Nel 1998 il card. Ratzinger pregò davanti al Sacro Lino (Accornero)

Sindone, il Papa dice sì all’ostensione (Martinengo)

Il Papa annuncia una nuova “Ostensione della Sindone” (Radio Vaticana)

Il Papa: "Se il Signore mi darà salute verrò anch'io a Torino per l'ostensione della Sindone"

UDIENZA AI PARTECIPANTI AL PELLEGRINAGGIO DELL’ARCIDIOCESI DI TORINO, 02.06.2008

Alle 12 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Pellegrinaggio dell’Arcidiocesi di Torino, guidati dall’Arcivescovo della città, Em.mo Card. Severino Poletto, e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Cardinale,
cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle dell’Arcidiocesi di Torino!


A ciascuno di voi il mio cordiale saluto; benvenuti nella casa del Successore di Pietro! Vi incontro volentieri al termine del vostro pellegrinaggio a Roma, che corona il cammino spirituale e pastorale compiuto dalla vostra comunità diocesana in questi anni. Mentre con gioia vi accolgo, rivolgo il mio saluto in primo luogo al vostro Arcivescovo, ringraziandolo anche per le gentili parole con cui ha illustrato l’itinerario ecclesiale da voi sinora percorso e le future prospettive missionarie che vi attendono. Saluto il Vescovo Ausiliare, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i catechisti e i rappresentanti delle parrocchie e dei diversi organismi della vostra Arcidiocesi. Saluto le Autorità e quanti hanno voluto unirsi a voi in questo incontro.

Attraverso di voi qui presenti, vorrei far giungere il mio saluto all’intera popolazione di Torino, città ricca di storia civile e religiosa. E una parola di particolare vicinanza spirituale e di solidarietà sento il bisogno di rivolgere anche alle popolazioni del Pinerolese e del Cuneese, colpite in questi giorni dalle conseguenze del maltempo. Assicuro una speciale preghiera al Signore, perché accolga nella sua pace le vittime e sostenga quanti lottano per far fronte alla grave calamità naturale.

Cari fratelli e sorelle, dopo aver celebrato ieri l’Eucaristia nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, questa mattina è presso la Tomba del Principe degli Apostoli che avete rinnovato insieme la solenne professione di fede. E quale luogo poteva essere più indicato per un gesto tanto significativo quale la Redditio fidei? Nella Basilica di San Pietro, dove tutto parla dell’eroismo degli inizi del cristianesimo, il sangue dei martiri continua ad essere eloquente invito a seguire Cristo senza compromessi. In Basilica e nelle Grotte Vaticane sostano cattolici di ogni parte del mondo che, pur appartenendo a culture e lingue differenti, professano la medesima fede e fanno parte dell’unica Chiesa di Cristo. Anche voi avete potuto immergervi in questo clima di santità e di cattolicità ed ora, prima di far ritorno nelle vostre comunità, attendete dal Papa una parola che vi incoraggi ad essere coerenti testimoni del Vangelo in questa nostra epoca.

Il vostro Arcivescovo ha voluto gentilmente informarmi circa il cammino percorso dalla vostra Comunità diocesana da quando, nel 1999, egli è stato chiamato dal Signore ad esserne il Pastore e , ancor più, da quando, nel settembre del 2003, ha intrapreso la sua Visita Pastorale, che si concluderà, a Dio piacendo, domenica prossima. Questo itinerario ecclesiale vi ha visti protagonisti di una vasta azione apostolica e missionaria, partendo da un intenso movimento spirituale centrato soprattutto sull’Eucaristia domenicale, sull’adorazione eucaristica settimanale e sulla riscoperta dell’importanza del Sacramento della Riconciliazione. Animati dal sincero anelito di una "rinnovata prima evangelizzazione", vi siete preoccupati di avvicinare i cosiddetti "lontani", allargando i confini della carità pastorale di ogni comunità parrocchiale. Questo impegno missionario è divenuto ancor più condiviso nel presente anno pastorale, anno della Redditio fidei, e trova il suo momento culminante proprio nella solenne professione di fede che avete proclamato insieme questa mattina presso la Tomba del Principe degli Apostoli.

Ma non tutto termina qui: dopo questa ristoratrice pausa romana, occorre riprendere la strada e nuovi impegni vi attendono. Il prossimo anno pastorale, infatti, lo dedicherete alla Parola di Dio e quello successivo vi vedrà orientati verso una più attenta contemplazione del mistero della Passione di Cristo.

In tale contesto, sono lieto di venire incontro alla vostra grande attesa e di accogliere il desiderio del vostro Arcivescovo, consentendo che nella primavera del 2010 abbia luogo un’altra solenne "Ostensione della Sindone".

Se il Signore mi donerà la vita e la salute spero di venire anche io.

Sarà un’occasione quanto mai propizia – ne sono certo - per contemplare quel misterioso Volto, che silenziosamente parla al cuore degli uomini, invitandoli a riconoscervi il volto di Dio, il quale "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16).


Cari fratelli e sorelle, non abbiate paura di affidarvi a Cristo: solo Lui può soddisfare le attese più profonde dell’animo umano. Nessuna difficoltà, nessun ostacolo rallenti il vostro amore per il suo Vangelo! Se sarà Gesù il centro delle vostre famiglie, delle vostre parrocchie e di ogni comunità sentirete viva la sua presenza e cresceranno l’unità e la comunione tra tutte le varie articolazioni della Diocesi. Alimentate pertanto costantemente l’unione con il Signore nella preghiera e con la frequente pratica dei Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Confessione. Tra le vostre preoccupazioni pastorali ci sia quella di assicurare una formazione cristiana continua dei giovani e degli adulti. Sulla scia dei vostri Santi, attenti alle esigenze dei giovani ed ai poveri, come don Bosco, il Murialdo, il Cottolengo, il Cafasso ed altri ancora, possa la vostra Diocesi brillare per le opere di carità e per uno sforzo corale nell’affrontare la grande "sfida educativa" delle nuove generazioni. La celeste Madre di Cristo, che voi invocate come Consolata e Ausiliatrice, protegga i sacerdoti e gli operatori pastorali; ottenga alle vostre comunità numerose e sante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata; susciti nei ragazzi e nelle ragazze il desiderio di seguire l’alto ideale della santità; sia per tutti conforto e sostegno, specialmente per gli anziani, i malati, i sofferenti, le persone sole e abbandonate. Ed io, mentre vi assicuro uno speciale ricordo nella preghiera, con affetto benedico voi qui presenti, ed estendo il mio pensiero a tutte le persone a voi care.

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domenica 1 giugno 2008

"Ogni persona ha bisogno di un "centro" della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nella fatica della quotidianità"


ANGELUS DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

Vedi anche:

Il Papa: il cuore di Gesù è il centro della storia e dell'esistenza per ogni uomo (Radio Vaticana)

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 01.06.2008

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

nell’odierna domenica, che coincide con l’inizio di giugno, mi piace ricordare che questo mese è tradizionalmente dedicato al Cuore di Cristo, simbolo della fede cristiana particolarmente caro sia al popolo sia ai mistici e ai teologi, perché esprime in modo semplice e autentico la "buona novella" dell’amore, riassumendo in sé il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. E venerdì scorso abbiamo celebrato la solennità del Sacro Cuore di Gesù, terza e ultima delle feste che fanno seguito al Tempo Pasquale, dopo la Santissima Trinità e il Corpus Domini. Questa successione fa pensare ad un movimento verso il centro: un movimento dello spirito che è Dio stesso a guidare.

Dall’orizzonte infinito del suo amore, infatti, Dio ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l’infinito nel finito, il Mistero invisibile e ineffabile nel Cuore umano di Gesù, il Nazareno.

Nella mia prima Enciclica sul tema dell’amore, il punto di partenza è stato proprio lo sguardo rivolto al costato trafitto di Cristo, di cui ci parla Giovanni nel suo Vangelo (cfr 19,37; Deus caritas est, 12).
E questo centro della fede è anche la fonte della speranza nella quale siamo stati salvati, speranza che ho fatto oggetto della seconda Enciclica.

Ogni persona ha bisogno di un "centro" della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità. Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo.

Invito pertanto ciascuno a rinnovare nel mese di giugno la propria devozione al Cuore di Cristo, valorizzando anche la tradizionale preghiera di offerta della giornata e tenendo presenti le intenzioni da me proposte a tutta la Chiesa.

Accanto al Sacro Cuore di Gesù, la liturgia ci invita a venerare il Cuore Immacolato di Maria. Affidiamoci sempre a Lei con grande confidenza.

Vorrei invocare la materna intercessione della Vergine ancora una volta per le popolazioni della Cina e del Myanmar colpite dalle calamità naturali, e per quanti attraversano le tante situazioni di dolore, di malattia e di miseria materiale e spirituale che segnano il cammino dell’umanità.

DOPO L’ANGELUS

Je vous adresse mon salut cordial, chers pèlerins francophones. Le Christ vous invite aujourd’hui à bâtir votre vie et votre foi sur le roc, qui est sa personne. Pour cela, il vous invite à suivre les commandements de Dieu et à les mettre dans votre cœur. Vous pourrez dire alors avec le psalmiste: «Ma forteresse et mon roc, c’est toi, Seigneur: pour l’honneur de ton nom, tu me guides et me conduis». Que le Christ et Marie vous accompagnent chaque jour. Je vous accorde ma Bénédiction apostolique.

I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus. In today’s liturgy we are reminded that Jesus has opened the gates of the Kingdom of Heaven for all who come to believe. May we take the path that leads to the Kingdom by saying "yes" to Jesus, living according to his message and following his example. I wish you all a pleasant stay in Rome, and a blessed Sunday!

Ein frohes "Grüß Gott" sage ich allen deutschsprachigen Pilgern hier auf dem Petersplatz. Im Angelusgebet betrachten wir das Heilsgeheimnis, daß Gott sich in Maria eine Wohnung bereitet hat. Die Haltung der Mutter Gottes, ihre unerschütterliche Zuversicht auf den göttlichen Beistand bei allem Tun, wollen wir nachahmen. Gottes Segen ruht auf denen, die auf sein Wort bauen und seine Gegenwart mit Leib und Leben in der Welt bezeugen. Der Herr geleite euch auf allen Wegen!

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana, en particular a los fieles de la Parroquia de San Andrés Apóstol, de Moral de Calatrava. En el día del Señor os invito a escuchar devotamente la Palabra de Dios, a acogerla en vuestro corazón con docilidad y a llevarla a la práctica con solicitud, de modo que vuestra vida se arraigue cada vez más firmemente en la roca de la amistad con Cristo. Feliz domingo a todos.

Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Kończy się maryjny maj, rozpoczyna się czerwiec, w którym czcimy pełne miłości Serce Jezusa. Módlmy się, abyśmy doznając tej Bożej miłości, z radością odpowiadali na nią gorącym sercem i dziełami miłosierdzia wobec braci. Niech Wam Bóg błogosławi.

[Rivolgo un cordiale saluto ai Polacchi. Si conclude il maggio mariano, inizia il mese di giugno, in cui veneriamo il Cuore di Gesù pieno d’amore. Preghiamo affinché sperimentando quest’Amore divino rispondiamo con gioia, con il cuore ardente e con opere di misericordia verso i fratelli. Dio vi benedica.]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i ministranti di Ortisei con il loro Parroco, i fedeli della parrocchia di San Gregorio Barbarigo in Milano e quelli di Santa Maria della Speranza in Battipaglia, il gruppo della diocesi di Reggio Emilia, i membri della Famiglia Mercedaria e i loro collaboratori, i donatori di sangue "Fratres", i ragazzi di Cividino Quintano che hanno ricevuto la Cresima e i catechisti di Calisese e Badìa. A tutti auguro una buona domenica.

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"La fede ha mostrato a Maria che i troni dei potenti di questo mondo sono provvisori, mentre il trono di Dio è l'unica roccia che non muta e non cade"


Vedi anche:

Il Papa: il Magnificat illumina il senso autentico della storia (Muolo)

Voglia nuova del Rosario. Dentro il respiro di Dio (Marina Corradi)

Il Magnificat di Maria è la più vera interpretazione della storia: così il Papa ieri sera, a conclusione del Mese mariano in Piazza San Pietro (R.V.)

CELEBRAZIONE A CONCLUSIONE DEL MESE MARIANO, 31.05.2008

Questa sera, alle ore 20, in Piazza San Pietro, ha luogo la Celebrazione a conclusione del mese mariano. Durante la recita del Santo Rosario, la statua della Madonna è portata in processione attraverso i Reparti della Piazza.
Quindi, alle ore 21, il Santo Padre arriva sul Sagrato della Basilica e, al termine della Recita del Rosario, pronuncia le parole che pubblichiamo di seguito:

PAROLE DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Concludiamo il mese di maggio con questo suggestivo incontro di preghiera mariana. Vi saluto con affetto e vi ringrazio della vostra partecipazione. Saluto, in primo luogo, il Signor Cardinale Angelo Comastri; con lui saluto gli altri Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e sacerdoti, intervenuti a questa celebrazione serale. Estendo il mio saluto alle persone consacrate e a tutti voi, cari fedeli laici, che con la vostra presenza avete voluto rendere omaggio alla Vergine Santissima.

Celebriamo quest’oggi la festa della Visitazione della Beata Vergine e la memoria del Cuore Immacolato di Maria. Tutto pertanto ci invita a volgere lo sguardo con fiducia a Maria. A Lei, anche questa sera, ci siamo rivolti con l’antica e sempre attuale pia pratica del Rosario.

Il Rosario, quando non è meccanica ripetizione di formule tradizionali, è una meditazione biblica che ci fa ripercorrere gli eventi della vita del Signore in compagnia della Beata Vergine, conservandoli, come Lei, nel nostro cuore.

In tante comunità cristiane, durante il mese di maggio, esiste la bella consuetudine di recitare in modo più solenne il Santo Rosario in famiglia e nelle parrocchie. Ora, che termina il mese, non cessi questa buona abitudine; anzi prosegua con ancor maggiore impegno, affinché, alla scuola di Maria, la lampada della fede brilli sempre più nel cuore dei cristiani e nelle loro case.

Nell’odierna festa della Visitazione la liturgia ci fa riascoltare il brano del Vangelo di Luca, che racconta il viaggio di Maria da Nazareth alla casa dell’anziana cugina Elisabetta.

Immaginiamo lo stato d’animo della Vergine dopo l’Annunciazione, quando l’Angelo partì da Lei. Maria si ritrovò con un grande mistero racchiuso nel grembo; sapeva che qualcosa di straordinariamente unico era accaduto; si rendeva conto che era iniziato l’ultimo capitolo della storia della salvezza del mondo. Ma tutto, intorno a Lei, era rimasto come prima e il villaggio di Nazareth era completamente ignaro di ciò che Le era accaduto.

Prima di preoccuparsi di se stessa, Maria pensa però all’anziana Elisabetta, che ha saputo essere in gravidanza avanzata e, spinta dal mistero di amore che ha appena accolto in se stessa, si mette in cammino "in fretta" per andare a portarle il suo aiuto. Ecco la grandezza semplice e sublime di Maria!

Quando giunge alla casa di Elisabetta, accade un fatto che nessun pittore potrà mai rendere con la bellezza e la profondità del suo realizzarsi. La luce interiore dello Spirito Santo avvolge le loro persone. Ed Elisabetta, illuminata dall’Alto, esclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,42-45).

Queste parole potrebbero apparirci sproporzionate rispetto al contesto reale. Elisabetta è una delle tante anziane di Israele e Maria una sconosciuta fanciulla di uno sperduto villaggio della Galilea. Che cosa possono essere e che cosa possono fare in un mondo nel quale contano altre persone e pesano altri poteri?

Tuttavia, Maria ancora una volta ci stupisce; il suo cuore è limpido, totalmente aperto alle luce di Dio; la sua anima è senza peccato, non appesantita dall’orgoglio e dall’egoismo. Le parole di Elisabetta accendono nel suo spirito un cantico di lode, che è un’autentica e profonda lettura "teologica" della storia: una lettura che noi dobbiamo continuamente imparare da Colei la cui fede è senza ombre e senza incrinature. "L’anima mia magnifica il Signore". Maria riconosce la grandezza di Dio. Questo è il primo indispensabile sentimento della fede; il sentimento che dà sicurezza all’umana creatura e la libera dalla paura, pur in mezzo alle bufere della storia.

Andando oltre la superficie, Maria "vede" con gli occhi della fede l’opera di Dio nella storia. Per questo è beata, perché ha creduto: per la fede, infatti, ha accolto la Parola del Signore e ha concepito il Verbo incarnato.

La sua fede Le ha fatto vedere che i troni dei potenti di questo mondo sono tutti provvisori, mentre il trono di Dio è l’unica roccia che non muta e non cade. E il suo Magnificat, a distanza di secoli e millenni, resta la più vera e profonda interpretazione della storia, mentre le letture fatte da tanti sapienti di questo mondo sono state smentite dai fatti nel corso dei secoli.

Cari fratelli e sorelle! Torniamo a casa con il Magnificat nel cuore. Portiamo in noi i medesimi sentimenti di lode e di ringraziamento di Maria verso il Signore, la sua fede e la sua speranza, il suo docile abbandono nelle mani della Provvidenza divina. Imitiamo il suo esempio di disponibilità e generosità nel servire i fratelli. Solo, infatti, accogliendo l’amore di Dio e facendo della nostra esistenza un servizio disinteressato e generoso al prossimo, potremo elevare con gioia un canto di lode al Signore. Ci ottenga questa grazia la Madonna, che questa sera ci invita a trovare rifugio nel suo Cuore Immacolato.

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